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Sovranità monetaria e democrazia

Posted on 05 giugno 2011 by admin

Un grande primo ministro canadese, William Mackenzie King,[1] ebbe a dichiarare prima delle elezioni del 1935: “Una volta che a una nazione rinuncia al controllo della propria valuta e del credito, non importa chi fa le leggi della nazione. … Fino a quando il controllo dell’emissione della moneta e del credito non sia restituito al governo e riconosciuto come la responsabilità più rilevante e sacra, ogni discorso circa la sovranità del Parlamento e della democrazia sarebbe ozioso e futile”.

La rinunzia alla sovranità monetaria è precisamente quello che il nostro paese ha fatto con l’adesione alla moneta unica. In verità, a ben guardare, l’aveva fatto già prima con il famoso “divorzio” fra il Tesoro e la Banca d’Italia nel 1981. Con quell’atto, compiuto attraverso un fait accompli – uno scambio di lettere fra Andreatta e Ciampi – in barba a qualsiasi decisione parlamentare, i governi della Repubblica rinunciavano alla prerogativa di determinare la politica monetaria, dunque moderare i tassi di interesse, con successive conseguenze disastrose per conti pubblici e distribuzione del reddito.[2] Con la moneta unica il nostro paese ha persino rinunciato alla possibilità di tornare indietro in quella decisione. Le ulteriori conseguenze sulla nostra economia dovute all’abbandono della flessibilità del cambio estero sono davanti agli occhi di tutti con un crescente disavanzo delle partite correnti, dal pareggio del 1999 sino al -3,5% del 2010, con conseguente crescente indebitamento netto con l’estero.

Lo sconforto sarebbe attenuato se la sovranità monetaria fosse passata a una Europa politica che avrebbe potuto usarla al meglio. Non è stato invece così, avendo l’Europa inscritto persino nel proprio trattato costituzionale, com’è noto, che la banca centrale è indipendente dal potere politico avendo come solo obiettivo quello di stabilizzare il livello dei prezzi. Le conseguenze ultime di questa indipendenza si vendono nella indegna sceneggiata che si sta in questi giorni svolgendo fra le cancellerie europee e la BCE. A fronte del palese fallimento delle politiche di rientro dal debito imposte alla Grecia e della difficoltà a far digerire ulteriori aiuti ai propri contribuenti, alcuni paesi europei, la Germania in primis, si sono dichiarati favorevoli a qualche forma di ristrutturazione del debito di quel disgraziato paese. Di riflesso, gli esponenti della BCE hanno cominciato a rilasciare a destra e a manca dichiarazioni minacciose che se tale ristrutturazione avvenisse la banca centrale non avrebbe più stampato un quattrino a sostegno del debito e delle banche greche (una “opzione nucleare” è stata definita), mentre il governatore Trichet si è permesso di alzare la voce in summit di rappresentanti di governi democraticamente eletti e addirittura di abbandonarli sbattendo le porte.[3] Draghi, per coloro che coltivassero illusioni, ha ribadito nelle ultime Considerazioni finali che “né la presenza di rischi sovrani, né la dipendenza patologica di alcune banche dal finanziamento della BCE” possono farla “deflettere” dall’obiettivo della stabilità dei prezzi. Quello che appare intollerabile non è tanto il comportamento degli apprendisti stregoni di Francoforte, che in fondo rifiutano di fare quello che i trattati europei vietano loro di fare e difendono la reputazione di “guardiani della moneta”, ma che le democrazie europee si siano auto-inflitte queste umiliazioni. Si badi, da sempre la democrazia popolare ha avuto necessità di contro-altari istituzionali in un sistema di checks and balances. Ma a parte di una banda di fanatici economisti ultra-liberisti, mai a nessuno era venuto alla mente di elevare una banca centrale al rango di un quarto potere che espropria le istituzioni democratiche delle decisioni di politica economica!

La BCE ha dovuto durante questa crisi, nolente o volente, assumere ruoli – quello di prestatore di ultima istanza ai governi (che non era in effetti nei suoi statuti) e alle banche, pena l’implosione del sistema finanziario europeo e globale. A parte l’implausibile ipotesi che la Grecia riesca a stabilizzare se il proprio debito pubblico a colpi di deflazione e di svendita del patrimonio pubblico, ipotesi a cui sembra incredibilmente dar credito solo la BCE attraverso l’ultra-falco Bini Smaghi, qualunque sia la strada alternativa prescelta dall’Europa – una ristrutturazione del debito o quella più razionale e meno dolorosa di europeizzazione del debito (per esempio qui) – la BCE sarebbe costretta a una politica monetaria accomodante. L’indipendenza della banca centrale è in generale, e in particolare nei frangenti attuali, sbagliata, e lo statuto della BCE va assimilato a quello della FED americana i cui esponenti mai e poi mai potrebbero permettersi di non collaborare alle decisioni dell’amministrazione.

Per quanto riguarda il nostro paese, esso sta pagando a quest’Europa dei prezzi elevatissimi in termini di disoccupazione crescente e di deindustrializzazione, e il futuro si presenta fosco. La consapevolezza di questo è ancora scarsa, spesso anche a sinistra dove, per cinismo o ignoranza, ci si appassiona ad altri temi che non siano quelli dell’occupazione e dei bisogni elementari della gente. Le proposte che l’Italia dovrebbe avanzare a Bruxelles le abbiamo esposte (qui, qui e qui), ma l’Europa prosegue in una cacofonia di voci e inadeguatezza di proposte che fa poco ben sperare.

La dichiarazione di Mackenzie del 1935, continua così: “Il Partito Liberale si dichiara in favore dell’immediata istituzione di una banca nazionale debitamente costituita al fine del controllo dell’emissione di moneta rapportata ai bisogni pubblici. Il flusso di moneta deve essere in relazione ai bisogni nazionali, sociali e industriali del popolo canadese”. Le urne diedero al partito liberale una maggioranza senza precedenti. Dopo le belle vittorie di Milano e Napoli, i prossimi mesi potrebbero vedere la partecipazione della sinistra italiana al governo. Naturalmente il problema che si presentava a Mackenzie era quello, più semplice, di nazionalizzare l’emissione di moneta. Più complicato sarebbe se il Canada avesse stabilito una unione monetaria con gli Stati Uniti, come abbiamo fatto noi con la Germania. La consapevolezza di quanto dura è la battaglia a cui dovrebbe attrezzarsi una sinistra che volesse davvero sollevare le sorti del paese ci sembra, comunque, un primo, essenziale passo.

[1] William Lyon Mackenzie King (1874-1950), leader del partito liberale, un partito di centro ma con sensibilità ai problemi sociali, fu per tre volte primo ministro del Canada.
[2] Come ricordato da Aldo Barba in un interessante intervento al convegno per il 150mo su Sviluppo capitalistico e unità nazionale nei giorni scorsi.
[3] Bini Smaghi è arrivato a minacciare che la BCE possa imporre che i paesi membri dell’UME rimborsino la banca decine di miliardi di titoli greci che essa detiene. Contro i timori della BCE vedi Roubini.

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Chi ha ucciso l’euro?

Posted on 10 dicembre 2010 by admin

Prima della Grande Recessione era diffusa l’opinione che il ruolo di riserva internazionale del dollaro fosse a rischio, e che una crisi avrebbe potuto generare una fuga dal dollaro. Invece, inaspettatamente, la vittima della crisi è stato l’euro. Se per caso era rimasto qualche dubbio circa la morte dell’euro dopo la crisi greca, questo è stato eliminato dalla successiva crisi irlandese.

Chi l’ha ucciso? Non c’è bisogno della polizia scientifica per cercare le prove, il colpevole ha lasciato tracce ovunque… no, non è stato il maggiordomo, ma la Banca Centrale Europea.

Negli Stati Uniti la crisi ha fatto sì che la Federal Reserve si impegnasse a mantenere bassi i tassi di interesse sui titoli del debito pubblico a lungo termine, utilizzando la controversa politica di espansione della quantità di moneta. Continuando a comprare grandi quantità di titoli pubblici, la Fed non solo mantiene bassi i tassi di interesse, ma fornisce la garanzia che questi titoli sono assolutamente sicuri. Questo a sua volta consente al Tesoro americano di mantenere elevati disavanzi pubblici senza problemi di sostenibilità.

Questo è l’esatto opposto di quanto sta facendo la BCE con i paesi della ‘periferia’ europea. I paesi che fanno parte di un’unione monetaria perdono il controllo della politica monetaria e non possono svalutare il tasso di cambio. Ma la moneta unica significa anche la perdita della possibilità per un singolo paese di decidere circa i propri disavanzi pubblici, perché le fonti di finanziamento o vengono meno o sono sottoposte ad un controllo sovranazionale. Certo, se la BCE decidesse di comprare titoli di stato greci o irlandesi (e anche portoghesi e spagnoli), in modo da mantenere i loro tassi di interesse allo stesso livello di quelli tedeschi, potrebbe farlo. Purtroppo tuttavia la BCE ha deciso di dimostrare che i titoli pubblici denominati in euro sono tutti uguali, ma alcuni sono più uguali di altri. E se la BCE dichiara che alcuni dei titoli denominati in euro non valgono nulla – chi altro può metterlo in dubbio?

Come nel caso della Grecia, l’Irlanda sta accettando un salvataggio condotto dalla Unione Europea, Fondo monetario e BCE, che richiede politiche di aggiustamento fiscale estremamente severe, che accrescono la disoccupazione, e che sono alla fine destinate a fallire. Dovrebbe semplicemente abbandonare l’euro, anche se in realtà è molto probabile che continui invece a rimanere nell’unione monetaria per diversi anni (come fece l’Argentina col il cambio fisso).

E dunque, la BCE è il colpevole, anche se c’è stato un complice: gli economisti, che hanno per tutto il tempo dato una mano ad uccidere l’euro. La crisi europea è un ulteriore esempio di come gli economisti mainstream cercano di far finta che nessuno potesse prevedere la crisi, perché il fenomeno era troppo complesso per essere previsto.

Per esempio recentemente Brad De Long ha espresso preoccupazione sulle politiche economiche della BCE ed ammesso di essersi sbagliato nel ritenere che nessun governo avrebbe consentito alla disoccupazione di rimanere al 10% per un periodo lungo. Eppure nel 1998, lo stesso Brad de Long affermava in un libro pubblicato da NBER che: “gli economisti…ritengono che la spesa pubblica in disavanzo non ha effetti espansivi”. Se fosse così non avrebbe ragione di preoccuparsi per le politiche attuali! Questo mostra quanto poco questi economisti credessero veramente alla loro stessa tesi che fosse la riduzione della spesa pubblica ad avere effetti espansivi sull’economia!

I problemi delle analisi mainstream sono ancora più profondi e sono strettamente legati a quella che Paul Krugman chiama la “sintesi di Samuelson”, cioè l’idea che il keynesismo fosse basato sui fallimenti del mercato (cioè su rigidità dei salari o del tasso di interesse). Ma non è così. Nel capitolo 19 della Teoria Generale Keynes mostra che la flessibilità dei salari ha effetti negativi e quindi, sì, la soluzione è la politica fiscale espansiva.

In realtà, come ha notato solo Dean Baker (che ha avuto sempre ragione e che spesso, forse proprio per questo, viene dimenticato) l’Irlanda, sino a prima della crisi, aveva fortissimi avanzi (sì, proprio così!) nei propri conti pubblici – di fatto l’Irlanda era additata come l’esempio di una politica fiscale restrittiva che genera espansione.

Sarebbe stato meglio per gli irlandesi se avessero prestato ascolto al grande economista irlandese Wynne Godley che nel 1992 avvertiva: “la incredibile lacuna nel programma europeo è che non c’è nessun progetto di qualcosa di analogo, in termini comunitari, di un governo centrale… Se un paese o regione non ha alcun potere di svalutare, e se non può beneficiare di un sistema di trasferimenti fiscali che tendano ad eguagliare le condizioni, allora non c’è nulla che possa impedirgli di soffrire di un processo di declino cumulativo e definitivo che alla fine farà sì che l’emigrazione sia l’unica alternativa alla povertà e all’inedia.” Nel 2001 Arestis e Sawyer hanno posto la questione se l’euro avrebbe causato una crisi in Europa, e hanno risposto di sì. Ma in economia avere ragione non conta – ciò che paga è dire ciò che i mercati vogliono sentire.

 

*University of Utah, USA. Traduzione a cura della redazione di economicaepolitica.it.

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Auri Sacra Fames

Posted on 12 novembre 2010 by admin

Dopo il crollo del sistema di Bretton Woods, nel 1971, economisti e politici liberisti hanno costantemente auspicato il ritorno a forme di regolazione delle relazioni monetarie internazionali fondate sull’oro. È con questo spirito che il presidente della Banca Mondiale, Robert Zoellick, nel momento più acuto della guerra delle monete che sconvolge i mercati valutari, ha proposto ai paesi riuniti al G20 di Seoul una vera e propria agenda per istituire un nuovo ordine monetario internazionale fondato sulla centralità dell’oro. E poiché la Banca Mondiale è – con il Fondo Monetario Internazionale – il pilastro su cui si costruisce l’attuale assetto delle relazioni monetarie internazionali, la proposta di Zoellick ha riscosso grande attenzione e riavviato il dibattito tra economisti e politici sulla possibilità di una restaurazione, anche in forme innovative, del sistema aureo.

Vediamo allora in dettaglio cosa ha proposto Zoellick – già nel suo articolo del 7 novembre apparso sul Financial Times – per superare l’attuale regime di cambi flessibili più o meno controllati. Il nuovo sistema, scrive Zoellick, “dovrà coinvolgere il dollaro, l’euro, lo yen, la sterlina e un renminbi che si muova verso l’internazionalizzazione” e “dovrebbe anche prendere in considerazione di impiegare l’oro come punto di riferimento internazionale su inflazione, deflazione e futuri valori monetari”. In sintesi, le principali monete dovrebbero essere in qualche modo ancorate di nuovo all’oro, in modo da limitare il potere discrezionale delle banche centrali (che la Federal Reserve sta esercitando pienamente) e assicurare la stabilità dei prezzi mondiali. Il ritorno all’oro – a parere di Zoellick – è stato già implicitamente realizzato dall’ordine spontaneo del mercato, visto che il metallo giallo è sempre di più utilizzato “come asset valutario alternativo”.

Per il momento la proposta di Zoellick sembra, fortunatamente, non essere stata presa in grande considerazione al vertice di Seul. Le conclusioni di compromesso del summit mostrano che il tempo di una riforma del sistema monetario internazionale è ancora lontano.

E tuttavia, anche se apparentemente isolata, la posizione di Zoellick è molto indicativa delle preoccupazioni circa quanto sta avvenendo sul mercato monetario. La Fed, anche per rispondere alla politica di sottovalutazione dello yuan condotta dalla Cina, sta pompando liquidità nel sistema. Per il secondo trimestre del 2011, la Fed inietterà nel sistema finanziario altri 600 miliardi di dollari, mediante l’acquisto di titoli di Stato. Di fronte a questa massa di liquidità si moltiplicano le preoccupazioni per la stabilità monetaria e per i “pericolosi” effetti distributivi, favoriti dall’inflazione, a danno delle rendite finanziarie. E perciò Zoellick propone “l’ancora solida” rappresentata dall’oro.

A ben vedere, Zoellick è l’ennesimo adoratore del “vitello d’oro”, l’ultimo ad essere rapito dal mito del gold standard, il regime monetario che dagli anni Venti è stato presentato come una sorta di terra dell’Eden da riconquistare. Negli ultimi venti anni una copiosa letteratura, analizzando le ragioni del successo del gold standard nel periodo della Belle Epoque, ha provato a fornire nuovi argomenti teorici su cui fondare i progetti di restaurazione del monometallismo aureo; sostenendo che il sistema aureo sarebbe l’unico regime monetario in grado di definire regole automatiche, limitare le scelte discrezionali dei governi, garantire un quadro macroeconomico stabile fondato su relazioni internazionali simmetriche.

Eppure, nonostante gli sforzi dei sostenitori del ritorno al gold standard, il ripristino del monometallismo aureo non appare oggi come una strada precorribile e auspicabile.

Per cominciare, ci sono molti dubbi sulla effettiva capacità del gold standard di funzionare come sistema automatico, eliminando l’intervento discrezionale dei governi. Secondo i sostenitori del ritorno al gold standard, se le autorità monetarie si impegnassero a convertire la moneta in oro ad un prezzo fisso, la circolazione monetaria sarebbe interamente regolata dall’ammontare delle riserve auree disponibili. In questo regime, le aspettative inflazionistiche sarebbero estremamente ridotte, o addirittura nulle, e questo assicurerebbe prezzi stabili e saggi di interesse bassi. L’obbligo della convertibilità viene visto come una sorta di efficace disciplina alla discrezionalità del governo. Tuttavia, ad un esame più approfondito della vicenda storica del gold standard, il nesso stabilito tra il regime aureo e l’assenza di discrezionalità delle autorità monetarie non risulta confermato. Infatti, le banche centrali manovravano il tasso di sconto per correggere, con l’afflusso di capitali, crisi di liquidità nel breve periodo e impedire la fuoriuscita di riserve auree. In definitiva, sul piano concreto, il sistema monetario delle Belle Epoque non ha mai funzionato secondo la descrizione della teoria classica del gold standard. E funzionerebbe negli stessi termini se dovesse essere mai ripristinato; con forti squilibri nella distribuzione dell’oro e una insufficiente offerta di liquidità internazionale che condurrebbe all’uso di monete-chiave internazionali, come il dollaro, per sopperire alla mancanza di liquidità internazionale. Nella sostanza, l’evoluzione prevedibile sarebbe come quella che ha condotto al dollar standard degli anni Sessanta, anche se il nostro “dollaro” potrebbe essere questa volta composto da un paniere di monete più importanti (come lo stesso Zoellick propone).

A rendere impossibile qualsiasi sviluppo simmetrico sarebbe inoltre la stessa distribuzione internazionale delle riserve auree, che dalla fine della Prima Guerra Mondiale è fortemente concentrata. Attualmente, infatti, circa il 79% delle riserve è in possesso delle banche centrali di 11 paesi (su 109), e la sola Federal Reserve custodisce ben il 26,63% delle riserve auree mondiali[1].

Una riforma del sistema monetario che tentasse di ristabilire il principio della convertibilità aurea sarebbe quindi fortemente condizionata dall’attuale assetto proprietario delle riserve.

Ma anche se sul ripristino del gold standard si formasse un ampio consenso politico internazionale resterebbe il rilevante problema tecnico del livello a cui fissare il prezzo ufficiale dell’oro sul quale andrebbe definita la futura convertibilità (il cosiddetto re-entry problem).Il problema della determinazione del prezzo ufficiale dell’oro è strettamente connesso alla possibilità di stabilizzare il suo valore sul mercato. Dall’inizio degli anni Sessanta, lo sviluppo di un mercato privato dell’oro parallelo a quello ufficiale delle banche centrali ha reso estremamente difficile un efficace controllo del prezzo del metallo giallo. Il controllo del prezzo ufficiale dell’oro può essere efficace solo a condizione che la domanda e l’offerta che regolano il mercato privato siano in qualche modo stabili o almeno prevedibili. Sul mercato privato, l’oro è richiesto come materia prima per fini produttivi e come attività finanziaria. La componente per fini produttivi costituisce la parte più rilevante della domanda di oro (circa l’80%) ed è anche quella più stabile e prevedibile, essendo interamente determinata dal reddito mondiale e dall’andamento del prezzo dell’oro, e per questo essa conserva una capacità stabilizzatrice. Diversamente, la domanda a fini di investimento, pur essendo limitata nella sua consistenza, per l’eterogeneità delle sue determinanti, si presenta intrinsecamente instabile ed è all’origine di ampie fluttuazioni del prezzo dell’oro. A fronte, quindi di una offerta sostanzialmente rigida e di una domanda per fini produttivi prevedibile, il prezzo dell’oro fluttua per effetto della mutevole domanda per fini di investimento[2], che è caratterizzata, oggi più che mai, da una forte componente speculativa. Questa particolare evoluzione della domanda si è sviluppata dagli anni Settanta per effetto di fattori quali l’inflazione, l’instabilità dei cambi, le tensioni politiche internazionali che tendono a rafforzare il ruolo dell’oro come bene rifugio.

Nell’ultimo decennio il ruolo dell’oro come bene rifugio si è enormemente accresciuto determinando il continuo incremento del suo prezzo. Dal 2002, in seguito allo sgonfiarsi della bolla speculativa della new economy, il prezzo di mercato (in dollari) dell’oro si è rivalutato del 257%. I capitali in fuga dalla new economy si sono diretti prima verso i mercati immobiliari e poi, dopo lo scoppio della bolla dei suprime, verso i mercati delle materie prime (il petrolio in primo luogo) e dei generi alimentari, per confluire infine, dopo il crollo dei prezzi su questi mercati nel novembre 2008, sul mercato dell’oro, dove il prezzo del metallo giallo continua a crescere, è ha superato la soglia “psicologica” dei mille dollari per oncia[3]. In questi stessi anni, per effetto della recessione mondiale e dello stesso aumento del prezzo dell’oro, se ne è ridotta sensibilmente la domanda per usi industriali (-20 % tra il 2007 e il 2009) e ancor di più è diminuita la domanda per la produzione di gioielli (-27 %). Di contro è drasticamente aumentata la domanda di oro per investimenti (del 95%).

Una riforma monetaria in direzione della convertibilità aurea delle moneta dovrebbe preliminarmente stabilizzare il mercato aureo riducendo fortemente la sua componente speculativa. Operazione estremamente difficile, che richiederebbe di fatto la chiusura del libero mercato privato dell’oro. Ma in questo caso le presunte virtù stabilizzatrici automatiche della merce-moneta cesserebbero di funzionare e vi sarebbe una regolazione politica del prezzo dell’oro. E poco cambierebbe rispetto all’attuale sistema di moneta fiduciaria regolata politicamente.

Resterebbe poi l’enorme ostacolo della sproporzione tra la quantità di dollari in circolazione nel mondo, che alimenta la liquidità internazionale, e la consistenza delle riserve auree. Il problema di ristabilire l’equilibrio tra moneta segno (il dollaro) e le riserve auree, potrebbe essere risolto ovviamente solo attuando drastiche e drammatiche deflazioni. Evento che negli anni Venti fu parzialmente scongiurato con il ricorso al gold exchange standard, cioè ridando legittimità all’uso di moneta fiduciaria, anche se indirettamente legato all’oro.

Insomma, nonostante la sua immediata semplicità, in definitiva, il progetto di restaurazione di sistemi diretti o indiretti a convertibilità aurea è allo stato attuale solo una pericolosa minaccia per fondare politiche di stabilizzazione conservatrici sul piano interno e, a livello internazionale, per imporre una sorta di disciplina ai paesi emergenti (poveri d’oro). Il pensiero conservatore vorrebbe ritrovare il suo mito perduto: Auri sacra fames!

 

[1] Secondo stime del World Gold Council, le banche centrali posseggono il 18% dello stock mondiale aureo.
[2] L’investimento in oro cartaceo (paper gold) negli ultimi anni è divenuta una quota sempre più importante della domanda.
[3] Soglia toccata l’8 settembre del 2009 al prezzo di 1000,75 dollari per oncia.

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La discreta sorveglianza della Fed

Posted on 23 gennaio 2009 by admin

Per molti economisti la crisi del 1929 fu in gran parte causata dalla decisione della Federal Reserve (Fed), adottata due anni prima, di abbassare il saggio di sconto dal 4 al 3,5 per cento. Con questa politica monetaria accomodante, la maggiore liquidità a disposizione delle banche fu utilizzata per finanziare (con mutui) l’acquisto di titoli azionari da parte dei privati alimentando nei due anni seguenti il boom speculativo di Wall Street. Anche oggi di fronte a questa grave crisi finanziaria la storia sembra ripetersi. La ricerca del capro espiatorio, sport preferito dall’opinione pubblica americana, conduce alla responsabilità della Fed, o più precisamente alla politica accomodante e di deregulation che ha caratterizzato la gestione di Alain Greenspan, alla guida della Fed tra il 1987 e il 2006.

Al di là delle precise responsabilità che sono ancora oggetto di dibattito, il rapporto tra l’opinione pubblica statunitense e la “sua” banca centrale è stato sempre controverso.

Gli Stati Uniti sono tra gli ultimi paesi ad economia di mercato ad aver istituito una banca centrale. Il sistema della Fed fu varato solo nel 1913, dopo che due precedenti esperienze di central banking (tra il 1791 e il 1836) erano state drasticamente “chiuse” dal Congresso perché entrate in conflitto con il potere delle banche locali. Il central banking negli Stati Uniti per tutto il XIX secolo fu considerato dai politici come un usurpazione delle funzioni fondamentali del Congresso (a cui la costituzione affida la responsabilità della politica monetaria) e dal mondo finanziario uno strumento di ingerenza nella liberta di impresa. La legge del 1864-1865, dopo un periodo di sfrenato free banking, confermando l’autonomia monetaria dei singoli Stati dell’Unione, si limitò ad istituire un Controllore Generale della circolazione di nomina presidenziale.

L’assenza di una banca centrale in un importante mercato monetario come gli Stati Uniti fu una delle principali cause di instabilità finanziaria mondiale per tutta la seconda metà del XIX. La frequente carenza di liquidità dovuta alla mancata sincronizzazione dei flussi monetari tra i territori dell’Est, dove si concentrava il settore industriale, e l’Ovest agricolo, e l’estrema frammentazione del sistema bancario, esposero il mercato finanziario degli Stati Uniti a crisi ricorrenti, che furono la caratteristica peculiare della storia monetaria americana nel XIX secolo.

Fu solo dopo la grave crisi finanziaria del 1907 che il Congresso si convinse ad istituire nel 1913 il Federal Reserve System, che appare nella sua struttura un compromesso tra l’esigenza di autonomia del sistema creditizio privato e la necessità del controllo e della vigilanza in nome dell’interesse pubblico. Il sistema infatti associa alle dodici banche della riserva federale anche le banche private, distinte rigidamente in base alla tipologia operativa. E non si tratta di una partecipazione formale, perché le banche della Riserva Federale in ogni distretto sono amministrate da un Consiglio dei Direttori che è nominato per un terzo dalle banche private, per un altro terzo dai rappresentati del settore agricolo, industriale e commerciale del distretto e per una altro terzo dall’organo centrale di governo della Fed, il Board of Governors. Per questo motivo la Fed è stata definita come government entity with private components, o come un’istituzione quasi-public. I suoi poteri rispetto al sistema finanziario si sono accresciuti sempre in seguito a gravi crisi. Così, tra il 1932 e il 1933, il suo carattere di istituzione pubblica fu decisamente accentuato con l’inserimento nello Statuto degli obiettivi della politica monetaria rivolta alla massima occupazione, alla stabilità dei prezzi, al mantenimento di tassi di interesse moderati nel lungo termine, e alla promozione di una crescita economica sostenibile.

Negli anni Sessanta la Fed divenne il pilastro della politica interventista “keynesiana” dell’amministrazione democratica, suscitando le proteste del mondo finanziario che lamentavano l’asservimento della politica monetaria a obiettivi di natura politica. Alla fine degli anni Settanta con la svolta che portò Paul Volker alla presidenza del Board of Governors, la Fed accentuò maggiormente la sua indipendenza dal potere politico divenendo l’attivo protagonista delle politiche di rientro dall’inflazione (ridotta drasticamente tra il 1981 e il 1983 dal 13,5% al 3,2%), assumendo il ruolo di “paradigma” delle severe politiche monetariste e dell’implacabile offensiva neo-conservatrice. Anche se Volcker era fondamentalmente un “uomo di Wall Street”, la drastica riduzione dell’offerta di moneta (la cui conseguenza fu una recessione che ridimensionò fortemente il peso dei sindacati dando via libera alla restaurazione neoconservatrice) e la maggior regolamentazione del mercato creditizio furono mal sopportate dagli ambienti finanziari che cominciarono ad elaborare strumenti alternativi per aggirare le restrizioni. Proprio all’inizio degli anni Ottanta cominciò a delinearsi la cosiddetta nuova finanza, costituita da mercati paralleli a quello ufficiale che si ponevano al di fuori di qualsiasi forma di regolamentazione. Anche quando la Fed si è presentata come lo strumento più importante per garantire l’attuazione di politiche sociali conservatrici, il mondo degli affari degli Stati Uniti ha quindi sempre giudicato con diffidenza il suo ruolo perché sostanzialmente al di fuori del contesto naturale del libero gioco delle forze di mercato.

La gestione di Greenspan (alla guida della Fed tra il 1987 e il 2006) non è stata altro che il punto terminale di una tradizione che considera l’esercizio del credito come una normale attività imprenditoriale, che è quindi preferibile lasciare alle libere forze del mercato. Una visione che negli ultimi decenni è stata rafforzata da teorie che tendevano a riaffermare la validità del free banking di fronte all’ingerenza del potere pubblico regolatore. Dalla fine degli anni Settanta si è svolto un serrato dibattito, ispirato da alcuni lavori pionieristici di Hayek, sulla natura delle banche centrali: vari contributi (sulla scia dell’importante saggio di Klein del 1974 sull’offerta di moneta “competitiva”) hanno messo in discussione la necessità dell’esistenza e delle funzioni di un organismo regolatore come la banca centrale. Questa letteratura teorica è stata accompagnata da una grande quantità di studi storici (sulle orme dei lavori di Rockoff sul periodo del free banking) che hanno analizzato esperienze concrete di free banking e riflettuto sulle circostanze che hanno portato al loro fallimento rendendo necessaria la “scomoda” tutela di una banca centrale. E non a caso l’esempio più studiato è l’esperienza storica degli Stati Uniti.

La “discrezione” con cui Greenspan ha sorvegliato lo sviluppo tumultuoso dei mercati finanziari negli ultimi due decenni, attraversando tre bolle speculative (nel 1987, nel 1998-2000 e ancora tra il 2003 e il 2005) non è quindi avulsa dal contesto storico ed è stata molto funzionale ai desideri delle lobby finanziarie e dei loro rappresentati al Congresso, e ha raccolto ampio consenso nell’opinione pubblica affascinata dal mito della ricchezza facile. Greenspan ha perseguito una politica tollerante per ridurre al minimo il peso e il ruolo dell’istituzione che era chiamato a dirigere. Sotto la sua discreta vigilanza i mercati dei derivati e di strumenti finanziari sempre più complessi hanno goduto di una assoluta deregolamentazione; le banche d’affari hanno avuto una straordinaria libertà d’azione; la crescita anormale degli indici azionari è stata volutamente sottovalutata e benevolmente considerata come una manifestazione di esuberanza irrazionale. Una politica monetaria in grado di assicurare liquidità abbondante in un contesto di inflazione contenuta e di una costante, anche se moderata, tendenza alla crescita, ha creato un ambiente favorevole alle tendenze speculative che hanno caratterizzato il mercato finanziario americano. Con una certa soddisfazione gli ambienti di Wall Street indicavano la politica del governatore con l’espressione Greenspan put per indicare il “senso di “protezione” che la Fed forniva alle esuberanti attività dei mercati finanziari (il put, infatti, è una opzione che permette al possessore di un titolo di venderlo a terzi a prezzo prefissato in qualsiasi circostanza) e che si esprimeva attraverso riduzione dei tassi d’interesse e iniezioni di liquidità ai primi segni di rallentamento. Una politica che portava vantaggi anche al resto del mondo, dato che gli Stati Uniti assumevano il ruolo di “grande consumatore” mondiale di capitali e merci, favorendo quello che lo stesso Bernanke non ha esitato a definire un nuovo equilibrio monetario mondiale (significativamente chiamato Brettoon Woods 2) .

Ma ormai il Greenspan party è finito, e la gestione della sua pesante eredità spetta al suo successore Bernanke. Studioso ossessionato dal problema della deflazione, Bernanke, fino ad ora, non si è discostato molto nella gestione di questa crisi dal modello Greenspan (e per questo si è parlato anche di un Bernanke put), adottando gli stessi strumenti del suo predecessore con il ricorso ad iniezioni di liquidità e alla riduzione dei tassi d’interessi. Una strategia che è stata spinta al suo estremo dalla Banca del Giappone (proprio su consiglio della Fed) che per un decennio tra il 1995 e il 2006 ha tenuto i tassi di sconto in prossimità dello zero con l’obiettivo di contrastare una grave crisi finanziaria innescata dal crollo del mercato immobiliare (con una dinamica che per certi aspetti è simile a quella attuale). La riduzione del tasso sui Fed Fund, portato il 16 dicembre 2008 in una banda di oscillazione tra 0 e 0,25%, il minimo storico negli Usa, appare del tutto in linea con questo modello ampiamente sperimentato, sulla cui efficacia il dibattito è ancora aperto. E’ comunque chiara la volontà di promuovere una politica monetaria espansiva, una scelta che in un altro contesto avrebbe “assicurato” Wall Street, ma che di fronte al grande falò distruttivo acceso dalla crisi dovrà esser necessariamente accompagnata da altre più radicali misure. Quello che è certo che Bernanke è ancora il miglior garante dell’autonomia di Wall Street. Nello scorso novembre, di fronte alla richiesta di una Commissione del Congresso di conoscere i nomi delle banche che hanno fatto ricorso ai programmi speciali di prestito, Bernanke si è rifiutato di collaborare, chiedendo alle autorità politiche di derogare a ogni obbligo di trasparenza in nome della “difesa” dell’immagine delle istituzioni bancarie coinvolte. Una affermazione che molti hanno definito sconcertante di fronte al disastro che è sotto i nostri occhi.

Saremo molto probabilmente testimoni di una nuova fase della vita della Fed e di una rinnovata stagione di regolamentazioni, indotte dalla circostanze drammatiche della crisi, ed è molto probabile che in seno alla nuova leadership si apriranno delle contraddizioni sul ruolo da attribuire a quella che sarà la nuova Fed, ed è a questo che lascia pensare il peso attribuito a Volcker nella nuova amministrazione di Obama. Ma si può essere certi che passata la tempesta, il mondo della finanza americana vorrà liberarsi di ogni soffocante tutela per gettarsi ancora a capofitto nell’esuberanza irrazionale del libero mercato.

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