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La Banca del Mezzogiorno non risarcisce il Sud

Di Sergio Marotta

Quella della Banca del Mezzogiorno è una vecchia idea del ministro Tremonti. Poco dopo la sua burrascosa uscita dal secondo governo Berlusconi nell’estate del 2004, in seguito ad un duro scontro politico che lo vide opposto a Gianfranco Fini, ne espose i contenuti in un articolo apparso sul «Corriere della Sera». Il ragionamento di Tremonti era il seguente: da quando ha perso i suoi più importanti istituti di credito a seguito del processo di concentrazione bancaria che ha portato il Banco di Napoli nell’orbita di Intesa Sanpaolo e il Banco di Sicilia in quella di Unicredit, il Mezzogiorno è l’unico territorio «debancarizzato» d’Europa; e, poiché nessun territorio può svilupparsi senza una banca che abbia i suoi centri decisionali all’interno del territorio stesso, occorre costituirne una nuova con le caratteristiche descritte. Con il che Tremonti, un po’ tardivamente, riprendeva una tesi già avanzata da illustri economisti.

Tremonti fu il primo firmatario di una proposta di legge per la costituzione della Banca del Mezzogiorno presentata alla Camera il 10 marzo 2005 e, rientrato nell’esecutivo come vicepresidente del Consiglio e ministro dell’Economia del terzo governo Berlusconi, trasfuse la sua proposta in alcuni commi della finanziaria per il 2006 prevedendo un irrisorio stanziamento iniziale di cinque milioni di Euro. All’inizio di marzo del 2006, nell’imminenza delle elezioni politiche, il Comitato promotore della Banca del Mezzogiorno S.p.A. fu presentato a Napoli nella sede del Circolo dell’Unione.

Una ‘stranezza’ nel progetto di Tremonti che fece subito dubitare circa la serietà delle intenzioni del ministro fu quella di affidare la presidenza onoraria del comitato promotore al principe Carlo di Borbone, erede dell’ultimo re delle Due Sicilie, e la vicepresidenza al principe romano Lillio Sforza Ruspoli.

Con la vittoria del centrosinistra alle elezioni del 2006 il progetto fu accantonato per essere, poi, ripreso dallo stesso Tremonti con la legge 133 dell’agosto 2008 dove la «Banca del Mezzogiorno» veniva fondata nuovamente dall’art. 6 ter. L’estate scorsa, infine, il progetto è stato rilanciato con forza dal presidente del Consiglio in persona che ne ha fatto niente di meno uno dei punti centrali del suo programma di rilancio dello sviluppo economico del Mezzogiorno.

Il progetto di Tremonti poggiava su due considerazioni di tutta evidenza: sugli imprenditori del Sud grava un costo del credito superiore di circa un punto e sei rispetto a quello del Centro Nord; una banca estranea al tessuto economico locale non può interpretare il territorio e valutare correttamente la solidità del singolo imprenditore. Tali considerazioni erano state criticate, sin dall’inizio, dall’ABI e dal suo presidente di allora, Maurizio Sella, che, pur ammettendo l’esistenza di una differenza nei tassi a breve tra il Sud e il Centro Nord ne attribuiva la causa esclusivamente al maggior grado di rischiosità ambientale, settoriale e dimensionale.

Per certi aspetti, l’idea di Tremonti qualche effetto l’ha prodotto: non solo ha sicuramente accelerato il processo di costituzione di un’altra banca, la «Banca del Sud», fondata qualche anno fa con il contributo determinante della Fondazione Istituto Banco di Napoli, ma ha anche dato un impulso al processo di riorganizzazione territoriale dei due principali gruppi bancari italiani. Intesa Sanpaolo, infatti, ha fortemente rilanciato il Banco di Napoli moltiplicandone gli sportelli in tutto il Mezzogiorno dove il nome Banco di Napoli è comparso accanto al nuovo simbolo dell’acquedotto romano – voluto da Giovanni Bazoli – che contraddistingue le banche del gruppo; mentre, dopo qualche iniziale incertezza e un duro scontro sui dirigenti locali, anche Unicredit sta rilanciando il Banco di Sicilia il cui nome appare nelle filiali dell’isola accanto al logo e ai colori del gruppo milanese.

La Banca del Mezzogiorno di cui si è discusso in Consiglio dei Ministri opererà per almeno cinque anni come istituzione finanziaria di secondo livello. Il che significa che, almeno all’inizio, non si vedranno sportelli bancari con il simbolo della nuova banca. Esso apparirà soltanto accanto ai simboli delle banche di credito cooperativo che vorranno partecipare all’operazione e a quello delle Poste Italiane – che all’operazione parteciperà per volontà del Governo – sui prodotti finanziari offerti al pubblico dei risparmiatori. La Banca del Mezzogiorno, infatti, emetterà obbligazioni e titoli indirizzati a finanziare piccole e medie imprese che investono nel Mezzogiorno ovvero specifiche opere infrastrutturali da realizzare nel Sud, fornirà consulenza e supporto alle piccole e medie imprese per ottenere fondi statali ed europei e stimolerà la nascita di nuove banche autoctone nella forma del credito cooperativo.

Il vero punto di forza della nuova banca, secondo il Ministro dell’Economia, sarà l’applicazione di una fiscalità di vantaggio ai prodotti finanziari elaborati dalla Banca del Mezzogiorno. Nonostante il fatto che la fiscalità di vantaggio non si sia rivelata un’opzione di policy efficace per il Sud, secondo Tremonti, tale misura sarà in futuro determinante per indirizzare nuovi flussi finanziari verso il Mezzogiorno. I risparmiatori che acquisteranno i titoli della nuova banca presso la rete delle Poste e delle banche di credito cooperativo che avranno aderito all’iniziativa per una somma pari o inferiore a centomila euro potranno usufruire di una tassazione ridotta al 5 per cento sugli interessi maturati anziché del 12,5 per cento dei normali titoli del Tesoro o del 27 per cento dei conti correnti bancari. Avranno quindi un rendimento maggiore perché dovranno pagare meno tasse mentre i loro soldi non saranno a rischio perché i titoli emessi Banca del Mezzogiorno godranno della garanzia dello Stato.

Un progetto indubbiamente “creativo” quello messo in piedi dal ministro Tremonti, certo più potente sul piano politico-propagandistico che su quello tecnico-economico. Un piano che comunque ha dovuto districarsi tra mille resistenze del mondo finanziario e mille difficoltà dell’attuale legislazione bancaria interna e comunitaria. Tuttavia perché procedere le incognite sono numerose: il disegno di legge dovrà essere approvato dal Parlamento; l’Unione europea dovrà dire la sua sull’operazione che potrebbe presentare profili di criticità alla luce dei Trattati sia sotto il profilo della distorsione della libera concorrenza sia sotto quello degli aiuti di Stato vietati dai Trattati; e, non ultimo, il Comitato promotore composto da quindici membri dovrà impegnarsi in tempi brevi a raccogliere le adesioni dei soggetti privati interessati all’operazione che dovranno essere in maggioranza rispetto allo Stato destinato ad uscire, dopo cinque anni, dal capitale della nuova banca.

Ma ciò che più colpisce non è tanto l’inutile complessità del progetto messo in piedi da Tremonti, quanto piuttosto il fatto che esso sia del tutto diverso da quello immaginato dallo stesso ministro dell’Economia e sostenuto fino all’estate del 2008. Il progetto iniziale, infatti, prevedeva per la Banca del Mezzogiorno un azionariato popolare diffuso, privilegi patrimoniali per i vecchi soci dei banchi meridionali, la partecipazione degli enti locali meridionali e, soprattutto, la possibilità di acquisire marchi e rami d’azienda, cioè di riprendere e sviluppare fin da subito un’attività di una vera e propria banca e non di un’istituzione bancaria di secondo livello. Insomma, il ministro del Tesoro aveva in mente un istituto bancario che potesse, almeno in prospettiva, restituire al Sud ciò che al Sud era stato tolto: un sistema bancario autoctono ed antico che, nell’opinione di molti meridionali, non era meno solido di quello del resto del Paese.

Il progetto approvato dal Consiglio dei ministri, invece, appare il risultato di un compromesso: la Banca del Mezzogiorno non potrà fare concorrenza ai grandi gruppi bancari italiani perché non potrà utilizzare i marchi storici dei banchi meridionali finiti nell’orbita delle prime due banche del Paese, mentre dovrà limitarsi ad essere un istituto di secondo livello con qualche ambizione nell’ambito dei circuiti del credito cooperativo che storicamente nel Sud non è mai stato solido e capillarmente diffuso come nel Centro e nel Nord del Paese.

Così come proposta da Tremonti e approvata dal Consiglio dei ministri, la Banca del Mezzogiorno non servirà certo a restituire al nostro meridione quel sistema bancario proprio ed autonomo che le liberalizzazioni e privatizzazioni degli ultimi anni gli hanno sottratto e che appare indispensabile per intraprendere la strada di uno sviluppo endogeno ed autopropulsivo.


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