Ridurre il costo del lavoro per rilanciare l’economia: una ricetta sbagliata

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Paper Codice JEL: E24, E25, O47, C22

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La letteratura economica prevalente insiste sulla riduzione del costo del lavoro come strumento di crescita e competitività. Questo lavoro ribalta questa concezione analizzando il caso italiano dagli anni ’60 ai nostri giorni. Sostiene infatti – supportato da un’analisi empirica che tiene conto delle dinamiche del sistema economico nel lungo periodo – che, al contrario, la continua riduzione del costo del lavoro ha fornito alle imprese un ampio bacino di lavoratori sottopagati, ha disincentivato investimenti e riorganizzazioni produttive e favorito la diffusione di attività a basso valore aggiunto, contribuendo al declino di crescita e produttività del Paese.

Introduzione

L’economia italiana attraversa un periodo difficile. Secondo il database macroeconomico annuale della Direzione Generale per gli Affari Economici e Finanziari (AMECO) della Commissione Europea, nel 2023 il PIL reale non è ancora tornato ai livelli del 2007, anno di inizio della crisi dei mutui subprime; la produttività reale del lavoro registra una stagnazione dal 2001 e i salari lordi reali sono in contrazione dagli anni ’90.

La letteratura economica, attraverso diverse posizioni teoriche, concorda sul fatto che la bassa produttività sia un fattore chiave della scarsa performance economica italiana. Le istituzioni internazionali più influenti, come l’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico (OCSE), il Fondo Monetario Internazionale (FMI) e la Commissione Europea (CE), in linea con la letteratura prevalente, individuano le cause principali nelle inefficienze della pubblica amministrazione e nell’eccessiva regolamentazione che scoraggia gli investimenti e la concorrenza. Raccomandano pertanto liberalizzazioni, privatizzazioni (FMI, 2020, 2023; OCSE, 2021; CE, 2023) e riforme per la flessibilizzazione del mercato del lavoro (FMI, 2020; OCSE, 2021.

Ridurre il costo del lavoro per rilanciare occupazione, investimenti e crescita economica. Questo è il mantra che ascoltiamo da decenni nonché concetto-pilastro delle politiche neoliberiste che hanno caratterizzato generalmente tutte le riforme del lavoro avvenute nei paesi occidentali. Questa congettura trova la sua base nelle teorie marginaliste e neoclassiche e si riflette tutt’oggi nei programmi di governo, nei documenti strategici e nelle raccomandazioni dei più autorevoli organismi internazionali.

Al contrario, molti autori eterodossi, osservando il fenomeno da diverse prospettive, sostengono che la riduzione del costo e la flessibilizzazione del mercato del lavoro consentono agli imprenditori di utilizzare lavoratori più economici, scoraggiando così gli investimenti in innovazione, macchinari e miglioramenti organizzativi, portando in ultima analisi a un calo della produttività e a un sistema produttivo meno dinamico e innovativo (Marx, 1867; Sylos Labini, 1984; Graziani, 2000, Tronti, 2009; Vergeer e Kleinknecht, 2010, 2014; Hein e Tarassow, 2010; Storm e C.W.M. Naastepad, 2011; Kleinknecht et al., 2014; Lisi e Malo, 2017; Cirillo e Ricci, 2019)

Questo breve contributo si inserisce in questa seconda linea di pensiero e, presentando i risultati del lavoro scientifico dal titolo Italian labour productivity: a wage-led decline (Angelone e Canale, 2025) prova a contribuire al ribaltamento della concezione dominante. Il lavoro si focalizza sul caso italiano nel periodo 1960-2023, sostenendo la tesi che la scarsa performance della produttività in Italia sia determinata dalla costante riduzione del costo del lavoro che ha disincentivato investimenti e miglioramenti produttivi e favorito la diffusione di attività produttive a basso valore aggiunto. La dinamica salariale non rappresenta poi solo un fattore autonomo che influenza la produttività, ma è in grado di innescare dinamiche perverse di accumulazione di capitale, di dare forma alla distribuzione delle attività produttive tra settori e tra regioni, nonché alla domanda interna e ai flussi migratori. Pertanto, il suo effetto sulla crescita della produttività dovrebbe essere valutato alla luce dei numerosi effetti endogeni che determina.

La dinamica di wage share e produttività in Italia

Per costo del lavoro si intende il valore complessivo assorbito dal fattore lavoro, composto dal salario lordo e dai contributi e altri oneri a carico del datore di lavoro. Spesso è trattato in termini unitari come Unit Labour Cost (ULC) ovvero la quota mediamente assorbita dal fattore lavoro per ogni unità di ricchezza prodotta; dalla prospettiva della distribuzione funzionale del reddito l’ULC trova corrispondenza nella quota salari al costo dei fattori, detta Wage share at factor costs (WS), ovvero la quota percentuale dell’intero valore aggiunto annuale prodotto in un paese che va a remunerare i salari complessivi lordi.

Sin dal secondo dopoguerra il costo del lavoro è stato un elemento centrale per gli indirizzi di politica economica del nostro paese che ha lo ha usato come strumento competitivo nei riguardi dei vicini mercati dell’Europa Occidentale dove, invece, era più elevato. L’esportazione di beni manufatti relativamente più economici ha fatto da volano per la crescita del paese. Con il processo di globalizzazione e l’allargamento dell’Unione Europea ad Est questo modello non è riuscito a rinnovarsi ed ha mostrato tutte le sue crepe.

Generalmente in tutti i paesi Occidentali la WS registra un crollo a partire dagli anni 80 e il nostro Paese non fa eccezione. La motivazione principale risiede nella riduzione del potere contrattuale dei lavoratori eroso dalla globalizzazione, dall’indebolimento dei sindacati e dalle politiche di flessibilizzazione del mercato del lavoro.

La Figura 1 ricostruisce la dinamica del WS dagli anni 60 ad oggi alla luce degli eventi principali che hanno riguardato le retribuzioni dei lavoratori.

Figura 1: Andamento del WS in Italia e principali shock per il mercato del lavoro (1960-2023).

Fonte: Angelone e Canale (2025)

Nonostante una tendenza alla riduzione del WS sia evidente anche prima, un’analisi di break strutturale (Bai-Perron test, Bai and Perron, 1998) identifica come momenti di svolta nella dinamica italiana gli anni 1983 e 1992, in corrispondenza di alcuni episodi centrali nella dinamica salariale italiana. Nel 1983/1984 si registrano i primi allentamenti del meccanismo di indicizzazione dei salari all’inflazione noto come Scala Mobile. Nel 1992/1993 viene completamente soppresso il meccanismo di Scala Mobile e sostituito da un nuovo protocollo di relazioni industriali che prevede un meccanismo di contrattazione su due livelli: un livello centrale e nazionale che dovrebbe garantire il potere di acquisto dei lavoratori agganciandolo all’inflazione programmata per il triennio successivo, ed un secondo livello di contrattazione integrativa che dovrebbe redistribuire al fattore lavoro gli aumenti di produttività. Questo secondo livello non si è mai davvero affermato, anche a causa della generale piccola dimensione aziendale, di fatto precludendo ai lavoratori gli aumenti di produttività (Angelone, Canale e Ferreiro, 2025).

Il tasso di crescita della produttività del lavoro italiana – intesa come valore aggiunto prodotto mediamente da ogni lavoratore full-time – registra un rallentamento nell’ultimo ventennio del secolo scorso ed una stagnazione a partire dagli anni 2000. La scarsa performance in termini di produttività ha suscitato l’attenzione di diversi organismi internazionali che l’hanno identificata fra i maggiori elementi di criticità, nonché fra le principali cause del deludente andamento economico del paese. Tuttavia, il declino della produttività viene considerato come un fattore autonomo, privo di legami con la distribuzione del reddito e l’andamento del costo del lavoro. La Figura 2 mostra invece che le due variabili sono, almeno a prima vista, caratterizzate da un andamento comune: i tassi di crescita della produttività – nonostante alcune oscillazioni dovuti ad eventi congiunturali – e il wage share al costo dei fattori sono accomunati da un lento declino. La letteratura mainstream direbbe tutt’al più che è il declino della produttività ad aver reso difficile pagare il lavoro in modo adeguato.

Figura 2: Quota salari (in grigio) e tasso di crescita della produttività del lavoro (in nero)

Fonte: Angelone e Canale (2025)
Modello e risultati

Il modello econometrico utilizzato[1] è in grado di identificare un legame stabile nel lungo periodo e si caratterizza per l’utilizzo dei valori degli anni precedenti sia della variabile dipendente che di quella esplicativa per verificarne gli effetti di persistenza nel tempo ed eventuali effetti reciproci. È in grado poi di identificare la direzione di causalità fra le variabili (è il wage share a determinare la produttività o la produttività a determinare quanto può essere la quota di valore aggiunto da destinare al lavoro?).

Può essere così sintetizzato:

Con:

π = produttività del lavoro

WS = Wage share

X = una combinazione da 0 a 2 variabili di controllo

i = 0; 1; 2;

j = 1; 2

β; γ; φ = coefficienti

Le variabili cosiddette di controllo, inserite in modo parsimonioso per ridurre le distorsioni derivanti dalla scarsa ed inevitabile numerosità dei dati, ma allo stesso tempo assicurarsi che i risultati non dipendano da altri fattori che influiscono sulla crescita della produttività sono le seguenti: il tasso di crescita del PIL per tener conto della congiuntura e dell’andamento della domanda aggregata (GDP growth); il tasso di disoccupazione per controllare che la riduzione della produttività non dipenda dall’aumento dell’occupazione nei settori economicamente più marginali (Unemployment rate); il cosiddetto effetto Baumol (Baumol effect) per considerare il fenomeno di terziarizzazione della struttura produttiva; la quota di consumi del settore pubblico per escludere legami con un settore pubblico “asfissiante” (Public consumption) ed infine il catching-up effect per controllare l’andamento della produttività in base al differenziale rispetto ai paesi europei con standard economici migliori. La Tabella 1 presenta i risultati

Tabella 1 – Modelli ARDL: coefficienti e tests; variabile dipendente: tasso di crescita della produttività del lavoro

Fonte: Angelone e Canale (2025)

Come ulteriore controllo di robustezza della stima, si è utilizzato – pur non presentandolo in questa sede – un ulteriore modello noto come metodo delle Instrumental-Variable (IV), dove il WS è costituito non dal suo valore reale ma dal valore stimato in base ad elementi legati solo al potere contrattuale dei lavoratori, dal profilo sindacale ed istituzionale, quali il tasso di densità sindacale ed alcune variabili dummy che riflettono gli scioperi ed i cambiamenti istituzionali identificati dalla analisi di break strutturale. Questa operazione è effettuata per scongiurare eventuale casualità inversa depurando l’andamento del WS da qualsiasi influenza da parte dell’andamento della produttività. Anche in questo caso i risultati confermano l’effetto di lungo periodo del WS sul tasso di crescita della produttività del lavoro.

Senza addentrarci ulteriormente in specifiche econometriche presentate nel dettaglio nel lavoro scientifico a cui si fa riferimento, dall’analisi dei dati emergono con chiarezza alcune conclusioni che mettono fortemente in discussione le tesi del paradigma neoliberale e che inducono a riflettere sulle strategie su cui puntare per sostenere la crescita in Italia:

  1. la direzione di causalità è unidirezionale e si muove dal wage share verso la crescita della produttività
  2. per ogni aumento di un punto percentuale della WS, il tasso di crescita della produttività aumenta di circa 0,2 punti percentuali
  3. Questo risultato è indipendente dall’andamento del PIL, dalla domanda aggregata, dalla dinamica della disoccupazione, dalla quota del settore dei servizi sul PIL, dalla presenza dei consumi pubblici e dalle dinamiche europee e internazionali di produttività
Conclusioni

Il modello produttivo italiano si è da tempo basato sul contenimento salariale (Graziani, 2000). Questa strategia di politica economica ha permesso all’Italia di raggiungere elevati livelli di crescita in un mondo occidentale in fase di sviluppo industriale e di crescente apertura ai mercati internazionali, ma negli anni successivi ne ha minato la competitività e il potenziale di crescita. Queste dinamiche, innescate anche dal passaggio del modello di politica economica dal paradigma keynesiano a quello neoliberista e dall’ingresso nell’Unione Monetaria Europea, hanno bloccato l’Italia in un rallentamento della produttività e in una riduzione dei tassi di crescita.

La drastica riduzione del costo del lavoro, verificatasi con maggiore intensità negli ultimi decenni, ha contribuito in modo significativo alla scarsa performance di crescita dell’intero Paese. A partire dagli anni ’80, il potere contrattuale dei lavoratori è diminuito drasticamente: le autorità di politica economica hanno cercato di rispondere alla maggiore competitività internazionale, esercitando una pressione al ribasso sui livelli salariali, attraverso maggiori misure di flessibilizzazione del mercato del lavoro, una riduzione delle tutele dei lavoratori, un aumento dell’outsourcing e la diffusione di contratti di lavoro atipici. Il risultato è stato un progressivo calo della produttività.

La strategia di contenimento salariale, attuata con alterne fortune durante l’intero periodo preso in esame, ha aperto la strada alla costruzione di un modello produttivo che ha generato effetti negativi sul Paese. Questi effetti – sebbene non possano essere direttamente desunti dai risultati presentati – possono essere riconosciuti nel basso livello di accumulazione di capitale, nell’ampliamento delle attività produttive a basso valore aggiunto, nell’elevato numero di piccole e medie imprese e nel ritardo di sviluppo di alcune regioni rispetto ad altre. Inoltre – estendendo ulteriormente l’interpretazione – la bassa remunerazione del lavoro potrebbe aver dato impulso alla migrazione all’estero di individui altamente qualificati, impoverendo ulteriormente la disponibilità di risorse e di capitale umano, ampliando così la distanza tra il Nord e il Sud del Paese.


Questo articolo presenta in sintesi i risultati del paper scientifico “Italian labour productivity: a wage-led decline” pubblicato nel 2025 sulla rivista Structural Change and Economic Dynamics.


Bibliografia

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[1] Auto-regressive distributed lag (ARDL) model noto anche come Error-correction model (ECM) che identifica cointegrazione fra le variabili e coefficienti ritenuti validi nel lungo periodo.

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