Distribuzione del reddito e diseguaglianza: l’Italia e gli altri

Distribuzione del reddito e diseguaglianza: l’Italia e gli altri

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Scriveva Keynes, nelle Conseguenze economiche della pace, che il processo di formazione del capitalismo industriale si è fondato su un “doppio inganno”. Da una parte i lavoratori si appropriavano di una piccola parte della torta che avevano contribuito a produrre, mentre i capitalisti ne ricevevano “la miglior parte”, con la tacita condizione di non consumarla, ma di destinarla prevalentemente all’accumulazione del capitale.

Dopo la crisi del ’29 e la seconda guerra mondiale, il processo di sviluppo è sembrato invece basarsi su una graduale diminuzione delle diseguaglianze che ha stimolato la domanda aggregata. Tuttavia, dagli anni settanta, le diseguaglianze sono tornate a crescere, con l’aggravante che nei paesi sviluppati la “miglior parte della torta” ha alimentato prevalentemente la speculazione piuttosto che gli investimenti reali. In molti hanno scambiato questa restaurazione del “doppio inganno”, che con la crisi attuale mostra tutte le sue contraddizioni, con la via maestra della modernizzazione.

In questo quadro il governo italiano ha varato una manovra del tutto inadeguata. Avendo appreso l’idea che le aspettative si auto-realizzano dalle storielle che è uso raccontare, Berlusconi sembra ritenere che bastino le sue esortazioni a consumare per ristabilire la fiducia. Soprattutto non sembra rendersi conto che la spesa per il consumo dipende dal reddito delle famiglie e che l’ insufficienza della domanda aggregata è il risultato del mutamento nella distribuzione del reddito che ha caratterizzato in modo fondamentale l’ultima fase economica nei paesi sviluppati.

Vediamo come si è evoluta la distribuzione del reddito negli ultimi 20 anni, seguendo il recente rapporto dell’OCSE Growing unequal?[1] e confrontando la situazione Italiana con quella di altri paesi sviluppati: la Germania, la Francia, il Regno Unito e gli USA. L’Italia sembra essere il paese che riesce a cumulare contemporaneamente alcune delle caratteristiche più negative dei paesi anglosassoni e di quelli del continente europeo. Queste note si riferiscono alla evoluzione della distribuzione del reddito precedente la crisi. Proprio per questo motivo mettono in evidenza alcune delle sue cause fondamentali.

L’aumento della diseguaglianza a partire dalla metà degli anni 70 è stato caratterizzato dalla diminuzione della quota delle retribuzioni del lavoro sul reddito nazionale. Come si può vedere dal grafico che segue questa quota è diminuita consistentemente nei paesi dell’OCSE, ma è caduta in modo molto più pronunciato in Italia[2].

Come conseguenza in Italia la quota del reddito nazionale che si ottiene attraverso il lavoro è la più bassa tra i paesi che stiamo confrontando:

La forte diminuzione della quota dei redditi da lavoro dipende in larga misura dall’evoluzione del salario reale. Secondo le stime del rapporto dell’ Organizzazione Internazionale del lavoro, a parità di potere di acquisto, gli stipendi reali sono diminuiti in Italia del 16% circa tra il 1988 e il 2006[3].

La quota dei redditi da lavoro in Germania e Francia è diminuita seguendo l’andamento medio, mentre negli Usa e nel Regno Unito la quota è diminuita meno della media OCSE. Anche in questi paesi però la diseguaglianza è aumentata e nel caso degli USA enormemente. Sono state infatti all’opera anche altre cause, principalmente l’andamento del differenziale nelle retribuzioni del lavoro e l’effetto dei trasferimenti del reddito da parte dello stato alle famiglie e della tassazione, cioè il ruolo dello stato nel modificare il reddito disponibile delle famiglie rispetto al reddito di mercato.

La diseguaglianza nella distribuzione del reddito è rappresentata dall’indice di concentrazione dei redditi, l’indice Gini. L’Italia risulta avere verso la metà degli anni 2000 un alto indice di Gini, inferiore solo a quello degli USA tra i paesi considerati e superiore alla media di 24 paesi dell’OCSE. Germania e Francia hanno invece un indice Gini inferiore alla media, cioè sono paesi con una distribuzione del reddito notevolmente più egalitaria.

Negli ultimi venti anni la crescita dell’indice Gini è stata molto alta in Italia (inferiore solo a quella degli USA tra i paesi confrontati)[4].

E’ interessante per comprendere come si manifesta la diseguaglianza, confrontare i redditi mediani, quelli del decile più povero e quelli del decile più ricco della popolazione. Come si vede dai grafici, questo confronto mette in luce in modo drammatico la gravità della situazione italiana. Infatti, mentre sia per il reddito mediano che per il reddito del 10% più povero l’Italia è l’ultima tra i paesi considerati, e ha redditi minori rispetto alla media OCSE, il reddito del 10% più ricco risulta più alto rispetto alla media OCSE, e anche rispetto alla Francia. Si tratta di un dato che mostra in modo inconfutabile lo squilibrio che il nostro paese vive, con conseguenze molto rilevanti sia sul piano sociale che economico.

Vale la pena soffermarsi anche su uno dei dati più significativi presenti nel rapporto dell’OCSE, che svela il contenuto ideologico dell’identificazione del liberismo con una forte dinamica sociale e con ciò che si indica come meritocrazia. L’elasticità dei redditi intergenerazionali misura la probabilità che i figli mantengano lo stesso reddito dei padri. Più basso è il valore e più alta è la probabilità che i redditi cambino di generazione in generazione. L’Italia ha un valore molto alto per questo parametro. I dati della Francia e della Germania, mostrano che la mobilità sociale è favorita da una distribuzione meno diseguale del reddito e dalla robustezza delle istituzioni del Welfare, ancora in questi paesi non smantellate. Il sogno americano, la possibilità per ciascuno di migliorare indipendentemente dalle condizioni di nascita, è molto più effettivo nei paesi dell’Europa continentale che in quelli anglosassoni.

Vediamo ora come la distribuzione dei redditi è modificata dall’intervento pubblico, comparando i redditi di mercato con i redditi disponibili, calcolati tenendo conto dei trasferimenti dallo stato alle famiglie e della tassazione.

Secondo i dati OCSE in Italia l’effetto dell’intervento dello stato sulla diseguaglianza nella distribuzione dei redditi è superiore a quello dei paesi anglosassoni e alla media OCSE. Tuttavia risulta sensibilmente inferiore a quello della Germania e della Francia. Guardando anche gli altri paesi dell’ Unione Europea, i cui dati non sono riportati nel grafico, l’Italia si situa in effetti agli ultimi posti nell’efficacia distributiva dell’intervento pubblico[5]. Occorrerà capire quanto la scarsa efficacia redistributiva dell’intervento dello stato relativamente agli altri paesi europei sia dovuta all’alta evasione fiscale e agli sprechi nella spesa pubblica e quanto dipenda dalla struttura stessa della tassazione e dei trasferimenti. Dalle elaborazioni dell’ OCSE risulta in particolare che la progressività dei trasferimenti, e di conseguenza il loro impatto redistributivo, è molto minore in Italia rispetto alla media degli altri paesi, tanto per quanto riguarda le persone in età da lavoro che per gli anziani. Quello che è certo è che la politica economica, sia in relazione agli obiettivi più immediati di stimolo della domanda aggregata, sia in relazione alla correzione delle cause strutturali della crisi globale e di quella del nostro paese in particolare, deve porsi come obbiettivo prioritario la maggiore efficacia dell’intervento redistributivo dello stato.

Il rapporto dell’OCSE cerca anche di stimare l’impatto dei servizi pubblici, principalmente relativi alla sanità e all’istruzione, sulla distribuzione del reddito.

Anche in questo caso l’efficacia redistributiva dell’intervento pubblico in Italia si rivela superiore a quella dei paesi anglosassoni, ma ora risulta inferiore alla media dei paesi OCSE oltre che alla Francia e alla Germania. Anche in questo caso, guardando anche agli altri paesi dell’Unione Europea, l’Italia si situa agli ultimi posti. Si capisce come una politica di tagli indiscriminati come quella prevista dalla finanziaria per l’istruzione, non può che aggravare una situazione già molto preoccupante.

I dati testimoniano in modo evidente che tutte le economie dei paesi sviluppati hanno subito negli ultimi decenni un processo di redistribuzione dei redditi a favore dei profitti e delle rendite (che si presentano spesso collegati tra loro). Questa redistribuzione è una delle cause più importanti dell’attuale crisi. L’Italia, in questo quadro, ha assistito ad un processo ancora più accentuato e ancora più squilibrato rispetto alla maggior parte degli altri paesi. Ne deriva la necessità di una riforma fiscale progressiva e redistributiva, sia in funzione di stimolo alla domanda aggregata nell’immediato, sia come condizione per un processo equilibrato di sviluppo nel lungo periodo.

*Professore ordinario di economia politica nell’Università di Macerata.


[1]
Growing unequal? Income distribution and poverty in OECD Countries, OECD, 2008.
[2]
La quota stimata dall’OCSE non si riferisce solo alle retribuzioni del lavoro dipendente, ma anche a quelle relative al lavoro autonomo, di cui si tiene conto, sia pure attraverso una stima approssimativa
[3]
World of Work Report 2008. Income inequalities in the Age of Financial Globalization, International Labour Office, International Institute for Labour Studies, ILO, Geneva, 2008.
[4]
Si veda, in questa rivista, Cristina Tajani Distribuzione e povertà, Europa e mondo Crescita diseguale, diseguale recessione 29 Dicembre 2008
[5]
Secondo il rapporto ISAE, Politiche pubbliche e redistribuzione, novembre 2007, la situazione italiana è ancora peggioredi quella indicata dai dati OCSE. L’Italia sarebbe infatti il paese dell’Unione Europea in cui l’efficacia redistributiva dell’intervento pubblico è la più bassa rispetto a tutti i paesi dell’Unione Europea. http://www.isae.it/Rapporti_trimestrali/Rapporto_ISAE_novembre_2007.pdf

13 Commenti

  1. Articolo ineccepibile. I dati relativi ai processi di produzione, allocazione e distribuzione dei redditi dimostrano purtroppo che l’Italia ha avuto un “liberismo senza liberisti”, dove il sempre pi� accentuato concentrarsi della ricchezza prodotta sul profitto non ha avuto come logica conseguenza un aumento degli investimenti e una evoluzione positiva della innovazione di processo e di prodotto, bens� la formazione di una peraltro ristrettissima classe di percettori di rendita dedita alla speculazione finanziaria, che ha comportato il continuo ed irreversibile decrescere del tasso di competitivit� del sistema industriale italiano.
    Si � insomma innescato un “triplo inganno”, perch� siamo in presenza di “capitalisti” che non solo si appropriano della maggior parte della “torta”, ma che di essa poi fanno incetta per “ingrassare” la propria rendita finanziaria improduttiva e parassitaria, venendo meno alla principale funzione dell’imprenditore in una economia di mercato:quella di destinare la parte pi� rilevante del profitto realizzato all’accumulazione del capitale a fini produttivi e di innovazione.
    Insomma l’Italia � un Paese dove il Capitalismo ha tradito se stesso, dove non esiste la “dignit� etica” e la “funzione sociale” del ruolo imprenditoriale (vedi l’incredibile vicenda Alitalia, con tutti i rischi e le perdite accollate allo Stato e quindi a tutti i cittadini, alla faccia degli “spiriti animali” dei nostri (pseudo)capitalisti!

  2. Articolo interessante e documentato.Ne abbiamo fatto una specie di sintesi in blog col link a EEP.
    E’ proprio il tipo di cose di cui c’� bisogno adesso.Speriamo abbia la risonanza e la diffusione che si merita,saluti.

  3. Due domande:
    1) In che misura l’alta diseguaglianza dei redditi in Italia e’ dovuta anche alle forti differenze nei livelli medi di reddito tra aree del paese (Nord vs Sud), che non hanno eguali negli altri paesi qui considerati? In altre parole, bisognerebbe calcolare, per capire come si forma la diszeguaglianza, anche indici distributivi per aree, altrimenti il quadro � incompleto.
    2) a proposito della mobilit� intergenerazionale, possibile che quella Usa sia bassa anche a causa della presenza di ampie minoranze etniche? sarebber interessante calcolare gli indici di mobilita’ solo sui “white”, ade sempio, anche in questo caso per capire meglio le caratteristiche del fenomeno.

    Perri risponde:
    Le domade di Baldini sono interessanti e vanno approfondite. Per quanto riguarda la prima questione, l’indagine della Banca d’Italia sui bilanci delle famiglie per il 2006 mostra che la differenza nell’indice di concentrazione del reddito delle famiglie � lieve e non statisticamente significativa per il sud e le isole rispetto al resto d’Italia. Se si guarda al reddito equivalente, che tiene conto della numerosit� delle famiglie, la differenza � pi� sensibile ma ancora contenuta. La divisione tra nord e sud non sembra quindi la causa principale della maggiore diseguaglianza nel nostro paese rispetto agli altri paesi europei.
    Per quanto riguarda la seconda questione, non conosco studi specifici. La lettura del libro di Krugman “La coscienza di un liberal” suggerisce che negli USA dagli anni settanta la situazione riguardante la mobilit� sociale sia notevolmente peggiorata anche per i bianchi.

  4. Di riflesso l’articolo dimostra, con un’incredibile chiarezza ed eloquenza, come la sinistra politica e sindacale abbia sbagliato tutto, o quasi, negli ultimi venti anni.
    In pi�, suggerisce alcune vie d’uscita immediatamente praticabili ed utili a non perseverare oltre nell’errore…ma chi se far� carico, qui ed oggi?
    Temo che da questo punto di vista la situazione sia drammatica, con il P.d. ostaggio di una cultura ideologicamente ed acriticamente liberista ed i partiti di sinistra intrappolati in estenuanti discussioni politiciste ed autoreferenziali…
    P.s. una nota “postuma” di ottimismo: fortunatamente, l’articolo dimostra anche che iniziative editoriali come quella della rivista Economia e Politica sono assolutamente necessarie prima che utili…da parte mia il pi� forte in bocca al lupo!

  5. Salve e complimenti per l’articolo.
    Due commenti:
    1/ Uno studio [http://zfacts.com/metaPage/lib/gordon-Dew-Becker.pdf] ha mostrato che anche negli Stati Uniti si pu� osservare lo stesso declino della quota delle retribuzioni semplicemente eliminandone il 10% pi� alto. Al contrario, l’uno per mille delle retribuzioni pi� alte ha fatto registrare un incremento del 291% fra il 1966 e il 2001: un dettaglio sintomatico del pragmatismo del capitalismo neoliberista nell’andare al di l� della semplice separazione fra capitale e lavoro.
    2/ Per quanto riguarda la tassazione progressiva come rimedio, sebbene di per s� assolutamente ineccepibile e necessaria, non bisogna dimenticare che rappresenta una misura di {redistribuzione} e che potrebbe venire a costituire di fatto una giustificazione dell’ingiusta {distribuzione} del reddito. Mi chiedo se invece una decisa riduzione dell’orario di lavoro a parit� di salario e di aggressione alla disoccupazione non potrebbe modificare direttamente la distribuzione del reddito a monte dell’azione redistributiva dello Stato, offrendo un modello di societ� pi� equo. Certo, entrambe le politiche sono vulnerabili dal punto di vista della loro messa in pratica. Passando dall'”economia” alla “politica”, come si dovrebbero fronteggiare le prevedibili ritorsioni (delocalizzazioni, spostamenti di capitale all’estero, intensificazione dell’attivit� lavorativa, sostituzione capitale-lavoro, ecc…) che ne conseguirebbero? Se mi � permesso di allargare il dibattito, alla fine non stiamo discutendo del diritto collettivo di una societ� di decidere l’impiego della ricchezza che produce? I sistemi politici in cui viviamo in cui il popolo � sovrano un giorno ogni cinque anni mi sembrano forme di democrazia troppo primitive per poter concretizzarlo. Forse � questo il primo problema da risolvere.

  6. Credo che l’articolo sia molto accurato e che riporti bene tutti i dati. Non mi intendo di politica ma posso dire che mi e’ servito molto per la mia ricerca.

  7. Complimenti per l’articolo.
    Una domanda: in che modo le istituzioni del mercato del lavoro incidono sulla distribuzione del reddito nei paesi sviluppati?

  8. Ottimo lavoro. Personalmente sto cercando di diffondere questo tipo di informazioni e di cultura verso il basso per aiutare una presa di coscienza delle masse. Sono su FaceBook ed ogni aiuto � pi� che gradito. Vi aspetto.

  9. L’articolo � interessante, e condivisibile.
    Tuttavia sembra che manchino a fronte di ampie statistiche delle possibili linee guida per uscire dall’impasse.

    Desidererei qui sottolineare che il reddito, secondo la teoria economica PROUT dovrebbe garantire l’esistenza a tutti, come diritto di nascita fondamentale e tale diritto dovrebbe essere inserito nella Costituzione.
    Sembra che la sopravvivenza sia, per i nostri dirigenti ed molti economisti ancora un optional.

    Ancora, per l’attuale teoria economica solo il cibo � un bene essenziale.
    Secondo la teoria economica PROUT le minime necessit� vitali sono: alimenti, vestiario, abitazione, cure mediche ed educazione. Si possono aggiungere trasporti e comunicazioni e queste minime necessit� dovrebbero essere garantite attraverso un reddito adeguato.

    Senza questi elementi di base non vi � esistenza, per cui il reddito dovrebbe poterle garantire.

    Vi � una porposta dell’Istituto di Ricerca Prout, per far fronte alla crisi attuale, a parte l’idea di rafforzare l’economia locale, l’autosuffcienza economica, quella di detassare i redditi fino a 25.000 per dare ossigeno alle famiglie e incentivare i consumi.

    In effetti i redditi fino a 25.000 euro costituiscono il 50% dei redditi totali, e il guadagno anuale per tale reddito detassato sarebbe di circa 6.000 euro. Utili per acquisti di beni essenziali.

    Il gettito che lo stato non percepisce dai redditi fino a 25.000 euro, pu� incamerarli tassando del 5-10% in pi� i redditi pi� alti.
    Togliere ad un reddito di 150.000 euro circa 15.000 euro non creerebbe per i percettori problemi di sopravvivenza, ma togliere 6.000 ad un reddito di 25.000 potrebbe creare problemi…

    In questo modo si attuerebbe il principio della solidariet� sociale molto declamato, ma non praticato. Potrebbe aumentare la produzione locale e creare un circolo economico virtuoso. Ma la produzione dovrebbe essere locale…

    Il problema � che non possiamo avere una societ� prospera, occupata nello sviluppo delle proprie qualit� e potenzialit�, se la popolazione non ha da mangiare o da vestirsi o altro che garantisca l’esistenza.

    Soddisfatti questi bisogni primari si pu� bene pensare allo sviluppo intellettuale et altro…

    E’ una proposta che ho inviato ad alcuni sindacati, movimenti e parlamentari.

    Saluti
    Tarcisio Bonotto
    Istituto di Ricerca Prout
    Verona
    tarcisio.bonotto@univr.it

  10. Pi� che un commento esporrei una richiesta. Non credo che il termine crisi, per come � percepito nel suo significato sia il termine esatto,citando: il neoliberismo � stato un progetto di classe camuffato da una retorica proteiforme sulla libert� individuale, l�arbitrio, la responsabilit� personale, la privatizzazione e il libero mercato. Ma questa retorica era solo un mezzo per restaurare e consolidare il potere di classe”. Credo che molto di quanto messo in atto da governo ed enti locali,per fronteggiare la crisi, come le richieste di detassazione dei salari o di partecipazioni ai risultati di impresa per favorire la crescita salariale siano come minimo controverse, se non in linea con le tendenze mostarte nell’ articolo.
    La richiesta � quindi di chiarire come interventi di sostegno e loro tipologie si intreccino con i fenomeni di elusione,che mi sembrano incidere ancor pi� negativamente di quelli di evasione sia sulla distribuzione del redditto che sugli indici di efficacia dell’ intervento pubblico,finendo per incrementare in senso negativo le temdenze illustarate. Senza dati queste restano considerazioni “ideologiche”, specie nel confronto con sindacati e istitutuzioni che come operai, appartenenti alle RSU o comitati autorgannizzati, ci capita di sostenere

  11. Dall’articolo, mi sembra di capire che
    1) paghiamo da una parte il peggioramento dei termini di scambio (terms of trade), visto per esempio l’andamento del prezzo del petrolio nel periodo considerato

    2) la perdita di settori ad alto valore, che si sono volatilizzati o ridimensionati (elettronica, parte della chinica)

    3) la concorerenza cinese e di altri paesi low cost.

    Inoltre sarebbe utile valutare:

    4) Da che parte del calcolo vanno i co.co.co / co.co.pro, che dovrebbero nel complesso essere un paio di milioni?

    5) la dinamica della rendita, in particolare di quella immobiliare (quella reale, se fosse possibile)

    6) Sarebbe interessante anche un confronto internazionale tra numero di lavoratori attivi e pensionati (in pratica quanti dei secondi stanno sulle spalle dei primi), con evoluzione nel tempo. Servir� per capire come staranno in futuro quelli che sono entrati nel mercato del lavoro negli ultimi dieci anni.

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