La BCE ha aumentato il tasso di interesse – è probabilmente il primo di una serie di aumenti previsti nei prossimi mesi – al fine di contrastare l’inflazione salita a marzo al 2.6% rispetto al 2.4 di febbraio. Trattandosi di inflazione di origine esterna, provocata dagli aumenti dei prezzi internazionali delle materie prime energetiche ed alimentari, la ratio antinflazionistica dell’avvio nelle presenti condizioni di una politica di moneta più cara non è immediatamente evidente.
Innanzi tutto, secondo le versioni oggi dominanti del punto di vista ortodosso in materia di politica monetaria, un aumento del tasso di interesse da parte della banca centrale sarebbe giustificato solo se dietro la maggiore inflazione vi fossero anche aumenti dei salari monetari e dei prezzi attribuibili a squilibri nelle condizioni interne di domanda e offerta aggregate. Ma certamente neppure Trichet può pensare che oggi, all’interno dell’eurosistema, la domanda aggregata stia premendo sui limiti posti dal prodotto potenziale.
Se si prescinde poi dalla visione teorica dominante, resta il fatto che ogni aumento del costo del denaro è di per sé direttamente inflazionistico, sicché combattere l’inflazione aumentando i tassi di interesse è un po’ come spegnere un incendio gettando sulle fiamme delle secchiate di benzina. I tassi di interesse non sono altro infatti che una componente dei costi totali di produzione e le imprese normalmente reagiscono ad aumenti dei costi aumentando i prezzi. A fronte di aumenti dei tassi di interesse il rapporto prezzi/salari monetari tende pertanto ad aumentare e i salari reali a diminuire. Ciò a sua volta stimolerà delle rivendicazioni salariali – genererà delle pressioni all’aumento dei salari monetari – a meno che l’accresciuto costo del denaro non riesca ad avere un impatto negativo sulla crescita economica e l’occupazione, attraverso contrazioni della domanda interna e delle esportazioni nette, e dunque non determini un indebolimento della forza contrattuale dei salariati.
Resta naturalmente l’effetto antinflazionistico dell’apprezzamento dell’euro rispetto al dollaro e alle altre principali valute che l’aumento del tasso di interesse da parte della BCE è suscettibile di determinare, ma al costo, appunto, di una minore competitività delle merci prodotte all’interno dell’eurozona, e quindi di una contrazione delle sue esportazioni nette.
Dunque, in definitiva, tassi di interesse più alti potrebbero oggi riuscire a contrastare l’inflazione in Europa solo se il più alto rapporto prezzi/salari monetari che essi tendono a determinare fosse più che compensato da: a) un abbassamento via il tasso di cambio dei prezzi in euro degli inputs importati; b) una riduzione o minore aumento dei salari monetari via il probabile effetto negativo sull’occupazione causato tanto dalla riduzione dei salari reali che dall’apprezzamento del cambio – ossia dagli effetti negativi sui consumi e le esportazioni nette provocati da più alti tassi di interesse. Nell’attuale contesto, poi, non va trascurato l’impatto del rincaro del denaro sulla spesa pubblica per interessi, e quindi i tagli compensativi delle spese pubbliche primarie (leggi spese sociali) cui i governi europei immancabilmente ricorreranno per impedire l’aumento dei disavanzi complessivi.
La banca centrale più indipendente del mondo non ha di fatto resistito all’impulso di contribuire per prima all’ottusa “austerità” imperante.
*Ordinario di economia politica nell’Università di Roma “La Sapienza”.



Sandro scrive:
Come sempre è accaduto nel mondo, chi dalla crisi riesce a succhiare qualcosa a discapito degli altri lo fa senza nessun pregiudizio sul futuro di un paese, di una macro regione quale è l’Europa, dello stesso destino del mondo intero. Abbiamo assistito per un migliaio di anni ad un blocco di un sistema mondiale, dove niente sembrava poter fare breccia. Era il medioevo. Le conoscenze scientifiche sono rimaste per così tanto tempo quasi le stesse.
Eppure, un giorno è esplosa la rivoluzione industriale. Gli inglesi sono riusciti a trasformare le loro colonie in operai salariati, permettendo alla potenza mondiale di trasformare l’economia “artigianale in economia industriale, permettendo attraverso i salari di vendere i loro prodotti.
Siamo da molti anni che lentamente senza che cene accorgessimo il mondo capitalismo, quello che conosciamo, è entrato in crisi. Tale crisi, che per troppo tempo è stata “nascosta, è esplosa. Oggi le trasformazioni che stanno avvenendo sono talmente impetuose che quello che si dice oggi, domani viene smentito.
D’atronde, così come qualsiasi persona normale dovrebbe capire, ogni cosa terrena nasce, cresce, migliora, raggiunge il massimo della sua espansione, poi incomincia a decrescere, prima lentamente, poi sempre più velocemente, fino a morire.
Cos’ è per l’uomo, che nasce, cresce, va a scuola e impara e aumenta le sue conoscenze, poi con quelle conoscenze entra nel mondo del lavoro contribuendo a produrre i beni e i servize indispensabili alla sua vita e a quella degli altri, poi ad una certà età dovrebbe riposarsi, dando comunque il contributo necessario agli altri che hanno incominciato il tragitto che lui ha già fatto, fino alla sua morte.
E’ il ciclo della vita che speriamo non si interromperà mai (Mah !!!).
Questo accade per i prodotti che vengono immessi sul mercato, accade per i tipi di società che sono nati e poi, dopo un tempo più o meno lungo, sono andate scomparendo.
E’ accaduto anche all’impero romano che è riuscito a diventare una potenza mondiale (mondiale per il periodo in cui si credeva che le terre conosciute erano quelle che si conquistavano).
Perché non sarebbe dovuto accadere anche per il nostro capitalismo?
Perché il mondo che abbiamo conosciouto avrebbe dovuto restrare bloccato con i rapporti di forza tra il nord ed il sud del mondo per l’eternità?
E allora si capisce quello che sta accadendo oggi.
Guardare al futuro significa rimetter in discussione il modello economico finora vigente, basato sullo sfruttamento delle risorse locali dei più forti nei confronti dei più deboli.
Quando si discuteva della divisione internazionale del lavoro, non si diceva forse proprio questo?
Seplicemente si denunciava che l’80% della popolazione mondiale assorbiva il 20% della ricchezza prodotta, mentre il 20% (quella che viene definita ricca) ne assorbiva l’80%. Semplificando, dicevamo che il 20% costituito dai paesi ricchi rubava le risorse alla stragrande maggioranza dei popoli del mondo.
Ma quando due serbatoi, uno pieno ed uno vuoto, vengono messi in comunicazione tradi loro, perfino loscemo del villaggio capisce che il serbatoio vuoto incomnincia a riempirsi, mentre quello pieno incomincia a svuotari. E questo fenomeno smette quando i levelli dei due serbatoi diventano uguali.
Perché nella discussione che sta avvenendo anche a sinistra non si parla di come modificare i rapporti tra i più ricchi e i più poveri ridando valore anche a queel cosawe che non si conteggiano purtroppo in economia, quali il benessere sociale, lo stare insieme, il vivere in modo tranquillo e sereno, in pace con se stessi e gli altri.
Guardare al futuro non può essere solo e soltanto studiare la situazione attuale ma anche costruire le condizioni per avere un mondo migliore.
Sandro Caddeo, segretario Spi-Cgil di Iglesias
Maurilio Menegaldo scrive:
Questo aumento dei tassi sembra essere un altro passo nella direzione di aumentare l’egemonia economica tedesca, obbligando i poco virtuosi Paesi del Sud Europa (tra cui anche il nostro) a ulteriori restrizioni. La Germania è avvantaggiata perché abituata da decenni a competere sul mercato internazionale in condizioni di moneta forte e inflazione regolata dalla banca centrale, quindi con una forte enfasi sul recupero di produttività. Il timore è che quindi prenda sempre più corpo l’Europa a due velocità da tempo preconizzata (e desiderata) soprattutto dai Paesi del Nord. Dato che questo scenario penalizzerebbe in modo pesante anche l’Italia, sarebbe bene che governo e opinione pubblica nazionali se ne rendessero conto: a quanto sembra, però, le priorità sono altre. Probabilmente, come tante altre volte nella nostra storia, ci accorgeremo del problema quando già ne staremo pagando le conseguenze.
marco senisi scrive:
Mi sembra di grande interesse l’analisi dei possibili effetti inflazionistici delle politiche monetarie restrittive. Ci sono evidenze empiriche a riguardo?
Grazie
Anonimo scrive:
La derivazione di un effetto di crescita generalizzata dei prezzi a causa di una politica monetaria restrittiva, potrebbe essere dovuta alla maggiore inflazione dei prezzi delle attività monetarie finanziarie causa un aumento locale dei cash-flow aziendali per le imprese a capitalizzazione finanziaria di mercato, in presenza di un deficit nei bilanci di aumento degli investimenti di lungo termine.
andrea almagno scrive:
“La banca centrale più indipendente del mondo non ha di fatto resistito all’impulso di contribuire per prima all’ottusa “austerità” imperante.”
Questa affermazione credo sia errata. Basta sfogliare un pò di vecchi articoli sul sole24ore, per notare come l’istituto di Francoforte stia cercando in realtà di smarcarsi da compiti (politici) che non le spettano, spingendo le autorità di Bruxelles a prendersi le proprie responsabilità nell’affrontare gli attuali problemi. Come sappiamo quindi la BCE già da tempo intendeva chiudere al piu presto i rubinetti della liquidità, azione che non ha nulla a che fare con le politiche nazionali di austerità.
massimo pivetti scrive:
Risposta a Marco Sesini
L’esistenza nella realtà di una correlazione positiva tra tassi di interesse e livello dei prezzi è un fatto empirico generalmente riconosciuto, noto in letteratura come “price puzzle” o “Gibson paradox”. Di fatto, secondo quanto esposto nella mia nota, non c’è proprio niente di enigmatico o paradossale in questa correlazione positiva tra interesse e prezzi. Cordialmente, M.P.
lorenzo scrive:
non credo sia tanto difficile pensare che l’aumento del tasso d’interesse potrà portare ad una diminuzione dell’inflazione, ciò attraverso l’effetto restrittivo sulla produzione e sulla domanda aggregata e quindi al costo di disoccupazione, moderazione salariale e molte altre conseguenze negative.
La vera riflessione è ne vale la pena?
La mia risposta è ovviamente no
Luca scrive:
Cercando “price puzzle” su google i primi due risultati affermano (però ho letto solo l’abstract) che la correlazione positiva tra tassi di interesse e inflazione è frutto della mancata credibilità della politica monetaria e che questo puzzle è svanito a partire dagli anni 80 con la presidenza Volcker. I risultati successivi non erano pertinenti quindi sarebbe possibile avere riferimenti teorici e soprattutto empirici per questi fenomeni pubblicati in anni recenti?
Inoltre l’articolo mi sembra un poco semplicistico, in quanto traspare che, ceteris paribus, una politica monetaria restrittiva è inflazionistica. Ma se così fosse allora cosa dovrebbe fare la politica monetaria, tenere i tassi a zero?