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Il suicidio dell’Europa

Sergio Cesaratto - 28 Maggio 2010

La situazione europea è gravissima. Nel bel mezzo della maggiore crisi economica degli ultimi 80 anni i governi europei si apprestano a tagliare i bilanci pubblici nella vana speranza di riequilibrarne i saldi. E’ di questi giorni la notizia che il Fondo Monetario Internazionale chiede ulteriori misure “greche” alla Spagna, mentre la stessa Germania è pronta a dare il buon esempio. In Italia il PD si limita a dire “noi l’avevamo detto” (cosa? che si doveva tagliare prima?) e a invocare un po’ di giustizia distributiva senza cogliere il cuore del problema. Questo consiste nel fatto che i tagli avviteranno le economie europee in una spirale verso il basso che metterà ancor più in crisi i conti pubblici e privati. Vigliaccamente, inoltre, la presunta necessità dei tagli viene utilizzata per infliggere un ulteriore colpo ai sistemi di welfare con la giustificazione che gli europei avrebbero vissuto “al di sopra dei propri mezzi”. Ma l’argomento è falso. L’Europa nel suo insieme ha vissuto sempre coi propri mezzi, non ha infatti un debito estero (anzi l’opposto). La Spagna, il principale paese, fra quelli più esposti, aveva i conti pubblici “in ordine” sino a un anno fa. Lo stato sociale non c’entra nulla.

Certo, all’interno dell’Europa vi sono paurose relazioni debitorie-creditorie fra paesi. Ma di chi è la colpa di questi squilibri? Solo oggi comprendiamo pienamente quanto avevamo solo intuito: che la creazione dell’Euro era un esperimento da apprendisti stregoni. Sta ora diventando senso comune – sebbene non di tutti - che l’euro abbia dato l’illusione alle banche tedesche e francesi che si potessero allegramente alimentare bolle edilizie (in Spagna e Irlanda) e favorire governi clientelari (in particolare quello greco di centro-destra). Questi meccanismi stimolavano le esportazioni, soprattutto tedesche, per giunta avvantaggiate anche dalla più moderata dinamica di prezzi e salari rispetto ai paesi periferici oggetto di  una crescita “dopata”. Ma i nodi sono poi venuti al pettine. Ora le banche tedesche – già gonfie di mutui subprime americani - sono inguaiate quanto il governo greco e le famiglie spagnole trascinate nel boom edilizio. Sicché anche il pacchetto di aiuti europeo di 750 miliardi di euro varato lo scorso 9 maggio ha una dubbia affidabilità. Chi davvero aiuterà chi, visto che il paese che dovrebbe aiutare gli altri, la Germania, è pieno di crediti inesigibili? La questione è di tale portata che Wolfgang Munchau (sul Financial Times del 23 maggio) suggerisce provocatoriamente che potrebbe essere la Grecia a dover aiutare la Germania. Come noi avevamo fatto notare pochi giorni fa sul Goodwin-box, anche Munchau ora ci dice che l’unica valida misura adottata è l’intervento della BCE a sostegno diretto dei titoli pubblici europei. Meno giustificata è la fiducia nella ripresa delle esportazioni extra-europee in seguito alla caduta dell’euro. Al limite queste avvantaggerebbero soprattutto la Germania. Ma soprattutto è da escludere che Cina e USA resterebbero con le mani in mano se tale calo perdurasse.

Esperimento da apprendisti stregoni, si è detto. Ma attenzione, si tratta di un esperimento consapevolmente perseguito dai governi dell’Europa periferica, in particolare dall’Italia, che pensava così di importare la “disciplina tedesca” su salari e mercato del lavoro. Lo stesso tentativo fu effettuato nel 1979 col Sistema Monetario Europeo, e si sa come andò a finire. Qui però rischia di finire peggio visto non c’è più la liretta da svalutare.

Il problema è che siamo in assenza di una analisi politica seria a livello europeo di ciò che sta accadendo. Il PD e la CGIL farebbero bene, se ne sono capaci, a uscire da una strategia economico-politica in cui giocano di rimessa su temi in fondo secondari. La questione non verte su una finestra pensionistica in più o in meno. Il punto è che bisognerebbe mettere in discussione lo scenario da “suicidio collettivo europeo” entro cui le misure restrittive dei governi si collocano. E’ l’esistenza stessa di queste manovre congiunte a livello europeo che va respinta con fermezza. Si passi dunque a discutere di come questo paese possa porre il problema in sede comunitaria, o alternativamente si possa tirar fuori da un simile disastro.

19 Commenti


  1. SILVIO scrive:

    Concordo senza riserva alcuna.
    E rilancerò tale analisi in altri blog.


  2. Sergio scrive:

    Vorrei capire meglio una cosa.
    Anche Luigi Spaventa su La Repubblica del 10/5, esortava la BCE a comprare titoli, senza accennare a eventuali aspetti negativi.
    Invece Munchau, circa “the decision to bully the ECB into monetising southern European debt”, osserva “But that strategy, too, raises some disturbing questions”.
    Purtroppo ora il sito Goodwin-box non risponde…
    Quali potrebbero essere le “disturbing questions”?
    Grazie.


  3. Andrea scrive:

    concordo anche io, ma la soluzione quale può essere? Far fuori l’euro e tornare ognuno alla propria divisa nazionale? E’ una strada percorribile? Quali altri soluzioni comuni ci potrebbero essere, posto che ormai non è più possibili che ognuno vada per la sua strada?


  4. Marco Barbieri scrive:

    Ma perché, non sarebbe necessaria una manvora congiunta europea? Naturalmente di segno opposto a quella avviata, cioè per esempio modifica dei Trattati, limitazione alla circolazione dei capitali, esclusione del FMI da interventi nei paesi UE, acquisto dei titoli del debito pubblico dei singoli Paesi da parte di BCE, ecc. ecc. Lo chiedo a Sergio da non economista. So che non è “realistico”, ma l’idea che l’Italia se ne tiri fuori mi pare ancor meno plausibile. Almeno si potrebbe tentare di dar vita a una piattaforma europea della sinistra. Tanto, si è visto che i governi socialisti sono del tutto incapaci anche solo di pensare ad una alternativa. E poi: che c’entra il PD, partito di centro al servizio degli stessi interessi che hanno originato la crisi?


  5. Sergio Cesaratto scrive:

    Sui pericoli della deflazione si veda sul sito del NYT
    http://www.nytimes.com/2010/05/31/business/global/31deflation.html?ref=europe


  6. Sergio Cesaratto scrive:

    Alcune risposte:
    - “disturbing questions” di Munchau: non significa niente. O meglio significa che Munchau, che è un ottimo commentatore che consiglio a tutti di leggere il lunedì sul FT, è purv smpre uno che condivide l’impostazione tadizionale, e la BCE che finanzia i disavanzi è una violazione di quei precetti, anche se M. riconosce che ora lo deve fare.
    - Uscire dall’Euro. Non facile. Non ho una risposta pronta. Sarebbe così traumatico che implicherebbe un governo dai poteri speciali. Ovvio che se ci fosse un governo di sinistra a farlo sarei d’accordo… Un problema fra tutti: il debito pubblico lo si lascia denominato in euro: ma siccome la nuova lira avrebbe un cambio assai debole, in nuove lire quel debito aumenterebbe enormemente di valore. O lo si ristruttura (all’Argentina, si dice ve ne restituiamo solo metà) o lo si denomina in lire (che è dire la stessa cosa, in euro varrebbe di meno). Ma si dovrebbe poi obbligare gli italiani a comprarselo, gli stranieri non lo vorrbbero più. E con quali conseguenze sulle banche internazionali? Forse si potrebbe dire qui: non ce ne importa nulla. E se anche gli altri PIIGS fanno default? Un bel trauma per tutti. Certo in uno o due anni se ne esce. Ma piuttosto che languire, anzi morire lentamente come accadrà rebus sic stantibus, è meglio uscire, Argentina docet. (vi prego notare che ho ragionato a voce alta, ci si deve pensare, e sdemmai aprire una campagna politica su questo).
    - con ciò rispondo all’ultima osservazione: uscire è più realistico, forse, di sperare che la Germania cambi. Solo a una minaccia realistica di uscire essa può cambiare.
    - da ultimo, mi rifiuto al gioco al massacro a sinistra: col PD provo a dialogare…per un po’.


  7. Stefano D'Andrea scrive:

    @Marco Barbieri. Modificare i trattati europei prevedendo una limitazione alla libera circolazione dei capitali è come modificare la Costituzione della Repubblica italiana,prevedendo che il governo possa limitare a proprio piacimento le libertà personali, al di fuori dei casi previsti dalla legge.
    Così come è più probabile una rivoluzione o una secessione o la disintegrazione dell’Italia in mille contee e comuni, anziché la modifica della Costituzione testé prospettata, allo stesso modo è più probabile che l’UE si disintegri, o che comunque alcuni stati recedano dai trattati o che la Germania conquisti militarmente la Spagna, anziché l’introduzione di una limitazione alla libera circolazione dei capitali.
    L’Unione europea è: libera circolazione dei capitali, delle merci e dei lavoratori europei; concorrenza libera e dunque antitrust; terrore dell’inflazione e quindi lotta assoluta contro la medesima; mutilazione delle possibilità di politica economica degli Stati (impossibilità di svalutare; di effettuare la manovra della riserva frazionaria, e così via).
    Questi sono i principi costitutivi della UE. Questa e niente altro è l’Europa unita. Chi è contro i principi costitutivi e identificativi dell’Europa unita (alcuni o tutti) non può che desiderare l’uscita dell’Italia da questa “Unione”, che non è un’”Unità“. Altrimenti assume la posizione di chi si dice favorevole alla Costituzione della Repubblica italiana ma desidera la soppressione del Parlamento e della Corte costituzionale.


  8. Sergio scrive:

    Uscire dall’euro è impossibile… per i PIIGS, non per la Germania!
    Se volesse uscire un paese “debole”, appena la prospettiva apparisse concreta flussi enormi di denaro lascerebbero le banche di quel paese per cercare rifugio altrove (in piccola parte, intorno al 4/5 per cento dei depositi, in Grecia è già successo). Un disastro.
    Un paese “forte” può invece uscire senza traumi.
    E qui interviene la politica.
    Se si riuscisse a imporre una politica monetaria meno vincolata all’obiettivo di un’inflazione minima (un obiettivo che - come ha “confessato” apertamente Bini Smaghi a Rabat il 28 maggio, http://www.ecb.int/press/key/date/2010/html/sp100528.en.html - serve solo a garantire gli interessi di banche e istituzioni finanziarie), forse la Germania preferirebbe uscire.
    Ma lo scenario politico non è affatto rassicurante.
    Domanda: se invece di Berlusconi avessimo avuto ora (non negli ultimi anni, ma proprio ora) un governo Prodi, avremmo avuto una “manovra” analoga a quella che si sta varando? Avremmo avuto una manovra altrettanto allineata agli interessi non solo e non tanto tedeschi, ma agli interessi di quelle banche e di quelle istituzioni finanziarie così care a Bini Smaghi? Compresa quella Goldman Sachs da cui vengono e a cui vanno Prodi, Draghi, Monti, Gianni Letta ecc.? Sarebbe questo avvenuto senza alcuna messa in discussione dei pesanti squilibri dell’area euro?
    Secondo me ci sono pochi dubbi: sì.


  9. Marco Barbieri scrive:

    E se la Germania andasse verso un governo rosso-rosso-verde? Non sarebbe il caso di discutere con la sinistra intelettuale e politica che c’è ancora in Europa un piano realistico di ricostruzione di un’altra Europa? @ Stefano D’Andrea direi che ho qualche dubbio che l’uscita da questa Unione - che certamente è fondata sui principi che richiamava, e che perciò è la promotrice della demolizione del cd. modello sociale europeo - sposti favorevolmente i rapporti di forza tra le classi in Italia (o in altri Paesi periferici).


  10. Stefano D'Andrea scrive:

    Gentile Marco Barbieri,
    probabilmente siamo in una situazione paradossale, che si può risolvere soltanto con un atto di coraggio.
    Infatti, lo spostamento dei rapporti di forza tra le classi in Italia, come in altri paesi europei, presuppone (tra l’altro anche)l’uscita dall’EU. Quando l’uscita si verificherà, la storia si incamminerà in una o altra direzione (magari, in alcuni stati, peggiore di quella attuale, con nazionalismi esasperati e rischi di guerre), compresa la possibilità di inedite forme di socialismo.
    Lo spostamento dei rapporti di forza presuppone anche una società “conflittuale”. Ora, il conflitto è stato assopito con il credito al consumo, le cessioni del quinto dello stipendio, i mutui quarantennali, le carte di credito revolving, tutti strumenti che hanno assoggettato i cittadini europei al giogo del debito e degli interessi e che hanno fatto deviare il quarto stato di Pellizza da Volpedo, dalla strada che correva verso il sole dell’avvenire, a quella che conduce al centro commerciale, con carta revolving e telefonino acquistato a rate nel taschino.
    Una coalizione rosso-rosso-verde dovrebbe in primo luogo eliminare la droga del credito al consumo (con tutte le conseguenze, anche drammatiche, che si verificherebbero nell’immediato sotto il profilo della produzione)e tener fermo il principio che la nostra Costituzione prevede che “La Repubblica incoraggia…il risparmio”, non l’indebitamento.
    Una volta eliminata la droga del credito, il conflitto riemergerebbe in modo automatico. E allora si discuterebbe, di nuovo, di reintroduzione dell’equo canone, di edilizia pubblica, di stabilità del rapporto di lavoro subordinato, magari di scala mobile.
    Anche la droga della TV milita contro il conflitto e quindi il possibile riequilibrio tra le classi. Fino a quando la TV era solo pubblica e trasmetteva 10 ore al giorno, lo spettatore era cittadino. Quando la TV è divenuta commerciale, lo spettatore si è trasformato in consumatore, assopito da migliaia di ore di trasmissione regalate dal grande capitale titolare dei marchi. Da qui la necessità di limitare gravemente la pubblicità sui media (i giornali tornerebbero ad essere composti da 10 pagine; e le TV dovrebbero farsi pagare dagli spettatori e non dal capitale marchio al quale vendono le teste degli spettatori).
    A mio avviso, dentro il quadro istituzionale della UE, senza lotta al credito al consumo e alla TV commerciale (in particolare alla pubblicità) i valori che Lei ed io abbiamo a cuore non hanno possibilità di esprimersi, se non in occasione di rivolte per il pane (che speriamo non arrivino).
    Sto cominciando a riflettere sulle ragioni per le quali Rousseau, Roberspierre e gli spartachisti tedeschi amavano Sparta e non Atene. La classe dominata deve essere composta da Spartani e non da Ateniesi.
    Capisco che tutto questo discorso appaia estremista. E lo è, perché è fondato su idee che si collocano all’estremo opposto di quelle che hanno dominato per venti anni: Stato sovrano; promozione del risparmio e comunque lotta al credito al consumo; grande limitazione della pubblicità sui media privati (quindi svalutazione del capitale marchio e valorizzazione del lavoro). E tuttavia, se è vero che siamo in un vicolo cieco, non dovrebbe essere difficile pervenire alla conclusione che dato il contesto, nessun “riformismo” è pensabile e realizzabile.
    Quanti altri anni vogliamo continuare a sbattere la testa contro il muro?


  11. Marco Barbieri scrive:

    @Stefano D’Andrea: siamo d’accordo praticamente su tutto. Direi soprattutto sull’impossibilità del riformismo (che per l’Italia non è una novità, ma la storia non la studia più nessuno: e anche questo rende inutile come interlocutore intellettuale il PD). Il punto è: il ritorno a un rapporto meno squilibrato tra capitale e lavoro “presuppone” l’uscita dalla UE? O è più realistico pensare a una controffensiva coordinata nella UE per cambiarne i connotati essenziali? E questo richiede la ricostruzione innanzitutto delle idee (di una strategia) della sinistra a livello continentale? Ai contenuti indicati aggiungerei che è una follia tutta la vicenda della previdenza integrativa (così mi avvicino alla mia materia), con la quale ingenti capitali di proprietà dei lavoratori sono messi al servizio della valorizzazione del capitale e del massacro degli stessi proprietari: ma in Italia né partiti né CGIL lo hano detto, anzi (parziale eccezione Pizzuti).


  12. Sergio Cesaratto scrive:

    Caro Barbieri, le segnalo che Pizzuti non è l’unica voce alternativa sulle pensioni. Si parva licet, il sottoscritto ha numerose pubblicazioni soprattutto internazionali (il che le ha rese paradossalmente meno note in Italia) in merito, con più robuste fondazioni teoriche nella teoria classico-keynesiana. Anche sul sito di EeP potrà trovare scrittarelli vari. Può anche guardare il recentissimo fascicolo dei Studi e note di economia da me curato
    http://www.mps.it/Investor+Relations/ResearchAnalisis/StudiNoteEconomia/Archivio/2009+Fascicolo+3.htm dove troverà molti riferimenti bibligrafici
    saluti


  13. Tommaso Sinibaldi scrive:

    Cito Cesaratto : “…Solo oggi comprendiamo pienamente quanto avevamo solo intuito : che la creazione dell’euro era un esperimento da apprendisti stregoni…”.
    Finalmente ! E traiamone le conseguenze ! Certo, l’euro è stato un’operazione sbagliata che ha fatto molto male alle economie dei paesi di Eurolandia ed alla stessa idea dell’unità europea, che è invece alta e nobile idea e che avrebbe meritato di meglio.
    E allora, dicevo, traiamone le conseguenze. Cominciamo a discutere ed immaginare, noi economisti liberi da incarichi istituzionali (certo non pretendo che lo facciano Tremonti o Draghi), come si può “smontare” l’euro nel modo meno traumatico e più soft possibile.
    Si può fare !


  14. Tommaso Sinibaldi scrive:

    Confesso, non avevo letto il post di Cesaratto del 1 giugno.
    Allora il dibattito è aperto!
    Due osservazioni sul suddetto post :
    1 - NO, il debito pubblico del paese uscente (la Grecia, supponiamo) non si dovrebbe assolutamente lasciare denominato in euro nè ristrutturare. Dovrebbe essere semplicemente ridenominato nella nuova moneta (dracma?) al tasso di cambio di entrata nell’euro. Naturalmente questo vorrebbe dire infrangere trattati internazionali e contratti e lascerebbe per anni un lungo strascico di contenzioso. Ma si consideri che un debito ridenominato in dracme (che si svaluteranno, supponiamo, di un 30% rispetto all’euro) implicherebbe per i detentori stranieri una perdita assai minore di un default : alla fine la considererebbero - come è - il male minore.

    2 - Non è vero che il debito ridenominato in dracme non troverebbe acquirenti. Nei due-tre giorni successivi all’uscita il cambio della Grecia precipiterebbe p.e. del 50, 60% (mentre una svalutazione del 30% , supponiamo, sarebbe quellla giusta e necessaria). E’ l’effetto che gli anglosassoni chiamano “overshooting”. Ma il quarto giorno qualcuno dall’estero comincerebbe a pensare (parliamo del famigerato mercato) che a quei livelli di cambio e a quei tassi il debito greco è un affare interessante. Il quinto giorno il cambio comincerebbe a risalire (con effetti psicologici importantissimi) e in poco tempo potrebbe stabilizzarsi.
    Così, alleggerita di un 30% del debito e con una bilancia di parte corrente in rapido miglioramento, l’economia greca veleggerebbe verso lidi migliori senza lacrime e sangue.


  15. Marco Barbieri scrive:

    @Cesaratto. Grazie delle indicazioni. Non pretendete troppo da un semplice giurista, che segue queste cose entro certi limiti; non intendevo sottovalutare una produzione scientifica che non conosco.
    P.S.
    Credo che ci siamo conosciuti in anni lontani, nel primo coordinamento nazionale dei dottori e dottorandi di ricerca.


  16. Carlo Guglielmetti scrive:

    Credo che per valutare gli specifici aspetti europei della crisi mondiale si debba allargare l’analisi. Il modo di produzione richiede mercati continentali, quando non un mercato mondiale. Il controllo del mercato richiede istituzioni adeguate. Lo Stato mondiale è evidentemento fuori da ogni prospettiva politica. Lo Stato europeo, magari con i Paesi fondatori più qualche altro, è pensabile in una prospettiva politica, per quanto ardua. Dalla CECA fino all’euro, si è cercato di affrontare questo problema senza cedere la sovranità nazionale. Il giudizio sull’euro ha senso solo in questo quadro. Ogni volta che invece si cercano soluzioni ipotizzando ritorni alla dimensione nazionale, mi vengono i brividi: quando le istituzioni non si adeguano, si ottiene la decadenza prima economica, poi culturale e morale della società ( es. gli Stati regionali italiani del ‘400). Pensate invece a questa crisi con una Federazione europea costituita….


  17. uno studente scrive:

    E’ incredibile come nel giro di pochi mesi il mantra pluridecennale dell’economia politica internazionale e delle relazioni internazionali nell’era della globalizzazione, “soluzioni globali per problemi globali”, sia stato messo da parte in favore di un bellum omnium contra omnes consapevolmente perseguito ed organizzato dalle classi dirigenti nazionali dei paesi membri dell’UE (e non solo) al fine di socializzare ulteriormente la crisi e chiudere qualsiasi sbocco politico alternativo.

    Fin quando trovare soluzioni di governo “appropriate alla scala geografica dei problemi” ha significato supportare la triade IMF-FED-WTO, avallare il gap di sovranità che ha permesso alla Commissione Europea di disciplinare la politica sociale degli stati nazionali senza assumersi la responsabilità politica di questa mossa, legittimare un’agenda internazionale discussa secondo procedure non rappresentative e spregiudicatamente classiste, allora il mantra era sacro e tutti lo recitavano.

    Nel giro di pochi mesi il vociare sulla “scala appropriata” si è trasformato in un silenzio imbarazzante. In Europa questo silenzio tradisce chiaramente la precisa volontà di ignorare la via della federazione, dell’accentramento della sovranità, del trasferimento di competenze di politica economica e sociale, di riforma del quadro giuridico e istituzionale comunitario come passi verso l’abilitazione di una scala di governo che da sola, per il solo fatto di esistere, godrebbe di margini di azione e autonomia incredibilmente maggiori di quelli dei singoli membri messi assieme.

    Questa autonomia, che ieri garantiva la libertà d’azione e lo spazio di articolazione politica del neoliberismo, oggi nessuno la vuole, perchè farebbe cadere il There Is No Alternative dietro al quale ormai da anni politici liberisti e riformisti si schierano quando vengono posti davanti ai fallimenti sociali del loro modello di sviluppo economico.

    Al contrario, capeggiati dal bastione monetarista per eccellenza, regredito ad un livello di miopia tale da non accorgersi che la propria arrogante e mercantilistica linea di tutela delle partite correnti non produrrà che sovracapacità di capitali nazionali in un mondo in recessione, i paesi che in questo tutti contro tutti si trovano in inferiorità -ormai ribattezzati “pigs” da autoproclamati cosmopoliti del giornalismo economico- decidono, come in Italia, di frammentare ulteriormente il proprio territorio al fine di concentrare i costi della ristrutturazione in alcune regioni e rilanciarne altre. Per chiunque conosca anche superficialmente la storia d’Europa uno scenario di frammentazione politica e di disarticolazione delle economie nazionali come quello attuale non può che portare alla mente pessimi ricordi. E’ proprio il caso di dirlo, o Europa o barbarie.


  18. lino rossi scrive:

    questa situazione è insostenibile: qualcosa si deve rompere.
    l’euro sembra il candidato favorito.

    rimane però il problema delle società di rating, storicamente dedite al killeraggio, delle quali noi siamo stati la prima vittima (anno 1980 e seguenti, con il nostro debito magistralmente portato dal 60 al 124% del PIL, con TUS di 4, 5, 6, ed anche 7 punti sopra l’inflazione), con l’Argentina.

    il secondo candidato alla rottura è l’ostilità di tedeschi e molti altri all’uso diffuso degli Union Bond.
    http://www.ilsole24ore.com/art/SoleOnLine4/dossier/Italia/2009/commenti-sole-24-ore/9-febbraio-2010/ue-rilancio-union-bond.shtml?uuid=b94d4324-1546-11df-87b1-3d920515b47e


  19. Monika scrive:

    Non voglio ulteriormente analizzare il quadro economico.
    Il punto è sempre lo stesso, il risveglio spirituale, quello che da anni e anni dicono i grandi filosofi e conoscitori del mondo che hanno superato i propri limiti per capire a fondo il mondo.

    A una corretta filosofia e religione coerente corrisponde il vero senso di responsabilità di questa “competizione umanitaria” che fa scaturire la giusta collaborazione economica prodotta da esseri umani, motore di qualsiasi decisione, input…

    Non voglio usare termini specifici in quanto credo profondamente che l’accesso, l’avvicinamento, la curiosità verso il mondo debba essere accessibile a tutti e far capire alle persone che tutte le arti, le scienze e gli studi portano alla consapevolezza profonda dell’essere umano, chiave per un qualsiasi miglioramento…

    Vorrei che sempre più studiosi di materie umanistiche si avvicinino alle conoscenze di studi ‘astratti’, scientifiche, matematiche, economiche…

    Così come economisti debbano conoscere in profondità materie umanistiche…

    Il superamento e la trasformazione dei propri limiti porta ad essere dei veri responsabili di questo mondo.
    Grazie

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