Il Circuito Imperialista e la Riproduzione delle Disuguaglianze tra Paesi

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Le teorie economiche prevalenti hanno generalmente liquidato il militarismo come una ricerca irrazionale di rendite che distorce l’efficienza dei mercati, oppure si sono concentrate sul suo impatto sulla performance economica interna. Entrambe queste prospettive, tuttavia, trascurano la dinamica di reciproco rafforzamento tra la potenza militare e la riproduzione delle asimmetrie economiche globali. Questo articolo introduce invece quello che chiamiamo il circuito imperialista, dove il predominio tecnologico e finanziario fornisce il fondamento del predominio militare, che è determinante per riprodurre la divisione globale del lavoro che sostiene il medesimo predominio tecnologico e finanziario. Empiricamente, utilizziamo un modello markoviano a variabili nascoste per raggruppare dinamicamente dati panel nazionali (1988-2023), identificando una struttura gerarchica rigida, in cui alla stabilità del Centro imperialista corrisponde l’esistenza di una Periferia impoverita e una limitata mobilità ascendente dalla Semiperiferia. La convalida empirica del ruolo del militarismo quale strumento di soppressione dello sviluppo nella Periferia può orientare la progettazione di politiche volte a contrastare la dipendenza tecnologico-militare dei paesi meno sviluppati, riducendo in ultima analisi le disuguaglianze globali.

1. Introduzione

Negli ultimi anni la potenza militare è riemersa come driver centrale delle relazioni economiche internazionali. La letteratura economica dominante ha spesso liquidato il militarismo come comportamento “irrazionale” di rent-seeking, oppure lo ha trattato come variabile che incide prevalentemente sulla performance economica interna (Smith, 1977; Dunne & Smith, 1990; Dunne, 2021; Deger, 1986). Queste letture, pur cogliendo aspetti reali, tendono a oscurare la funzione essenziale del potere militare nella riproduzione delle asimmetrie globali.

Poiché le gerarchie internazionali sono persistenti, occorre spiegare non solo come esse emergano, ma come vengano continuamente riprodotte. In un nostro recente lavoro proponiamo di farlo introducendo l’idea di un circuito di retroazione imperialista (imperialist feedback loop). La dinamica dell’imperialismo è circolare: (i) da una parte il dominio tecnologico e finanziario delle economie del Centro fornisce capacità produttive e vantaggi monetari che sostengono il dominio militare; (ii) dall’altra il dominio militare, a sua volta, viene impiegato per preservare una divisione internazionale del lavoro asimmetrica e regimi valutari gerarchici che alimentano rendite tecnologiche e finanziarie. Il militarismo non è quindi un’anomalia nel funzionamento del capitalismo globale, ma una componente strutturale che contribuisce a stabilizzare il vantaggio del Centro e la subordinazione della Periferia.

La nostra argomentazione teorica è accompagnata da un contributo empirico mirato, che ha l’obiettivo identificare una struttura gerarchica del sistema mondiale che possa evolvere nel tempo. Per questo applichiamo un modello di clustering dinamico, basato su un processo markoviano con variabili nascoste, ad un set di  88 paesi, con dati che coprono il periodo 1988-2023. L’esercizio identifica una struttura mondiale tripartita (Centro, Semiperiferia, Periferia) sorprendentemente stabile.

2. Ipotesi teorica: l’imperialismo come circuito di retroazione dinamico

Il cuore teorico del nostro studio è il circuito imperialista, articolato in tre legami (links) tra dominio tecnologico, finanziario e militare. L’idea di fondo è che il Centro mantenga il proprio vantaggio perché dispone di condizioni strutturali che rendono sostenibili livelli elevati di potenza militare e che permettono di usare tale potenza per proteggere le proprie rendite e restringere le possibilità di rafforzamento della Periferia.

2.1. Link 1 – Dal dominio tecnologico al dominio militare

Il primo link evidenzia che la supremazia tecnologica del Centro rappresenta il fondamento strutturale della sua superiorità militare. Le teorie dell’imperialismo, della dipendenza e del sistema-mondo insistono sul carattere gerarchico della divisione internazionale del lavoro (Amin, 1976; Wallerstein, 1979; Chase-Dunn, 1989; Hickel et al., 2022 e 2024). Il Centro si specializza in settori ad alto valore aggiunto, mentre periferia e semi-periferia restano confinate in attività a bassa produttività. A livello macroeconomico, una maggiore produttività genera risorse economiche che consentono investimenti di lungo periodo in capacità militari moderne, che richiedono ricerca e sviluppo continui, capacità manifatturiera avanzata, capitale umano specializzato, con costi iniziali elevati di progettazione, test e dispiegamento. Ne deriva che un paese tecnologicamente avanzato può potenziare l’apparato militare senza comprimere drasticamente consumi interni o spesa civile, riducendo le frizioni politiche che spesso accompagnano le espansioni militari combinate con l’austerità. A livello microeconomico, l’innovazione tecnologica è la chiave della modernizzazione bellica. I sistemi militari contemporanei incorporano tecnologie emergenti e disruptive, spesso originate nel settore civile: infrastrutture digitali, sensoristica, software, automazione, materiali avanzati, piattaforme ad alta complessità. L’economia che domina i settori knowledge-intensive è anche quella che può trasformare più rapidamente il progresso civile in superiorità militare, grazie a ecosistemi di R&S, capacità di coordinamento industriale e controllo di supply chain strategiche.

2.2. Link 2 – Dal dominio finanziario alla maggiore spesa militare

Il secondo link specifica come il dominio finanziario ampli lo spazio fiscale e riduca i trade-off macroeconomici della spesa militare. Il punto di partenza è che la finanza è un ambito ad alta intensità di conoscenza fortemente monopolizzato dal Centro, e che il controllo monopolistico dei settori avanzati contribuisce alla stabilità della bilancia dei pagamenti delle economie centrali, sia attraverso i surplus commerciali sia attraverso i redditi da investimenti esteri quando parte della produzione è delocalizzata (Lane & Milesi-Ferretti, 2018). Al contrario, le economie periferiche sono costrette ad accumulare riserve in valuta estera per gestire i vincoli della propria bilancia dei pagamenti. Ciò crea domanda esterna per il debito dei paesi centrali, approfondendone i mercati finanziari e riducendo i rischi di mismatch valutario. Ne discende che i costi di finanziamento sovrano del Centro tendono a essere più bassi, a parità di fattori, rispetto a quelli dei debitori periferici, che spesso non possono indebitarsi internazionalmente nella propria valuta e sono costretti a pagare forti premi per rischio di cambio (Lane & Milesi-Ferretti, 2005; Liao, 2016). Un ulteriore beneficio per le economie centrali è dato dalla sopravvalutazione del cambio. Poiché molte delle merci vendute dal Centro sono protette dal monopolio (anche quando prodotte altrove), l’arbitraggio che porterebbe i cambi nominali ad allinearsi verso la parità di potere d’acquisto (PPA) è ostacolato. Ne risulta un differenziale persistente tra cambio PPA e cambio di mercato che consente al Centro di importare energia, cibo, materie prime e beni manifatturieri a prezzi ribassati. La sopravvalutazione del cambio equivale a un sussidio nascosto dei termini di scambio, che libera risorse domestiche per allocazioni strategiche, inclusa la spesa militare (Amin, 1976; Gabaix & Maggiori, 2015). In definitiva, il privilegio monetario si traduce in uno spazio fiscale più ampio, grazie al quale il Centro può sostenere una spesa pubblica elevata, senza innescare inflazione o fughe di capitali.

2.3. Link 3 – Dal dominio militare all’estrazione di valore

Il terzo link descrive come il potere militare sia strumentale a mantenere una gerarchia nella divisione internazionale del lavoro, preservando i vantaggi del Centro nei settori ad alto valore aggiunto e limitando l’upgrade strutturale della Periferia. Non è necessario l’uso diretto e continuo della forza; spesso è sufficiente una minaccia credibile, che disciplina scelte economiche e politiche e spinge all’allineamento con gli interessi del Centro.

Questo link agisce attraverso cinque meccanismi principali. Il primo consiste nella produzione di insicurezza persistente che erode le basi endogene dell’innovazione nelle economie periferiche. Attacchi mirati su centri di ricerca, infrastrutture tecnologiche e sistemi educativi incentivano l’emigrazione di scienziati, ingegneri e tecnici verso il Centro, generando un flusso unidirezionale di capitale umano e interrompendo cicli di apprendimento domestico. Il risultato è una trappola di specializzazione a bassa o media tecnologia (Al Saraf & Garfield, 2008; Sassoon, 2010; Tigau, 2019; Tozan, 2023).

Il secondo meccanismo consiste nel regime change. Interventi militari o minacce credibili possono sostituire progetti sovrani di sviluppo con governi clienti che implementano programmi di aggiustamento strutturale, soprattutto su liberalizzazione, privatizzazione e deregolamentazione del lavoro. La liberalizzazione amplia l’accesso del capitale del Centro ai mercati domestici; la privatizzazione facilita il trasferimento di asset verso le multinazionali estere; la deregolamentazione del lavoro è condizione per massimizzare rendimenti della produzione. In questo quadro, le forze militari e paramilitari diventano gli strumenti per mantenere un ambiente regolatorio che sopprime domande salariali e riduce il rischio di conflitto industriale, comprimendo i costi locali rispetto ai prezzi globali (Williamson, 2009; Linares, 2003; Burgess, 2010; Adly, 2021; Erol & Şahin, 2023).

Il terzo meccanismo consiste nella proiezione d’influenza che passa attraverso le esportazioni di armi e le reti di alleanze dirette dal Centro. I regimi clienti vengono spinti ad assorbire volumi di export bellico provenienti dalle economie centrali, deviando allo scopo le loro scarse risorse dagli investimenti produttivi e rendendoli dipendenti per la loro sicurezza. Il controllo delle forniture militari permette di orientare le condizioni e la direzione dei conflitti, spesso indirizzandoli contro attori non allineati, senza necessità di interventi militari diretti da parte degli esportatori. In questa architettura, la Semiperiferia svolge un ruolo duale. Da una parte, resta subordinata e trasferisce risorse tramite gli acquisti di armi; dall’altra può agire attivamente per plasmare una geopolitica regionale coerente con gli interessi del Centro (Buzuev, 1990: 108-109; Li, 2008: 96) oppure per assumere un orientamento autonomo, esponendosi a gravi rischi di intervento.

Il quarto meccanismo consiste negli interventi militari e nei regimi clienti che garantiscono accesso privilegiato a energia e materie prime a prezzi sistematicamente sottovalutati, mentre la militarizzazione dei corridoi marittimi strategici consolida il dominio del Centro sui flussi commerciali. Si crea così un regime logistico separato, dove le imprese del Centro (o di Paesi sotto il suo ombrello di sicurezza) beneficiano di costi di trasporto e coordinamento ridotti, mentre le economie emergenti escluse da tali infrastrutture militari-logistiche affrontano costi più alti, con un effetto di esclusione competitiva che frena traiettorie di accumulazione non allineate e rafforza specializzazioni diseguali (Khalili, 2020).

Il quinto meccanismo consiste nella preservazione di regimi valutari gerarchici. La componente maggioritaria delle transazioni globali e delle passività esterne (debito sovrano e corporate) è denominata in valute di riserva. I tentativi da parte dei paesi periferici di creare blocchi monetari regionali, denominare scambi in valute alternative o costruire infrastrutture autonome di pagamenti transfrontalieri minacciano le condizioni che consentono al Centro di ridurre i costi produttivi attraverso le importazioni a basso prezzo; in risposta, interventi diretti o indiretti e minacce credibili funzionano come strumenti coercitivi per preservare l’egemonia valutaria (Lee, 2011; Scott, 2011; Sylla, 2021; Wilson, 2020; Taylor, 2019).

Nel complesso, i cinque meccanismi alimentano una vera e propria “apartheid tecnologica”, che relega i Paesi periferici al ruolo di fornitori di input a basso costo, disciplina i loro mercati del lavoro, comprime i loro salari e permette viceversa al Centro di sostenere livelli salariali elevati e alta occupazione. In questa chiave, l’appartenenza al Centro non si misura con il metro della conquista militare territoriale ma con la capacità di creare condizioni economiche interne favorevoli attraverso la svalutazione sistematica di lavoro e risorse in altre aree (Macheda & Nadalini, 2022: 60; Freeman, 2008).

3. Metodologia empirica

Per testare empiricamente la tesi del circuito di retroazione, ricaviamo la struttura gerarchica dei Paesi attraverso un modello di clustering dinamico per dati panel multivariati. Ogni paese i, in ciascun anno t, è descritto da un vettore di caratteristiche yit. L’idea è che esistano k gruppi di Paesi, con k prefissato, e che l’appartenenza di ciascun Paese a un cluster cit sia una variabile latente che evolve nel tempo (Joao et al., 2023). Le caratteristiche osservate yit sono la somma di una media specifica del cluster μcit, variabile nel tempo, e di un termine di errore distribuito secondo la distribuzione t di Student con matrice di scala potenzialmente variabile per cluster e nel tempo. La dinamica di cit è governata da una catena di Markov, cosicché la probabilità a t di transitare dal cluster j al cluster h è πjht ed è comune a tutti i Paesi. Gli output principali della stima sono le medie temporali dei cluster, che ne descrivono i profili strutturali; la matrice di transizione tra cluster, che misura la probabilità con cui i paesi possono passare da un cluster all’altro; le probabilità condizionate filtrate di appartenenza del paese i  al cluster j, che servono per assegnare univocamente i primi ai secondi in ciascun periodo.

Poiché k rappresenta il numero di partizioni del sistema mondiale, sulla base dell’analisi teorica abbiamo un prior forte per fissare il numero di cluster a k=3, coerentemente con la tripartizione tra Centro, Semiperiferia e Periferia. Tuttavia, la nostra scelta finale a favore di k=3 è sostenuta da una validazione preliminare basata su algoritmi standard di clustering e criteri diagnostici, e viene controllata attraverso stime alternative (ovvero stimando il modello per k=2, 3, 4, 5) per verificare la robustezza della classificazione. I nostri test evidenziano che, se scegliamo di fissare un valore di k > 3, i cluster in sovrannumero rispetto ai primi 3 saranno sempre vuoti, il che indica che k=3 fornisce la ripartizione dei paesi più dettagliata e non ridondante. Per maggiori dettagli si rimanda al paper completo.

4. Dati

Gli indicatori sono selezionati bilanciando completezza informativa e dimensione del campione, con l’obiettivo di includere un numero significativo di paesi a reddito medio e basso. Le variabili selezionate sono complessivamente dieci, ed ognuna di esse è esplicitamente collegata a una delle tre dimensioni dell’analisi (tecnologica, finanziaria, militare).

Per rappresentare la dimensione tecnologica usiamo il PIL pro capite misurato a tassi di cambio PPP, la produttività totale dei fattori (TFP) relativa agli Stati Uniti, e l’Economic Complexity Index (ECI), che misura l’intensità di conoscenza del paniere di esportazioni di un Paese in termini di diversità e ubiquità e funge da proxy più specifico di monopolio tecnologico (Hidalgo & Hausmann, 2009). Per rappresentare la dimensione finanziaria usiamo lo stock di FDI attivi rispetto al PIL, il reddito netto da investimenti sul PIL, e il rapporto tra tasso di cambio di mercato e cambio PPA, inteso a catturare sopravvalutazione valutaria. Per misurare la dimensione militare usiamo la spesa militare sul PIL, la spesa militare pro capite, le esportazioni e le importazioni pro capite di armi. Riguardo a questa dimensione, ipotizziamo che l’export di armi abbia una maggiore capacità discriminante, poiché le altre misure sono influenzate maggiormente dalle contingenze difensive. In effetti, analisi preliminari di correlazione suggeriscono che le esportazioni militari siano più fortemente associate alle variabili tecnologiche e finanziarie rispetto agli altri indicatori militari e in particolare alle importazioni di armi, confermando l’ipotesi che l’export bellico catturi meglio la capacità di proiezione esterna.

Per ottenere un panel bilanciato abbiamo interpolato linearmente alcuni valori mancanti e colmato i gap residui usando l’ultimo valore disponibile; i paesi con valori mancanti sono stati esclusi. Il campione finale contiene 3.168 osservazioni per 88 paesi nel periodo 1988-2023. Per maggiori informazioni sul dataset si rimanda al paper completo. Nella stima del nostro modello di riferimento includiamo 9 delle 10 variabili appena elencate, escludendo le importazioni militari pro capite per i motivi descritti sopra.

5. Risultati
5.1. Composizione dei cluster e transizioni

I risultati rivelano una stabile gerarchia tripartita. Il Centro (Figura 1) è quasi completamente stabile. I 20 paesi che rimangono al suo interno per l’intero periodo 1988-2023 sono i principali stati coloniali d’insediamento (Australia, Canada, Israele, Stati Uniti), le ex potenze coloniali, i paesi nordici e le due principali “propaggini” tedesche (Austria, Svizzera). Nel periodo considerato, solo cinque paesi sono transitati dalla Semiperiferia verso il Centro: Estonia (2023), Ungheria (2006), Nuova Zelanda (1991), Corea del Sud (2007) e Portogallo (2009). I primi quattro sono entrati definitivamente nel Centro, mentre l’ultimo è rientrato nella Semiperiferia l’anno successivo. Tutti i 25 paesi che hanno fatto parte del Centro nel periodo considerato sono classificati come ad alto reddito nel 2024 secondo i dati della Banca Mondiale e, con le eccezioni di Ungheria e Singapore, sono classificati come democrazie secondo gli indicatori V-Dem (Herre 2021).

Figura 1. Paesi del Centro e grado di stabilità dell’assegnazione al cluster.

La Periferia è composta da paesi situati principalmente nell’emisfero australe (Figura 2), la maggior parte dei quali occupa gli strati inferiori della distribuzione del reddito globale. 39 dei 46 paesi appartenenti alla Periferia per almeno un anno erano a basso reddito (4), a reddito medio-basso (18) o a reddito medio-alto (17), mentre solo 7 di essi erano ad alto reddito nel 2024. Invece, nessuno dei 14 paesi che si trovano nella Periferia per l’intero periodo è registrato come ad alto reddito. Guardando ai regimi politici, la Periferia è quasi equamente divisa tra democrazie (24) e autocrazie (22) (Ibid.), suggerendo che la posizione economica piuttosto che il regime politico sia la caratteristica principale che definisce questo gruppo.

Figura 2. Paesi periferici e grado di stabilità dell’assegnazione al cluster.

La Semiperiferia (Figura 3) comprende paesi sia dell’emisfero settentrionale che meridionale. 32 dei 54 paesi appartenenti a questo gruppo per almeno un anno, erano a reddito medio-basso (9) o a reddito medio-alto (23) nel 2024, mentre 22 di essi erano ad alto reddito. Il gruppo di 17 paesi che fa stabilmente parte della Semiperiferia per l’intero periodo, include 8 paesi dell’Europa orientale ad alto reddito, tra cui la Russia, mentre i componenti a reddito medio-alto includono Brasile, Cina e Sudafrica. India e molte altre economie asiatiche oscillano tra la Semiperiferia e la Periferia. La maggior parte dei paesi della Semiperiferia (33 su 54) era governata da democrazie liberali o elettorali nel 2024, secondo i dati V-Dem.

Figura 3. Paesi semi-periferici e grado di stabilità dell’assegnazione al cluster.

La mobilità dalla Periferia al Centro è completamente assente, e nessun paese del Centro è transitato verso la Periferia. Si contano in media 2,9 transizioni all’anno, pari al 3,2% dei paesi del campione. Questi dati evidenziano la stabilità della composizione dei cluster, basata su una gerarchia consolidata tra paesi rimasta sostanzialmente stabile dal 1988. Il 94% delle transizioni si è verificato tra periferia e semiperiferia, con una leggera tendenza alla riduzione delle dimensioni di quest’ultima. Questi risultati confermano il divario tra Centro, da un lato, e Periferia e Semiperiferia, dall’altro, sottolineando al contempo la natura complessa e ambivalente di quest’ultima.

Secondo il dataset Colpus (Chin e Kirkpatrick 2023), i paesi della Periferia (Semiperiferia) hanno subito un totale di 37 (28) colpi di stato nel periodo considerato, mentre i paesi del Centro hanno subito un solo incidente di questo tipo. La stabilità politica del Centro è coerente con l’ipotesi che tecnologia e finanza sostengano le capacità militari senza eccessive frizioni interne. Allo stesso tempo, questi paesi mostrano il più alto tasso di coinvolgimento nei conflitti nel periodo considerato, sia per i conflitti interstatali che per quelli intrastatali internazionalizzati, in cui intervengono tipicamente come attori esterni a supporto di una delle parti in conflitto. I paesi semiperiferici sono maggiormente colpiti dall’instabilità interna che porta a conflitti intrastatali, mentre il loro coinvolgimento in conflitti intrastatali internazionalizzati è principalmente correlato a eventi che si verificano sul loro territorio. Nel complesso, questi risultati contraddicono i quadri teorici liberali (ad esempio, Acemoglu e Robinson 2012), che caratterizzano il militarismo come una politica atavica dei regimi autocratici, sottolineando invece la postura aggressiva dei paesi del Centro. Allo stesso tempo, la Semiperiferia appare come il bersaglio principale delle politiche interventiste.

Tabella 1. Coinvolgimento nei conflitti, medie per cluster, 1988-2023

Fonte: elaborazione degli autori sui dati sui conflitti tratti dall’Uppsala Conflict Data Program (2024). Nota: i valori sono la somma, nell’intero periodo, del numero di conflitti verificatisi in ciascun anno nei paesi del cluster, divisa per il numero di paesi del cluster.
5.2. Profili strutturali dei cluster: tecnologia, finanza e export bellico

Analizzando l’evoluzione delle medie dei cluster nel tempo (Figura 4), si osserva che il Centro mantiene un vantaggio persistente in tutte le variabili tecnologiche e finanziarie. Un risultato importante è che, mentre il gap nell’ECI tra Centro e Semiperiferia tende a ridursi, la distanza in termini di PIL pro capite resta stabile o si amplia. Interpretiamo questa apparente contraddizione come l’esito della crescente dominanza finanziaria del Centro. Anche quando alcune economie semiperiferiche diventano capaci di competere in settori tecnologici in precedenza dominati dal Centro, quest’ultimo riesce a catturare una quota maggiore del valore generato dalle catene globali di produzione proprio grazie alle rendite finanziarie. Questa supremazia tecnologico-finanziaria sostiene la dominanza militare del Centro, soprattutto nel ruolo di principale esportatore di armi. Il vantaggio del Centro nelle esportazioni di armamenti si amplia nel periodo, riflettendo sia il controllo monopolistico sulla produzione militare avanzata sia il ruolo dell’export bellico nella sua politica estera. Crucialmente, il Centro mantiene la preminenza militare senza un onere fiscale sproporzionato. Infatti, la spesa militare in quota di PIL rimane relativamente contenuta. In termini coerenti con l’ipotesi teorica, tecnologia e finanza “sussidiano” la potenza militare riducendo i trade-off domestici.

La Periferia resta strutturalmente svantaggiata su tecnologia e finanza. La quasi totale assenza di esportazioni di armi ne conferma l’esclusione dalla produzione militare avanzata. Al tempo stesso, l’alta incidenza di conflitti interni forza molti paesi periferici a essere importatori di armi. Questo vincolo esterno limita il loro upgrading tecnologico, frena la crescita e riduce le risorse fiscali disponibili. Ne deriva un circuito vizioso: la periferia sopporta un onere di spesa militare comparabile agli altri cluster, pur avendo una spesa pro capite circa un ordine di grandezza inferiore rispetto al Centro.

Figura 4. Medie temporali dei cluster

Fonti: PIL pro capite e tassi di cambio: Banca Mondiale; Produttività totale dei fattori: Penn World Tables; Economic Complexity Index: Observatory for Economic Complexity; Stock IDE e Reddito da investimenti: FMI; Spese e esportazioni militari: SIPRI.

La Semiperiferia occupa una posizione intermedia ma gravata da tensioni specifiche. Se il recupero tecnologico non si traduce in un equivalente avanzamento di reddito, ciò dipende verosimilmente dalla difficoltà di colmare il divario finanziario con il Centro in termini di accumulazione di FDI attivi, redditi da investimenti e apprezzamento valutario. Inoltre, per proiettare la propria influenza su una sfera geografica più vasta, la politica estera del Centro richiede una rete ampia di alleati e clienti che aumentino la loro spesa militare. In parallelo, i paesi semiperiferici alla ricerca di una maggiore autonomia sono spinti a spendere di più per difendersi. Nei dati, questa duplice tendenza si riflette in una traiettoria crescente della spesa militare pro capite dalla prima metà degli anni 2000. Tuttavia, a differenza del Centro, la Semiperiferia non beneficia della stessa combinazione di rendite da export bellico e privilegi finanziari. Di conseguenza, la crescente spesa militare diventa un drenaggio netto di risorse, visibile nella quota di spesa militare/PIL più elevata rispetto sia al Centro sia alla Periferia.

5.3. Confronto tra Stati Uniti, Europa Occidentale, Cina e Russia

Passando dal profilo medio dei cluster ai singoli paesi, rileviamo che Stati Uniti e paesi dell’Unione Europea più Regno Unito risultano stabili membri del Centro, mentre Cina e Russia risultano stabilmente nella Semiperiferia. All’interno di questo gruppo, la Cina concentra gran parte del catch-up tecnologico misurato dall’ECI, mentre la Russia accumula un ritardo crescente. Anche all’interno del Centro si osserva una significativa divergenza, con i paesi europei che perdono terreno rispetto agli Stati Uniti in termini di produttività totale dei fattori.

Figura 5. Paragone tra Paesi

Fonti: vedi Figura 4.

Sul piano finanziario, l’accumulazione di IDE attivi nel Centro è trainata soprattutto dall’Europa Occidentale, che ha trasformato i propri surplus di conto corrente in esportazione di capitale finanziario, in gran parte destinato agli USA. Russia e Cina registrano anch’esse surplus commerciali, ma la loro capacità di accumulare FDI in uscita appare limitata, rispettivamente, dalla bassa capacità tecnologica nel caso della Russia e da misure protezionistiche che colpiscono gli investimenti nel caso della Cina. Inoltre, il valore del Renminbi appare convergere verso la parità di potere d’acquisto, con scarsa evidenza di una sistematica sottovalutazione.

L’aumento della spesa militare nella Semiperiferia è attribuibile in larga parte alla Russia, le cui esportazioni militari sono diminuite in coincidenza con la guerra in Ucraina, che ha assorbito la maggior parte della produzione bellica. La Cina mostra una crescita della spesa militare pro capite più lenta del PIL, con un rapporto spesa/PIL in calo e export bellico contenuto. Nel Centro, l’aumento della quota della spesa militare sul PIL è guidato soprattutto dagli stati europei. In presenza di piani per un’intensità di spesa militare comparabile a quella degli anni Ottanta, le prospettive di crescita più deboli espongono la componente europea del Centro a un rischio maggiore di disequilibrio strategico (Kennedy, 1988), nel tentativo di finanziare impegni militari elevati su basi economiche meno favorevoli.

5.4. Analisi di sensitività

Una misura di accordo annuale tra assegnazioni di partizioni diverse mostra che un modello costruito solo con tre variabili chiave – ECI, quota di FDI in uscita sul PIL ed esportazioni di armi pro capite – replica oltre l’80% delle assegnazioni annuali del modello completo dopo il 2005 (Figura 6). Viceversa, un modello che include tutte le altre variabili ma esclude simultaneamente questa triade scende sotto il 70% di accordo nello stesso periodo.

Figura 6. Quota di assegnazioni identiche per anno tra il modello di riferimento (9 variabili) e: a) un modello con 3 variabili (ECI, IDE in uscita sul PIL e esportazioni militari pro capite); b) un modello con 6 variabili (escludendo le precedenti)

Questo risultato convalida le premesse teoriche del Par. 2 sotto due profili. Il primo profilo è che, tra le variabili-chiave, sono rappresentate tutte le dimensioni individuate: tecnologica, finanziaria e militare. Sebbene il predominio tecnologico rappresenti la base del predominio finanziario e militare, queste due dimensioni mantengono una rilevanza indipendente. Si evidenzia così che lo sviluppo tecnologico non sfocia necessariamente nel militarismo. Piuttosto, quest’ultimo è il frutto di una combinazione di scelte politiche che dirigono lo sviluppo tecnologico in determinate direzioni piuttosto che in altre. Il secondo profilo è che le variabili chiave per le dimensioni tecnologica e militare sono quelle che, ex ante, abbiamo identificato come le più aderenti alla nostra analisi: ECI perché misura più precisamente il monopolio tecnologico; le esportazioni militari perché sono più collegate ad una proiezione esterna della forza. Nell’ambito della dimensione finanziaria, il rapporto attività IDE/PIL è più informativo rispetto al reddito netto da investimenti, che è più suscettibile all’elusione degli utili attraverso i paradisi fiscali. Inoltre, la divergenza delle posizioni patrimoniali negli IDE si è ampliata notevolmente durante il periodo preso in esame, mentre la sopravvalutazione della valuta è rimasta relativamente stabile. Questa divergenza contribuisce a spiegare il maggiore potere discriminatorio degli IDE, che è in linea con le teorie classiche dell’imperialismo, che identificano l’esportazione di capitali come una caratteristica distintiva dell’imperialismo (Lenin 1968/1917).

6. Conclusioni

Secondo le argomentazioni della Sez. 2, l’imperialismo contemporaneo opera come un circuito dinamico tra dominio tecnologico, finanziario e militare, che riproduce la disuguaglianza economica globale tra i paesi. Il dominio tecnologico monopolistico del Centro genera le risorse necessarie per la supremazia militare. Questo vantaggio tecnologico, a sua volta, garantisce il dominio finanziario, che espande lo spazio fiscale per la spesa militare. La spesa militare non è un costo finale ma un investimento strategico, impiegato sia direttamente che indirettamente per soffocare le capacità di sviluppo della Periferia.

La nostra argomentazione generale non contraddice necessariamente l’ipotesi che i paesi europei possano presto trovarsi schiacciati dai propri crescenti impegni di spesa militare. In effetti, secondo gli ultimi sviluppi, gli Stati Uniti si trovano in una posizione molto migliore per continuare a beneficiare del circuito imperialista rispetto alle loro controparti europee. Questo vantaggio vale finché gli Stati Uniti mantengono il loro (leggero) vantaggio tecnologico contro la Cina e il loro (solido) vantaggio finanziario rispetto al resto del mondo, scaricando con successo i propri impegni militari sugli alleati. I paesi europei, al contrario, restano sempre più indietro sul fronte tecnologico, detengono un vacillante monopolio finanziario e sembrano meno capaci di proiettare il potere lontano dai propri confini, essendo assorbiti da una guerra costosa e fallimentare sul teatro europeo. Le attuali élite europee sembrano aver frainteso la logica di base dell’imperialismo contemporaneo, se scommettono sulla spesa militare come motore della domanda interna. La nostra analisi suggerisce che, all’interno della logica dell’imperialismo, la spesa militare serve come mezzo per attuare una politica estera che garantisca vantaggi estrattivi. Quando vengono staccate da quel progetto imperialista “coerente” – o quando non riescono a raggiungere gli obiettivi pianificati – tali spese diventano uno spreco di risorse.

Nei nostri dati l’ascesa tecnologica della Cina rappresenta l’unico segnale evidente di una convergenza della Periferia verso il Centro. Le aggressioni esterne, la dipendenza tecnologico-militare e la presenza di regimi monetari gerarchici contribuiscono a bloccare la crescita economica dei paesi periferici e semiperiferici, rendendo inefficaci le classiche politiche di sostegno allo sviluppo. Una strategia praticabile dovrebbe concentrarsi sulla costruzione di canali efficaci per il trasferimento tecnologico all’interno della Periferia e sull’implementazione di circuiti finanziari separati dai sistemi di pagamento del Centro. D’altro canto, un contesto internazionale sicuro e pacifico allevierebbe i paesi periferici dall’onere di spese militari eccessive. Sebbene nell’attuale contesto la costruzione di una deterrenza militare credibile sia essenziale per ridurre la probabilità di un intervento straniero, i costi di questa politica non possono essere trascurati. Pertanto, il rispetto del diritto internazionale è fondamentale per attenuare i vincoli coercitivi radicati nel predominio militare e per ampliare l’autonomia politica degli stati periferici e semi-periferici impegnati in progetti di sviluppo sovrano. L’autonomia, a sua volta, consentirebbe a queste economie di rafforzare le proprie capacità produttive, aprendo così la strada a una distribuzione più equa del reddito nell’economia mondiale.


Bibliografia

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