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Le ombre sul futuro dell’Ilva

Posted on 03 giugno 2014 by admin

ilvaIl governo italiano sta per aprire nuovamente il dossier Ilva. L’attenzione di Renzi è concentrata sul Piano industriale, completato di recente dal commissario della società Enrico Bondi. Il documento dovrebbe fissare le direttrici per un’azione finalizzata al risanamento ambientale e alla ristrutturazione industriale. A guardar bene, tuttavia, il testo presenta numerose incognite.

I problemi non riguardano soltanto le prospettive di investimento. Le difficoltà si ravvisano anzitutto nel consuntivo degli ultimi due anni. Vari indicatori segnalano che la società è in pessime acque. Nel biennio 2012-2013 il Margine operativo lordo di Ilva (cioè la differenza fra ricavi e costi, inclusi quelli relativi al personale) ha fatto registrare andamenti negativi. La tendenza sembra dipendere dal fatturato per unità prodotta, che è risultato sensibilmente inferiore a quello dei principali concorrenti europei. Il dato segnala la collocazione dell’azienda in segmenti di mercato relativamente “poveri”, che risentono particolarmente della crisi dei consumi e dell’aspra concorrenza che attualmente caratterizza il mercato siderurgico europeo. A conferma di ciò si registra il ridimensionamento della quota di mercato di Ilva nel campo dell’automotive: meno trenta percento rispetto al 2007.

Questi dati fanno emergere tutta la complessità della questione Ilva: nei prossimi anni l’azienda non dovrà affrontare solo la sfida del risanamento ambientale ma anche quella, per troppo tempo ignorata, dell’innovazione tecnica. Le cifre parlano chiaro: dei 4,1 miliardi di Euro stimati dal Piano per il programma di investimenti di qui al 2020, il 43% (1,75 mld) fa riferimento a innovazioni di processo e di prodotto necessarie al gruppo, nel lungo periodo, per cercare di recuperare il gap competitivo con i concorrenti. Evidentemente fino ad oggi l’azienda ha basato la propria competitività sui risparmi ottenuti sul fronte della sicurezza e della tutela della salute, ignorando sistematicamente il progresso tecnico. L’ambito in cui tale strategia ha mostrato maggiormente i suoi limiti è quello della gestione delle risorse energetiche: una delle cause delle emissioni diffuse e incontrollate al centro dell’inchiesta della magistratura tarantina, ma anche una delle principali aree di perdita economica, che il Piano si propone di risanare già nel prossimo biennio. Tuttavia gli interventi prospettati dal commissario Bondi rischiano di giungere “fuori tempo massimo”, a fronte di un contesto di mercato caratterizzato dall’atteggiamento quanto mai aggressivo dei concorrenti.

Ma le cattive performances recenti non dipendono solo dalle inefficienze e dai limiti tecnologici accumulati nel tempo. Accanto a questi elementi occorre considerarne un altro. Con l’allontanamento dei Riva e dei loro fiduciari dalla gestione aziendale si è manifestato un sostanziale vuoto di potere nello stabilimento di Taranto; una parte degli attuali quadri intermedi si è posta di traverso alla struttura commissariale, attuando azioni al limite del boicottaggio. Queste hanno avuto ripercussioni negative sulla qualità dei prodotti e sul rispetto dei tempi di consegna, che ora il Piano si propone di correggere. Tuttavia, senza una rinnovata struttura manageriale e – verrebbe da dire – senza una cultura produttiva profondamente diversa da quella che fino ad oggi ha prevalso in azienda, risulta difficile immaginare di poter conseguire risultati significativi su questo fronte.

Infine, c’è da considerare il complesso di incognite legate alle soluzioni finanziarie prospettate dallo staff di Bondi. Stando al Piano, la ricapitalizzazione di 1,8 miliardi chiesta alla famiglia Riva e, in subordine, ad altri eventuali investitori, servirà in buona parte a compensare le perdite che si prospettano per il triennio 2014-2016 (un miliardo circa). Il restante fabbisogno finanziario (che ammonta nel complesso a 3,5 miliardi) sarà coperto per 500 milioni da risorse generate all’interno, a seguito del miglioramento del margine operativo lordo, e per 1,5 miliardi da nuove linee di credito a breve. Affinché l’azienda nei prossimi tre anni realizzi il suddetto margine sarebbe tuttavia necessario, assieme al conseguimento degli obiettivi di efficienza interna, un incremento medio annuo del fatturato dell’1%. Un’eventualità tutt’altro che scontata. Anche in presenza di tali risultati, si porrebbe in ogni caso un problema legato all’indebitamento. Le nuove e le vecchie linee di credito lascerebbero in eredità alla gestione post-commissariale esborsi in forma di oneri finanziari pari complessivamente a un miliardo circa per il periodo  2017-2020. Per compensare tali flussi, insieme alla restante parte degli investimenti, il Piano presuppone per lo stesso periodo livelli di margine operativo lordo che di recente Ilva è riuscita a raggiungere solo in fasi di mercato particolarmente felici e sfruttando fino quasi al limite la capacità produttiva (ad esempio nel 2006-2007). Se l’ottimismo dei redattori del Piano non dovesse trovare conferma, la società rischierebbe quindi di avvitarsi in una spirale debitoria dagli esiti nefasti: perdite generate da elevati oneri finanziari verrebbero colmate da ulteriori debiti, che a loro volta determinerebbero un incremento degli oneri, e così via. Si ha quindi l’impressione che la cifra stabilita dal Piano per la ricapitalizzazione sia stata fatta coincidere in maniera meccanica col montante interessato dal sequestro, mettendo in secondo piano le esigenze future dell’azienda. Da quanto detto, si possono ricavare alcune considerazioni.

In primo luogo, nei prossimi anni Ilva dovrà realizzare robusti investimenti in una fase di mercato caratterizzata da accesa concorrenza, la cui manifestazione più evidente è data da un’intensa pressione al ribasso sui prezzi. I “ritardi” accumulati dall’azienda fino a questo momento sul piano tecnologico e il contestuale progressivo arretramento della stessa nei segmenti di mercato più profittevoli avranno nell’immediato due effetti: da una parte, esborsi per investimenti relativamente elevati; dall’altra, ricavi ancora tendenzialmente bassi. In questo contesto è irrealistico aspettarsi performance operative tali da coprire in misura significativa gli sforzi finanziari richiesti dal Piano. Tantomeno si può pensare di ampliare oltremodo l’indebitamento a breve per far fronte alle eventuali urgenze (soprattutto in considerazione delle condizioni di accesso al credito attualmente vigenti nel nostro paese). Sarebbe piuttosto auspicabile una ricapitalizzazione che tenga conto delle incognite a breve e lungo termine, accanto al ricorso a linee di credito straordinario (che il Piano non considera), contrattate sia con le autorità nazionali che con quelle comunitarie (rispettivamente Cassa Depositi e Prestiti e Bei). Per favorire quest’ultimo intervento andrebbe però archiviata quanto prima la procedura d’infrazione che la Commissione si appresta ad istruire sul caso Ilva; risulta pertanto indispensabile presentare a Bruxelles un Piano serio e realistico.

In secondo luogo, gli obiettivi prospettati dal Piano in termini di innalzamento della qualità dei prodotti e di rispetto dei tempi di consegna presuppongono una nuova compagine manageriale autorevole e credibile. Quanto fatto da Bondi fino ad oggi è evidentemente insufficiente a fronte della portata dei problemi in campo. Una strategia organica in questo ambito esige una definizione chiara degli asset proprietari e l’impegno, da parte di chi assumerà il controllo della “nuova Ilva”, a esprimere una cultura manageriale profondamente diversa da quella prevalsa fino ad oggi. La questione di chi sottoscriverà la ricapitalizzazione dell’azienda non può dunque essere dissociata da questo elemento.

Più in generale, il governo italiano dovrebbe esprimersi chiaramente in merito al futuro di un settore che rischia di subire a breve un secco ridimensionamento. Come si è rilevato di recente, uno dei limiti principali della siderurgia italiana oggi è l’eccessiva frammentazione, a fronte dell’elevato grado di concentrazione che caratterizza i principali concorrenti europei. Questa situazione è figlia di scelte fatte con il processo di privatizzazione degli scorsi decenni, che oggi rivelano tutta la loro miopia. In conclusione, per il rilancio della siderurgia nazionale la sfida da fronteggiare oggi è duplice: da un lato evitare gli errori del passato, e dall’altro valutare le conseguenze di eventuali acquisizioni aggressive da parte di altri operatori, interessati più a togliere di mezzo i rispettivi concorrenti che a finanziare e gestire ambiziose ristrutturazioni.

  *Università di Verona 

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No a una nuova dismissione nel Mezzogiorno

Posted on 08 giugno 2010 by admin

Tornano a fare notizia a livello nazionale le vicende in corso all’Ilva di Taranto, sia per la ritrovata combattività rivendicativa di larga pare dei suoi dipendenti, e sia per il sempre più acceso dibattito avviato da tempo nel capoluogo ionico sull’impatto ambientale del grande sito produttivo e persino sulla prosecuzione del suo esercizio, che una frangia di ambientalisti locali vorrebbe far dismettere nella sua interezza, o almeno nell’area a caldo, mediante un referendum cittadino (peraltro consultivo) per la cui indizione da parte dell’Amministrazione comunale si stanno raccogliendo le firme necessarie.

Il 14 maggio si è svolto uno sciopero indetto dalle segreterie di Fiom Fim e Uilm per il rinnovo del contratto integrativo scaduto nel 2008. Sarebbe stata una giornata di lotta come tante altre del passato – e come tale non particolarmente memorabile – se non fosse accaduto che questa volta, dopo molti anni, la partecipazione dei lavoratori è stata particolarmente alta grazie alla discesa in campo anche di molti giovani operai assunti nell’ultimo decennio, ma poco sindacalizzati e ancor meno politicizzati, che in precedenza si erano mostrati restii a mobilitarsi. Si consideri, al riguardo, che dopo l’ingresso in fabbrica avvenuto il 1° maggio 1995 del nuovo management del Gruppo Riva all’indomani della privatizzazione – a partire dal luglio del 1997, insieme al pensionamento di molti dipendenti per raggiunti limiti di età, in applicazione delle normative sull’amianto sono stati accompagnati alla pensione altri 7.800 operai e tecnici al cui posto sono entrate – in questo che è il più grande stabilimento siderurgico a ciclo integrale d’Europa per pmp (produzione massima possibile) e la maggior fabbrica manifatturiera italiana per numero di addetti diretti – molte migliaia di giovani[1] che hanno consentito di abbassare l’età media di coloro che lavorano nell’impianto, portandola a 33 anni.

Inoltre, nel mentre proseguiva in città il confronto vivace e a tratti molto teso fra i movimenti ambientalisti, le Istituzioni locali, la Regione, l’Arpa, i Sindacati, la Confindustria e gli organi di informazione sulle problematiche prima richiamate riguardanti l’impatto sull’ecosistema del Siderurgico e delle altre grandi industrie insediate in città, (raffineria dell’Eni, cementificio della Cementir, centrali elettriche), nelle settimane precedenti lo sciopero del 14 maggio 650 operai ‘precari’ dell’Ilva – 150 interinali in scadenza e 500 con contratto a tempo determinato, al momento disoccupati – avevano manifestato presso i cancelli della fabbrica, chiedendo di esservi assunti a tempo indeterminato. Già da mesi peraltro questi lavoratori stanno premendo in tal senso, chiedendo anche l’aiuto di Comune e Provincia che hanno loro assicurato il proprio interessamento. Le Organizzazioni Sindacali a loro volta hanno avviato una trattativa con la Direzione aziendale che, da quanto si è letto sulla stampa, sarebbe disponibile – il condizionale è d’obbligo – ad assumere però solo coloro che abbiano svolto almeno 24 mesi di attività nello stabilimento.

Questi due eventi, comunque – lo sciopero per il rinnovo del contratto integrativo e le manifestazioni dei precari finalizzate all’assunzione – a prescindere dal loro esito affidato al confronto anche duro fra le controparti, delineano una dialettica che, pur essendo tornata conflittuale dopo lungo tempo, rientra tuttavia nella fisiologia delle relazioni industriali nella più grande fabbrica in esercizio nel Mezzogiorno e nel Paese, anche se al momento essa non può dispiegare al massimo le sue potenzialità produttive, a causa di una domanda di coils, lamiere e tubi in acciaio che, non solo non è tornata ai livelli massimi del 2007 e della prima metà del 2008, ma sta nuovamente rallentando dopo gli incoraggianti segnali di rilancio registrati nel primo trimestre dell’anno in corso.

Ma, come si diceva in precedenza, in queste settimane a Taranto un’associazione ambientalista sta raccogliendo le firme necessarie per lo svolgimento di un referendum (consultivo) sulla chiusura dell’impianto, o almeno della sua area a caldo; si vorrebbe cioè da parte dei promotori della consultazione far cessare la produzione, o ridurla significativamente, proprio in quello stesso sito industriale in cui, invece, i suoi dipendenti scioperano per salari più elevati ed altri lavoratori vorrebbero esservi assunti a tempo indeterminato. Insomma, non potrebbe esservi contraddizione più stridente fra la legittima domanda di un salario maggiore e il diritto all’occupazione di chi già è in azienda – o vuole ritornarvi a produrre – e chi, invece, chiede che quella stessa fabbrica venga chiusa, o almeno ridimensionata con la dismissione della sua area a caldo, che comporterebbe anch’essa una pesante contrazione produttiva e occupazionale.

Confindustria e Sindacati – ma anche la stessa Regione Puglia, con il rieletto Presidente Nichi Vendola e l’Arpa, l’Agenzia regionale per l’ambiente – si sono dichiarati contrari al referendum, sottolineando come le questioni dell’impatto ambientale della grande acciaieria stiano trovando ormai da tempo efficaci soluzioni grazie ai massicci investimenti sinora realizzati dal Gruppo Riva che – per il solo miglioramento dell’ecosostenibilità – sono ammontati fra il 1995 e il 2008 a 907,5 milioni di euro, cui si aggiungeranno quelli già programmati per i prossimi anni e che, non lo si dimentichi, sono sempre stati totalmente autofinanziati. Nel periodo 1995-2009 poi gli investimenti globali del Gruppo nel sito di Taranto – per manutenzioni ordinarie e straordinarie, revamping di singoli impianti, ammodernamento di tecnologie di processo ed inclusivi di quelli per la riduzione dell’impatto sull’ecosistema e la sicurezza sul lavoro – sono ammontati ad oltre 4 miliardi di euro[2].

Ma ci sono anche altri dati riguardanti l’Ilva su cui bisogna riflettere attentamente: Taranto e la sua provincia, qualora si dismettesse il suo sito siderurgico, possono privarsi di 11.876 posti di lavoro diretti[3], cui si aggiungono 2.703 unità fra gli indiretti? E il solo capoluogo può privarsi di 4.021 dipendenti dell’Ilva, cui si uniscono 676 indiretti residenti in città? E quali concrete alternative offre oggi il mercato del lavoro cittadino e dell’hinterland a chi perdesse il lavoro in questa fabbrica?

E la provincia può rinunciare a 219 milioni di stipendi netti[4], quanto corrisposto cioè dall’Ilva nel 2008 ed equivalenti ad un reddito medio annuo pro-capite di un dipendente di 21.222 euro, calcolato come valore medio per inquadramento ed anzianità aziendale? E il territorio può rinunciare ad un impianto che dal 1995 al gennaio 2010 ha corrisposto ben 2 miliardi e 437 milioni di euro di subforniture a favore di 929 aziende iscritte alla locale Camera di Commercio[5]?

Ed ancora, si può dismettere un opificio che alimenta il 76%, ovvero i ¾ della movimentazione del porto, che assicura gettito anche agli Enti locali per il pagamento delle imposte ad essi dovute, e le cui vendite all’estero rappresentano ormai da anni la prima voce dell’export pugliese[6], nonché il cardine di una sezione strategica dell’industria meccanica italiana?
Non sarebbe allora più giusto – raccogliendo le legittime sollecitazioni della popolazione e dei settori più accorti dell’ambientalismo locale per un ulteriore contenimento dell’impatto sull’ecosistema di questa grande fabbrica – proseguire sulla strada degli interventi impiantistici concordati con l’azienda nelle sedi competenti (Ministero dell’Ambiente, Regione) alla luce delle normative vigenti e delle prescrizioni ad esse connesse, volte a migliorarne l’ecosostenibilità, evitando veri e propri salti nel buio ai suoi dipendenti, alla città, al territorio che vi gravita intorno e all’intera economia pugliese?

Tuttavia, ove malauguratamente un determinato pronunciamento referendario – peraltro non facilmente traducibile poi in un atto esecutivo di chiusura dell’intero impianto o della sua area a caldo – concorresse comunque a determinarlo, il capoluogo ionico vivrebbe una situazione già conosciuta a Napoli con la dismissione dell’impianto siderurgico di Bagnoli, avvenuta a partire dall’ottobre del 1991, per decisione governativa ‘imposta’ dalle Autorità comunitarie, nell’ambito dei piani di ristrutturazione e privatizzazione della siderurgia pubblica italiana. Le conseguenze? Smantellamento di una grande fabbrica in cui alcuni anni prima si erano investiti circa 800 miliardi di vecchie lire per ammodernarne parte dell’acciaieria, distruzione sociale, culturale e identitaria di un forte nucleo ‘storico’ di operai, tecnici e dirigenti avviati al prepensionamento, lunghissimo processo di bonifica dell’area e suo rilancio produttivo con altre destinazioni, peraltro ancora oggi in fase del tutto iniziale, cancellazione di una grande memoria di storie e di lotte collettive che sono state tanta parte del movimento operaio partenopeo e dell’intero quartiere-città che gravitava su una fabbrica promossa, com’è noto, dalla Legge speciale per Napoli del 1904 e avviata in produzione nel 1908.

Anche altri centri urbani e territori del Mezzogiorno hanno conosciuto nell’ultimo ventennio smantellamenti di antichi comparti industriali che per decenni costituirono non solo punti di forza produttivi delle rispettive aree, ma luoghi di formazione e accumulazione di saperi ed esperienze di fabbrica e di forti nuclei di moderno proletariato manifatturiero, dal Crotonese – con il tracollo del suo polo chimico e di altre aziende che contribuivano a farne uno dei siti industriali più forti del Sud – all’area di Manfredonia, ove con la chiusura dell’Enichem e delle sue produzioni di caprolattame e di fertilizzanti e il crollo di tutte le attività indotte – dismissione in questo caso determinata da errori dell’Eni ed anche da forme di estremismo ambientalista – si è perduto un intero patrimonio di tecnologie, grandi infrastrutture ed esperienze professionali di operai e tecnici di livello medio-alto. Processi di deindustrializzazione, quelli appena ricordati, cui poi si è cercato di sostituire l’avvio di nuovi insediamenti favoriti da costosi strumenti della programmazione negoziata come i ‘contratti d’area’, con cui lo Stato ha tentato in qualche modo di risarcire i territori e le popolazioni delle città che erano state colpite dalle pesanti crisi industriali, in qualche caso ‘pilotate’; ma quei processi di rigenerazione economica non solo ancora oggi, a molti anni di distanza dal loro avvio, non hanno prodotto i risultati attesi in termini di occupazione e rilancio delle economie locali, ma già subiscono gli effetti negativi della globalizzazione.

Allora, anche per questa ragione, Taranto e il suo grande impianto siderurgico – con la giovane classe operaia che vi si sta formando, accanto ai tecnici e al management del Gruppo Riva – deve continuare ad essere un saldo presidio industriale della Puglia, del Mezzogiorno e dell’Italia, naturalmente in un quadro di crescente ecosostenibilità del suo esercizio.

*Docente di Storia dell’Industria nell’Università di Bari e di Politiche economiche territoriali nell’Ateneo di Lecce.

[1] Cfr. ILVA, Rapporto ambiente e sicurezza 2009, stabilimento di Taranto, p.16.
[2] Ivi, p.4.
[3] Fonte: Direzione del personale ILVA, aprile 2010.
[4] Fonte: Direzione del personale ILVA, aprile 2010.
[5] Fonte: Direzione acquisti ILVA, aprile 2010.
[6] Cfr. Banca d’Italia, L’economia della Puglia, varie annate.

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La grande industria abita ancora il Mezzogiorno

Posted on 19 gennaio 2009 by admin

Riceviamo e volentieri pubblichiamo, l’uno accanto all’altro, gli articoli di Federico Pirro e Carla Ravaioli. Si tratta di interventi dai quali traspare una sensibilità molto diversa sui temi della produzione e dell’ambiente. Noi riconosciamo pienamente le ragioni dell’ambientalismo, anche se ancora attendiamo che le cosiddette teorie della decrescita, cui parte del movimento ecologista tende ad appellarsi, diano prova di coerenza scientifica e di non contraddittorietà politica rispetto alle istanze del lavoro subordinato. Ma soprattutto siamo convinti che in generale si debba cercare di uscire dalla contrapposizione tra un industrialismo lesivo dell’ambiente e un anacronistico ambientalismo antindustrialista. Sebbene ancora molto sia il lavoro da fare in tal senso, negli articoli qui presentati si individuano alcuni passi nella giusta direzione. Il nostro auspicio è che la loro pubblicazione possa dare avvio a un dibattito teso concretamente, e finalmente, alla individuazione di una “sintesi” tra le diverse visioni. (La redazione).

 

 

Un’associazione ambientalista di Taranto ha chiesto di recente al Comune di indire un referendum cittadino per giungere alla chiusura dell’intero stabilimento siderurgico, o almeno della sua area a caldo, a causa del forte impatto ambientale dell’impianto ove, peraltro, il Gruppo Riva sta realizzando da anni massicci investimenti per contenerlo. Si vorrebbe così puntare nel capoluogo ionico ad uno sviluppo fondato in larga misura su mitilicoltura, turismo, artigianato, servizi e commercio, avviandovi una pesante deindustrializzazione che colpirebbe una delle maggiori concentrazioni industriali del Paese e del Mediterraneo e svaluterebbe nei fatti l’impegno profuso da lungo tempo da Istituzioni, sindacati, imprese e centri di ricerca per contenere, con l’impiego di tecnologie avanzate, le ricadute nocive dei vari insediamenti sull’ecosistema cittadino.

Ora, la recessione che colpisce il Paese non risparmia certo il Meridione, ma mentre vi sono ormai in declino i ‘protodistretti’ di pmi – che qualche economista aveva immaginato che potessero trainare la crescita del Sud [1] e che invece sono stati interessati nell’ultimo settennio da ristrutturazioni selettive – restano tuttora punti di forza i grandi stabilimenti di gruppi industriali settentrionali ed esteri, pubblici e privati, che vi si sono localizzati dai primi anni Sessanta del ’900, e che fra il 1996 e il 2007 hanno realizzato massicci investimenti per ampliamenti e ammodernamenti di impianti, incrementandovi spesso anche l’occupazione [2].

Si passeranno rapidamente in rassegna alcuni comparti manifatturieri pesanti e mediopesanti, l’ICT, il transhipment e la portualità dei terminal container, escludendo per ragioni di spazio l’industria leggera – agroalimentare, tac e legno-mobilio – che pure vanta diffuse presenze di aziende italiane ed estere.

Oggi la più grande fabbrica d’Italia per dipendenti diretti (13.346 + 3.100 nell’indotto) è proprio il gigantesco impianto siderurgico a ciclo integrale dell’Ilva di Taranto che, superando per i suoi occupati la stessa Fiat Auto a Mirafiori, è anche il maggior stabilimento del settore in Europa. Inoltre ben oltre la metà della capacità di raffinazione petrolifera del Paese è nel Mezzogiorno con 5 raffinerie in Sicilia, 1 a Taranto, mentre la più grande d’Italia è in esercizio a Sarroch nel Cagliaritano (1.000 addetti diretti + 3.000 nell’indotto), della Saras (famiglia Moratti), impianto che è anche il maggiore del Mediterraneo ed uno dei sei supersites d’Europa. Dei cinque impianti di cracking in Italia per la produzione di etilene. ben 4 sono nel Sud e quello di Priolo (SR) è il più grande e fra i maggiori del continente.

I pozzi petroliferi in Basilicata, i maggiori on-shore d’Europa, creano nella regione un indotto di 1.500 unità. Nella chimica fine operano fra gli altri nel Mezzogiorno i gruppi farmaceutici mondiali della: 1) Sanofi Aventis con 2 impianti a L’Aquila e Brindisi; 2) Serono Merck a Bari; 3) Novartis nel Napoletano con 412 addetti diretti; 4) Wyet Wederle a Catania con 1.000 occupati diretti.

Nei settori dell’auto e dell’automotive, oltre il 50% della capacità produttiva di automobili e di veicoli commerciali leggeri del Gruppo Fiat è insediata nei grandi stabilimenti della Sevel ad Atessa (CH) (6.300 addetti diretti, 700 interinali e oltre 3.000 nell’indotto); dell’Alfa Romeo a Pomigliano d’Arco (NA) (5.000 diretti, più 5.000 nell’indotto); della Fiat Sata a Melfi (PZ) (5.200 diretti e 3.000 nell’indotto di primo livello); della Fiat auto a Termini Imerese (PA) (1.500 addetti diretti più 400 nell’indotto). Il Gruppo Fiat ha anche altri grandi stabilimenti a Sulmona, Termoli, Napoli (2), Pratola Serra e Flumeri (AV), Foggia, Bari, Lecce dove produce componentistica, motori, autobus e macchine movimento terra: ad essi si aggiungono quelli della Ergom, di recente acquisita dal Gruppo torinese. A Bari è in esercizio un polo di componentistica per auto con gli imponenti impianti dei Gruppi Bosch (2.350 addetti), Firestone (1.000) Getrag (750), Magneti Marelli (731), Graziano Trasmissioni, Skf e il loro indotto.

Nell’aerospaziale uno dei più grandi poli d’Italia è nell’area di Napoli, seguita da quelli di Brindisi, Foggia e Grottaglie (TA). Nel settore energetico a Brindisi esiste la più potente centrale termoelettrica d’Italia – insieme a quella di Porto Tolle nel Veneto – di proprietà dell’Enel, da 2.640 MW, con 470 addetti diretti e 800 nell’indotto. La Puglia è la seconda regione alle spalle della Lombardia per energia da combustibili fossili e la prima per quella da fonte eolica. Oltre all’Enel, operano nel Sud i maggiori gruppi energetici italiani come Edison, Sorgenia, Enipower ed esteri come British gas, Endesa-Eon, Atel, Gas Natural, con centrali a turbogas, a olio combustibile, eoliche e distribuzione di gas in reti urbane.

Nell’ICT esistono i poli mondiali della STMicroeletrocnics a Catania con 4.600 addetti diretti, in quella che è nota come l’Etna Valley; della Micron ad Avezzano (AQ) con 2.000 addetti diretti; della Ericsson a Marcianise; della bioinformatica nel Cagliaritano, mentre in Sardegna è nata anche la Tiscali di Renato Soru.

La Campania è la terza regione d’Italia per produzione di elettrodomestici con 2 siti della Indesit nel Casertano, della Whirpool a Napoli – con 18 aziende dell’indotto – e della Siltal sempre nel Casertano. La più grande fabbrica d’Italia di aerogeneratori per energia eolica è a Taranto ed è della multinazionale danese Vestas, leader a livello mondiale nel settore, con 600 addetti diretti nella città ionica e 1.000 nell’indotto. Nel Meridione inoltre esistono grandi stabilimenti pubblici e privati produttori e manutentori di materiale rotabile ferroviario della AnsaldoBreda a Napoli, Reggio Calabria e Palermo, del Gruppo Firema a Caserta e delle Ferrovie dello Stato a Foggia.

Massiccia è anche la presenza di cementerie dei 4 grandi gruppi nazionali Italcementi, Buzzi Unicem, Colacem, Cementir, con le loro aziende di calcestruzzi, e di impianti di produttori minori. Da segnalare inoltre le numerose fabbriche della pugliese Fantini-Scianatico, fra i maggiori fornitori italiani di laterizi con stabilimenti anche all’estero. Nella prefabbricazione pesante spiccano gli impianti in Puglia della piacentina RDB, il primo produttore italiano del comparto. Esistono inoltre tre grandi poli navalmeccanici a Castellammare di Stabia (Na), a Palermo – questi due controllati dalla Fincantieri - e nel Messinese dove opera, fra le altre la Roqriquez del Gruppo Immsi di Roberto Colaninno. A Taranto è in esercizio il più grande Arsenale della Marina Militare Italiana con 1.700 addetti, insieme a quello di La Spezia. Nell’area di Napoli inoltre si concentrano 80 produttori di nautica da diporto, mentre un altro polo del settore è a Messina ed un altro in via di sviluppo a Manfredonia (FG).

Sempre nell’area del capoluogo campano esiste una delle maggiori concentrazioni di armatori d’Europa, con società leader a livello mondiale in alcuni segmenti di transhipment come il Gruppo Grimaldi per i rotabili e la MSC dell’imprenditore sorrentino-ginevrino Aponte che, oltre ad essere fra i maggiori nel settore crocieristico, è il secondo al mondo nella movimentazione via mare di container. Il più grande porto container del Mediterraneo per TEUs movimentati nel 2007 è a Gioia Tauro; altri quattro di rilevante capacità sono a Taranto, Cagliari, Salerno e Napoli. Il secondo scalo d’Italia dopo Genova, per traffico di materie prime e beni finiti, è quello industriale di Taranto che ha superato Trieste.

La maggior parte delle grandi industrie citate è tuttora concentrata nei poli di Chieti-San Salvo, Termoli, Napoli Pomigliano d’Arco, Foggia-Incoronata, Bari-Modugno, Brindisi, Taranto-Massafra-Grottaglie, Catania, Palermo-Termini Imerese, Priolo-Augusta-Melilli, Gela, Sarroch-Cagliari, Sulcis Iglesiente Portovesme, Porto Torres [3]. Ad essi si affiancano siti manifatturieri più recenti come Atessa, Melfi, Lecce-Surbo, Gioia Tauro, ma anche aree di più antica industrializzazione, diffuse in varie regioni meridionali, che non hanno tuttavia acquisito la forza propulsiva delle grandi zone industriali.

Nel Sud dunque si localizzano settori strategici dell’industria italiana – con attività nell’indotto – con i quali il Paese compete e difenderli sul mercato significa difendere segmenti portanti dell’industria nazionale. Emerge poi il ruolo strategico in taluni comparti e in certe aree di grandi impianti di Eni, Enel, Finmeccanica, Fincantieri, Ferrovie dello Stato, Poligrafico dello Stato, restituiti a piena efficienza: pertanto in essi tali presenze pubbliche andrebbero salvaguardate. Da tali poli può ripartire una rinnovata strategia di industrializzazione nell’interesse del Paese.

 

*Professore di Storia dell’industria nell’Università di Bari.


[1]
Cfr. G.Viesti, Mezzogiorno dei distretti, Donzelli, Roma, 2001.
[2]
Cfr. F.Pirro-A.Guarini, Grande Industria e Mezzogiorno 1996-2007 con prefazione di Luca di Montezemolo, Cacucci, Bari, 2008. Vi si riportano molti dati inediti.
[3]
Dall’inizio degli anni Sessanta del Novecento essi furono individuati dalle politiche governative di programmazione come aree trainanti della crescita del Mezzogiorno in virtù di fattori attrattivi sotto il profilo geografico e spesso per le loro preesistenti tradizioni industriali.

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