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Il ruolo delle banche è mutato

Posted on 12 febbraio 2010 by admin

Durante i “trenta gloriosi” anni seguenti la Seconda guerra mondiale, le banche hanno svolto un ruolo cruciale per lo sviluppo economico del sistema capitalista, incentrato a quell’epoca sulla relazione virtuosa tra il settore bancario e le imprese che producono beni e servizi non-finanziari: le linee di credito concesse dalle banche a tali imprese – i cui obiettivi erano definiti con riferimento al medio-lungo periodo – permisero la produzione di valore aggiunto attraverso la remunerazione dei lavoratori delle imprese, i quali potevano disporre della loro capacità di acquisto sui mercati dei prodotti al fine di avere un tenore di vita dignitoso senza dover ricorrere all’indebitamento personale.

La finanziarizzazione[1] delle economie capitaliste, iniziata negli anni Ottanta del secolo scorso, ha trasformato i nostri sistemi economici radicalmente, marginalizzando poco alla volta il ruolo delle banche commerciali, inducendo queste ultime a diventare delle società finanziarie attive su scala globale e operanti a 360 gradi sui mercati finanziari (una sorta di “supermercati finanziari” alla ricerca del massimo profitto nel minor tempo possibile). La crescente quota dei profitti nella distribuzione del reddito che avviene sul mercato dei prodotti ha ridotto la necessità per le imprese di far capo al credito bancario per il finanziamento della loro produzione. La riduzione della quota dei salari reali nella distribuzione del reddito nazionale ha da parte sua diminuito la capacità di acquisto delle famiglie di lavoratori, a tal punto da aver introdotto nelle statistiche a livello nazionale la categoria dei cosiddetti “working poor”, vale a dire i lavoratori il cui salario o stipendio non basta per assicurare loro un livello di vita minimo esistenziale, costringendoli dunque a ricorrere all’indebitamento personale e magari pure all’assistenza sociale.

In questo regime economico, le imprese non hanno alcun interesse a investire per aumentare la loro capacità di produzione in quanto i consumatori hanno una minore capacità di acquisto, data la maggiore quota dei profitti nella ripartizione del reddito nazionale. Queste imprese sono quindi indotte a spendere i loro profitti a oltranza sui mercati finanziari, i quali permettono alle banche, fra molti altri attori finanziari, di riciclare tale enorme liquidità concedendo lucrativi prestiti al consumo alle famiglie di lavoratori il cui salario o stipendio non basta per mantenere un certo tenore di vita.

Alla relazione che associava il credito dei lavoratori al debito delle aziende nell’epoca precedente la “finanziarizzazione” dei sistemi economici capitalistici è andata sostituendosi la relazione opposta, caratterizzata dall’aumento dell’indebitamento personale, da un lato, e dall’altro lato dalla crescita dei profitti aziendali non reinvestiti nella produzione ma spesi per aumentare le rendite sui mercati finanziari. Le politiche di riduzione del debito pubblico e di pareggio del bilancio statale hanno poi aggravato questa situazione, già destabilizzante per natura, in quanto hanno ridotto da un lato la capacità di contrarre debiti da parte del settore pubblico e, dall’altro lato, hanno diminuito l’offerta di titoli finanziari dello Stato, contraddistinti da un rapporto rischio–rendimento interessante per gran parte dei risparmiatori individuali.

Come fece notare William Vickrey, “premio Nobel” per l’economia nel 1996, “il deficit pubblico non è un peccato ma una necessità economica”[2] al fine di ridurre l’instabilità intrinseca nel funzionamento dei sistemi economici capitalistici dominati dalla finanza speculativa.

*L’autore è professore ordinario di macroeconomia ed economia monetaria nell’Università di Friburgo (Svizzera).

[1] La finanziarizzazione di un sistema economico consiste nel dare la precedenza ai mercati finanziari, ai motivi di carattere finanziario, agli agenti finanziari e alle istituzioni finanziarie – sul piano sia nazionale sia transnazionale – rispetto alla cosiddetta economia “reale”, il cui funzionamento è pertanto subordinato (a prescindere dalla congiuntura) alla finanza speculativa.
[2] William Spencer Vickrey, “We need a bigger deficit”, in M. Forstater e P.R. Tcherneva (a cura di), Full Employment and Price Stability: the Macroeconomic Vision of William S. Vickrey, Cheltenham e Northampton, Edward Elgar, 2004, p. 134.

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Ambiente, energia e sviluppo. Il lavoro dimenticato

Posted on 15 aprile 2009 by admin

Rilanciando nel 2005 la “strategia di Lisbona” (nata con l’obiettivo, divenuto quasi uno slogan, di fare dell’Europa l’economia basata sulla conoscenza più competitiva e dinamica del mondo), l’UE sottolinea come il perseguimento di una crescita duratura e sostenibile e la creazione di nuovi e migliori posti di lavoro debba essere ispirata da un’opportuna rivisitazione della politica industriale. In questo quadro l’UE fa emergere la necessità di una regolamentazione migliore, del perfezionamento del mercato interno, del rafforzamento della politica per la ricerca, delle politiche per l’occupazione e di quelle sociali. Questi tratti escono poi rafforzati dal vertice del Consiglio Europeo di Bruxelles dell’11-12 dicembre del 2008, nel quale si è andata delineando una più ampia e articolata linea d’intervento sui temi dell’energia, dell’ambiente e della conoscenza, a cui tutti gli Stati sono chiamati a concorrere ed ispirare le azioni volte al superamento della crisi economica internazionale. Pur nell’autonomia degli Stati, le misure per affrontare la crisi devono agire sui processi d’innovazione tecnologica e di rinnovamento del tessuto produttivo sulla spinta della “nuova” domanda che la sfida energetico-ambientale va alimentando. La riduzione del 20% delle emissioni di gas a effetto serra entro il 2020, con la possibilità di traguardare il 30% nel marzo 2010, dopo la conferenza di Copenhagen, sono diventati, dunque, obiettivi centrali della “nuova” politica industriale dell’Europa[1]. La possibilità e la capacità di innovare il tessuto industriale attivando la produzione di nuovi beni capitali e strumentali orientati alla salvaguardia energetico-ambientale, è giudicata inoltre rilevante non solo nei termini delle urgenze poste dalla crisi, ma anche ai fini di intercettare una posizione competitiva nell’ambito di una nuova divisione internazionale del lavoro. Su una linea “simile” si muove anche la nuova amministrazione statunitense e il richiamo alla “novità Obama” è ormai una citazione obbligata da parte di tutta la stampa.

Se guardiamo all’Italia non tardiamo, tuttavia, ad accorgerci della divergenza che il suo modello di sviluppo produttivo mostra nei confronti di quello europeo. E, soprattutto, a sollevare seri dubbi circa la possibilità che il nostro Paese sia in grado, nel rispetto dell’ambiente e della “sicurezza energetica”, di tutelare l’occupazione e di crearne di migliore in futuro.
Da un’indagine dell’Energy & Strategy Group in Italia, presentata lo scorso 12 marzo, risulta che, nel settore dei beni ambientali e delle fonti energetiche rinnovabili, le imprese nazionali operano prevalentemente nel campo dell’installazione, che copre tra il 7% e il 17% del giro d’affari totale, essendo il rimanente da attribuire a chi opera nel campo della ricerca e produzione di pannelli solari, di apparati per l’energia eolica, ecc. E l’import di questi beni raggiunge il 98%, mentre il rimanente 2% è realizzato da imprese estere ubicate in Italia. E’ bene sottolineare come tutto questo avvenga dopo anni in cui il manifatturiero del nostro Paese non ha fatto altro che registrare un indebolimento della competitività sui mercati internazionali perdendo quote di export in termini superiori a quella dei paesi dell’Unione e inanellando progressive riduzioni degli attivi commerciali nei confronti di quegli stessi paesi, mentre, al contrario, i maggiori paesi europei hanno dato vita a una rigenerazione della propria offerta produttiva, spostando questa su beni “ad alta intensità tecnologica” secondo un opportuno allineamento con la direzione dei grandi “cambiamenti strutturali” in atto.

La questione non è marginale se si pensa che la dinamica degli scambi internazionali dei beni energetico-ambientali, ancor prima degli impegni europei del dicembre 2008, aveva raggiunto valori in aumento del 25 % all’anno tra il 1995 e il 2005. E che, ad esempio, la Germania ha raggiunto in pochi anni nelle esportazioni di beni ambientali valori pari a 56 mld di euro l’anno, ormai prossimi alla meccanica elettrica. Ma risultati commerciali fortemente positivi sono riscontrabili anche per quanto riguarda paesi come la Danimarca o la Spagna.

I danni del mancato processo di riconversione tecnologica del sistema economico italiano sono (tristemente) noti da tempo: l’impossibilità di competere sull’alta tecnologia e, contemporaneamente, la difficoltà di competere sul costo del lavoro per la presenza delle “economie emergenti”, ha sollecitato crescenti richieste di forme di flessibilità lavorativa creando un circuito (perverso) di “precarizzazione” e di disincentivo a correggere il tiro della specializzazione produttiva.

Questo risultato è la conseguenza di una politica da sempre incentrata sulle agevolazioni e sugli incentivi, ma incapace o rinunciataria rispetto alla necessità di aggredire lo spiazzamento tecnologico presente nel nostro sistema produttivo. Uno dei tanti omaggi alla concezione liberista del mercato; tanto estremista in Italia da sfiorare l’autolesionismo. Inoltre, a questi risultati si è pervenuti nonostante la ricerca pubblica disponesse delle conoscenze per affrontare le soluzioni tecnologiche necessarie. Ma essendo il sistema industriale del tutto inadeguato, le competenze pubbliche sono rimaste “pubbliche”. L’effetto degli incentivi alla “domanda ambientale ed energetica” è stato quello di avere finanziato, di fatto, la ricerca e lo sviluppo dei paesi concorrenti, penalizzato le strutture pubbliche di ricerca, creando ulteriori deficit commerciali nella nostra bilancia commerciale. E aggravando non solo le debolezze preesistenti del nostro sistema produttivo, ma riducendo anche, in prospettiva, le possibilità di creare “lavoro buono”, nel senso di lavoro ad elevata intensità di conoscenza. Il caso delle tecnologie delle fonti energetiche rinnovabili è certamente quello più clamoroso, ma esistono precedenti analoghi ad esempio in materia di tecnologie informatiche, di tecnologie laser, elettromedicali, ecc., che avrebbero dovuto mettere in guardia qualunque autorità responsabile.

Mentre altrove si riesce a coniugare l’alta qualità del lavoro con la riconversione dei processi produttivi verso la “green economy”, da noi la politica economica dei Governi sembra dunque creare un trade-off fra tutela dell’ambiente e tutela dell’occupazione. Una politica industriale miope e l’assenza di un progetto di trasformazione della specializzazione produttiva hanno portato a marginalizzare l’Italia nel consesso internazionale. Ancora una volta il nostro paese resta estraneo alla “strategia di Lisbona”.

 

*Sergio Ferrari è economista, vice direttore Enea.

 

[1] La Commissione europea presenterà al Consiglio Ue nel marzo 2010 un’analisi dettagliata dei risultati della Conferenza di Copenaghen, in particolare per quanto riguarda il passaggio da una riduzione dal 20% al 30%. Il Consiglio UE procederà, su questa base, ad una valutazione della situazione, compresi gli effetti sulla competitività dell’industria europea e degli altri settori economici.

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Il Mezzogiorno riparte dalle imprese pubbliche

Posted on 13 marzo 2009 by admin

Da alcune settimane è in corso un vivace dibattito in alcune regioni del Mezzogiorno sulla necessità – affermata da personalità che vanno dal Governatore della Sicilia Lombardo a quello pugliese Vendola, appena uscito da Rifondazione Comunista, e da dirigenti dell’Udc all’On. Adriana Poli Bortone di An, ma non aderente al nuovo Pdl – di promuovere un ‘movimento in difesa del Sud’ che costoro ritengono penalizzato dal Governo, come emergerebbe fra l’altro dall’utilizzo di quote rilevanti dei fondi Fas per fini e territori diversi da quelli per i quali erano stati stanziati.
Tale dibattito inoltre è stato accompagnato da manifestazioni in cui si sono incontrati leader di diversi schieramenti, col proposito di rilanciare le regioni meridionali – nelle quali la crisi si avverte ancor più pesantemente che al Nord – e di difendere le risorse stanziate per il Sud, anche ricorrendo in Parlamento ad accordi bipartisan fra i deputati meridionali.
Ora, premesso che sino ad ora tali accordi sono risultati solo un auspicio non essendo stati seguiti da atti politici concreti, v’è da rilevare poi che in questa querelle di stampo antileghista non è stata elaborata, o almeno non risulta in documenti che abbiano una qualche ufficialità, alcuna visione programmatica capace di saldare sinergicamente il rilancio dell’economia meridionale con quello del sistema produttivo nazionale, mentre è rimasto inesplorato un terreno di riflessione e di proposta che, invece, se praticato con rigore analitico e ricchezza di indicazioni operative, rappresenterebbe il primo corposo tassello di un programma di ripresa della crescita del Meridione, elaborato però all’interno di un disegno di politica industriale attento alle esigenze dell’intero Paese.
Ci si riferisce a quello che potrebbe tornare ad essere il ruolo propulsivo delle imprese a controllo pubblico – che venne propugnato fra gli altri da Pasquale Saraceno e avviato dal Ministro Pastore nei ‘poli di sviluppo’ del Meridione, a partire dagli anni Sessanta del ’900 – soprattutto in territori ove il declino di interi sistemi manifatturieri di varia dimensione, costituiti in prevalenza da pmi di imprenditori locali, sta comportando un pesante incremento della disoccupazione, cui si riesce a rispondere solo con l’estensione e il prolungamento temporale di ammortizzatori sociali.
Naturalmente un programma che punti alla riproposizione del ruolo strategico in alcune grandi regioni del Sud di imprese a controllo pubblico non deve ispirarsi a logiche assistenziali, ma individuare quei comparti in cui le aziende a vario titolo controllate dallo Stato andrebbero a potenziare in logiche di mercato la loro funzione già ora trainante, o gli altri settori in cui potrebbero iniziare a svolgerla, rispondendo però ad esigenze di competitività dell’intero sistema produttivo nazionale.
Buona parte degli economisti italiani, in realtà, continua ad ignorare tale ipotesi, anche se sono ormai lontani gli anni delle privatizzazioni ‘epocali’ avviate nel 1992-1994, presentate come occasioni storiche per la nascita di nuovi ‘campioni industriali nazionali’ e culminate con la messa in liquidazione dell’Iri avvenuta nel 2000[1]. Ora, nel mentre la drammatica crisi in cui versa l’economia internazionale ha già riproposto in vari Paesi il ruolo interventista dello Stato almeno in funzione anticiclica – e la stessa Commissione Europea non esclude la nazionalizzazione di alcune grandi banche in difficoltà a causa dei titoli ‘tossici’ posseduti – a conforto di questa nostra ipotesi valga la constatazione che ancora massiccia è in Italia, soprattutto nelle sue regioni meridionali, la presenza di imponenti stabilimenti, facenti capo in varia misura ad holding pubbliche, con elevati tassi di occupazione in settori strategici per l’industria nazionale che vanno dalla petrolchimica all’aerospazio, dall’energia alla cantieristica, dalla costruzione di materiale e di segnalamento ferroviario alla sua manutenzione, dall’Ict alla produzione di materiali stampati.
L’Eni con le sue controllate Polimeri, Syndial, Enipower e Snam, la Finmeccanica con Alenia Aeronautica, AgustaWestland, Officine Aeronavali, Alcatel Alenia Space Italia, Telespazio, Galileo Avionica, Selex Sistemi integrati e Selex Communications, AnsaldoBreda, Ansaldo Trasporti Sistemi ferroviari e Ansaldo Segnalamento Ferroviario, l’Enel con numerose sue controllate, la Fincantieri, la STMicroelectronics, le Ferrovie dello Stato e l’Istituto Poligrafico e Zecca dello Stato sono presenti in Abruzzo, Puglia, Campania, Basilicata, Calabria, Sicilia e Sardegna, dando vita ormai da anni in molte aree a sistemi produttivi guidati da alcuni loro macroimpianti, intorno ai quali gravitano articolati reticoli di attività indotte con migliaia di addetti. L’Eni impiega nel Sud circa 4.300 dipendenti diretti, la Finmeccanica nell’aerospazio oltre 9.000 e nel materiale rotabile 1.530, la Fincantieri quasi 1.450, l’Enel oltre 2.000, la STMicroelectronics più di 4.600[2].
Estese, come si è accennato, sono le subforniture di beni e servizi di piccole e medie imprese di manutenzione nei grandi impianti petrolchimici in Puglia, Sicilia e Sardegna, e nei siti ove sono in esercizio le centrali elettriche dell’Enel e dell’Enipower, mentre nel comparto aerospaziale in Campania e a Brindisi, diffuse sono in decine di aziende le produzioni di componentistica e lavorazioni di varia tipologia, spesso ad elevato valore aggiunto. Anche la costruzione di materiale rotabile e la navalmeccanica generano attività collegate che impiegano centinaia di occupati e lo stesso dicasi a Catania nel grande polo dell’Etna Valley, guidato dalla STMicroelectronics.
Allora – in un disegno di politica industriale di respiro pluriennale definibile a livello governativo con il concorso del Parlamento – si potrebbero: 1) potenziare, anche tramite co-finanziamenti attingibili dai Fondi europei per il 2007-2013 gestiti dalle Regioni che prevedono pure i contratti di programma, le industrie dell’aerospazio, sul modello ad esempio di quanto accaduto negli ultimi anni a Grottaglie nel Tarantino, ove l’Alenia Composite, dell’omonimo gruppo della Finmeccanica, ha costruito – co-finanziata dalla Regione Puglia sulle risorse comunitarie 2000-2006[3] – l’imponente stabilimento in cui si producono, con 700 nuovi occupati altamente qualificati, sezioni in fibra di carbonio della carlinga del nuovo aereo passeggeri 787 Dreamliner della Boeing; 2) rafforzare il polo dell’ala rotante di Brindisi ove opera un grande impianto della AgustaWestland; 3) incrementare e ammodernare le capacità produttive delle raffinerie di Taranto, Gela e Messina; 4)arricchire ulteriormente con trasformazioni manifatturiere ‘a valle’ le produzioni di base degli impianti di cracking di Brindisi, Priolo e Porto Torres; 4) rafforzare i poli energetici dell’Enel con nuovi interventi sulla megacentrale di Brindisi per ridurne ancor più l’impatto ambientale, riconvertendo a carbone pulito quella di Rossano Calabro, potenziando le centrali del Sulcis, costruendo il rigassificatore di Porto Empedocle e localizzando nuovi impianti di energia eolica, dopo gli ultimi costruiti nel Molise; 5) rafforzare i cantieri navali di Castellammare di Stabia e Palermo, qualificandone ulteriormente l’indotto; 6) consolidare i poli di costruzioni ferroviarie dell’AnsaldoBreda di Napoli, Reggio Calabria e Palermo; 7) rafforzare la mission della STMicroelectronics, dopo la joint-venture con la Intel e la nascita della società Numonyx; 8)irrobustire il polo manutentivo di Foggia delle Ferrovie per i treni regionali e il sito del Poligrafico dello Stato, sempre nel capoluogo dauno, per targhe automobilistiche e altro materiale a stampa per il sistema sanitario nazionale.
Molte di queste fabbriche, peraltro, già collaborano con Università del Mezzogiorno, loro Dipartimenti ed altri centri di ricerca, come ad esempio il Cetma di Mesagne controllato dall’Enea, e nell’ultimo quinquennio hanno assunto centinaia di laureati e diplomati in discipline scientifiche, formati in Atenei e Istituti tecnici industriali di alcune grandi città del Sud.
Non si dimentichi poi che, grazie al controllo pubblico delle holding strategiche prima richiamate, lo Stato italiano ha potuto acquisire grandi aziende estere come quelle acquistate negli Usa dalla Finmeccanica e l’Endesa in Spagna venduta da Acciona all’Enel, o partecipare a consorzi internazionali guidati dall’Eni per lo sfruttamento dei giganteschi giacimenti petroliferi nel Kazakistan occidentale. E, last but not least, è il caso di ricordare che la prima impresa italiana per fatturato è tuttora un grande gruppo a controllo pubblico come l’Eni, mentre l’Enel è la seconda società elettrica d’Europa alle spalle della transalpina Edf. Le grandi imprese pubbliche, peraltro, operano in Italia in settori liberalizzati e pertanto competono con agguerriti concorrenti privati, dall’energia agli approvvigionamenti petroliferi, dalla produzione di materiale rotabile all’Ict.
Insomma, al di là di ogni acritica apologia di privatizzazioni[4] ormai datate ed esaltazioni del privato in quanto tale – dimenticando cioè i tracolli di imprese private nel recente passato come Cirio e Parmalat – lo Stato con il suo tuttora vasto sistema di grandi aziende può tornare, o continuare ad assolvere, una funzione trainante per l’intera economia nazionale, proprio rafforzando nel Mezzogiorno le capacità produttive già possedute, o creandone di nuove con elevata occupazione aggiuntiva, come è accaduto negli ultimi anni in alcuni casi significativi.

*Professore di Storia dell’industria nell’Università di Bari

[1] Per una ricostruzione delle privatizzazioni delle aziende controllate dall’Iri, cfr. S.Bemporad-E.Reviglio (a cura di ) Le Privatizzazioni in Italia 1992-2000, volume delle relazioni esterne dell’Iri S.p.A. in liquidazione, Edindustria, Roma, 2001. �
[2] Per il dettaglio degli occupati diretti e nelle attività indotte delle singole aziende si rinvia a F.Pirro-A.Guarini, Grande Industria e Mezzogiorno 1996-2007, con prefazione di Luca Cordero di Montezemolo, Cacucci Editore, Bari, 2008.
[3] Alla stessa Regione Puglia l’Alenia Composite ha presentato agli inizi del 2009 un progetto di ampliamento dell’impianto di Grottaglie che potrebbe essere ammesso a co-finanziamento, sempre con un contratto di programma, a valere questa volta sui Fondi comunitari per il 2007-2013.
[4] Un primo bilancio sulle privatizzazioni in Italia in M.Affinito-M.De Cecco-A.Dringoli, Le privatizzazioni nell’industria manifatturiera italiana, Donzelli Editore, Roma, 2000.

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