Un convegno per capire la crisi

Un convegno per capire la crisi

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Il 26 e 27 gennaio prossimi, alcuni tra i principali esponenti del pensiero economico critico si riuniranno presso l’Università di Siena per interrogarsi sugli sviluppi della grande recessione in corso, e sul futuro della teoria e della politica economica.

Il convegno è organizzato con la collaborazione di Economia e politica. Tutte le informazioni sono sul sito www.theglobalcrisis.info.

Nel 2006, chiamato ad esprimersi sui criteri di valutazione della ricerca universitaria, l’attuale rettore della Bocconi Guido Tabellini dichiarò che bisognava respingere le procedure tese a salvaguardare i filoni di ricerca alternativi al mainstream, poiché queste avrebbero finito per «proteggere sette di ricercatori in via di estinzione»[1]. Quando fu pronunciata, questa frase apparve a molti indicativa di specifici interessi accademici da difendere e da consolidare, molto più che di un giudizio spassionato sull’effettivo valore scientifico delle diverse correnti della ricerca economica. Tuttavia la sostanza della dichiarazione rifletteva l’enorme successo del paradigma dominante di teoria e politica economica, e il comprensibile desiderio dei suoi più convinti sostenitori di avvalersi di tale diffuso consenso per conquistare nuovi spazi e ulteriori riconoscimenti.

Ben pochi anni sono passati dalla controversia sulla valutazione della ricerca, eppure le cose sembrano esser cambiate sotto più di un aspetto. In particolare, dal momento in cui la crisi globale è esplosa, il clima culturale pare aver subìto un mutamento alquanto repentino. Uno dei motivi è che gli esponenti della teoria economica prevalente sono apparsi in estrema difficoltà di fronte alla grande recessione in corso. Col passare dei mesi è andato diffondendosi il convincimento che la crisi li abbia presi alla sprovvista, e che le loro proposte di politica economica abbiano addirittura contribuito ad alimentarla. In Gran Bretagna si è scomodata persino la Regina per chiedere ai massimi esponenti della London School of Economics come mai non fossero stati capaci di prevedere il tracollo. In Italia il ministro dell’Economia ha più volte ironizzato sulle difficoltà di previsione degli economisti, e li ha per questo invitati a star zitti per almeno un anno o due. Dove naturalmente per “economisti” si sono intesi sempre gli esponenti della ortodossia, coloro i quali cioè hanno lungamente dettato il verbo, sia sul versante della teoria che della politica economica[2].

Si è respirata in effetti un po’ l’aria della caccia all’untore, in questa sorta di caccia all’economista. D’altro canto va riconosciuto che le accuse che sono state lanciate in questi mesi non possono dirsi del tutto infondate. Basterà ricordare che gli economisti della blasonata voce.info hanno commentato la crisi ammettendo onestamente che «nessuno di noi redattori, dobbiamo riconoscerlo, l’aveva prevista. Molti di noi l’avevano sottovalutata»[3].

In questo mutato e forse imbarazzante scenario, Tabellini deve aver considerato opportuno porre il seguente interrogativo: «vi sarà un’altra rivoluzione nelle idee degli economisti circa i compiti della politica economica e il funzionamento della economia di mercato?»[4]. Una domanda tempestiva, bisogna ammetterlo. Ma prima che qualcuno potesse sospettare una sua conversione rispetto ai giudizi barricadieri del passato, Tabellini ha immediatamente fornito la sua risposta, la solita di sempre: «Io penso di no. Le lezioni da trarre dalla crisi, per quanto importanti, sono più circoscritte». L’idea del rettore della Bocconi, al riguardo, è che la teoria economica prevalente si occupa da tempo di tutte quelle imperfezioni e asimmetrie che contribuiscono a determinare i cosiddetti “fallimenti del mercato” e che favoriscono quindi l’insorgere dell’instabilità e della crisi. Stando a questa visione, gli economisti del mainstream dovrebbero già disporre degli strumenti concettuali necessari per spiegare la recessione e per suggerire misure in grado di fronteggiarla. Se vi sono stati errori di previsione e di valutazione della crisi, si potrà rimediare ad essi attraverso correttivi marginali, senza mettere in discussione il nucleo della dottrina economica prevalente.

A una prima lettura si potrebbe pensare che le conclusioni di Tabellini siano suffragate dai fatti. Dopotutto egli difende un corpus teorico abbastanza flessibile, dal quale si possono certo ricavare delle vere e proprie apologie del capitalismo, ma che può anche fungere da strumento in grado di cogliere i limiti dei meccanismi di mercato. Non è un caso che da questo impianto concettuale siano già emerse svariate interpretazioni della crisi, nonché indirizzi di politica economica alquanto diversi tra loro. Consideriamo ad esempio i casi di John Taylor e di Paul Krugman. Come è noto, Taylor ha attribuito le cause e il perdurare della crisi in corso al lassismo monetario e fiscale delle autorità americane, e ha per questo suggerito una strategia di uscita dalla recessione fondata sulla rinuncia agli eccessi dell’interventismo politico e sul ritorno alle severe leggi del laissez-faire. Krugman, al contrario, ha sostenuto che una politica economica troppo timida da parte del governo e della banca centrale potrebbe rivelarsi insufficiente per superare la crisi, e ha quindi invocato ulteriori espansioni monetarie e fiscali[5]. I due si situano insomma agli antipodi delle posizioni di politica economica che riescono a trovare uno spazio nelle istituzioni e sui media americani. Eppure, entrambi gli economisti possono esser fatti rientrare nel mainstream cosiddetto “imperfezionista”, talvolta definito New Keynesian o del New Consensus, che rappresenta oggi la punta più avanzata del paradigma sostenuto da Tabellini[6].

Possiamo dunque parlare di un mainstream autosufficiente, in grado di trovare grazie alla sua sola dialettica interna una valida spiegazione del tracollo economico e occupazionale al quale stiamo assistendo, ed efficaci misure per contrastarlo? In realtà da un’analisi più approfondita del dibattito di questi mesi sembra emergere una diffusa insoddisfazione verso le interpretazioni della crisi scaturite dal paradigma dominante. A questo riguardo è interessante notare che alcuni autorevoli esponenti del mainstream hanno avanzato spiegazioni della crisi sotto molti aspetti incompatibili con gli strumenti analitici da essi generalmente adoperati. E’ questo ad esempio il caso di Jean-Paul Fitoussi e di Joseph Stiglitz. In un recente intervento essi hanno sostenuto che «…la carenza di domanda aggregata ha preceduto la crisi finanziaria ed è stata causata da cambiamenti strutturali nella distribuzione del reddito. Fin dal 1980, nella maggior parte dei paesi avanzati il salario mediano è rimasto stagnante, e le disuguaglianze sono cresciute a favore dei redditi più alti […] Poiché la propensione al consumo sui redditi più bassi è generalmente più grande, questa tendenza di lungo periodo nella redistribuzione del reddito ha avuto l’effetto macroeconomico di deprimere la domanda…»[7]. E’ evidente che siamo al cospetto di una interpretazione ispirata ai tipici schemi macroeconomici di teoria critica. Ed è altrettanto palese che si tratta di una chiave di lettura di lungo periodo e strutturale, per cui sembra alquanto difficile poterla ritenere conforme alla logica dei modelli mainstream sui quali vertono le principali pubblicazioni scientifiche degli stessi Fitoussi e Stiglitz[8]. Il che, beninteso, mira solo a fare chiarezza, e non toglie merito alla scelta dei due economisti di far propria tale visione[9].

Questa e molte altre evidenze sembrano insomma segnalare una difficoltà di fondo da parte dell’approccio teorico dominante, alla cui logica paiono sfuggire i tratti salienti della crisi, e più in generale i meccanismi di riproduzione del capitalismo contemporaneo. Per questo motivo sono in molti oggi a ritenere che la grande recessione in corso dovrebbe rappresentare uno spartiacque storico anche per l’evoluzione del pensiero economico, e che dunque anziché suggerire correzioni all’approccio mainstream bisognerebbe favorire un più generale cambio di paradigma. In effetti negli ultimi mesi abbiamo assistito a una straordinaria fioritura di contributi provenienti da filoni di ricerca alternativi, e in particolare dagli approcci ispirati alla critica della teoria economica dominante. Da tali ricerche sono emerse promettenti riletture dei principali filoni del pensiero economico eterodosso, critiche serrate alle interpretazioni mainstream della recessione, nuovi schemi di analisi teorica ed empirica della crisi, brillanti approfondimenti sui processi in corso di riorganizzazione dei capitali, accurate disamine del rapporto tra riproduzione del capitale e conflitto sui luoghi di lavoro, e interpretazioni della politica economica alternative a quelle finora prevalenti. E’ sorta dunque l’esigenza di raccogliere una selezione di tali contributi, con particolare riguardo ai lavori elaborati da alcuni tra i principali esponenti del pensiero critico italiano.

Proprio a questo scopo, il 26 e il 27 gennaio prossimi, presso la Facoltà di Economia della Università di Siena, si terrà il convegno “La crisi globale. Contributi alla critica della teoria e della politica economica” (tutte le informazioni sono reperibili sul sito www.theglobalcrisis.info). Organizzata dal Dipartimento DASES dell’Università del Sannio in collaborazione con i Dipartimenti di Economia politica e di Politica economica dell’Università di Siena, e realizzata in partnership con economiaepolitica.it e con il blog Goodwinbox, l’iniziativa ha beneficiato del contributo finanziario della Fondazione Montepaschi. L’auspicio è che questo convegno, aperto a tutti, possa offrire indicazioni per una accurata retrospettiva sull’effettivo apporto dell’analisi economica mainstream alla comprensione della realtà sociale che ci circonda, e soprattutto possa favorire la riapertura di un libero confronto delle idee sui fondamenti scientifici della teoria e della politica economica contemporanea. Contro i modi abituali di pensiero e di espressione, le visioni illuminanti sommerse e dimenticate a volte ritornano.

[1] Guido Tabellini (2006), Osservazioni sulla nota di dissenso di Luigi Pasinetti, CIVR, Panel 13, Consensus Group di Economia, Appendice 5. Si veda anche Franco Locatelli (2006), Economisti in guerra sulla ricerca, Il Sole 24 Ore, 9 febbraio.
[2] A testimonianza del repentino cambiamento del clima culturale attorno agli economisti del mainstream, si veda Roberto Petrini (2009), Processo agli economisti, Milano: Chiarelettere.
[3] Lavoce.info (2009), Il mondo sull’orlo di una crisi di nervi, Roma, Castelvecchi, p. 7.
[4] Guido Tabellini (2009), Il mondo torna a correre. L’Italia non si fermi, in AA.VV. Lezioni per il futuro, Edizioni Il Sole 24 Ore.
[5] Sul confronto tra Taylor e Krugman rinviamo a Emiliano Brancaccio e Giuseppe Fontana (2010), A Critique of Interpretations of the Crisis based on the Taylor Rule, di prossima pubblicazione.
[6] Ecco una definizione più precisa del manistream “imperfezionista”: « […] Sul piano del metodo e della teoria generale di riferimento, gli esponenti di questa linea di ricerca possono senza dubbio esser considerati neoclassici. Essi infatti assumono come dati di partenza delle analisi i tipici fondamentali neoclassici delle dotazioni, delle preferenze e della tecnologia (Hahn 1982). Non è quindi un caso che il loro riferimento ideale sia rappresentato dall’equilibrio generale neo-walrasiano. Bisogna però aggiungere che i nuovi keynesiani ritengono che nel mondo reale vi siano imperfezioni e asimmetrie tali da allontanare il sistema economico dall’ipotetico equilibrio ottimale del modello neo-walrasiano. Questa visione cosiddetta “imperfezionista” è piuttosto articolata al suo interno, ed è stata sviluppata in varie direzioni. Tuttavia, la sistemazione teorica che negli ultimi anni sembra avere riscosso i maggiori consensi è quella che Taylor (2000) ha sintetizzato nelle seguenti cinque proposizioni: nel lungo periodo l’economia tende a un equilibrio che può essere correttamente descritto dalla condizione di crescita stazionaria del modello neoclassico di Solow (1956) o di una delle sue varianti; nel lungo periodo non sussiste un trade-off tra inflazione e disoccupazione e quindi la politica monetaria è neutrale; nel breve periodo, a causa di asimmetrie e imperfezioni che rendono i prezzi temporaneamente rigidi, emerge un trade-off che può dar luogo a fluttuazioni del sistema attorno all’equilibrio di crescita stazionaria; l’entità delle fluttuazioni dipende in buona misura dalle aspettative sull’inflazione e sulle future decisioni di politica monetaria; le decisioni di politica monetaria possono esser concepite come “regole” in cui lo strumento di policy è il tasso nominale d’interesse a breve termine, che viene di volta in volta aggiustato in risposta alle fluttuazioni economiche […]». Tratto da Brancaccio e Fontana (2010), cit.
[7] Jean-Paul Fitoussi, J.P e Joseph Stiglitz (2009), The ways out of the crisis and the building of a more cohesive world, The Shadow GN, Chair’s Summary, LUISS Guido Carli, Roma, 6-7 maggio.
[8] Basti pensare che i modelli di informazione asimmetrica che sono valsi a Stiglitz il premio Nobel sono costitutivamente caratterizzati da una relazione inversa tra salari reali e occupazione. L’introduzione di ipotesi ad hoc potrebbe in effetti consentire il superamento della univocità di quella relazione, ma a prezzo di stravolgere la logica profonda di quei modelli, e di sganciarli almeno parzialmente dai pilastri neoclassici della scarsità e della utilità sui quali essi comunque in ultima istanza poggiano. Inoltre, è interessante ricordare che molti anni fa il giovane Stiglitz rivolse pesanti accuse agli schemi di analisi di teoria critica che legano sperequazione dei redditi e deficit di domanda (Joseph Stiglitz (1974), The Cambridge-Cambridge Controversy in the Theory of Capital, Journal of Political Economy, 82, 4). Può darsi allora che egli abbia sottoposto a revisione le sue idee del passato. Sarebbe un fatto positivo, anche perché le sue accuse erano viziate da inconsistenze ed equivoci (si veda al riguardo Fabio Petri (2004), General Equilibrium, Capital and Macroeconomics, Edward Elgar, Appendice 6A2). Più articolato in effetti è il caso di Fitoussi, anche riguardo al tema della valutazione della ricerca (si vedano ancora una volta gli atti del panel 13 del CIVR, cit.). �
[9] E’ forse opportuno precisare che chi scrive non considera l’interpretazione da bassi salari di per sé sufficiente per spiegare la meccanica della crisi. E’ ragionevole tuttavia ritenere che essa rappresenti un passo avanti nella comprensione dei fatti rispetto alle chiavi di lettura finora suggerite dal mainstream. Per un approfondimento, rinviamo ancora a Brancaccio e Fontana (2010), cit.