Neoliberismo, interventismo, keynesismo

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La crisi economica globale del sistema capitalistico, oggi in atto, deve indurre gli economisti teorici ad interrogarsi su quanto sta accadendo e a cercare di prevederne i prossimi sviluppi e gli esiti. Uno dei compiti storici della scienza economica è infatti la spiegazione e la previsione di quanto avviene nella realtà.

Un primo punto sembra sufficientemente chiaro. Si tratta di una crisi che ha avuto inizio nel mondo della finanza e che ha poi contagiato l’economia reale. E’ emersa la forte instabilità di un sistema di intermediazione finanziaria che anziché incoraggiare il risparmio delle famiglie e assicurare che esso affluisse senza ostacoli agli investimenti delle imprese e agli impieghi delle amministrazioni pubbliche, è stato utilizzato per finanziare pericolose operazioni speculative compiute sul mercato dei capitali e su quello dei cambi. Questo è avvenuto in un contesto di bassi livelli dei salari reali e in presenza di una politica dell’amministrazione repubblicana degli Stati Uniti che ha alimentato nei lavoratori una forma inedita e sottile di illusione monetaria, consentendo alle banche e ad altre istituzioni finanziarie di concedere loro ampio credito e mutui ipotecari a condizioni molto facili (i subprime mortgages a tassi variabili) per indurli ad acquistare di più e consumare di più, nonostante i bassi salari.

Una situazione di questo tipo non può durare indefinitamente. Quando le banche cominciano a incontrare delle difficoltà nel rientro dei capitali prestati e vengono a trovarsi a corto di liquidità per l’insolvenza dei debitori, il flusso del finanziamento bancario alle imprese di produzione tende necessariamente ad interrompersi. Per allontanare nel tempo questa evenienza, le banche hanno fatto ricorso a strumenti innovativi di ingegneria finanziaria allo scopo di attuare una strategia finanziaria tutt’altro che nuova: quella della Ponzi finance, efficacemente descritta da Hyman Minsky. Hanno infatti cercato di trasformare i crediti in sofferenza in fonti di nuove rendite finanziarie, facendo ricorso a operazioni di cartolarizzazione (securitization) e successiva inclusione dei crediti frazionati in prodotti finanziari derivati, con l’intento di arrivare a disperdere il rischio individuale.

In tali condizioni, chi comprende come stanno andando le cose e dispone di liquidità non la investirà più, ma la tratterrà, ripromettendosi di farne uso in seguito, quando la crisi avrà prodotto i suoi effetti più devastanti, per acquistare le attività patrimoniali superstiti a prezzi stracciati. Viene in essere cioè una situazione abbastanza simile a una trappola della liquidità, ma in presenza di tassi di interesse non ancora ridotti al minimo. Tale situazione non può tuttavia durare a lungo. Essa è destinata a cambiare non appena sul mercato dei capitali i tassi scendono ulteriormente e diventa possibile compiere operazioni vantaggiose di acquisto di capitale azionario, anche finanziandole a credito. Ossia creando degli appositi consorzi finanziari che si indebitano per acquistare imprese (è il cosiddetto leverage buyout) e che possono conteggiare il debito come un costo detraibile dalle tasse, scaricandone l’onere sulle società acquistate (che non di rado vengono poi abbandonate al loro destino di bad companies).

Questo contribuisce ad aumentare la scarsità di liquido e tende a determinare una crisi del mercato interbancario. Per l’eccessivo livello dell’indebitamento, le banche non si fidano più l’una dell’altra e non si prestano denaro tra loro. La crisi è aggravata dal fatto che nel frattempo si diffondono voci allarmanti sull’esito di investimenti troppo rischiosi effettuati dalle banche e i risparmiatori tendono di conseguenza a ritirare i loro depositi e a compiere spostamenti di capitali dai titoli privati a quelli pubblici, ritenuti più solidi, anche se non del tutto sicuri in una situazione di rischio sistemico.

Ne risulta appunto una sorta di trappola anomala della liquidità, che penalizza chi ha bisogno di prestiti per motivi non speculativi. E quindi danneggia in primo luogo le imprese, che possono essere costrette dapprima a ridurre e poi addirittura a cessare la loro attività. A questo punto la crisi diventa generale e coinvolge l’economia reale, a ulteriore dimostrazione della non neutralità della moneta. E attraverso nuovi meccanismi di trasmissione degli impulsi monetari e finanziari sulle variabili reali, che meriterebbero di essere ulteriormente indagati, la crisi si scarica per intero sui lavoratori e sulle loro famiglie.

Le principali cause della fragilità strutturale del sistema finanziario possono a questo punto facilmente individuarsi. Sono la tendenza a un eccessivo ricorso al finanziamento esterno da parte delle imprese; la diffusa pratica bancaria consistente nell’utilizzare credito a breve termine, continuamente rinnovato, per finanziare impieghi di capitale a medio e lungo termine; la facilità con cui vengono realizzate operazioni finanziarie e creditizie ad alto rischio; la scarsa trasparenza di molte operazioni finanziarie, che alimenta la possibilità di compiere vere e proprie frodi nel trasferimento dei rischi. Frodi che sono messe in atto dagli intermediari finanziari ai danni dei risparmiatori e vengono non di rado avallate da compiacenti agenzie di valutazione (rating companies), che, male interpretando le proprie funzioni, mettono in grado alcune società di indebitarsi per somme molto superiori al loro effettivo valore di mercato.

In breve, la crisi ha evidenziato la mancanza nel sistema capitalistico attuale di validi meccanismi di autoregolazione del mercato. In questo senso, si può certamente parlare di fallimento del neoliberismo e di riconosciuta necessità di ricorrere ad interventi pubblici per salvare banche e aziende in difficoltà, anziché lasciare che il mercato penalizzi l’insuccesso delle iniziative economiche meno efficienti. Al vecchio paradigma dell’efficienza allocativa del mercato oggi credono ancora solo pochi epigoni della Mont-Pélerin Society, della scuola di economia di Chicago e della London School of Economics. Quelli che hanno sempre insistito nel presentare il neoliberismo come antitesi al keynesismo e al dirigismo economico degli anni ’30; e che hanno ispirato il programma economico conservatore di Margaret Thatcher in Gran Bretagna e quello di Ronald Reagan negli USA, l’uno e l’altro favorevoli alla deregolamentazione, alle privatizzazioni e a un contenimento della dinamica salariale e della spesa pubblica per finalità sociali.

E’ un duro colpo per il neoliberismo, un indirizzo di pensiero che ha cercato di affossare le conquiste dello Stato sociale e ha inquinato il quadro teorico con la supply side economics e la ‘critica di Lucas’ all’efficacia della politica economica. Dopo la dissoluzione dei regimi economici dei paesi del cosiddetto ‘socialismo reale’ il neoliberismo ha creduto di avere ormai partita vinta e si è apprestato a seppellire definitivamente l’interventismo statale di tipo keynesiano. Ma oggi il neoliberismo subisce una dura lezione dalla storia. Perfino i più tenaci assertori di questo indirizzo di pensiero, posti di fronte alla drammatica alternativa tra aiutare Wall Street a uscire dalla crisi, sovvenzionando un sistema capitalistico dimostratosi largamente corrotto, o lasciare che esso precipitasse nel caos finanziario più assoluto, sono stati indotti a invocare un intervento straordinario dello Stato nella sfera economica per salvare dal fallimento grandi banche ed imprese. Con l’intenzione di addossare al Tesoro, ossia ai contribuenti, l’onere dell’acquisto dei crediti inesigibili. Senza quindi arrivare a delle vere e proprie nazionalizzazioni.

Ma non è stata, a ben guardare, una vittoria del keynesismo. L’odierna crisi globale ha semplicemente mostrato la necessità della politica economica, riaprendo in un certo senso il confronto teorico tra liberismo e keynesismo. Ma l’aumento della spesa pubblica, che oggi da tante parti si invoca, non riguarda la spesa sociale in istruzione, sanità, pensioni e sussidi di disoccupazione. Riguarda il sostegno di banche e società finanziarie in difficoltà e il salvataggio di grandi imprese industriali. Un salvataggio che ci si propone di realizzare continuando a comprimere i salari reali e le pensioni. E’ quindi un sostegno non alla domanda, ma all’offerta.

Tutto questo ha ben poco di keynesiano. E può accrescere il divario tra l’offerta e la domanda, anziché aiutare a superare le difficoltà di realizzo della produzione sul mercato. Difficoltà dovute alla maldistribuzione del reddito e tipiche di un sistema in cui il capitale non riesce a porsi fini diversi da quello del proprio continuo accrescimento. Tali difficoltà oggi non presentano più carattere esclusivamente ciclico, ma tendono ad assumere carattere strutturale. Segno che il capitalismo resta un problema (il problema di fondo) e che il problema tende ad aggravarsi.

 

*Professore ordinario di economia politica nell’Università di Firenze.

11 Commenti

  1. Solo una questione: � ancora possibile distinguere tra economia produttiva ed economia finanziaria dal punto di vista del capitale? Il capitale delle imprese, non � strutturato sulla logica speculativa?

    Cavalieri risponde:
    A mio avviso, resta valida la distinzione di fondo tra l’economia reale, che � socialmente produttiva, e l’attivit� finanziaria, che non lo �, da qualunque punto di vista.

  2. Il finanziamento degli impieghi a lungo termine con capitali a breve non � pi� ormai solo una pratica bancaria, � qualcosa di pi� da quando con la riforma bancaria ci� � stato istituzionlizzato con il tipo di banca “mista”che ha sostituito definitivamente la specializzazione introdotta dopo la grande crisi del ’29.

    Cavalieri risponde:
    Condivido l’idea che il finanziamento bancario a lungo termine operato con capitali a breve possa considerarsi istituzionalizzato in Italia, da quando il nuovo testo unico delle leggi sul credito, entrato in vigore ne 1994, ha sostituito la legge bancaria del 1936, ispirata al principio della specializzazione.

  3. Come mai gli epigoni quando non assistono ascoltano, quando assistono non ascoltano, quando non assolvono acquistano?

    Cavalieri risponde:
    Suggerirei di cercare la risposta alla sua intrigante domanda criptica nello spazio topologico, tra le strutture omomorfiche di relazione.

  4. Professore come lei ben sa la moneta � neutrale nel lungo periodo e io non definirei questi due anni di turbolenza finanziaria propriamente lungo periodo. Mi sembra poco sensato attaccare in toto la teoria monetarista perch� le misure predicate da alcuni suoi esponenti sulla liberalizzazione dei mercati e la compressione del ruolo dello Stato in economia siano ravvisabili tra le cause della crisi finanziaria a reale che stiamo attraversando. In ogni caso condivido la critica all’inefficienza dei mercati del credito e la scellerata inazione di fronte alla bolla immobiliare statunitense e britannica. A mio modesto parere � necessaria una revisione della liber� di movimento degli intermediari finanziari, un riallineamento dei loro incentivi in ottica di riduzione dei conflitti di interesse e una nuova disciplina sulla circolazione dei capitali a livello internazionale.

    Cavalieri risponde:
    Non ritengo che la moneta sia neutrale, n� nel breve periodo (‘money matters’, come quasi tutti sono disposti ad ammettere), n� nel lungo periodo (come pensano i neoquantitativisti, e in particolare i monetaristi).

  5. Non sarebbe opportuno tornare alla specializzazione bancaria e reintrodurre imprese bancarie pubbliche (la dismissione delle imprese pubbliche e le privatizzazioni hanno preso avvio proprio dal settore bancario con la le leggi Amato/Carli) da utilizzare nell’ambito di un piano economico/energetico-alternativo che contrasti l’attuale crisi?

  6. Esiste un modello economico alternativo al capitalismo? Non so, magari una teoria economica che prenda in considerazione la realt�, il fatto che alcune delle principali risorse naturali su cui si basa l’attuale civilt� industriale sono esauribili e il fatto che concepire l’utilit� come valore esclusivamente monetario � incredibilmente riduttivo e fuorviante?

  7. Sul punto di favorire “il risparmio delle famiglie e assicurare che esso affluisse senza ostacoli agli investimenti delle imprese e agli impieghi delle amministrazioni pubbliche” non credo che vi sia una spiegazione plausibile nell’articolo. Se la redditivit� degli investimenti nell’economia reale � caduta da 20 anni ad oggi ci sar� un perch�, e questo perch� non si trova nella finanza speculativa, che � la conseguenza (della bassa redditivit� degli investimenti reali) e non la causa del problema.

    Sulla politica monetaria fatta su misura “per indurli ad acquistare di pi� e consumare di pi�, nonostante i bassi salari” e sulla “Ponzi finance, efficacemente descritta da Hyman Minsky” si pu� facilmente ribattere che senza quella domanda extra che gli Usa hanno contribuito ad alimentare � stata salvifica per le esportazioni dei paesi dell’Euro, ha assorbito le eccedenze produttive mondiali, alimentando la domanda mondiale aggregata di merci.

    Che “le banche non si fidano pi� l�una dell�altra” � anch’essa conseguenza della crisi e senza la “la tendenza a un eccessivo ricorso al finanziamento esterno da parte delle imprese” non ci sarebbe stato il boom degli anni precedenti.

    Su “la diffusa pratica bancaria consistente nell�utilizzare credito a breve termine” bisogna intendersi. A chi giova il credito a lungo termine? Ricordiamo bene i titoli di stato italiani a lungo termine mangiati continuamente dall’inflazione creata dal governo stesso negli anni ’80.

    Il problema sembra reale ed oggettivo e non finanziario. La disoccupazione tecnologica, la corsa dei paesi ad avere partite correnti in surplus in un sistema monetario di cambi flessibili e con mobilit� di capitali fanno si che senza una politica espansiva (e qui concordo con l’articolo, anche di spese sociali) “coordinata” a livello mindiale, il sistema non funziona e si accartoccia, rimanendo sempre sotto il potenziale di crescita. Il limite delle risorse naturali dovrebbe invece far pensare al fatto di rispondere con una diminuzione dell’orario settimanale di lavoro ad ogni aumento di produttivit�, come esort� a fare Sylos Labini in un articolo del 2003 sull’Unit�. Ovviamente bisogna risolvere prima il problema della piena occupazione, dopo quello dell’ambiente.

  8. @ Nino Magazz�

    Certamente l’elevata domanda di beni importati degli USA ha sostenuto la produzione per esportazioni dell’area Euro, e anche quella di altri paesi come la Cina e l’India. Ma non vedo come questo possa essere un argomento a favore della politica monetaria attuata dalla Fed di Bernanke, per due motivi.

    Il primo, di semplice enunciato e meno semplice attuazione: non � necessario continuare ad incremenentare la produzione. Le teorie per cui il PIL dovrebbe crescere in continuazione sono quotidianamente smentite dall’evidenza empirica circa il potenziale di questa crescita. Le risorse sono limitate, lo ripetiamo ogni giorno: limitate le fonti di energia; limitate le materie prime; limitato lo spazio vitale sul globo con una popolazione in continua crescita; limitata la capacit� produttiva dei lavoratori, con la popolazione che invecchia e la fascia in et� da lavoro che diminuisce progressivamente, ma rapidamente. Sempre maggior popolazione che necessita di cure sanitarie, di previdenza sociale. E che non pu� certo lavorare all’infinito, l’et� pensionabile ha un limite naturale rappresentato dall’impossibilit� fisica di lavorare. Date le premesse non credo che sia pi� sostenibile un’idea di crescita continua della produzione. Non si deve certo cercare una decrescita alla Latouche, tornando all’et� della pietra, ma semplicemente un maggior equilibrio con l’ambiente in senso lato. Non facile, dicevo.

    In secondo luogo, perch� mai si dovrebbe essere favorevoli ad una politica monetaria che favorisce il credito al consumo, contribuendo a tenere bassi i salari dei lavoratori? E’ una politica assolutamente senza senso! Non si pu� pensare di finanziare i consumi A PRESTITO. Anzi, bisognerebbe (e la crisi potrebbe essere l’occasione propizia) sostenere politiche favorevoli al consumo, con redditi sganciati dal lavoro.

  9. Da molti commenti che mi capita di ascoltare o leggere, compreso quello oggetto del commento, si evidenziano i problemi relativi al settore finanziario. Mi sembra sottostimato , nell’ evoluzione della crisi, il ruolo determnante e negativo dell’ impresa. Non avendo la cultura necessaria formulare analisi critiche mi limito ad impressioni che sono le seguenti. L’ economia reale mi sembra essere la base si cui la finanza costruisce e lo scoppio delle bolle speculative � un ritorno verso i valori reali legati all’ economia produttiva.Se questa affermaizone ha qualche fondamento bisognerebbe vedere quale � la trasparenza di questa ultima e quindi se sia questa a informare la finanza.
    Di seguito ci si pu� domandare quale sia la realt� dei bilanci ufficiali delle imprese che formano il nucleo della produzione internazionale, conosco alcuni dei mezzi per occultare i reli profiti e il pi� semplice � la impossibilit� di conoscere i costi reali al di fuori della stretta cerchia delgi amministratori. Paradisi fiscali,conti e operazioni coperte,produzioni di armi, agenti chimici ecc.. che vengono prodotti per i “mercati neri” e che costituiscono credo una parte consistente del pil mondiale sono calcolati induttivamente ma sono la controparte, per mancanza di trasparenza,delle attivit� finanziare di pari caratteristiche. In definitiva le imprese che raggiungono il massimo tasso di profito non sono forse quelle criminali, tipicamente quelle delle mafie per arivare alle pi� oneste rapine classiche. Se l’ impresa produttiva ha come scopo la massimizzazione del profitto, scusandomi per la brutale semplificazione, non ha una strada segnata in questo senso e non la sta mettendo in atto (penso ad esempio alle zone speciali di produzione o agli accordi M.A.I.)anche attraverso la finanziarizzazione delle sue attivit�, non so se sbaglio ma la spinta all’ attuale modello di globalizzazione non � partita dalle pressioni delle grandi imprese volte a mantenere, se non accrescere i loro profitti (saggio?) proprio sul finire della ricostruzione post bellica e del loro conseguente calo tendenziale?

  10. Si dice che la crisi sia cominciata con le ipoteche �subprime�. Ma non � certo stato il mercato, bens� la politica (come d’altronde dice pure Cavalieri), che ha voluto i crediti �subprime� e che � stata alla loro origine. Negli anni Novanta l�amministrazione Clinton ha sottomesso le banche a forti pressioni, tramite il Department for Housing and Urban Development, affinch� accordassero tali prestiti a soggetti che, in condizioni di mercato non drogato dall’intervento della politica, non sarebbero mai stati nelle condizioni di riceverli. Si � anche ridotta al 3%, un livello assurdo, la parte di fondi propri necessari alla concessione di un�ipoteca.
    � un fenomeno frequente. Taluni approfittano degli interventi dello Stato: si tratti di affaristi, mediatori, costruttori o istituzioni finanziarie. Questo non ha nulla di nuovo e non ha niente a che fare con l�economia di mercato. Per di pi�, durante l�intera fase caratterizzata da bassi tassi di interesse americani (dal 2000 al 2005), tutto il mondo � stato sommerso da abbondante liquidit� ed � stato facile finanziare a basso prezzo ogni genere di progetti, che in realt� non erano in grado di garantire profitti. Tale disastrosa politica monetaria ha dunque condotto a profonde e narcotizzanti modifiche nelle strutture produttive. Il massiccio sovra-investimento in taluni campi � ad esempio nell�immobiliare, ma anche in altri � � divenuto evidente nel momento in cui si � tornati a condizioni monetarie pi� realiste. Ma questo non ha nulla a che fare con il mercato, visto che nulla spaventa i mercatisti pi� del lievitare incontrollato della massa monetaria circolante.
    Giacch� la politicizzazione del mercato dei mutui rappresenta la causa principale di questa crisi, dobbiamo essere particolarmente attenti a impedire la politicizzazione delle banche che hanno ricevuto l�assistenza dei fondi pubblici.
    Saluti