1. L’esito della recente asta dei titoli pubblici tedeschi ha sollevato un interessante dibattito intorno alle specificità del meccanismo di collocamento dei titoli pubblici che sembrano distinguere la Germania dagli altri paesi dell’eurozona. Il dibattito prende spunto dai dettagli presenti nel resoconto ufficiale della procedura d’asta, laddove si comunica che sono stati emessi tutti i 6 miliardi di euro di titoli inizialmente previsti dal governo, ma al contempo si afferma che – di questi – solamente 3,6 sono stati collocati presso investitori privati. Si tratta dunque di capire esattamente cosa è successo a quei 2,4 miliardi di euro di titoli residui, che sono stati dichiarati emessi, ma non sono stati sottoscritti dai partecipanti all’asta.
Il resoconto ufficiale dell’asta definisce quella particolare quota dell’emissione come “Ammontare messo da parte per operazioni sul mercato secondario”. Dunque il 40% dei titoli emessi è stato trattenuto con lo scopo di essere successivamente venduto sul mercato secondario: una quota consistente dei titoli è stata, in altri termini, emessa ma non collocata presso gli investitori privati. Una simile operazione sembra possibile solamente qualora si ammetta l’intervento della Bundesbank, che avrebbe sottoscritto una parte della nuova emissione – come suggeriscono numerosi commentatori[1]. Ciò significherebbe che la Germania opera al di fuori delle regole comuni dell’eurozona[2], ossia in deroga a quegli stessi principi che hanno impedito, ad esempio, alla Banca Centrale Greca di intervenire a sostegno dei titoli pubblici ellenici tra il Dicembre 2009 ed il Maggio 2010, quando la spirale nei tassi di interesse pretesi dai mercati finanziari internazionali in sede d’asta ha di fatto costretto Atene a ricorrere ad un prestito istituzionale, vincolato all’adozione delle cosiddette misure di austerità. L’“eccezione tedesca” alle regole europee sull’emissione di titoli del debito pubblico appare ancora più significativa se si considera che la pratica di trattenere una quota (anche consistente) dell’emissione “per operazioni sul mercato secondario” non costituisce affatto un’anomalia nelle ordinarie operazioni di collocamento dei bund, ma ne rappresenta piuttosto il regolare funzionamento: come illustrato dal seguente grafico, la Germania trattiene regolarmente una quota delle emissioni, esattamente come accaduto in quest’ultima, discussa, asta di bund decennali.

Cercheremo di dimostrare che la Bundesbank sostiene attivamente il collocamento dei titoli pubblici tedeschi, esercitando un’influenza dominante sul prezzo dei titoli di nuova emissione, senza però ricorrere alla sottoscrizione degli stessi sul mercato primario, ma articolando il proprio intervento in modo tale da aggirare i divieti imposti dal Trattato di Maastricht, e praticare di fatto il finanziamento diretto del debito pubblico tedesco.
2.Iniziamo col dire che il dibattito sull’asta dei titoli tedeschi ha il grande pregio di restituire il meccanismo di emissione dei titoli pubblici – fatto di regolamenti, prassi e rapporti di forza tra governi, banche private nazionali e internazionali – ad un contesto istituzionale più complesso di quella ‘forma di mercato’ che gli viene attribuita dalle istituzioni europee, e che giustifica il divieto di acquisto dei titoli pubblici imposto alle banche centrali, chiamate appunto a non interferire con il regolare funzionamento del mercato del credito.
Vogliamo capire come sia possibile che un titolo pubblico venga emesso, ma non collocato. Precisiamo innanzitutto cosa si intende per collocamento: un titolo si definisce collocato quando viene sottoscritto per la prima volta. L’ufficio governativo responsabile dell’emissione dei titoli del debito pubblico tedesco è l’Agenzia per il debito (Finanzagentur), la quale gestisce le procedure d’asta e poi trattiene i titoli non collocati presso quella platea di investitori privati che hanno l’accesso riservato al mercato primario, platea costituita da una quarantina di banche e società finanziarie tedesche ed internazionali. L’idea, suggerita da molti commentatori, che i titoli non collocati vengano di fatto sottoscritti dalla banca centrale tedesca è stata immediatamente contestata, poiché sembra scaturire da una errata interpretazione del particolare ruolo svolto da quest’ultima all’interno del processo di emissione dei titoli. Come vedremo, sebbene sia effettivamente possibile confutare la tesi secondo cui la Bundesbank sottoscrive i titoli pubblici tedeschi direttamente sul mercato primario, la banca centrale tedesca può contare su altri e diversi canali per intervenire sui titoli di nuova emissione, con risultati assolutamente equivalenti all’azione diretta sul mercato primario.
La Bundesbank agisce per conto dell’Agenzia per il debito tedesca in qualità di “banca custode e non di prestatore di ultima istanza”, come sostiene Isabella Bufacchi sul Sole 24 Ore del 26 Novembre 2011: i titoli trattenuti risultano in sostanza congelati presso la banca centrale tedesca, senza che questa corrisponda al governo alcuna somma di denaro in cambio, ossia senza che quei titoli risultino effettivamente sottoscritti. Spiega ancora la Bufacchi: “L`agenzia del debito tedesco riprende poi quei titoli invenduti e li ricolloca in tranche sul secondario, nell`arco di qualche giorno o in casi di mercati ostici di qualche settimana.” Dunque sembra, a prima vista, che la Germania non stia procedendo alla cosiddetta ‘monetizzazione’ del debito pubblico. A confermare questa interpretazione interviene anche la prestigiosa rivista The Economist, pubblicando sul proprio sito l’articolo Fun with bunds in cui, “per evitare che i bloggers passino molto tempo immersi nei meccanismi d’asta delle obbligazioni europee”, si affida la soluzione al dilemma alle parole di un rappresentate della PIMCO, una delle più importanti società private di investimento a livello internazionale: “La Finanzagentur ha emesso solamente 3,6 miliardi in cambio di liquidità. Loro hanno collocato 3,6 miliardi sul mercato ed hanno trattenuto 2,4 miliardi sui loro libri contabili. In futuro potranno vendere l’ammontare trattenuto sul mercato secondario, ottenendo la corrispondente liquidità. Potreste aver letto che la Bundesbank ha acquistato la quota dell’emissione che non è stata collocata in asta; ciò non è corretto. La Bundesbank non sta finanziando la Germania; opera semplicemente come un’agenzia per la Finanzagentur.”
La pratica dell’Agenzia tedesca per il debito, consistente nel trattenere una quota dell’emissione, viene dunque presentata, molto semplicemente, come un metodo per procrastinare il collocamento di quei titoli, in attesa di più favorevoli condizioni sui mercati finanziari: una mera questione di tempo, poiché i titoli emessi ma non anche collocati saranno, prima o poi, effettivamente collocati.
3. Dopo aver “passato molto tempo immersi nei meccanismi d’asta delle obbligazioni europee”, è forse possibile mettere in discussione la validità di questa lettura del problema, ed incentrare l’interpretazione del particolare meccanismo di emissione dei titoli pubblici tedeschi non tanto sul ‘quando’ i titoli trattenuti verranno sottoscritti, quanto piuttosto sul ‘dove’ quei titoli verranno poi, effettivamente, collocati.
La struttura istituzionale conferita generalmente agli odierni processi di emissione dei titoli del debito pubblico si fonda su una netta distinzione tra il mercato primario, dove i governi collocano i titoli di nuova emissione, ed il mercato secondario, dove i titoli già emessi possono essere liberamente scambiati. Tale distinzione è rilevante, all’interno della cornice istituzionale dell’eurozona, poiché il Trattato di Maastricht (comma 1 art. 101[2]) vieta esplicitamente alle banche centrali dell’eurozona l’acquisto di titoli del debito pubblico dei paesi membri solamente sul mercato primario: la BCE e le banche centrali dei paesi membri sono dunque lasciate libere di acquistare titoli del debito pubblico dei paesi membri dell’eurozona sul mercato secondario, e siamo certi che stiano operando in questo senso quantomeno a partire dal Maggio 2010, nel contesto del Securities Markets Programme[4]. Si noti come la chiara distinzione tra mercato primario e mercato secondario, ovvero la regola per cui sul mercato secondario possono essere scambiati solamente titoli già emessi sul mercato primario, sia il presupposto della logica seguita dalle istituzioni europee, le quali prevedono contemporaneamente il divieto imposto da Maastricht, che si riferisce al mercato primario, ed il Securities Markets Programme, che limita al mercato secondario la libertà di intervento delle banche centrali. Nelle parole dell’allora Governatore della BCE Trichet: “le nostre azioni sono pienamente conformi al divieto di finanziamento monetario [del debito pubblico] e dunque alla nostra indipendenza finanziaria. Il Trattato vieta l’acquisto diretto, da parte della BCE, dei titoli del debito emessi dai governi. Noi stiamo acquistando quei titoli solamente sul mercato secondario, e dunque restiamo ancorati ai principi del Trattato”.[5]
Alla luce di quanto detto circa la pratica – operata negli anni dalla Germania – di destinare una quota rilevante delle emissione ad operazioni sul mercato secondario, risulta evidente che, quando consideriamo il mercato dei titoli pubblici tedeschi, la distinzione tra mercato primario e mercato secondario si fa quantomeno labile: tramite la quota di titoli di nuova emissione regolarmente trattenuta dall’Agenzia del debito, infatti, la Germania è in grado di collocare i propri titoli del debito pubblico direttamente sul mercato secondario. Ciò è rilevante perché se il mercato primario dei titoli pubblici è esplicitamente riservato, in tutti i paesi dell’eurozona, ad un gruppo di investitori privati, sul mercato secondario operano – accanto agli investitori privati – anche le banche centrali dei paesi membri. Questo significa che il tasso di interesse che si determina sul mercato primario può essere spinto al rialzo da una carenza di domanda di titoli che non ha ragione di esistere sul mercato secondario, laddove l’azione della banca centrale implica una domanda potenzialmente infinita per i titoli pubblici: sul mercato primario, dove non operano le banche centrali, può sussistere una situazione di eccesso di offerta di titoli che conduce ad un rialzo nei tassi di interesse, quale quello osservato in Grecia nei primi mesi del 2010, ed in Italia a partire dall’Agosto 2011, mentre sul mercato secondario l’intervento della banca centrale ha il potere di creare tutta la domanda necessaria a spingere al ribasso il rendimento dei titoli pubblici. Pertanto, il semplice fatto che il collocamento dei bund di nuova emissione avvenga, in parte, direttamente sul mercato secondario ha un impatto significativo sul tasso di interesse dei titoli pubblici tedeschi, garantendo alla Germania un minor costo dell’indebitamento pubblico, a prescindere dalla possibilità (pure presente) che i titoli di nuova emissione collocati sul mercato secondario vengano sottoscritti direttamente dalla Bundesbank. La particolare struttura istituzionale del processo di emissione dei titoli pubblici tedeschi sopprime di fatto la distinzione tra mercato primario e mercato secondario, aprendo lo spazio per il finanziamento del debito pubblico tramite la banca centrale – spazio negato agli altri paesi membri dell’eurozona.
Il complesso meccanismo di emissione dei titoli pubblici appena descritto consente alla Germania di proporre, in asta, un tasso dell’interesse molto basso, come avvenuto il 23 Novembre: se gli investitori privati si rifiutano di sottoscrivere i titoli del debito pubblico tedeschi a quei tassi, giudicati poco remunerativi, lo Stato trattiene la quota dell’emissione non collocata e procede, successivamente, al collocamento di quei titoli sul mercato secondario, dove l’azione della banca centrale è in grado di orientare i livelli del tasso dell’interesse vigente, o addirittura di tradursi in un intervento diretto, con la Bundesbank che sottoscrive i titoli del debito non collocati sul mercato primario. In assenza di un simile meccanismo, i governi sono costretti ad accettare il tasso di interesse che gli investitori privati pretendono sul mercato primario, laddove la loro disponibilità a sottoscrivere i titoli pubblici rappresenta l’unica possibilità che lo stato ha di finanziare il proprio debito. L’“eccezione tedesca” può essere concepita come un metodo che permette di aggirare i divieti imposti dal Trattato di Maastricht, e viene da chiedersi per quale motivo gli altri paesi dell’eurozona non si siano dotati di un simile dispositivo, capace di arginare le pretese dei mercati finanziari internazionali sui rendimenti dei propri titoli pubblici.
[1] Alesina e Giavazzi sul Corriere dela Sera del 24 Novembre 2011 affermano che “l’asta dei Bund è stata sottoscritta solo grazie alla Bundesbank che ha acquistato il 40% dei titoli offerti da Berlino.”. Lo stesso giorno, simili affermazioni compaiono sui più importanti quotidiani. Sul Sole 24 Ore Bufacchi sostiene che: “va scartata la maxi-quota, pari al 39% dei 6 miliardi, che è stata sottoscritta dalla Buba [Bundesbank] per essere rivenduta sul secondario per via del peculiare meccanismo usato fin dagli anni 70 nelle aste dei titoli di Stato tedeschi.”; Quadrio Curzio commenta che “senza l’intervento della Bundesbank poteva andare anche peggio” sul Messaggero; Tabellini afferma, sul Sole 24 Ore, che: “la Bundesbank di fatto continua ad agire come prestatore di ultima istanza quanto meno in via temporanea nei confronti dello Stato tedesco. I titoli non venduti in asta infatti sono stati assorbiti dalla Bundesbank, che da sempre svolge questo ruolo per garantire la liquidità dei titoli tedeschi.”
[2] “La banca centrale tedesca ha subito assorbito tutti i titoli invenduti. È esattamente ciò che la Bundesbank stessa non vuole che la BCE faccia con Italia e Spagna. […] ha comprato direttamente dal governo, un comportamento in apparenza illegale ai termini del trattato: finanziamento monetario del deficit.” Fubini, Corriere della Sera del 24 Novembre 2011.
[3] “È vietata la concessione di scoperti di conto o qualsiasi altra forma di facilitazione creditizia, da parte della BCE o da parte delle Banche centrali degli Stati membri (in appresso denominate “Banche centrali nazionali”), a istituzioni o organi della Comunità, alle amministrazioni statali, agli enti regionali, locali o altri enti pubblici, ad altri organismi di diritto pubblico o a imprese pubbliche degli Stati membri, così come l’acquisto diretto presso di essi di titoli di debito da parte della BCE o delle banche centrali nazionali.” (Cfr. Versione consolidata del Trattato che istituisce la Comunità Europea, Gazzetta Ufficiale delle Comunità europee, 24/12/2002, corsivo nostro).
[4] “Nei termini definiti in questa Decisione, le banche centrali dell’Eurosistema possono acquistare […] sul mercato secondario titoli di debito […] emessi dai governi centrali o da enti pubblici dei Paesi Membri e denominati in euro.” (Cfr. Decision of the European Central Bank of 14 May 2010 establishing a securities markets programme, Official Journal of the European Union, 20/05/2010, corsivo nostro).
[5] Cfr. Speech by Jean-Claude Trichet, President of the ECB, at the 38th Economic Conference of the Oesterreichische Nationalbank, Vienna, 31 May 2010.



ivan scrive:
Quello che non riesco a capire è perché ne parlate soltanto voi! E perché nessuno dei giornalisti da voi citati si scandalizza della cosa.
Insomma perché loro possono farlo e noi no?
Escluso un complotto mondiale del silenzio ordito da Angiolina Merkel devo dedurne o che: a) l’articolo dice cazzate o b) tutti i governi europei (italiani e greci in primis) sono dei fessi, oppure sono sotto ricatto.
Quale delle due? Vi ringrazio in anticipo per un’eventuale risposta
Anonimo scrive:
Il differenziale dei tassi di rendimento dei titoli di debito finanziari sono di direttamente proporzionali alla compensazione dei debiti dei maggiori possessori di reddito finanziario, e, quindi una misura equa consiste nella tassazione delle rendite finanziarie marginali al reddito di impresa capitalistica, data la curva del rischio di deversificazione del portafoglio.
Paola Fabrizi scrive:
Finalmente un articolo che chiarisce la dinamica dell’asta tedesca. Siamo stati in molti a chiederci cosa ci sfuggisse, confusi dai molti articoli di giornale che parlavano di “acquisto” dei bund da parte della Bundesbank.
È imbarazzante lo scarso risalto sui media della quantomeno dubbia legalità della procedura di “retention” dei bund tedeschi alla luce dei Trattati europei. Elude palesemente il divieto delle BCN di acquistare sul primario. Sarei molto curiosa di conoscere l’opinione di Juergen Stark in merito! Tale prassi tedesca risulta particolarmente odiosa in un contesto di continui richiami isterici da parte della Germania all’indipendenza della BCE e all’inammissibilità di un suo intervento sul mercato primario. Non dovrebbe valere la stessa regola dunque per la Bundesbank? Ma se invece la differenza fra mercato primario e secondario è riducibile ad un mero scarto temporale, come ci sembrano insegnare i rigoristi teutonici, perchè non lo facciamo anche noi?! Per lo meno ridurremmo l’onere che grava sul vero garante di ultima istanza europeo: lavoratori e pensionati.
michele vassallo scrive:
Ottimo articolo per l’analisi e le chiare “prove” portate a suffragare la condivisibilissima tesi.
Io analizzo e studio da sempre queste “anomalie” ho le stesse preoccupazioni e non riesco a spiegarmi proprio il motivo per cui gli altri paesi dell’eurozona non sfruttino questa opportunita’.
L’utilita’ e il sollievo sulle disastrate finanze pubbliche ( mai come adesso ) sarebbe considerevole.
Caro De Leo perche’ conclude l’articolo con una domanda ??
Avrei - e non credo solo io - tanta curiosita’ di sapere quale risposta lei si e’ dato .
Cordialmente.
A. scrive:
E non ne parla nessuno?? Incredibile…ottimo articolo, da diffondere.
Adriana scrive:
Poiché non sono all’altezza di un qualsiasivoglia commento, faccio alcune considerazioni da ignorante in materia quale, appunto, sono, circa l’interrogativo finale dell’articolista.
1.Gli altri (stati/governi/banche centrali) dell’eurozona non si accorgono di quanto fa la Germania (stato/governo/banca centrale) ed essa continua per la propria strada.
Oppure:2a. gli altri (stati/governi/banche centrali) dell’eurozona sono ricattabili/devono qualcosa alla Germania/credono di dovere.. e, quindi, pur comprendendo ciò che fa, glielo permettono e non osano/possono imitarla.
Variante della “seconda che ho detto”:2b. all’interno di altri (stati/governi/banche centrali) dell’eurozona ci sono ‘quinte colonne’ della Germania, cioè collusi con essa.
La mia domanda è: può essere almeno verosimile una di queste ipotesi? Tutte originano da un mio personale scatto di disappunto contro la G.
Se nessuna ipotesi-scatto (da ignorante, ripeto) regge e se l’interrogativo dell’articolista non si poneva come domanda vera e propria ma come stimolo alla riflessione, ringrazio comunque dell’ospitalità e confermo che l’articolo ha suscitato grande interesse.
Nicoletta scrive:
Grazie per questo articolo!
E’ stato citato in questo contributo:
Le tre carte alla Tedesca
http://www.valeriobruschini.info/?p=676
Un saluto dall’Umbria,
Nicoletta
Roberto A scrive:
Mi pare un articolo completametne sconclusionato, non ci sono prove dell’intervento della buba su secondario e in occasione di questi collocamenti sul secondario delle quote non collocati direttamente ai privati nel primario. E se lo fa la Germania, potrebbero farlo tutti i paesi. E dal bilancio della buba di dovrebbe capire se è cosi’ o no. Non vedo prove ma solo ipotesi e teorie.
Anonimo scrive:
Ma può essere che ciò in Italia non sia possibile perché è la stessa Banca d’Italia a emettere i titoli? Quindi la mancanza di un soggetto terzo come emittente di titoli preclude la possibilità che la BI sia coperta da uno status di “detentore di depositi” di titoli di stati in questo caso?
dbra scrive:
Premessa: emettere moneta per acquistare il proprio stesso debito è una generazione dal nulla di ricchezza. E dal momento che ciò non è possibile significa che la ricchezza è solo virtuale, e infatti immediatamente l’inflazione riequilibra, con conseguenza che si impoveriscono direttamente i privati. E’ un modo subdolo e pericoloso (diventa facile perderne il controllo) di tassare.
Per scongiurare questo è ritenuto fondamentale che le banche centrali - quelle con il monopolio di battere moneta - siano fortemente indipendenti dal potere politico. In Germania questo è fortemente e storicamente vero, per cui non solo non fu mai necessario imporre il divieto di acquisto per Legge, ma anzi è sistematico che una parte dei titoli siano assorbiti dalla Bundesbank che li usa per le sue attività (i.e. guadagnarci) sul mercato secondario. In Italia invece non c’era indipendenza su questo aspetto: sino al 1981 Banca d’Italia era proprio *obbligata* ad acquistare le eccedenze (quando non venduto nelle aste standard), con l’effetto di raggiungere il 22% di inflazioen; fatto cadere quell’obbligo la Banca d’Italia cessò questo automatico finanziamento della spesa pubblica tramite generazione di nuova moneta, col che in cinque anni l’inflazione tornò sotto al 5%.
Per dovere di cronaca devo citare che per una minoranza di economisti questo fu considerato un errore, essendo stato la causa dell’esplosione del debito pubblico, ma non è questo il punto.
Il punto è invece: il problema si pone SOLO in caso di acquisti tramite produzione di nuovo denaro, ovvero finché la Banca in questione è davvero Centrale. Ora, dal momento che siamo nell’Euro, l’unica banca che può emettere moneta è la BCE, dunque solo su questa i pone la questione dell’indipendenza dalle pressioni politiche. Visto la posta il gioco e la frammentazione del potere politico stesso fu quindi deciso di mettere regole chiare, e queste sono:
- Proibizione di monetizzazione diretta del debito dei singoli Stati (ovvero acquisti di titoli di stati sul mercato primario);
- Limitazione a quella indiretta, ovvero ad acquisti sul secondario, a casi di precisa necessità dovuta ad artificiali squilibri di rendimento.
Il secondo caso non è proibito ma solo limitato perché meno rischioso, sia perché non falsa direttamente le quotazioni, sia perché come controparte ha il beneficio da parte della BCE dei tassi elevati presenti nel mercato. In sostanza, la BCE va a comportarsi come un qualsiasi operatore economico, ottenendo remunerazione del rischio assunto.
Ora, attualmente la BCE sta attuando la seconda opzione sui nostri titoli (e noi ringraziamo) mentre assolutamente no sui Bund, per cui siamo noi che beneficiamo della monetizzazione indiretta.
Cosa resta allora del discorso sui Bund? Niente. Niente perché dal momento che né la Banca d’Italia né la Bundesbank possono battere moneta, quel che fanno con i loro fondi son fatti loro. Se la Bundesbank si può permettere di acquistare Bund è perché ha fieno in cascina, e se ce l’ha - considerato che i Bund stessi non rendono nulla - è perché poi li ricolloca sul mercato secondario: si comporta esattamente come ogni altra banca privata.
Ah, sempre per dovere di cronaca, esiste un terzo metodo ancora più indiretto per monetizzare il debito: farlo tramite le banche private utilizzando le aste di liquidità. E’ quello che ha provato a lungo la BCE prima di passare agli acquisti sul secondario, avendo come secondo obiettivo una riduzione del credit-crunch; visti i tassi dei nostri titoli però le banche si sono lanciate solo sugli stessi, col che ci ha guadagnato lo spread ma ci han perso gli imprenditori che non sanno come finanziare le loro attività.
davide scrive:
dbra è pagato dalla BCE o da qualcun altro per fare disinformazione. Non c’è altra spiegazione.
Saluti
Andrea1337 scrive:
Semplicemente la b). Ma non per ricatto, è il progetto ideologico che da tanti anni costituisce l’europa, qualsiasi formazione politica di ogni stato è stata e sarà emanazione diretta di bruxelles. L’europa (lobbystica e ideologica) guida gli stati da più di trent’anni. Ora questa crisi serve per regolare i piani di forza internazionali e per ottenere le giuste misure di unificazione politica. Pagheranno i salariati, gli ignoranti (però quelli poveri e senza mezzi) e, in generale, la popolazione luogocomunista lontana anni luce dalla forza ideologica con cui queste scelte sono state prese dall’alto.
Buon proseguimento.