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La scarsità di capitale sociale non spiega il ritardo del Sud

Posted on 11 febbraio 2014 by admin

Sono i meridionali, con i loro comportamenti, la causa del ritardo economico del Sud. È, questa, un’argomentazione antica, vecchia almeno quanto la «Questione meridionale» stessa. Ma è dagli anni Novanta del secolo scorso che, con termini e metodologie nuove, la tesi secondo la quale il divario Nord-Sud dipende da fattori culturali, sociali e, lato sensu, istituzionali si è ampiamente affermata tra gli studiosi e nella pubblica opinione.

Nel Mezzogiorno, e specialmente in alcune aree, la criminalità organizzata rappresenta un fortissimo vincolo agli investimenti e al libero svolgimento dell’attività d’impresa. Sin dai primi anni post-unitari, clientelismo politico e corruzione sono stati indicati come fenomeni diffusi, in grado di distorcere l’allocazione delle risorse pubbliche. Familismo amorale, scarsità di relazioni fiduciarie, di reti di cooperazione, hanno storicamente caratterizzato le regioni meridionali.

Si dice che il Sud manca il «capitale sociale». Ma cos’è esattamente, e come si misura, il capitale sociale? Generalmente, il capitale sociale viene definito come un bene relazionale con particolare riferimento alle relazioni di tipo fiduciario e cooperativistico[1]. Per misurare la «dotazione» di capitale sociale sono stati utilizzati diversi indicatori: numero di donatori di sangue, partecipazione elettorale, numero di associazioni o cooperative, grado di fiducia intersoggettiva (desunto da sondaggi), tassi di litigiosità e criminalità e altri indicatori semplici o compositi. Come è stato osservato, l’enorme successo del concetto di capitale sociale si deve anche al fatto che nessuna scienza sociale è riuscita a darne una definizione precisa[2].

L’esistenza di un legame tra fattori socio-istituzionali e sviluppo economico è, comunque, sostenuto da un’ampia letteratura internazionale. Se il legame è accertato, la spiegazione del perché questi fattori differiscano tra nazioni e regioni, e come concretamente influenzino lo sviluppo economico di lungo periodo appare, però, non del tutto convincente.

Per quali ragioni i meridionali difettano di senso civico? Esiste una qualche loro connaturata propensione a violare le leggi? La mancanza di fiducia o di cooperazione è, forse, insita nell’indole meridionale?

Le risposte a queste domande sono riconducibili a due possibili ordini di cause.

Le storiche: le istituzioni e la cultura persistono nel tempo, e le modalità comportamentali si trasmettono attraverso i secoli e le generazioni. Carenze istituzionali e sociali hanno le radici nella storia del Sud: l’antico assetto latifondistico; la dominazione normanna; il regno borbonico; la mancanza di forme di autogoverno locale nel Medioevo, l’assenza di vescovi nell’anno 1000 e di città con origini etrusche[3].

Le antropologiche: i comportamenti degli italiani del Sud differiscono da quelli degli italiani del Nord a causa di differenze genetiche: a causa di antiche mescolanze con popolazioni africane e mediorientali, i meridionali hanno un quoziente d’intelligenza minore dei settentrionali[4]. Una tesi scandalosa.

Se fosse così l’arretratezza del Sud sarebbe un ineluttabile destino. Ma è davvero così?

Per decenni, sin dall’Unità nazionale, Abruzzo e Basilicata sono state tra le regioni più povere del Paese. Nel 1951, il loro Pil pro capite era, rispettivamente, il 60 e il 50% di quello medio italiano. Del resto, si tratta di due regioni che non hanno avuto “città-stato” medievali, né esiste alcuna testimonianza della presenza etrusca nei loro confini. Fu in Basilicata che, negli anni ’50, un giovane Edward Banfield coniò la categoria di «familismo amorale». Le stime mostrano come, nel 1871, Abruzzo e Basilicata avessero la dotazione di capitale sociale più bassa d’Italia[5], con tassi di scolarità bassissimi. Erano sì regioni povere ma, come Sardegna, Molise e (fino a pochi decenni fa) Puglia, non presentavano forme storicamente radicate di criminalità organizzata.

Ammettiamo che vi sia prova delle carenze nel capitale sociale e del familismo amorale. Tuttavia, Abruzzo e Basilicata − e analogo ragionamento potrebbe essere fatto per il Molise − hanno in parte colmato la loro condizione di ritardo. Certo, sono ancora relativamente meno avanzate di altre regioni. Oggi, tuttavia, il reddito pro capite dell’Abruzzo è l’84 % di quello medio nazionale, mentre quello della Basilicata il 70 %. Quanto al capitale sociale, è andata ancora meglio: la dotazione dell’Abruzzo è superiore alla media nazionale, e non dissimile da quella della Liguria e del Piemonte, mentre quella della Basilicata, di poco inferiore alla media, è simile a quella del Lazio.

In passato, anche il Veneto era una regione in ritardo di sviluppo. È noto: alla fine dell’Ottocento, dal Veneto partirono le prime grandi ondate migratorie transoceaniche e, fino agli anni del miracolo economico, l’emigrazione veneta verso le città industriali del Nord Ovest fu consistente. A differenza dell’Abruzzo e Basilicata, il Veneto conobbe l’esperienza dei comuni medioevali. Come l’Abruzzo, non ha avuto forme di criminalità organizzata, ma in compenso presentava carenze nel capitale sociale. Secondo le stime, nel 1871, la sua dotazione di capitale sociale era inferiore a quella di Puglia e Sicilia e non dissimile da quella della Sardegna del «codice barbaricino». Eppure, ciò sembra non aver avuto alcun effetto sulla crescita economica. Dagli anni sessanta, uno spettacolare sviluppo industriale ha reso il Veneto una tra le regioni tra più sviluppate d’Europa.

Fuori dai confini nazionali esistono dei divari che, in molti casi, hanno un’entità maggiore di quella riscontrabile oggi in Italia. Utilizzando, per semplicità, la classificazione NUTS 2, si osserva come la differenza nel Pil pro capite tra Amburgo e Meclemburgo-Pomerania A. sia, oggi, di 60 punti percentuali, quella tra Catalogna e Andalusia di 35 punti, per non parlare dei drammatici divari interni esistenti in Grecia o in Romania, Polonia, Bulgaria.

C’è chi ha sostenuto che la causa di tali divari sia un deficit di capitale sociale, una carenza istituzionale, una diversità culturale. Ma siccome le storie di queste regioni – e, tanto per rimanere in tema, i caratteri culturali e “antropologici” e “genetici” delle popolazioni che ci vivono − sono differenti, sfugge quali possano essere le cause storiche, istituzionali dei loro deficit di capitale sociale. Assenza di città-stato? Latifondi? Dominazioni di tipo ispano-borbonico? Assenza di vescovi nell’anno 1000 o di insediamenti etruschi?

È più opportuno concentrarsi sugli aspetti economici che accomunano le regioni in ritardo. Come mostrano recenti ricerche, l’evoluzione delle ineguaglianze regionali è strettamente legata al processo d’industrializzazione[6]: in una prima fase dello sviluppo nazionale, l’industria tende a concentrarsi in alcune aree che godono di un qualche vantaggio iniziale. Queste aree attraggono lavoro, capitale e altre industrie, che traggono vantaggi dall’agglomerazione geografica, in un processo cumulativo. Nel paese, il reddito medio cresce, ma anche i divari regionali aumentano. In una fase successiva, possono agire forze centrifughe che favoriscono la diffusione geografica delle attività economiche: l’industrializzazione si diffonde e le regioni convergono. L’esito finale non è, tuttavia, scontato. L’esperienza mostra come sia l’ineguaglianza, non l’uguaglianza, a caratterizzare la distribuzione regionale delle attività economiche e del reddito.

Come osservò J. Williamson in un pioneristico articolo, e come evidenziato da un recente studio della Banca Mondiale, l’andamento dei divari regionali presenta tipicamente una forma ad U rovesciata, legata al grado di concentrazione geografica delle attività economiche[7]. Questo andamento caratterizza, con alcune specificità, le traiettorie di sviluppo di molti paesi. Il grado di concentrazione industriale (misurato dall’occupazione nell’industria a livello regionale) e l’evoluzione dei divari regionali mostrano, anche in Italia, un andamento molto simile[8].

Nota: Il grado di concentrazione è misurato dall’indice Ellison-Glaeser considerando l’occupazione industriale regionale; i divari sono misurati dalla deviazione standard del Pil pro capite regionale rispetto all’indice Italia = 1. Fonte: Daniele, V., Malanima, P. Falling disparities and persisting dualism: Regional development and industrialisation in Italy, 1891–2001. Investigaciones de Historia Económica – Economic History Research (2013).

 

In alcuni casi, il processo di divergenza/convergenza può modificare la graduatoria regionale dei redditi: regioni più avanzate possono retrocedere; altre in ritardo prendere il loro posto. Nel 1891, il Pil pro capite della provincia belga di Hainaut era il 136 % della media nazionale, quello di Anversa il 91%. Oggi, la situazione si è invertita: il reddito pro capite di Hainaut è il 61 di quello belga, quello di Anversa il 117 %[9]. Sembra difficile che il capitale sociale possa aver avuto un ruolo in questi cambiamenti. Così come sembra difficile che il capitale sociale possa spiegare le fasi di convergenza regionale, inclusa quella verificatasi in Italia negli anni Sessanta del secolo scorso.

In una prospettiva di lungo periodo, lo sviluppo economico regionale appare influenzato da forze economiche fondamentali. La localizzazione industriale è determinata dalla dimensione e dall’accessibilità dei mercati, da differenziali di costo, dalla disponibilità di risorse naturali[10]. E’ vero che, nella complessità del mondo reale, anche altri fattori possono imprimere un vantaggio a un’area: le politiche economiche possono incentivare la localizzazione industriale; le infrastrutture migliorare l’accesso ai mercati e ridurre i costi di trasporto; la qualità del capitale umano favorire l’innovazione; la criminalità scoraggiare gli investimenti.

Gli studi sul nesso tra capitale sociale e sviluppo economico regionale e nazionale sono ormai innumerevoli. Naturalmente, l’impatto che il capitale sociale ha avuto sulla formazione dei divari regionali italiani merita di essere indagato. Non solo per la sua potenziale capacità euristica, ma anche per fugare il dubbio che il concetto di capitale sociale non sia «l’equivalente intellettuale di una bolla finanziaria»[11].

*Università Magna Graecia di Catanzaro

[1] Per una rassegna delle definizioni e per alcune applicazioni al caso italiano si vedano, tra gli altri, Pedrana M., 2012. Le dimensioni del capitale sociale. Un’analisi regionale. Giappichelli. Sabatini, F. 2009. Il capitale sociale nelle regioni italiane: un’analisi comparata. Rivista di Politica Economica 99 (2), 167-220.
[2] Durlauf S. N., Fafchamps M., 2004. Social Capital, CSAE Working Paper Series 2004-14, Centre for the Study of African Economies, University of Oxford.
[3] Putnam R., 1994. La tradizione civica nelle regioni italiane. Mondadori, Milano. Banfield E. C., 1976. Le basi morali di una società arretrata, il Mulino, Bologna. Guiso L., Sapienza, P., Zingales, L., 2008. Long-term Persistence. NBER Working Paper n. 14278.
[4] Per l’antropologia, i riferimenti sono a Lombroso, Niceforo, Sergi. Si veda: Teti V. 2011. La razza maledetta. Origini del pregiudizio antimeridionale. Manifestolibri 2011. Sull’ipotesi genetica: Lynn, R., 2010. In Italy, North–South differences in IQ predict differences in income, education, infant mortality, stature, and literacy. Intelligence 38, 93–100. Per una critica: Daniele V., Malanima P., 2011. Are people in the South less intelligent than in the North? IQ and the North–South disparity in Italy, The Journal of Socio-Economics, Volume 40, 6, 844-852. Una lucida analisi sul ruolo dei fattori sociali nello sviluppo del Sud è contenuta in: Viesti G., 2013. “Il Sud vive sulle spalle dell’Italia che produce” Falso!. Laterza, Roma-Bari.
[5] Si veda Felice E., 2012. Regional convergence in Italy, 1891–2001: testing human and social capital. Cliometrica, 6(3), Page 267-306. Dati dettagliati sono contenuti in: Nuzzo G., 2006. Un secolo di statistiche sociali: persistenza o convergenza tra le regioni italiane? Banca d’Italia, Quaderni dell’ufficio ricerche storiche, n. 11.
[6] Badia-Miró, M., Guilera J., Lains, P. 2012. Regional incomes in Portugal: industrialisation, integration and inequality, 1890-1980. Revista de Historia Económica 30(2), 225-44. Combes, P. P., Lafourcade, M., Thisse, J-F., Toutain, J.-C., 2011. The rise and fall of spatial inequalities in France: A long-run perspective. Explorations in Economic History 48 (2), 243-271. Enflo K., Ramón-Rosés, J. 2012. Coping with regional inequality in Sweden: structural change, migrations and policy, 1860-2000. European Historical Economics Society (EHES), Working paper, n. 29. Kim, S., 1998. Economic Integration and Convergence: U.S. Regions, 1840-1987. Journal of Economic History 58 (3), 659-83. Rosés, J. R., Martínez-Galarraga, J., Tirado, D. A., 2010. The Upswing of Regional Income Inequality in Spain (1860-1930). Explorations in Economic History 47 (2), 244-257.
[7] Williamson, J. G., 1965. Regional Inequality and the Process of National Development; a Description of the Patterns. Economic Development and Cultural Change 13 (4), 3-84. World Bank, 2009. Reshaping Economic Geography, World Development Report, World Bank: Washington.
[8] Daniele, V., Malanima, P., 2011. Il divario Nord-Sud in Italia 1861-2011. Rubbettino, Soveria Mannelli. Daniele, V., Malanima, P. 2013. Falling disparities and persisting dualism: Regional development and industrialisation in Italy, 1891–2001. Investigaciones de Historia Económica – Economic History Research.
[9] Buyst, E., 2011. Continuity and change in regional disparities in Belgium during the twentieth century. Journal of Historical Geography 37 (3), 329-37.
[10] Krugman, P., 1991. Increasing Returns and Economic Geography. The Journal of Political Economy 99 (3), 483-99.
[11] Durlauf S. N., 1999. The case “against” social capital. University of Wisconsin-Madison, Institute for Research on Poverty, Focus, 20 (3), 1-5.

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Il Sud ferma il treno del Nord. Massimo Cacciari e altri luoghi comuni

Posted on 17 gennaio 2014 by admin

L’interpretazione maggioritaria della questione meridionale fa leva, da anni, su tanti consolidati luoghi comuni. Più di recente, gli stereotipi sul Mezzogiorno hanno conquistato la scena del dibattito sul declino italiano. Acquisito lo status di verità indiscutibili, interpretazioni parziali quanto strumentali della natura dualistica del Paese, forniscono presupposti erronei perfino alle analisi di raffinati osservatori della società italiana, che diventano narratori – più o meno consapevoli – di un racconto lontano dai numeri e dalla realtà.

L’ultima vittima (inconsapevole?) del luogo comune è Massimo Cacciari. Lo dimostra l’intervista dal titolo Cacciari «L’evasione resta solo al Sud, ecco come si frena il treno del Nord» pubblicata giorni fa dal Corriere del Mezzogiorno[1].

Il Nord è la locomotiva del Paese frenata dalla zavorra Sud. L’evasione fiscale è una prerogativa meridionale. Il peso eccessivo che il Nord deve sostenere per i conti generali del Paese è un dato oggettivo. Cacciari muove da queste tre «constatazioni di fatto» per proporre una lettura a dir poco semplificata del dualismo italiano, indicando, perentorio, la strada della ripresa: «O si ricomincia dalla locomotiva o non c’è ripresa. Mica possono essere i vagoni a portare avanti il Paese». Peccato che i tre fatti siano solo luoghi comuni smentiti dai dati.

Primo luogo comune. Il Nord è una locomotiva frenata da vagoni troppo affollati da meridionali evasori e spreconi. Le statistiche Eurostat sull’andamento del PIL pro capite nelle regioni europee raccontano una storia diversa che troppo a lungo, e in maniera strumentale, è stata sottaciuta. Negli anni del declino nazionale, si è verificata la caduta parallela delle economie di Nord e Sud Italia. Il declino è stato uniforme a livello nazionale: nella graduatoria delle regioni europee, dal 2000 al 2010 la Lombardia è scivolata dal 17° al 28° posto, l’Emilia Romagna dal 19° al 44°, il Veneto dal 28° al 55°, il Piemonte è sprofondato dal 40° all’84°. In discesa anche (non «solo»!) le regioni meridionali[2]. Questa evidenza sconfessa la tesi di un Nord locomotiva del Paese dallo slancio frenato dal Mezzogiorno, al netto del quale figurerebbe tra le macroregioni più avanzate d’Europa. L’immagine è piuttosto quella di un treno – dalla locomotiva fino all’ultimo vagone – fermo alla stazione da tempo e incapace di ripartire, anche a vagoni vuoti.

Secondo luogo comune. L’evasione fiscale è sistematicamente più elevata al Sud. L’economia sommersa è tema troppo complesso per essere ridotto a fenomeno peculiare di una parte del territorio nazionale popolato da cittadini antropologicamente inclini all’evasione e al crimine. E comunque, nonostante l’opinione largamente diffusa, da molti studi risulta il contrario. È questo il caso dell’indagine condotta nel 2011 dal Gruppo di lavoro “Economia non osservata e flussi finanziari” istituito dal Ministero dell’Economia[3]; dello studio della SVIMEZ su dati Istat, Agenzia delle Entrate e Ministero dell’Economia pubblicato nello stesso anno[4]; di alcune ricerche più recenti pubblicate da altri ricercatori[5].

Terzo luogo comune. Il peso che il Nord deve sostenere per i conti generali del Paese, è un dato oggettivo. È la riproposizione della tesi leghista dell’ingiustizia fiscale sofferta dal Nord, il cui surplus primario coprirebbe gli sprechi di un Sud beneficiario di un flusso sovrabbondante di risorse. A sostegno di questa tesi, vengono di solito portati i dati relativi ai residui fiscali pro capite delle regioni italiane. Questi ultimi vengono calcolati come differenza tra la partecipazione di un contribuente medio di una regione al finanziamento dell’azione pubblica (in primo luogo attraverso il pagamento delle imposte) e i benefici che lo stesso riceve da tale azione (soprattutto sotto forma di servizi pubblici)[6].

In effetti, da diversi lavori scientifici risulta univocamente che le regioni del Mezzogiorno beneficiano di notevoli trasferimenti interregionali, soprattutto dalle grandi regioni settentrionali. Ma questa evidenza non è di per sé sufficiente a dimostrare che la redistribuzione così realizzatasi sia «eccessiva». È solo l’ovvio riflesso del dualismo economico del Paese, la conseguenza del normale operare della funzione redistributiva dello Stato centrale che produce, fisiologicamente, un trasferimento di risorse da contribuenti a maggiore capacità contributiva a contribuenti meno abbienti ai quali deve essere assicurato lo stesso livello di servizi pubblici.

I residui fiscali negativi delle regioni meridionali, dunque, non sono altro che il riflesso della redistribuzione nell’azione pubblica diretta all’attuazione dei principi costituzionali della progressività del sistema tributario, dell’universalità della spesa pubblica e della perequazione dei territori in ritardo di sviluppo[7]. Strumentalmente, la redistribuzione interpersonale tra contribuenti a diversa capacità contributiva viene confusa con la redistribuzione tra i territori di residenza degli stessi. Ha poco senso affermare che il Sud ha dei residui fiscali «troppo alti» se non si specifica quale sia il valore di riferimento «giusto», rispetto al quale il giudizio viene espresso[8].

In definitiva, basare le proprie argomentazioni su questi luoghi comuni, equivale a (ri)proporre una visione tanto ingenerosa nei confronti dell’economia meridionale quanto parziale nel riconoscere, tra i diversi aspetti dell’integrazione economica tra Nord e Sud del Paese, solo quelli che penalizzerebbero il primo a vantaggio del secondo. Il che, cosa ancor più grave, coincide con una pericolosa banalizzazione della questione «nazionale» del declino. Ma l’integrazione tra le economie del Nord e del Sud implica reciproci legami che si sostanziano in corposi trasferimenti di risorse anche in direzione opposta. Basti ricordare il ruolo che svolge il Mezzogiorno come mercato di sbocco per la manifattura settentrionale. E che dire della perdita netta sofferta dal Mezzogiorno in termini di capitale umano a favore delle regioni settentrionali?

Il Nord vuole vivere ancora nell’illusione che liberandosi della zavorra possa tornare a crescere? E Cacciari è proprio convinto che valga la pena continuare ad alimentare questa illusione?

*Università degli Studi della Basilicata

[1] Cacciari «L’evasione resta solo al Sud, ecco come si frena il treno del Nord», Il Corriere del Mezzogiorno, 28 dicembre 2013.
[2] Per il dettaglio dei dati si veda il Rapporto SVIMEZ 2013 sull’Economia del Mezzogiorno, il Mulino, Tab. 23, pag. 63.
[3] Gruppo di lavoro “Economia non osservata e flussi finanziari”, Rapporto Annuale sull’attività.
[4] Moro e Pica, “Italia unita nell’evasione fiscale. Basta Accuse al Mezzogiorno”.
[5] Ardizzi et al. (2013), “L’economia non osservata fra evasione e crimine: una rivisitazione del Currency Demand Approach con una applicazione al contesto italiano”, Rivista di Politica Economica, n. 1-3; Ardizzi et al. (2013), “Measuring the Underground Economy with the Currency Demand Approach: A Reinterpretation of the Methodology, With an Application to Italy”, Review of Income and Wealth.
[6] Un saldo positivo indica che gli abitanti della regione sono contributori netti e trasferiscono (attraverso il bilancio pubblico) il proprio surplus primario alle altre regioni. Viceversa, un saldo negativo indica che gli abitanti della regione sono beneficiari netti della redistribuzione, vedendo indirettamente il proprio deficit primario coperto dall’avanzo delle altre regioni.
[7] Nel rispetto di un semplice principio di equità orizzontale, infatti, a parità di reddito, un contribuente pagherà le stesse imposte e riceverà gli stessi benefici dalla spesa pubblica in termini di servizi essenziali indipendentemente dal luogo di residenza. Ciò, al fine di rendere effettivo il godimento dei diritti di cittadinanza relativi alla salute, all’istruzione, all’assistenza sociale ecc. (artt. 32, 34 e 38 Cost.), nel rispetto dei principi del concorso individuale alle spese pubbliche in ragione della propria capacità contributiva e della progressività del sistema tributario (art. 53 Cost.). A ciò devono aggiungersi le finalità perequative dell’allocazione regionale della spesa pubblica in conto capitale, nel rispetto dell’art. 119 che assegna allo Stato il compito di «promuovere lo sviluppo, la coesione e la solidarietà sociale e rimuovere gli squilibri economici e sociali».
[8] Su questo punto si veda Giannola et al. (2011), “Residui fiscali regionali e riforma federalista. Quanto residuerà delle politiche regionali e redistributive?”, Rivista Economica del Mezzogiorno, n.1-2.

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Il dualismo Nord-Sud fa passi indietro nella storia

Posted on 09 novembre 2013 by admin

Il divario tra il Mezzogiorno e il resto d’Italia si approfondisce sempre più. Infatti, dopo che una residua timida tendenza alla riduzione della forbice tra le due parti del Paese si è arrestata nei primi anni novanta, dal 1995 assistiamo ad un marcato approfondimento del dualismo, resosi ancora più netto con il sopraggiungere e poi l’aggravarsi della crisi economico-finanziaria. In base alle valutazioni formulate dalla Svimez nel recente rapporto annuale[1], nel 2012 il pil del Mezzogiorno ha subito una flessione (per il quinto anno consecutivo) del 3,2%, oltre un punto percentuale in più rispetto alla contrazione registrata nel Centro-Nord (-2,1%). In termini di divario tra i redditi pro capite, il Paese è così ritornato ai valori degli anni cinquanta, quando un abitante del Sud aveva mediamente un reddito che raggiungeva a malapena il 57% di un connazionale che vivesse nel resto della penisola.

La crisi ha avuto un impatto devastante sul valore degli investimenti, ridottisi mediamente di quasi il 26% tra il 2007 e il 2012, con una contrazione che ha raggiunto addirittura il 47% nel settore industriale (contro un calo del 21,4% nel Centro-Nord). Proprio nel settore industriale il gap tra Sud e Centro-Nord si è particolarmente allargato: come rilevato dalla Banca d’Italia[2], tra il 2007 e il 2011 la riduzione del valore aggiunto nel settore è stata rispettivamente del 16% e del 10%. Inevitabile la differente ripercussione sul mercato del lavoro: il calo degli occupati nel Mezzogiorno è stato più che doppio rispetto a quello registrato nelle regioni centro-settentrionali (tra il 2008 e il 2012, rispettivamente -4,6% e -1,2%)[3]. Ciò spiega in grande misura perché nel Mezzogiorno il tasso di disoccupazione abbia raggiunto nel 2012 il 17%, contro l’8% del Centro-Nord. In questo quadro, non stupisce la ripresa in grande stile dell’emigrazione, che contribuisce a impoverire il Sud e a ostacolarne lo sviluppo.

Ciò che invece sorprende è trovarsi a rileggere pagine sul Mezzogiorno scritte oltre un secolo fa e trovarle attuali. Nel 1901 Francesco Saverio Nitti scriveva che «è supremo interesse nazionale che la trasfomazione [industriale] avvenga [e a tal fine] bisogna cercare mezzi straordinari»[4]. Nitti toccava gli aspetti salienti ancora oggi: “interesse nazionale”; “trasformazione industriale”; “mezzi straordinari”. Ancora oggi, tra rigurgiti di regionalismo e tentativi di occultare il dramma meridionale, tocca ribadire che, per dirla con un altro scrittore d’epoca, «fino a quando esisterà una questione meridionale […] l’unità nazionale non sarà raggiunta completamente»[5]. Così come non si può non osservare che nel Mezzogiorno mancano, ancora oggi, le “condizioni ordinarie per la trasformazione industriale” di cui parlava Nitti: capitali, borghesia di produzione, popolazione “educata” alla produzione industriale, capacità di attrarre capitali nazionali ed esteri[6].

Per certi aspetti, il dibattito di oggi può apparire addirittura più “arretrato” di quello del passato. Ciò almeno quando si pensi alla necessità di una “trasformazione”, una “modernizzazione”, industriale del Mezzogiorno, che oggi sembra essere talvolta negata con la tensione verso “platonici rimedi” (per utilizzare ancora una volta una espressione di Nitti) quali “piccolo è bello” e “decrescita felice” o, ancora, invocazioni a «il cielo, il mare, i forestieri. Ecco l’illusione del grande albergo e del grande Museo, la più pestifera di tutte le illusioni. […] d’altra parte è inutile parlare di rimedi che non sono tali […] il porto più grande o più piccolo, sarà sempre quello che è se la produzione sarà scarsa. Sono soluzioni comiche…»[7]. Non è superfluo allora sottolineare che il settore manifatturiero è il motore della crescita e che le economie che presentano dei vincoli nei saggi di crescita del settore manifatturiero registrano tendenzialmente tassi di crescita più bassi. La realtà è che l’economia meridionale è ancora oggi legata a filo doppio alle produzioni di beni tradizionali, con valore aggiunto modesto, ed è ben scarsamente propensa all’innovazione, registrando perciò modesta redditività, scarsa produttività, bassa capacità competitiva e, conseguentemente, minori esportazioni. Una economia che guarda ben poco alla domanda estera, al traino delle esportazioni, e che continua ad essere essenzialmente orientata alla domanda interna, anzi locale, quella che ha risentito maggiormente della crisi, sia dal lato dei consumi che dal lato degli investimenti[8].

Tutto ciò rende evidente la necessità di intervenire sul modello di specializzazione produttiva meridionale, ancora sostanzialmente rivolto alla domanda interna. Ma come fare? Certo, un utilizzo più oculato e meno dispersivo dei fondi europei e una maggiore vigilanza nell’utilizzo delle risorse rappresentano un aspetto non trascurabile del ritardo nello sviluppo del Mezzogiorno su cui intervenire[9]. Ma servono ben più risorse e una vera politica industriale[10]. Insomma, il vero nodo del problema rimane la necessità di recuperare quella “logica industriale” che ha ispirato le politiche di intervento straordinario per il Mezzogiorno negli anni cinquanta del Novecento. In questo senso, le riflessioni suscitate dal Rapporto Svimez e dagli studi in tema recentemente pubblicati servono a ribadire una volta in più che occorre ripensare la “questione meridionale” per rimetterla fattivamente al centro dell’agenda politica come parte di un progetto organico, sistematico e generale per lo sviluppo e la crescita dell’intero sistema paese.

*L’autrice è ricercatore nell’Università del Sannio.

[1] Svimez, Rapporto sull’economia del Mezzogiorno, il Mulino, Bologna, 2013.
[2] Banca d’Italia, “L’industria meridionale e la crisi”, Occasional Papers, n. 194, luglio 2013.
[3] Dati Svimez, 2013.
[4] F.S. Nitti, “La trasformazione industriale di Napoli. Gli ostacoli presenti”, La Tribuna, 1 giugno 1901.
[5] R. Caggese, “Oro, incenso e mirra…”, Il Secolo, 22 gennaio 1913. Sempre Caggese scriveva un secolo fa che «l’unico regionalismo sano e dignitoso consiste nell’indurre in tutti gli italiani il convincimento che la questione del Mezzogiorno è questione nazionale». R. Caggese, “I pericoli del regionalismo”, Il Secolo, 27 giugno 1913.
[6] F.S. Nitti, “Il problema della città di Napoli. Le soluzioni empiriche”, La Tribuna, 8 maggio 1901.
[7] F.S. Nitti, “Le questioni napoletane. Le opinioni del prof. F.S. Nitti. La soluzione del problema”, La Tribuna, 1 settembre 1901.
[8] Sul ruolo della domanda estera e sulla spiegazione di fondo del dualismo italiano valgono ancora, rispettivamente, i contributi esemplari di Nicholas Kaldor (“The Case of Regional Policy”, Scottish Journal of Political Economy, n. 18, 1970, pp. 337-348) ed Augusto Graziani (Lo sviluppo di un’economia aperta, ESI, Napoli, 1969).
[9] Così il ministro Trigilia, ad esempio in “Sconfiggere le clientele per rilanciare il Mezzogiorno”, L’Intervista in L’Unità, 10 ottobre 2013.
[10] R. Realfonzo, “Per salvare il Mezzogiorno”, L’Unità, 6 novembre 2013. Si veda anche R. Realfonzo e C. Vita (a cura di), Sviluppo dualistico e Mezzogiorni d’Europa. Verso nuove interpretazioni dei divari regionali in Europa e in Italia, FrancoAngeli, Milano, 2006.

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Il dualismo insuperato dell’economia italiana

Posted on 11 giugno 2013 by admin

Tra il 2007 e il 2012 il Prodotto interno lordo italiano ha subito una flessione di oltre il 7%, così imputabile alle due macroaree del Paese: circa il 6% al Nord, quasi il 10% al Sud[1]. Un risultato che ha fatto compiere al Mezzogiorno ha un salto indietro nel tempo, sino ai valori registrati nel lontano 1997, con effetti drammatici sui livelli occupazionali[2]. Ciò rende sinteticamente evidente che, sebbene la crisi economica internazionale interessi tutta l’economia italiana, il Mezzogiorno ne conosca le le conseguenze più gravi.

D’altronde i nodi da sciogliere del Mezzogiorno sono sostanzialmente i medesimi degli anni del secondo dopoguerra: grande peso delle attività primarie, arretratezza tecnologica, inadeguatezza delle infrastrutture materiali e immateriali, ridotto spirito imprenditoriale, bassa produttività, bassi salari, forte spinta all’emigrazione[3]. Il risultato di tutto questo è che se il Centro-Nord tende a perdere contatto con i ritmi di crescita delle aree centrali d’Europa, nel Sud la “desertificazione industriale” procede a passi da gigante[4].

Insomma, il dualismo continua a caratterizzare l’economia italiana. L’unico vero tentativo di mettere in moto un processo di convergenza tra le due partizioni del Paese risale all’intervento straordinario[5] operato con la Cassa per il Mezzogiorno[6] tra il 1950 e il 1975[7]. Successivamente, il divario tra le due macro aree del Paese è tornato a crescere o, nella migliore delle ipotesi, a stabilizzarsi. Eppure, dopo l’intenso dibattito degli anni cinquanta, sessanta e settanta l’analisi delle vicende economiche italiane ha generalmente cessato di essere condotta in chiave dualistica[8], in particolar modo a partire dagli anni ottanta. A ciò hanno contribuito alcuni fattori. Da un lato, se inizialmente l’intervento straordinario aveva puntato sugli investimenti produttivi, successivamente, dopo la metà degli anni settanta, proprio quando maggiore era la necessità di una azione pubblica efficiente in grado di adattarsi ai mutamenti nelle convenienze localizzative e nell’adeguamento della produzione alle nuove condizioni di mercato, hanno prevalso interventi a sostegno dei redditi, spesso con caratteri assistenziali e clientelari. Dall’altro lato, al declino del modello di sviluppo industriale basato sull’intervento pubblico in comparti industriali a elevata intensità di capitale, venne contrapponendosi l’affermazione di un modello basato sullo sviluppo dell’imprenditoria locale, improntato a criteri di spiccata specializzazione, in una logica di forte integrazione europea e internazionale[9].

L’esaurimento dell’intervento straordinario[10] – concretizzatosi tra la fine degli anni ottanta e i primissimi anni novanta – ha visto anche un calo degli investimenti pubblici nel Mezzogiorno, anche per i vincoli imposti dal processo di integrazione europea. E da allora si registra una progressiva ulteriore apertura della forbice tra Nord e Sud. Il problema del Mezzogiorno viene spesso, tuttavia, ricondotto ai vincoli e alle rigidità del mercato del lavoro[11] e della formazione del capitale sociale, vincoli e rigidità che impediscono il pieno funzionamento dei mercati dei fattori produttivi e la loro allocazione efficiente tra le varie aree del paese. Tutto ciò si colloca sullo sfondo delle vicende europee: l’unificazione monetaria europea e la sua tendenza a spostare il baricentro economico-finanziario verso il Nord-Europa.

Ma la storia recente ci racconta che in Europa, così come in Italia, i divari tra le regioni sembrano destinati a perdurare e, in alcuni casi, persino a rafforzarsi[12]. L’ottimismo dei modelli che poggiano sulla fiducia che le aree arretrate possano trarre vantaggio nell’integrazione con aree sviluppate è stato vistosamente smentito. Il libero agire del meccanismo di mercato, sia sul fronte del lavoro, sia su quello della capacità produttiva legata alla tipologia delle tecniche produttive adottate, non ha permesso che le regioni meno sviluppate agganciassero lo sviluppo delle regioni più avanzate. Il vantaggio comparato rappresentato dal minor costo del lavoro nel Mezzogiorno non ha generato l’atteso riequilibrio territoriale. L’esperienza storica mostra quindi che, se lasciate all’azione spontanea dei meccanismi di mercato, le posizioni relative, di vantaggio o di svantaggio, possono persistere nel tempo per effetto dei meccanismi di “causazione circolare e cumulativa” che potenzialmente si muovono in una direzione contraria rispetto allo “sviluppo armonioso” di una area integrata[13]. Una volta che la produzione si è polarizzata in aree specifiche e in determinati settori, non ci può poi attendere uno spontaneo processo di diffusione di iniziative imprenditoriali in altre aree. Si innesca, invece, un processo cumulativo di divergenza per cui: nelle regioni in cui si concentra una struttura produttiva più efficiente e prevale la cosiddetta domanda ricca è favorito il processo di investimento e quindi di espansione; mentre le regioni la cui attività produttiva è legata alla domanda povera subiscono un rallentamento negli investimenti e nel processo espansivo. A ciò si aggiunga che le specializzazioni produttive tendono a riprodursi nel tempo e a strutturarsi, manifestando un legame di causalità con le strutture economiche, sociali e istituzionali, tendenza che le forze di mercato non riescono a correggere.

Applicata ad un sistema dualistico, tale circostanza tende ad accentuare progressivamente il divario. In più, privilegiare più o meno esplicitamente una competitività da prezzi, significa impedire la trasformazione della specializzazione produttiva e consegnare alla flessibilizzazione del mercato del lavoro il peso della competitività internazionale. Evidentemente, questa prospettiva ha finito per aggravare ulteriormente lo svantaggio delle aree meno sviluppate: anche le aree forti hanno premuto per una sempre maggiore flessibilizzazione del mercato del lavoro e un sempre minore intervento dello Stato nell’economia[14] col risultato che mentre nelle aree forti la crescita del reddito è affidata a economie esterne, rendimenti crescenti e fattori agglomerativi nelle aree “deboli” la deregolamentazione del mercato del lavoro e il venir meno del sostegno dello stato sociale, in aggiunta al già più basso livello di occupazione e di partecipazione, producono una riduzione del Pil pro capite. Il divario si acuisce.

Queste dinamiche riportano l’attenzione sulla caratteristica cumulativa del processo di divergenza e sui modelli di sviluppo dualistico. Riconsiderare il sistema economico italiano in chiave dualistica – con le dovute implicazioni in termini di politica economica – e reimpostare conseguentemente le politiche di sviluppo sembra quanto mai opportuno.

[1] Svimez (2013), Una politica di sviluppo del Sud per riprendere a crescere, 6 febbraio 2013, Roma.
Seppure il riaprirsi della forbice tra Nord e Sud risalga agli anni settanta – eccenzion fatta per brevi parentesi di stasi o timida riduzione – sembra che l’entità del divario sia notevolmente cresciuta proprio negli ultimi anni in concomitanza con l’attuazione di più stringenti politiche di austerità.
[2] Dati 24° Report Sud di Diste Consulting-Fondazione Curella sul II semestre del 2012.
[3] Sulla circolarità della relazione “impoverimento-emigrazione-impoverimento” si rimanda, in questa rivista, all’articolo di G. Forges Davanzati, Le emigrazioni e la crisi del Mezzogiorno.
[4] Svimez, Rapporto sull’economia del Mezzogiorno nel 2012, il Mulino, Bologna.
[5] Per una ricostruzione dell’intervento straordinario e della attività della Cassa per il Mezzogiorno cfr. S. Cafiero (2000), Storia dell’intervento straordinario nel Mezzogiorno (1950-2003), Lacaita Editore, Manduria-Bari-Roma.
[6] La Cassa per il Mezzogiorno fu fortemente voluta da Pasquale Saraceno che, col supporto teorico del “nuovo meridionalismo”, sottolineava la rilevanza strategica dell’industrializzazione per la soluzione della questione meridionale ma anche, più in generale, per la crescita dell’economia nazionale.
[7] Sulla “convergenza” del Mezzogiorno verso il resto del paese nel periodo citato, l’opinione riscontrabile in letteratura è sostanzialmente unanime.
[8] Per una rassegna sui modelli dualistici elaborati tra gli anni cinquanta-settanta del Novecento e il dibattito tra gli economisti che ne conseguì sia consentito rinviare a C. Vita, Il dualismo economico in Italia. La teoria e il dibattito (1950-1970), FrancoAngeli, Milano, 2012.
[9] Si veda a riguardo in questa rivista U. Marani, I luoghi comuni del “Piano per il Sud”.
[10] Secondo alcuni studiosi, il modello di sviluppo dall’alto sotteso all’intervento straordinario rispondeva solo ad una logica dirigistica e finiva con il privilegiare progetti particolari piuttosto che progetti di interesse generale. Tra gli altri, C. Trigilia (1996), “Una nuova occasione per il Mezzogiorno”, in Economia Italiana, n.2, e G. Viesti (2004), Abolire il Mezzogiorno, Laterza. Bari.
[11] Una riproposizione delle le disparità salariali e, eventualmente, dell’emigrazione come soluzione alla “questione meridionale” porta, sul piano teorico, ad una retrodatazione del dibattito ai tempi dell’analisi di Vera Lutz, secondo la quale le imperfezioni del mercato del lavoro rappresentavano la causa principale del dualismo Nord-Sud.
Con specifico riferimento alle questioni salariali cfr., in questa rivista, gli articoli di R. Patalano e R. Realfonzo, Salari meridionali in gabbia, e di G. Colacchio, Mezzogiorno in gabbia.
[12] Cfr., tra gli altri, R. Realfonzo e C. Vita (a cura di ) (2006), Sviluppo dualistico e Mezzogiorni d’Europa. Verso nuove interpretazioni dei divari regionali in Europa e in Italia, FrancoAngeli, Milano.
[13] L’impatto dell’apertura internazionale ed in particolare il ruolo svolto dalla domanda estera nel determinare una configurazione di sviluppo di tipo dualistico è stato analizzato da Graziani in Lo sviluppo di una economia aperta, ESI, Napoli del 1969. Il modello proposto da Graziani descriveva in maniera esaustiva i tratti del processo di sviluppo italiano degli anni cinquanta-sessanta ma potrebbe essere validamente ripreso per rappresentare l’attuale situazione economica nazionale.
[14] La necessità di rafforzare il ruolo dello Stato nell’economia attraverso una politica industriale nazionale con funzione trainante che parta proprio dalle regioni meridionali è, invece, ribadita, tra gli altri, da F. Pirro, La grande industria abita ancora il Mezzogiorno e Il Mezzogiorno riparte dalle imprese pubbliche, in questa rivista.

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I luoghi comuni del “Piano per il Sud”

Posted on 11 marzo 2011 by admin

La matassa delle problematiche del Mezzogiorno, dal costituirsi dell’Unità d’Italia in poi, si dipana secondo dinamiche poco lineari che, solo riduttivamente, possono essere ricondotte alle certezze del determinismo storiografico o economicistico. L’alternarsi delle fasi di divergenza e di convergenza tra le due macro-regioni del paese s’interseca con quei momenti in cui la “questione meridionale” non assume solo priorità rituale nella gerarchia della politica economica nazionale ma diviene, nei fatti, un obiettivo realmente perseguito dalle classi dirigenti nazionali.

La mancata considerazione dei (fugaci) periodi di “politica meridionalistica-convergenza territoriale” costituirebbe una scorretta rimozione poiché eliminerebbe dall’analisi quei fattori di successo che, seppur sporadicamente, hanno costituito pre-condizioni o fattori di attenuazione del mancato sviluppo delle regioni del Mezzogiorno.

L’individuazione dei mix virtuosi di quei brevi scorci temporali necessita, anzitutto, di un definitivo superamento dei luoghi comuni che hanno minato, soprattutto sul piano interpretativo, l’efficacia e la prosecuzione di politiche economiche di stampo meridionalistico.

Una sintesi esaustiva di simili banalità è esemplarmente contenuta nel recente documento del Governo sul cosiddetto “Piano nazionale per il Sud” (Governo italiano, Presidenza del Consiglio dei Ministri, 2011).

E da tali luoghi comuni solo pochi studiosi riescono, purtroppo, a sottrarsi (Giannola, 2011; Viesti,2009).

La prima, la più macroscopica di queste convenzioni, riguarda l’ammontare e l’inefficiente utilizzo dei fondi che sono stati destinati alle regioni meridionali.

Il sillogismo, nella sua essenza, è coniugato con solenne quanto superficiale enfasi: poiché l’ammontare di risorse destinato al Sud è stato smisurato, ma l’utilizzo concreto dei fondi non è mai esitato in una reale inversione di tendenza, tale da innescare un continuativo processo di convergenza delle regioni meridionali al resto del paese, segue che il ridimensionamento delle risorse impegnate a tal fine non avrà, per definizione, effetti di collasso sulle regioni in ritardo.

E’ ovvio che si tratta di un sillogismo solo apparentemente ineccepibile da punto di vista strettamente logico, poiché dalla prima affermazione potrebbe discendere, come conseguenza, l’analisi delle cause della presunta inefficienza; ma il sillogismo, come tale, si è tramandato nel corso degli ultimi decenni, spesso confortato, a posteriori, da presunte indagini economiche “neutrali” le quali associavano, come per incanto, spesa pubblica a spreco. Non che così spesso non fosse: l’economia politica del terremoto è troppo recente per non essere ricordata nella sua essenza di keynesismo politicizzato e criminale. Ma la generalizzazione, si sa, non è foriera di comprensione e finisce, secondo manicheismo, coll’omologare, ad esempio, comunità montane in riva al mare e grandi opere infrastrutturali.

Il secondo macroscopico luogo comune riguarda l’applicabilità al meridione di un modello autopropulsivo di sviluppo endogeno locale, mutuato e scopiazzato dalle esperienze delle regioni centrali di distretti industriali di piccole imprese.

Il ragionamento, particolarmente in voga nel corso degli anni Novanta, si articolava per una serie apparentemente concatenata di affermazioni tanto indimostrate quanto esplicitate con sicumera: poiché il modello “Cassa per il Mezzogiorno” ha prodotto mega-infrastrutture inutili e costose e poiché la grande impresa a partecipazione statale si è rivelata inefficiente, deficitaria e responsabile della creazione di “cattedrali nel deserto”, tanto vale ridimensionare gli impegni a favore della piccola impresa indigena, portatrice delle competenze e dei bisogni del territorio. D’altro canto, aggiungeva la tesi in questione, il modello della grande impresa era sempre meno aderente al ruolo dei paesi europei occidentali nel contesto della nuova divisione internazionale del lavoro, che si caratterizzava per un peso crescente di finanza, terziario avanzato e di information technology ad Ovest e per manifattura standardizzata nel medio e nel lontano oriente. “Piccolo è bello” era lo slogan entusiasta del nuovo paradigma delle scienze sociali, convinto che ogni territorio e ogni comunità presentasse potenzialità proprie di crescita, sacrificate dalla dipendenza dalla manifattura proveniente da fuori il Mezzogiorno (Donzelli e Cersosimo, 2000).

Che poi, nel frattempo, tutte le poche indagini fuori dal coro ci avvertissero del contrario era del tutto irrilevante.

Nel Mezzogiorno, nel frattempo, al grido di “meno Stato e più mercato” e di una ritrovata centralità dello sviluppo locale, la cui estensione ondeggiava dalla piccola impresa artigianale alla sagra del fungo porcino, sino alla moltiplicazione di aree industriali inutili per ciascun campanile, si smantellava la grande impresa manifatturiera meridionale.

E il terzo luogo comune, quello più esplicito e liquidatorio, è il più recente, ovvero la rivendicazione della cosiddetta “questione settentrionale”.

Proporre l’esistenza di una questione primaria per le regioni del nord del paese non indica solo liquidare il meridionalismo come visione dualistica dello sviluppo economico e sociale del paese, ma indica qualcosa in più: il rallentamento della crescita del tessuto produttivo e imprenditoriale settentrionale, unitamente allo sfascio della finanza pubblica del paese, come conseguenza dell’aver pervicacemente tentato di far convergere le regioni meridionali al resto del paese. Quando una simile miraggio si sarà diradato allora le regioni settentrionali riprenderanno a crescere e la finanza pubblica registrerà meno propensione al disavanzo (Ricolfi, 2010).

Ovviamente gli osservatori esperti della struttura produttiva italiana sanno con dovizia di argomentazioni che la crisi dell’economia del centro-nord poco ha a che fare con i presunti sperperi pubblici del Mezzogiorno, che oramai da tempo il flusso della spesa statale in conto capitale è strutturalmente indirizzata verso le regioni del nord e che il ristagno industriale dei territori storicamente dinamici è conseguenza dell’assenza di politiche industriali nazionali e del mancato adeguamento di competitività alle rigide regole dell’Unione Monetaria Europea (Gallino, 2003).

Del tutto diversa appariva agli occhi di quei pochi meridionalisti che hanno avuto la ventura di guidare la politica economica del paese la connessione tra le due macro-aree dell’Italia.

Ciò è avvenuto per periodi ristretti, mai più dalla fine degli anni Settanta in poi, immediatamente prima e subito dopo la Seconda Guerra Mondiale. In quella fortunata e irripetibile fase la strumentazione fu diversa e agì su più fronti: dapprima la nascita di un polo manifatturiero a partecipazione statale a seguito dei fallimenti bancari successivi alla Grande Crisi, successivamente la politica delle grandi infrastrutture e infine l’incentivazione all’ingresso di imprese del Centro-Nord nelle regioni meridionali (Graziani, 2000).

Si trattava di policy diverse, ma tutte accomunate dalla convinzione che era il meridione a palesare le potenzialità e le contraddittorietà dell’accumulazione in Italia, senza superficiali contrapposizioni tra “questione settentrionale” e “questione meridionale”.

Il Mezzogiorno, era questa l’interpretazione realmente eterodossa, anticipava, con le sue contraddizioni, i limiti del paese: dunque intervenire non rispondeva ad alcun afflato caritatevole. Il meridione, solo fenomenicamente, si poneva come un caso di mancato sviluppo; a un’analisi più approfondita si palesava come la cartina di tornasole per il conseguimento di una crescita bilanciata della nostra economia (Saraceno 1986 e Saraceno 1992).

La nobiltà intellettuale e il fervore sociale di un simile approccio sono, oramai, oggetto di un dibattito appetibile per la storiografia ma impensabile per il conformismo dell’Italia di oggi. Ma il ruolo “anticipatorio” del Mezzogiorno rimane, seppur in negativo: catalogato a peso nazionale e a fonte della nascita di un’inverosimile questione settentrionale, il Sud si limita a scandire il Medio Evo prossimo venturo della società italiana (Ires Campania, 2010).

Un futuro di elevata disoccupazione giovanile, di precarietà diffusa, di retrocessione a potenza manifatturiera di secondo livello, di un settore pubblico avvitato in un circolo vizioso di alimentazione di spese di sussistenza delle quali ci si lamenterà e ci si allarmerà sempre più.

Ammettere in futuro l’esistenza di una simile connessione sarà, probabilmente, una magra consolazione.

*Ordinario nell’Università di Napoli “Federico II” e Presidente Ires Campania

Bibliografia
Cersosimo D. e Donzelli C., 2000, Mezzo giorno. Realtà, rappresentazioni e tendenze del cambiamento meridionale. Donzelli Editore.
IRES Campania, 2010, Per un documento sul Mezzogiorno.
Gallino L., 2003, La scomparsa dell’Italia industriale, Einaudi.
Governo Italiano, Presidenza del Consiglio dei Ministri, 2011, Piano Nazionale per il Sud. Le priorità per la strategia di ripresa e sviluppo del Mezzogiorno.
Graziani A., 2000, Lo sviluppo dell’economia italiana. Dalla ricostruzione alla moneta europea, Boringhieri.
Giannola A., 2011, Il Mezzogiorno nell’economia italiana. Nord e Sud a 150 anni dall’Unità
Ricolfi L., 2010, Il sacco del Nord. Saggio sulla giustizia territoriale, Guerini e Associati.
Saraceno P. (1986), Il nuovo meridionalismo, Istituto Italiano per gli Studi Filosofici, Napoli.
Saraceno P. (1992), Studi sulla Questione Meridionale: 1965-1975, Collana SVIMEZ, il Mulino.
Viesti G., 2009, Mezzogiorno a tradimento. Il Nord, il Sud e la politica che non c’è”, Laterza.

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