1. Introduzione
Nel 2019, la Commissione Von der Leyen ha lanciato l’ambizioso Green Deal, una politica faro volta a posizionare l’UE come il primo continente a impatto climatico zero [1]. La complessità della questione ha richiesto un approccio diverso: anziché una legge strutturata, è stato elaborato un framework legato all’approccio delle politiche pubbliche che delineava linee strategiche di azione con indicatori misurabili [2]. A questo si aggiunge la Climate Law che ha istituito un quadro coercitivo per il raggiungimento degli obiettivi verdi della Commissione [3]. Nonostante gli ambiziosi obiettivi della Commissione UE, la politica verde ha incontrato diversi ostacoli, sia a livello politico che economico.
In seguito alle elezioni europee di giugno 2024, la composizione politica delle istituzioni UE è cambiata, con una decisa virata a destra sia all’interno del Parlamento che della Commissione. Questo spostamento ha rafforzato l’influenza dei partiti che sono di tradizione ostili a misure ambientali rigorose, portando a una percepita diluizione degli obiettivi, se non addirittura ritirata dell’ambizioso Green Deal europeo. Il Partito Popolare Europeo (PPE) di centro-destra detiene una posizione cruciale per influenzare pesantemente l’agenda legislativa e moderare le ambizioni ambientali iniziali del Green Deal.
L’attuazione del Green Deal ha continuato a incontrare difficoltà, in gran parte dovute a crisi esterne che hanno imposto una riconsiderazione degli obiettivi politici [4]. La guerra in Ucraina ha scatenato una crisi energetica, spingendo alcuni Stati membri a considerare modelli energetici anche meno sostenibili. Contemporaneamente, l’instabilità globale ha favorito un favor della politica verso il riarmo. Inoltre, le pressioni economiche, evidenziate nel rapporto Draghi sulla competitività, hanno rivelato la vulnerabilità dell’Europa nel raggiungere gli obiettivi climatici mantenendo la competitività globale [5]. Il rapporto ha sostenuto il rafforzamento della catena di approvvigionamento interna all’UE e la sovranità strategica per ridurre l’esposizione alle fluttuazioni del mercato globale e alle tensioni geopolitiche.
L’articolo analizzerà il cambiamento nella composizione politica del Parlamento e l’evoluzione della strategia europea, sottolineando come l’obiettivo originale e più ampio del Green Deal si sia spostato verso un nuovo approccio, più incentrato sull’industria, quello del Clean Industrial Deal, concentrandosi su una specifica tendenza: lo sforzo per ridurre la burocrazia e semplificare le normative. Successivamente, l’articolo discuterà le implicazioni di questa svolta, valutando se il nuovo focus industriale avvenga a scapito delle ambizioni ambientali iniziali delle istituzioni comunitarie. La sezione finale riassume i principali risultati, portando un contributo critico al tema.
2. Il cambiamento nella composizione politica del Parlamento UE
Nel giugno 2024, le elezioni europee hanno notevolmente spostato la composizione politica delle istituzioni dell’Unione Europea, risultando in un movimento verso destra sia all’interno del Parlamento Europeo che della Commissione (figura 1). Questo cambiamento ha rafforzato la rappresentanza dei partiti più ostili a misure ambientali rigorose, di conseguenza portando a una percepita diluizione del Green Deal europeo [6].
La ragione fondamentale di questa ritirata della politica climatica è la frammentazione della maggioranza di governo di von der Leyen [7]. Il PPE si è sempre più discostato dai suoi tradizionali alleati pro-europei, scegliendo invece di votare frequentemente con gruppi di destra e di estrema destra, sfruttando così la sua posizione cruciale per influenzare l’agenda legislativa e moderare le ambizioni iniziali del Green Deal.

La forza trainante primaria di questa ricalibrazione politica è la necessità per la Presidente della Commissione Ursula von der Leyen di placare il suo stesso blocco politico, il Partito Popolare Europeo (PPE), il più grande raggruppamento di centro-destra nel Parlamento. Il gruppo della Sinistra (GUE/NGL) nel Parlamento Europeo ha lanciato una dura accusa contro la Presidente della Commissione von der Leyen, sostenendo che avesse effettivamente “ucciso” il Green Deal. Questa critica deriva dalla sua svolta verso il Clean Industrial Deal, un nuovo quadro che ora ingloba il piano per ridurre le emissioni dell’Unione Europea del 90% entro il 2050.
La figura 2 illustra lo stato di avanzamento delle proposte legislative relative al Green Deal, cercando di fornire una panoramica convincente e quantificabile dello slancio legislativo e del tasso di successo del Green Deal europeo [8]. Il risultato più saliente è la dominanza della categoria “Adottate/Completate”, che rappresenta un sostanziale 60% di tutte le iniziative.
Fig. 2- Grean Deal- Legislative Train Schedule

Al contrario, la percentuale di proposte che si sono bloccate o fallite ammonta al 37%, così suddivisa: le proposte “Presentate” ammontano al 13%, rappresentando un moderato volume di iniziative attualmente in fase di considerazione ma non ancora finalizzate; le iniziative “Annunciate” costituiscono il 15%, indicando uno sviluppo politico in corso e una futura azione legislativa42. Le percentuali combinate per le proposte che sono state effettivamente interrotte—”Bloccate” (3%) e “Ritirate” (3%)—totalizzano solo il 6%.
I recenti cambiamenti nella politica europea rivelano un quadro complicato, con diverse iniziative ambientali ed economiche che subiscono modifiche significative. Sul Regolamento sulla Deforestazione, l’attuazione di un’importante legge progettata per combattere la deforestazione globale è stata posticipata di un anno. Questo ritardo incide sulla tempistica del blocco per garantire che le merci importate non contribuiscano alla distruzione delle foreste in tutto il mondo. Al contempo, all’industria automobilistica è stata concessa una moratoria sugli obiettivi ambientali. La conformità agli Standard sulle Emissioni è stata estesa, dando ai produttori di auto due anni aggiuntivi per rispettare gli obiettivi di riduzione delle emissioni inquinanti. Infine, in un importante cambio di rotta per i finanziamenti UE, la Commissione ha approvato l’uso dei fondi Recovery and Resilience Facility (RRF) per gli investimenti nella difesa. Questi fondi erano stati originariamente stanziati per la ripresa economica post-pandemia, l’azione per il clima e la digitalizzazione. Questa decisione pone di fatto la spesa militare alla pari degli obiettivi iniziali del RRF di affrontare il cambiamento climatico e promuovere la transizione digitale.
3. Dal Green Deal al Clean Industrial Deal (CID): la pressione del settore industriale
In un contesto geopolitico instabile, la Commissione sta definendo gli obiettivi politici, identificando iniziative che sembrano rivelare un significativo cambiamento di paradigma, definendo un nuovo piano per la Prosperità e la Competitività Sostenibile in Europa, chiamato Compass [9], in linea con il rapporto Draghi, che ha evidenziato l’urgente necessità di investimenti nell’economia europea in difficoltà, e la Dichiarazione di Budapest sul New European Competitiveness Deal [10].
Nel Compass, la Commissione riconosce che l’UE ha compiuto importanti progressi per quanto riguarda l’ambizione climatica e conferma gli obiettivi stabiliti nel Green Deal europeo, avendo dimostrato “la capacità di ridurre con successo le emissioni garantendo al contempo la crescita economica” [11]. Tuttavia, rispetto alla dialettica precedente del Green Deal, sembra emergere una distanza terminologica e concettuale nell’approccio al rapporto tra crescita economica e questione ambientale, che ora è inquadrata in termini di competitività sostenibile. Con una leggera variazione lessicale, ciò essenzialmente rievoca il paradigma dello sviluppo sostenibile, mentre sono assenti riferimenti al principio di transizione ecologica.
Per far fronte agli ostacoli incontrati dalle industrie europee – in particolare gli alti costi energetici e la forte concorrenza a livello globale – il Clean Industrial Deal (CID) è la nuova iniziativa della Commissione Europea, che aggiunge una “svolta industriale” al Green Deal Europeo [12]. Il CID mira ad affrontare l’urgente necessità di combinare gli sforzi di decarbonizzazione con la competitività e la sicurezza economica. Tuttavia, la sua attuazione di successo rischia a causa dell’ampio raggio di azione, della potenziale mancanza di coordinamento e delle questioni di finanziamento irrisolte. Inoltre, mentre il CID si concentra sulla decarbonizzazione, è meno incisivo sugli standard ambientali e sulle considerazioni di sostenibilità più ampie.
Questa nuova politica industriale sostenibile mira a promuovere la competitività sostenibile attraverso quattro dimensioni: sostenibilità ambientale, produttività, equità e stabilità macroeconomica. Il Clean Industrial Deal propone azioni specifiche volte a rendere la decarbonizzazione un fattore di crescita industriale. Queste misure includono la riduzione dei prezzi dell’energia, il sostegno alla creazione di posti di lavoro e la fornitura di condizioni favorevoli per le aziende, concentrandosi su: a) Industrie ad alta intensità energetica come l’acciaio, i metalli e i prodotti chimici, che richiedono supporto per decarbonizzare, passare all’energia pulita e affrontare costi elevati, concorrenza internazionale e requisiti normativi; b) Il settore delle tecnologie pulite (clean-tech), che svolge un ruolo centrale nella futura competitività ed è importante per la trasformazione industriale, la circolarità e la decarbonizzazione [13].
I pacchetti omnibus di semplificazione presentati sembrano diluire gli obiettivi legislativi e ritardare ulteriormente le leggi sulla sostenibilità esistenti, sollevando dubbi sull’impatto duraturo del Green Deal Europeo originale.
Il Clean Industrial Deal è stato presentato ad Anversa per le imprese per sottolineare l’impegno della Commissione UE ad affrontare le preoccupazioni sulla competitività sollevate dall’industria anche attraverso la “Dichiarazione di Anversa” [14], che ha spinto la Commissione UE a evitare di vincolare le imprese con regole dettagliate o rigide e prevenire una rendicontazione eccessiva. Per garantire l’efficacia della regolamentazione, ogni nuova proposta dovrebbe essere attentamente verificata (utilizzando un “Controllo di Competitività” e un “Test di Stress sull’Innovazione”) da un comitato normativo per considerare l’effetto cumulativo della regolamentazione.
Uno dei reclami sollevati dalle industrie europee è quindi relativo alla burocrazia. La discussione riguarda la natura onerosa della regolamentazione ambientale, in particolare quella proveniente dall’Unione Europea. Questa percepita “eccessiva regolamentazione” ha portato a lamentele dal settore aziendale secondo cui i mandati di protezione ambientale impongono oneri amministrativi indebiti che in ultima analisi minano la competitività. Ad esempio, il solo volume del diritto ambientale dell’UE — oltre 450 atti giuridici derivati vincolanti, oltre alle disposizioni dei Trattati — sottolinea la profondità dell’impegno dell’UE per la gestione ambientale, ma evidenzia anche la complessità [15].
Nel presentare il nuovo piano, la Presidente della Commissione Ursula von der Leyen ha sottolineato la necessità di alleviare gli oneri per le imprese che lottano con shock esterni e concorrenza globale. Una componente chiave di questa strategia è la rivitalizzazione dei principi di “migliore regolamentazione” per ridurre gli ostacoli burocratici, promuovere la reindustrializzazione e l’innovazione del settore privato, il tutto nel rispetto degli obiettivi di decarbonizzazione del Green Deal (-55% di gas serra entro il 2030, -90% entro il 2040 e neutralità carbonica entro il 2050) [16]. Le semplificazioni proposte saranno attuate attraverso pacchetti”omnibus” interconnessi che coprono varie aree legislative. Stime provvisorie suggeriscono che queste proposte, se adottate, potrebbero generare miliardi di euro di risparmi annuali sui costi amministrativi e mobilitare miliardi di euro in investimenti pubblici e privati aggiuntivi.
Per aumentare la competitività e facilitare la crescita e l’innovazione aziendale, la Commissione Europea ha fissato nuovi obiettivi: ridurre gli oneri amministrativi complessivi di almeno il 25% e quelli che impattano specificamente le PMI di almeno il 35% prima della fine del suo mandato. Il Commissario per l’Economia Valdis Dombrovskis ha proposto un pacchetto di semplificazione inteso a eliminare gli oneri amministrativi per l’80% delle imprese. Questo è inquadrato non come deregolamentazione, ma come risposta alle richieste dell’industria di frenare il declino industriale, in particolare per le PMI.
Gli obiettivi di semplificazione chiave includono:
- Corporate Sustainability Reporting Directive (CSRD) e Tassonomia UE: L’obiettivo è sia semplificare il processo sia garantire che i requisiti di rendicontazione siano proporzionali alle dimensioni e all’impatto di un’azienda79. Un cambiamento importante è che si stima che l’80% delle imprese sarà completamente esente dagli obblighi CSRD. La direttiva concentrerà invece la sua attenzione sulle grandi imprese che hanno l’impronta ambientale e sociale più significativa, con flessibilità nelle scadenze, poiché gli obblighi per alcune aziende sono posticipati fino al 2028.
- Due Diligence: L’obiettivo è ridurre l’onere amministrativo non necessario. Le proposte aggiornate cercano di restringere il focus degli obblighi ai partner commerciali diretti e di ridurre significativamente la frequenza delle valutazioni complete. Invece di controlli annuali, l’intervallo per le valutazioni periodiche sarà esteso da un anno a cinque anni, con controlli mirati richiesti solo quando sorge un problema specifico.
- Armonizzazione: Un obiettivo più ampio per tutti questi cambiamenti è l’Armonizzazione. Aumentando l’allineamento delle regole a livello UE, l’UE spera di garantire un campo da gioco veramente uniforme in tutti gli Stati membri.
- Responsabilità Civile: Ci sono proposte per rimuovere le attuali disposizioni sulla responsabilità a livello UE. Questa mossa è intesa a proteggere le imprese da rivendicazioni sproporzionate o eccessive, garantendo al contempo che le vittime mantengano il loro diritto fondamentale a un risarcimento equo.
- Carbon Border Adjustment Mechanism (CBAM): è prevista una significativa semplificazione. L’attuale meccanismo è stato segnalato come problematico perché i suoi requisiti di documentazione sono così sostanziali e costosi da applicarsi anche a importazioni molto piccole, a volte anche solo di 150€. In questi casi a basso impatto, l’onere amministrativo sui piccoli importatori spesso supera completamente i minimi benefici ambientali. Per affrontare questo problema, il piano è di esonerare i piccoli importatori (principalmente PMI e individui) poiché rappresentano emissioni incorporate trascurabili. Per tutte le altre imprese, le regole rimanenti — che coprono tutto, dall’autorizzazione dei dichiaranti al calcolo delle emissioni incorporate e alla rendicontazione — saranno snellite e semplificate.
4. Una Strategia Europea Riformulata: Più Industria, Meno Verde?
La strategia più ampia della Commissione mira a rivitalizzare il mercato unico concentrandosi sulla semplificazione amministrativa, aggiornando le normative obsolete, combattendo le regole nazionali protezionistiche e favorendo una maggiore cooperazione tra gli Stati membri. Le priorità identificate includono la riduzione delle barriere interne, lo sviluppo del mercato dei servizi, il supporto alle PMI, l’accelerazione della digitalizzazione, la riduzione della burocrazia e il rafforzamento della cooperazione interstatale.
L’iniziale “ondata di semplificazione” ha deluso i sostenitori di standard di sostenibilità più rigorosi. Apparentemente mirata a ridurre la burocrazia, la Commissione ha invece scelto di restringere l’ambito e ritardare proposte legislative chiave in materia ambientala. Questa mossa rischia di minare gli obiettivi originali del Green Deal europeo, in particolare indebolendo potenzialmente i meccanismi di tariffazione del carbonio, che sono il suo fondamento.Specificamente, le modifiche proposte al Carbon Border Adjustment Mechanism, pur potenzialmente esentando il 90% delle merci importate ma coprendo comunque il 99% delle emissioni, sollevano preoccupazioni a causa di una mancanza di trasparenza nel processo di semplificazione.
Inoltre, la consultazione per queste proposte di semplificazione, comprese quelle per la rendicontazione della sostenibilità, ha attirato critiche dalla società civile per essere opaca ed escludere le parti interessate chiave. In netto contrasto con le ambizioni del CID, la spinta della Commissione per la semplificazione — mirata a ridurre gli oneri amministrativi di almeno per tutte le imprese e in particolare per le PMI — sembra dare priorità ai principi della concorrenza. Ciò ha portato ai controversi pacchetti legislativi Omnibus, che posticipano l’applicazione di nuove regole sulla rendicontazione della sostenibilità aziendale e sulla due diligence (nota come “stop the clock”), creando incertezza normativa per le aziende conformi e proponendo una riduzione degli obblighi di rendicontazione, limitando la loro applicazione principalmente alle grandi aziende.
I critici temono che questa semplificazione costituisca una deregolamentazione che mina gli obiettivi della transizione pulita escludendo la maggioranza delle PMI nazionali ed europee dagli obblighi cruciali di due diligence ambientale e sui diritti umani. La proposta Omnibus della Commissione indebolisce significativamente le regole UE sulla due diligence aziendale, mettendo a repentaglio gli impegni per i diritti umani e l’ambiente, limitando gli obblighi ai soli partner commerciali diretti, riducendo la frequenza del monitoraggio da annuale a ogni cinque anni e tagliando i requisiti di informazione per la mappatura della catena del valore. Queste limitazioni riducono gli oneri di conformità sulle grandi imprese, ma diminuiscono criticamente gli effetti positivi di “trascinamento” (drag-along) sulle PMI e sulle aziende più piccole nelle loro catene di approvvigionamento.
Restringendo la due diligence obbligatoria ai partner commerciali diretti — una deviazione significativa dall’intento originale della direttiva — la proposta riduce notevolmente la responsabilità aziendale per l’intera catena di approvvigionamento. Questa mossa compromette gravemente la capacità del quadro di condurre una gestione strutturata del rischio e di far rispettare la conformità con le leggi ambientali, climatiche e sul lavoro lungo tutta la catena del valore. In definitiva, questa “semplificazione” limita di fatto la responsabilità delle grandi aziende in relazione ai rischi ambientali e alle ricadute sui lavoratori. Il mancato adeguamento proporzionale degli obblighi di due diligence per le PMI, unita alla limitazione delle informazioni sulla catena del valore che le grandi aziende possono mappare, non aumenta gli standard di protezione né promuove una diffusa cultura della conformità. La decisione della Commissione di rinunciare a parti importanti della recente legislazione sulla rendicontazione della sostenibilità e sulla due diligence segnala un passo indietro nelle protezioni e minaccia gli obiettivi di una transizione ecologica giusta [17].
Inoltre, la proposta indebolisce la protezione delle vittime eliminando la responsabilità civile UE, che costringe le vittime a fare affidamento sui tribunali nazionali, e rimuovendo l’opzione per le azioni rappresentative (rendendo più difficile per le ONG rappresentare le vittime). In sostanza, le iniziative di “semplificazione” proposte sembrano essere considerate una significativa deregolamentazione che in alcuni casi abbassa i livelli di protezione, suscitando una forte opposizione da centinaia di organizzazioni della società civile in tutta Europa. Le reazioni dei gruppi della società civile avvertono che questa “semplificazione” è una deregolamentazione intesa a dare priorità agli interessi aziendali rispetto alla responsabilità ambientale e sociale [18]. Modificando regole complesse e nuove, la proposta non solo abbassa gli standard, ma crea anche una dannosa incertezza per le aziende che richiedono stabilità normativa.
Sorprendentemente, anche le imprese hanno mostrato preoccupazione per la decisione della Commissione di rinegoziare leggi esistenti del Green Deal (su rendicontazione, due diligence e tassonomia). Sebbene sostengano la dichiarata continuità del Green Deal, temono che la revisione dei testi adottati creerà incertezza normativa e penalizzerà le aziende che hanno già investito pesantemente per soddisfare i nuovi standard di conformità. Il 4 febbraio 2025, una dichiarazione congiunta è stata firmata dall’European Sustainable Investment Forum (Eurosif), dall’Institutional Investors Group on Climate Change (IIGCC) e dai Principles for Responsible Investment (PRI), appoggiata da 211 entità [19]. Il documento consta di una “Dichiarazione congiunta degli investitori sulla Legislazione Omnibus” in risposta alle proposte di semplificazione o modifica degli elementi chiave del quadro di finanza sostenibile dell’UE. Il messaggio chiave della dichiarazione è un invito a preservare i principi fondamentali e l’ambizione delle normative sulla sostenibilità esistenti, sostenendo solo una semplificazione mirata e sensata anziché un indebolimento fondamentale delle regole. Le imprese hanno sottolineato la necessità critica di una divulgazione di sostenibilità di alta qualità e comparabile per poter agire azioni efficaci verso la transizione verde [20].
Conclusioni
All’interno di questa strategia generale, il Clean Industrial Deal ha affrontato critiche secondo cui rappresenterebbe una ritirata dagli obiettivi del Green Deal. L’ambizione europea con il nuovo orientamento politico è quella di attuare azioni concrete che snelliscano la burocrazia e rendano le normative UE più accessibili ed efficaci per le imprese. Il pacchetto di semplificazione è inteso a segnalare che l’Europa rimane un mercato impegnativo per gli investimenti, ma anche semplice in cui operare. Semplificare regole eccessivamente complesse è ritenuto cruciale per aumentare la competitività dell’Europa.
Tuttavia, alcuni rappresentanti istituzionali come la Vicepresidente Teresa Ribera sostengono che non compromette gli obiettivi ecologici, ma cerca piuttosto di sviluppare un’industria sostenibile specializzata nell’azione per il clima. Séjourné, il vicepresidente esecutivo per la Prosperità e la Strategia Industriale, sostiene che l’Europa si sta riformando per semplificare le sue regole “senza una motosega” ma attraverso un dialogo con gli attori economici.
Sebbene la Commissione UE riaffermi gli obiettivi verdi modificando i metodi per raggiungerli in modo più efficace, queste iniziative sono state viste come deregolamentazione e non come un modo per raggiungere gli obiettivi con meno oneri per le imprese, specialmente le PMI, consentendo loro di concentrarsi sulla crescita, l’occupazione e l’innovazione, e in definitiva garantendo la doppia transizione verde e digitale. Di fronte a un nuovo panorama politico e a significative lamentele contro le politiche del Green Deal, la Commissione sta virando verso un paradigma di “sviluppo sostenibile”. Questo approccio dà la priorità al conciliare la crescita economica con gli obiettivi ambientali, abbandonando parzialmente l’ambizione “rivoluzionaria” della transizione ecologica. Concentrando la sua politica sul principio fondante dell’UE del mercato, la Commissione sembra trascurare il fallimento del concetto di sviluppo sostenibile nel fermare il degrado ambientale e la perdita di capitale naturale.
Alcuni autori sottolineano che il rischio di greenwashing è probabilmente intensificato dal fatto che “gli attori geopolitici al di fuori dell’UE continueranno a permettere alle loro aziende di operare senza essere ritenute responsabili del danno che causano all’ambiente e al clima”.
A questo punto, rimane difficile accertare in modo definitivo la traiettoria di queste iniziative. Mentre alcuni critici vedono la spinta allo “snellimento normativo” e il cambiamento di focus come al limite della deregolamentazione o persino del greenwashing — un rebranding degli impegni esistenti senza una nuova azione sostanziale — altri sostengono che l’urgenza dell’attuale crisi economica costringe le istituzioni a ripensare e affinare fondamentalmente alcuni strumenti verdi. Le prossime azioni politiche saranno cruciali nel chiarire la vera inclinazione della politica europea, in particolare se l’imperativo per la competitività industriale possa essere integrato con ambiziosi obiettivi climatici, o se il pendolo stia definitivamente oscillando lontano dall’aspetto Green delle promesse iniziali.
[1] European Green deal available at: https://commission.europa.eu/strategy-and-policy/priorities-2019-2024/european-green-deal_en
[2] Coletti P. [2025], Understanding and Implementing Environmental Public Policies, Taylor &Francis: London
[3] Bevilacqua D., Chiti E. [2024]. Green Deal: Come costruire una nuova Europa, Il Mulino, Bologna.
[4] Report Draghi “ The Future of European Competitiveness, September 2024: https://commission.europa.eu/document/download/97e481fd-2dc3-412d-be4c-f152a8232961_en?filename=The%20future%20of%20European%20competitiveness%20_%20A%20competitiveness%20strategy%20for%20Europe.pdf; Commissione Ue, Comunicazione della Commissione al Parlamento europeo, al Consiglio europeo, al Consiglio, alla Banca centrale europea, al Comitato economico e sociale, al Comitato delle regioni e alla Banca europea per gli investimenti. Analisi annuale della crescita sostenibile 2022, Bruxelles, 24.11.2021, COM(2021) 740 final, 1.
[5] Si veda: https://fondazionefeltrinelli.it/scopri/green-deal-elezioni/
[6] “Ursula von der Leyen amputates the Green Deal to save its life” – Politico available at: https://www.politico.eu/article/ursula-von-der-leyen-green-deal-eu-politics-economy-policy/
[7] Cassetti L. (2025), L’effettiva implementazione del Green Deal europeo e le aspettative sulla protezione della natura e degli ecosistemi al cospetto delle sfide globali su competitività e sicurezza, Federalismi n, 13/2025 available at: https://www.federalismi.it/ApplOpenFilePDF.cfm?artid=52186&dpath=document&dfile=07052025161845.pdf&content=L%E2%80%99effettiva%2Bimplementazione%2Bdel%2BGreen%2BDeal%2Beuropeo%2Be%2Ble%2Baspettative%2Bsulla%2Bprotezione%2Bdella%2Bnatura%2Be%2Bdegli%2Becosistemi%2Bal%2Bcospetto%2Bdelle%2Bsfide%2Bglobali%2Bsu%2Bcompetitivit%C3%A0%2Be%2Bsicurezza%2B%2D%2Bstato%2B%2D%2Bdottrina%2B%2D%2B
[9] EU Commission (2025), Communication from the Commission to the European Parliament, the European Council, the Council, The EU Economic and ocial Committee and the Committee of the Region, A Competitiveness Compass for the EU, COM (2025) 30 final available at: https://commission.europa.eu/topics/eu-competitiveness/competitiveness-compass_en;
[10] Budapest Declaration on the New European Competitiveness Deal avaible at: https://www.consilium.europa.eu/en/press/press-releases/2024/11/08/the-budapest-declaration/
[11] Ursula Von Der Leyen, La scelta dell’Europa. Orientamenti politici per la prossima commissione europea 2024 -2029, Strasburgo, 18 luglio 2024, p. 31
[12] Rodrik D. (2014). Green industrial policy.Oxford Review of Economic Policy, 30(3), 469–491. 10.1093/oxrep/gru025; van den Bijgaart, I., Lindman, Å., Löfgren, Å., & Söderholm, P. (2025). Green industrial policy: Key challenges and policy design in decarbonizing the basic materials industries. Encyclopedia of Energy, Natural Resource, and Environmental Economics (Second Edition), 1, 213–221. 10.1016/B978-0-323-91013-2.00014-9; OECD. (2024). Green industrial policies for the net-zero transition. OECD Net Zero+ Policy Papers No. 2 available at: https://www.oecd.org/content/dam/oecd/en/publications/reports/2024/10/green-industrial-policies-for-the-net-zero-transition_1e066699/ccc326d3-en.pdf
[13] Acemoglu D. Akcigit U. Hanley D. Kerr W. (2016). Transition to clean technology.Journal of Political Economy, 124(1), 52–104. 10.1086/684511
[14] Antwerp Declaration available at: https://antwerp-declaration.eu/
[15] Martens Center, EU red Tape an endless struggle or a solvable problem, available at: https://www.martenscentre.eu/blog/eu-red-tape-an-endless-struggle-or-a-solvable-problem/
[16] Si veda: https://media.business-humanrights.org/media/documents/Omnibus_Business_Statement_17_January_2025.pdf
[17] De Santis V. (2025) La transizione ecologica “tradita”(?) Orientamenti politici dell’Unione tra competitività, semplificazione ambientale e deregolazione: https://www.federalismi.it/nv14/articolo-documento.cfm?artid=52180
[18] Letter Social Impact Agenda – 21 February 2025 available at: https://www.socialimpactagenda.it/wp-content/uploads/2025/02/LETTERA-COMMISSARI-UE_ITA.pdf. “The big EU deregulation. Disastrous Omnibus proposal erodes EU’s corporate accountability commitments and slashes human rights and environmental protections”- 10TH March 2025, available at: https://caneurope.org/content/uploads/2025/03/Joint-CSO-statement-reacting-to-Omnibus-publication-March-2025.pdf.
[19] Investor Joint Statement on Omnibus legislation available at: https://www.eurosif.org/wp-content/uploads/2025/02/IIGCC-PRI-Eurosif_Joint-Statement-on-Proposed-Omnibus-Legislation_040225-FINAL.pdf
[20] De Sadeleer N. (2025), The European Green Deal: greenwashing compounded by deregulation (Omnibus law) or a genuine paradigm shift? European Journal of Risk Regulation (2025), 1–32: DOI 10.1017/err.2025.20
