Caso Electrolux: il vero cuneo è quello dell’euro

Caso Electrolux: il vero cuneo è quello dell’euro

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Il caso Electrolux, con la richiesta della multinazionale svedese di una drastica riduzione dei salari per evitare il trasferimento della produzione in Polonia, ha di nuovo acceso i riflettori sul cuneo fiscale e sulla bassa produttività del lavoro come cause primarie della perdita di competitività dell’industria italiana[1]. Sono davvero queste le ragioni fondamentali che spingono le imprese alla delocalizzazione produttiva?

Nella tabella[2] seguente sono riportati alcuni dati comparativi tra l’Italia e la Polonia, relativi alle retribuzioni e alla produttività del lavoro:

Le prime due colonne sono quelle che maggiormente interessano alle imprese nella scelta di localizzazione degli impianti. Esse mostrano come il salario lordo espresso in euro di un lavoratore polacco è poco più di un terzo di quello italiano, a fronte di una produttività media annua pari a due terzi. Ciò vuol dire che, investendo in Polonia la stessa somma di euro spesa per impiegare un lavoratore in Italia, un’impresa occuperebbe 2,82 lavoratori polacchi e produrrebbe un valore superiore di ben l’86%.

Le successive tre colonne sono invece quelle che più interessano ai lavoratori. La colonna 3 mostra l’incidenza del prelievo fiscale sulle retribuzioni in euro[3]. Dato il minor peso della tassazione, il livello salariale netto polacco raggiunge il 44,4% di quello italiano. Nelle colonne 4 e 5 i salari sono espressi in termini di parità dei poteri d’acquisto (PPPs) in dollari. Questa unità di misura garantisce un più veritiero confronto perché consente di eliminare le distorsioni derivanti dalle diverse monete, l’euro e lo zloty, e dai differenti livelli dei prezzi esistenti nei due Paesi. In tal modo, il livello retributivo polacco recupera terreno su quello italiano arrivando al 62,4% in termini lordi e al 78% in quelli netti. Quali conclusioni si possono trarre da tale confronto?

La prima conclusione è che il cuneo fiscale, nelle componenti della tassazione sui salari e dei contributi sociali, rappresenta una causa secondaria della minore competitività italiana. Se in Italia, a parità di salario netto, si applicasse lo stesso prelievo fiscale della Polonia, il salario lordo polacco sarebbe pari al 40,8% di quello italiano, pur sempre di molto inferiore al divario di produttività. Le convenienze localizzative delle imprese non muterebbero di molto rispetto alla situazione attuale.

Un’altra tesi ricorrente sostiene che il problema consista in una bassa produttività del lavoro[4]. Questa tesi è però smentita dai valori della produttività espressi in PPPs riportati nella colonna 6 della tabella. In termini di potere d’acquisto la differenza tra i salari lordi italiani e polacchi è sostanzialmente allineata alla differenza di produttività, mentre per i salari netti è ben inferiore. Il rispetto della regola aurea, tanto cara all’economia neoclassica, dell’allineamento dei salari reali alla produttività del lavoro richiederebbe un aumento delle retribuzioni nette italiane di oltre l’11% rispetto a quelle polacche!

Rimane allora una sola possibile spiegazione dello svantaggio competitivo dell’Italia rispetto alla Polonia, cioè la sopravalutazione del tasso di cambio reale, riflessa nei dati espressi in PPPs. Poiché in entrambi i Paesi nel corso dell’ultimo quindicennio i prezzi hanno avuto un andamento analogo e abbastanza stabile[5], il disallineamento del cambio reale deriva in larga misura da una sottovalutazione dello zloty nei confronti dell’euro. Pertanto la convenienza di imprese, come l’Electrolux, alla delocalizzazione produttiva risiede nel fatto che l’Italia ha adottato l’euro, mentre la Polonia, pur facendo parte dell’Unione Europea da un decennio, ha mantenuto la propria moneta nazionale. Persino le differenti tassazioni sul lavoro possono esser fatte risalire a ciò, poiché il minor prelievo tributario polacco è compensato da un maggior deficit pubblico, che nel periodo 1999-2012 è stato pari in media annua al 4,6% del Pil contro il 3,2% di quello italiano. Non dovendo sottostare alle politiche di austerità imposte dall’appartenenza all’euro, la Polonia ha potuto così scegliere una pressione fiscale inferiore al costo di un maggiore indebitamento pubblico[6].

La seconda conclusione è che se i lavoratori italiani accettassero un taglio dei salari nominali dell’ordine del 30-40%, quale quello richiesto dall’Electrolux, avrebbero retribuzioni nette in termini di potere reale d’acquisto ben inferiori a quelle dei loro colleghi polacchi e sprofonderebbero ai limiti o addirittura sotto la soglia di povertà assoluta[7]. È del tutto evidente che una simile strada è impraticabile. Esistono allora soluzioni alternative alla desertificazione industriale dell’Italia?

Una prima soluzione consiste nell’avvio di una seria politica industriale per innalzare il livello tecnologico della struttura produttiva in modo da competere sulle fasce più alte e qualificate della domanda internazionale, poco sensibili alla concorrenza di prezzo[8]. Questa soluzione solleva però due obiezioni fondamentali. La prima riguarda la necessità, almeno nella fase iniziale, di forti investimenti statali in opere pubbliche, infrastrutture materiali e immateriali, incentivi mirati ed anche nella costituzione di nuove e dinamiche imprese pubbliche nei settori innovativi a più alto rischio. Gli attuali vincoli posti dal Fiscal Compact, non consentono tali spese. La seconda obiezione è che anche qualora si reperissero le risorse, magari attraverso un allentamento della politica europea di austerità, questa strategia avrebbe tempi lunghi e non produrrebbe effetti di rilievo sull’occupazione e sulla produzione manifatturiera prima di parecchi anni. Nel frattempo la crisi economica e industriale sta precipitando, le imprese procedono alla chiusura degli stabilimenti e, quindi, si richiedono risposte immediate, a pena d’inevitabili sommovimenti politici e sociali.

Esiste però un’altra soluzione, non alternativa alla prima, ma a essa propedeutica: quella del recupero della sovranità monetaria nazionale attraverso la fuoriuscita unilaterale dell’Italia dall’euro. In tal modo, da un lato si amplierebbero i margini finanziari per politiche di investimento pubblico, oggi represse dai vincoli imposti dalla Troika, e dall’altro lato si ripristinerebbe un valore corretto del tasso di cambio, allineato con l’andamento dei fondamentali macroeconomici, con i Paesi a noi più direttamente concorrenti, come quelli dell’Europa orientale e di altre aree emergenti. Gli effetti di una tale decisione sulla produzione industriale sarebbero immediati e allenterebbero la morsa della crisi sociale in atto, dando quel respiro, oggi mancante, all’avvio di politiche pubbliche di riconversione produttiva e ambientale dell’intero sistema economico italiano.

In conclusione, il caso Electrolux dimostra come la questione della sostenibilità di un’unione monetaria non riguarda soltanto i meccanismi di aggiustamento degli squilibri interni, analizzati dalla teoria delle aree valutarie ottimali[9], ma attiene anche alla problematica conduzione di un unico e comune tasso di cambio verso i Paesi esterni all’area. L’attuale ordine monetario dell’Unione Europea, fondato sull’euro e su una pluralità di altre monete nazionali, è fonte di gravi e perversi squilibri, che alla fine rischiano di innescare processi di disintegrazione economica con il ritorno a politiche protezionistiche e nazionaliste in tutta Europa[10]. Anche per chi sostiene la necessità di ripristinare la sovranità monetaria nazionale, si pone quindi il problema della ridefinizione di un nuovo sistema monetario europeo[11], a meno di ipotizzare il ritorno a condizioni di autarchia come quella sperimentata con gravi danni dall’Italia nel corso degli anni Trenta del secolo scorso.

[1] Così, ad esempio, il senatore e giuslavorista Pietro Ichino ha commentato la vicenda Electrolux: “Un costo del lavoro gravato da un prelievo fiscale e contributivo eccessivo; un livello medio troppo basso di produttività; la chiusura del nostro sistema agli investimenti esteri, che per lo più portano con sé piani industriali innovativi, che a loro volta aumentano la produttività del lavoro”, cfr. Ichino: “Electrolux, emblema di un sistema in crisi. Altro che ricatto”, il Piccolo, 29 gennaio 2014. Sulla stessa lunghezza d’onda è anche Alberto Orioli, Quel cuneo su auto e lavatrici, Il sole 24 ore, 30 gennaio 2014.
[2] I dati ricavati dal database OECD sono calcolati sul valore totale del GDP. I dati sulla produttività si riferiscono alla produttività annua per lavoratore e tengono conto del diverso ammontare di ore lavorate per occupato (1752 in Italia e 1929 in Polonia nel 2012).
[3] Secondo i dati OECD il prelievo fiscale lordo sul lavoro, comprensivo dei contributi sociali e previdenziali, era pari nel 2011 al 47,6% in Italia e al 34,3% in Polonia.
[4] La richiesta di Electrolux è stata preceduta da un documento dell’Unione Industriali Pordenone (redatto da un team composto tra gli altri da Cipolletta, Treu, Castro e Illy) in cui, oltre al taglio dei salari, si propone un aumento della flessibilità della manodopera per incrementare la produttività, cfr. Pordenone, laboratorio per una nuova competitività industriale.
[5] Cfr. Oecd – Consumer prices.
[6] A parità di altre condizioni, se l’Italia avesse potuto avere un deficit medio di bilancio pari a quello polacco, in valori attuali avrebbe avuto a disposizione ben 22 miliardi di euro all’anno negli ultimi 14 anni per ridurre le tasse o aumentare la spesa pubblica. Probabilmente le risorse sarebbero state maggiori perché la crescita del Pil ne avrebbe tratto benefici.
[7] La soglia di povertà assoluta ammonta a 922,41 euro mensili per una persona residente in un medio comune del Nord , cfr. Istat – calcolatore soglia di povertà.
[8] Per un’analisi della debolezza della specializzazione produttiva italiana cfr. Stefano Lucarelli, Daniela Palma e Roberto Romano, Il sostegno agli investimenti in un’economia tecnologicamente in ritardo, in Economia e Politica, 20 novembre 2013.
[9] Sui limiti della teoria delle aree valutarie ottimali cfr. Guido Iodice e Daniela Palma, Una critica alla Teoria delle Aree Valutarie Ottimali come spiegazione della crisi dell’euro, in keynesblog.com.
[10] Emblematica è in questo senso la posizione espressa da Marine Le Pen: contre le chomage, encore et toujours le protectionnisme, in Le Monde, 25 ottobre 2013.
[11] Su questi aspetti cfr. Andrea Ricci, Uscita dall’euro e integrazione europea: un binomio possibile, in sinistrainrete.info, 13 gennaio 2014 e Enrico Grazzini, Gli scenari dell’euro, in Economia e Politica, 11 gennaio 2014.

18 Commenti

  1. Non sono d’accordo con la soluzione prospetta nell’ articolo, l’uscita dall’ euro e investimenti pubblici nell’attuale situazione di debito dello stato oltre a distruggere il bel paese creerebbe gravi contraccolpi econici sociali nel mondo. L’Italia ha bisogno di profonde riforme che incidano in profondita nei costi della politica a livello centrale e locale, rendano meno costosa ed efficiente la macchina amministrativa dello stato a livello statale e locale.

  2. Sicuramente l’uscita dall’Euro avrebbe effetti positivi sulla competitivit� italiana, ma sarebbe interessante che qualcuno scrivesse un articolo che cerchi di descrivere anche gli effetti negativi di tale scelta. Ad esempio quali sarebbero gli effetti sull’inflazione e sui tassi di interesse?

  3. sono molto attento alla tesi e il valore implicito (esplicito) del euro marco sappiamo quale �. quindi � giusto sottolineare il problema, ma il caso segnalato come quello della fiat o di altre imprese che operano in settori maturi e di scala non attiene al solo euromarco. pesa, ma anche qualora fossimo in condizioni di valori diversi il problema si presenterebbe sempre allo stesso modo. Krugman ha spiegato bene la cosa come Sylos Labini. � un modo per dire che capisco la tesi dell’aumento della domanda e quella dell’euromarco, ma i problemi di struttura dell’Italia non si risolvono con aumento della domanda o svalutazione dell’eurolira. aiuta, ma questa non � politica keynesiana, ancorch� qualcuno insista su ci�. il governo della domanda effettiva � qualcosa di pi� complicato e il lavoro da fare sul tema � quello indicato da Pasinetti, Sylos e Leon, cos� come Graziani quando parla di politica economica. comunque mi piace l’articolo, e sono convinto che non ci sia il mainstream della domanda.

  4. Molto interessante la comparazione di retribuzioni lorde e nette e produttivit�, in valori a tassi di cambio attuali e PPP, perch� consente di pesare i vari fattori che determinano lo svantaggio competitivo dell’Italia ed arrivare alla conclusione che i differenziali di cuneo sono un fattore minore, con molti paesi addirittura trascurabili. Tuttavia mi associo a Luca nel dare peso anche all’enorme stock di debito pubblico dell’Italia, che via i tassi di interesse si trasforma in un pesante fardello per la spesa pubblica e per il deficit. A causa di questo differenziale di debito, i gradi di libert� dell’Italia sono inferiori: ogni punto di maggior tasso di interesse sui titoli pubblici determinato dall’uscita dall’euro (e dalle conseguenti aspettative di svalutazioni future periodiche) costerebbe tendenzialmente attorno ai 20 miliardi di maggior esborso. Le valutazioni dovrebbero allora dire qualcosa anche su come affrontare questo eventuale problema.

  5. Bell�analisi! Che per� non considera un�altra opzione: come scrivevo in calce all�ultimo articolo di E&P, attingere le ingenti risorse (150-200 mld), per finanziare la crescita e la riduzione celere del debito pubblico e soprattutto dei correlati, gravosi interessi passivi, dalla ricchezza degli Italiani, superiore a quella dei Tedeschi, ma esclusivamente dal decile o dalla met� del decile pi� ricco delle famiglie, a bassa propensione al consumo e perci� senza effetti recessivi.
    http://www.economiaepolitica.it/index.php/nuovi-assetti-del-capitale/lausterity-e-i-problemi-strutturali-italiani/

    Mi permetto anche di aggiungere (per i profani):

    Il costo industriale del lavoro (rilevato in contabilit� industriale o analitica [3]) si compone di:
    a) retribuzione diretta (o �netto pagato�);
    b) retribuzione indiretta (oneri sociali e contributivi, sia a carico dell�azienda che del lavoratore); e
    c) retribuzione differita (TFR).

    Le due componenti sub a) e c), ovviamente, sono al lordo delle imposte che gravano sul lavoratore e che vengono trattenute e versate al Fisco dal datore di lavoro; la componente sub b) viene anch�essa trattenuta e versata agli Enti previdenziali dal datore di lavoro.

    Mensilmente (i report di Contabilit� analitica hanno di norma periodicit� mensile), nella retribuzione differita confluiscono anche i ratei di 13.a, 14.a, premio di produzione, ferie e simili.

    La pensione non � inclusa nella �retribuzione differita�, ma scaturir� dall�accumulo dei contributi versati e che fanno parte della �retribuzione indiretta�.

    �Appunto sul costo del lavoro in Italia�
    http://vincesko.ilcannocchiale.it/post/2803432.html

  6. Articolo interessante perch� mostra che che il problema in Italia non � l’elevato costo del lavoro, anche comparando con la Polonia. I problemi dell’Italia sono di natura ben pi� strutturale, riassumibili nel mancato decollo di un capitalismo cognitivo all’altezza dei tempi. Siamo il paese del capitalismo bigotto, corporativo, familiare, stato assistito, ecc.. Non sono invece d’accodo con le conclusioni riguardo l’uscita all’euro e il ritorno alla sovranit� nazionale (due parole che mi fanno accapponare la pelle), perch� si confonde causa con effetto. Metaforicamente, quando un poliziotto ti mena in piazza (succede spesso, vedi Granarolo), tu che fai? Te la prendi con il manganello (l’euro) o con la forza pubblica (troika) e poi con il ministero degli Interni (l’oligarchia finanziaria)?

  7. Caro Andrea, al di l� delle metafore, quando � capitato a me, la prima cosa che ho fatto � fuggire dal manganello…Poi me la sono presa con il Governo e compagnia (e un po’ anche con il poliziotto, lo ammetto…). E rifarei la stessa cosa…

  8. L’autore riprende la stessa posizione di Bagnai (peraltro senza citarlo). Ma ha senso avere tutta questa fiducia nella libera fluttuazione dei tassi di cambio sul mercato? Non � un altro modo di intendere il liberismo dopotutto? Non mi meraviglierebbe. Durante il governo Prodi l’autore di questo articolo, che era deputato di Rifondazione, difese l’obiettivo di Padoa Schioppa di tagliare il debito pubblico. Terminata quella esperienza fallimentare ha scritto un libro, “dopo il liberismo”, ma la sua ricetta sull’euro non aiuta a creare questo “dopo”.

    Mi sembrano molto pi� interessanti le tesi di Vasapollo sulla creazione di una area di libero scambio del Sud Europa, contro l’egemonia tedesca. Vasapollo per voi � troppo “rosso” per voi keynesiani? Allora, se proprio ci tenete a un economista meno schierato e pi� scafato, che si fa pure legittimare dal Sole 24 Ore e dal Financial Times, avete almeno Brancaccio, che esamina i costi e benefici della uscita dall’euro in modo molto pi� accurato di tanti altri, e che da tempo afferma che l’uscita dalla moneta unica senza mettere almeno in parte in discussione il mercato unico europeo rischia di dare luogo a una soluzione “gattopardesca” della crisi, dove si cambia tutto, perfino la moneta, pur di non cambiare nulla.

  9. i salariati ed in particolare quelli del settore privato hanno gi� la pelle accapponata. Detto questo, � certo che l’euro � sopravvalutato per l’Italia e sottovalutato per la germania, e che la germania non rinuncia ai suoi attivi verso l’estero che le serviranno per per trasformare “loans” in “sheres” come nelle privatizzazioni sovietiche. Uscire dall’euro tuttavia non basta se permane la liberalizzazione nel mercato delle merci e dei capitali. Il debito pubblico � una forma in cui viene tenuta la ricchezza privata che quel debito a contribuito a creare, chi la tiene in quella forma lo fa se quel titolo di propriet� non si svaluta e se non ottiene rendimenti maggiori investendoli in altre attivit� sull’estero (Ciccone, debito pubblico etc.2002), basta non permettergli queste possibilit�, lo pensava anche keynes. Questo vuol dire uscire dal liberimo, o no? Cavalieri tiziano

  10. AL SOLITO MODERATORE CENSORE STRAMPALATO
    Di grazia, che cosa non va nel mio commento?
    Se � il 1� punto, esso � in tema, poich� si lega a questo passo dell’articolo:
    “Questa soluzione solleva per� due obiezioni fondamentali. La prima riguarda la necessit�, almeno nella fase iniziale, di forti investimenti statali in opere pubbliche, infrastrutture materiali e immateriali, incentivi mirati ed anche nella costituzione di nuove e dinamiche imprese pubbliche nei settori innovativi a pi� alto rischio. Gli attuali vincoli posti dal Fiscal Compact, non consentono tali spese”. Ed al passo successivo.
    Se � perch� ho allegato il mio post, avviso che il mio blog, con le sue quasi 426 mila visualizzazioni, non conta molto su E&P…

  11. Potrebbe svalutare l’Euro, potremmo nazionalizzare Electrolux, potremmo istituire zone franche, potremmo esigere una norma europea anti dumping sociale, potremmo dichiarare le fughe una forma di fallimento aziendale, ecc.: le soluzioni sono numerose, tutte difficili, ma un punto dimenticato � che gli elettrodomestici sono ormai una commodity, senza particolari innovazioni. Un prodotto maturo normalmente emigra, a meno che non venga sostituito da un prodotto innovativo e superiore, che non � il caso di Electrolux. Se avessimo una qualche forma di industria pubblica, potremmo immaginare ricerca e innovazione pi� e meglio di quanto fanno le imprese private in molti campi.

  12. mantenere un lavoratore italiano per l’electrolux a parit� di costi e di produttivit� si traduce in un minore ricavo per 10000 dollari, solo a causa della maggiore tassazione sul reddito delle imprese. adesso moltiplicate il valore per gli oltre 1000 dipendenti italiani rispetto al numero dei dipendenti polacchi. perch� electrolux dovrebbe continuare a produrre in italia?

  13. scusate la banalit�….e far entrare anche la Polonia nell’euro?
    e che dire poi dei dividendi distribuiti invece che reinvestiti?

  14. Caro Andrea, potremmo anche abolire il manganello, ma c’� il rischio che alla prossima volta la forza pubblica si doti di pistole…… (come � gi� accaduto). Ripeto: dobbiamo essere in grado di alzare il livello di scontro, non di emarginarci. Ad esempio, nell’analisi di Bagnai & C. (e ho avuto modo di dicuterne con lui, senza avere risposte esaurienti), vi � un grande convitato di pietra: l’oligarchia finanziaria:

    http://quaderni.sanprecario.info/2014/02/monete-digitali-criptomonete-e-circuiti-finanziari-alternativi-portare-lattacco-al-cuore-dello-stato-pardon-dei-mercati-finanziari-di-andrea-fumagalli/

    E poi ha ragione Francesco: “e far entrare anche la Polonia nell�euro?”

    E lottare per una politica fiscale unica in Europa, con un unica legge di stabilit� sovranazionale, un unico sistema di tassazione, un’unica spesa sociale, cos� da rompere il meccanismo di potere che si fondasulladicotomia: politica monetaria a livello europeo vs politiche fiscali a livello nazionale, in una dinamica di dumping sociale (tanto comodo alla Germania?). Chiss� se se ne discuter� in vista delle prossime elezioni europee, ne dubito!

  15. @Timmaro, a parte il fatto che citare Bagnai non � obbligatorio ma la tua fiducia in Vasapollo � eccessiva. Vasapollo esalta le esperienze bolivariane in Sud America, immagina un nuovo schema geopolitico di rapporti internazionali in cui inserire l’Italia. Altro che area di libero scambio del Sud Europa: lui pensa a una Repubblica socialista del Sud Europa! Libero di farlo ma mi sembra fuori tempo! Diverso � il discorso su Brancaccio, uno studioso serissimo che fa un discorso strutturale legato alla fase storica, e che bacchetta efficacemente sia i lecchini dell’euro sia i fanfaroni delle magnifiche sorti dell’uscita dall’eurozona. Ma � ascoltato? A sinistra abbiamo perso anni dietro a tante sciocchezze, dalla lista di Bertinotti alla lista di Spinelli, e dai libretti di Negri ai libretti di Latuche. Passeremo altri anni nell’oscurit� a disintossicarci prima di affrontare la realt�.

  16. @Andrea Fumagalli
    Egregio professore, pensare che la Germania – che sta conducendo una vittoriosa guerra a bassa intensit� contro i paesi mediterranei per crearsi aree tra loro in competizione per mendicare lavoro offrendo condizioni di lavoro e fiscali sempre pi� convenienti per i suoi capitalisti e per quelli dei paesi satelliti – possa cambiare politica senza che qualcuno non lo costringa a farlo con la forza � davvero, per usare un eufemismo, una corbelleria.
    L’euro � il cappio che ci hanno stretto al collo: o tagli il cappio o muori, semplicemente. Tagliato il cappio potrai cominciare a menar fendenti, ovvero repressione finanziaria, fermo momentaneo del mercato comune ecc.
    Tutto il resto, professore, mi scusi la franchezza ma � solo fuffa parolaia.

  17. Che l’euro sia un cappio al collo va da s�. Dopodich� i ragionamenti di chi sostiene che uscire dall’euro ci toglierebbe il cappio sono abbastanza fragili. Il primo luogo un conto � non esserci mai entrati nell’euro, tutt’altro � uscirne. E’ evidente che se l’Italia uscisse l’euro avrebbe le settimane contate. Siamo in questa crisi perch� negli Stati Uniti hanno lasciato fallire una sola banca. Abbiamo idea di cosa succederebbe se si rompesse l’euro per l’uscita unilaterale dell’Italia?
    In secondo luogo, negli ultimi anni molti paesi hanno svalutato e la loro bilancia dei pagamenti � addirittura peggiorata. Paesi diversissimi peraltro, come India, UK, Argentina, Turchia e ultimamente Giappone. Il motivo, che ci siamo sforzati di spiegare su Keynes Blog, � probabilmente ascrivibile alla stagnazione del commercio globale, che andr� peggiorando se continuer� la crisi dei paesi emergenti.
    Ovviamente la rottura dell’euro non assicura che la domanda estera torner� a crescere e, pertanto, non assicura l’efficacia della svalutazione.

    Occorre quindi puntare su una transizione morbida, che non getti i paesi meridionali dell’eurozona in pasto ai mercati, che a mio parere non pu� che essere la formazione di un sistema monetario europeo basato su una valuta comune, come ha proposto Frederic Lordon, e meccanismi di riequilibrio in parte automatici e in parte discrezionali, ispirati all’International clearing union di Keynes.

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