Le agenzie di rating e la politica europea

Le agenzie di rating e la politica europea

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La domanda se siano giustificate le valutazioni delle agenzie di rating sul debito pubblico portoghese o sulle banche italiane che si affaccia in questi giorni sulla stampa è una domanda in realtà malposta.

Se le valutazioni delle agenzie siano davvero corrette alla fine non è assolutamente rilevante. Di fatto, la funzione di quelle agenzie è quella di coordinare e indirizzare l’attività speculativa verso obiettivi profittevoli. La domanda che ci si deve allora porre è un’altra: un attacco speculativo coordinato e ripetuto nel tempo è in grado di portare Portogallo e poi Spagna e Italia nella stessa situazione di insostenibilità del debito pubblico in cui versa oggi la Grecia? La risposta, su cui concordano tutti gli osservatori autorevoli, che si tratti dei commentatori del Financial Times Martin Wolf e del Wall Street Journal Simon Nixon (ma si veda anche sul Sole 24 Ore del 9/7 l’intervista a Alessandro Guzzini), del ‘guru’ della finanza George Soros, o di noti economisti di diverso orientamento (ad esempio A. Sen e Brad De Long) è: CERTAMENTE SI, a meno che, e questa è l’unica possibilità di salvezza, la BCE non compia una svolta radicale nella propria politica e intervenga in modo tale da garantire bassi tassi di interesse sui titoli del debito sovrano di tutti i paesi europei, non diversamente di quanto ha sinora fatto la Federal Reserve nei confronti del debito pubblico americano. Gli strumenti tecnici e le proposte in tal senso non mancano, non ultima quella circa la creazione di eurobonds recentemente sottoscritta da firme molto autorevoli, tra cui quella di Giuliano Amato.

Quella che finora è mancata è la volontà politica – tanto che la BCE sta facendo una irresponsabile politica di aumento dei tassi di interesse, che aggrava le posizioni debitorie di famiglie, imprese e governi. Ma allora l’Europa dovrebbe prendersela con se stessa prima ancora che con le agenzie di rating[1].

Si dirà: ma certo se la speculazione attacca questi paesi e non altri debbono esservi delle ragioni. Certamente è vero che i paesi della periferia europea hanno delle debolezze strutturali, in primis la difficoltà a mantenere in pareggio i propri conti con l’estero (cioè a esportare quanto importano) legate, tra l’altro, all’impossibilità di governare il tasso di cambio in modo appropriato per le proprie economie. Ma dopo la crisi del 2008 sono molte le economie e i sistemi bancari nazionali ad avere delle fragilità strutturali, e altri paesi come il Giappone e la Gran Bretagna ad esempio, hanno debiti pubblici più elevati in rapporto al PIL di quello di paesi europei oggi in difficoltà. La ragione ultima dell’attacco verso la ‘periferia’ dell’Europa (e di nuovo, su questo consentono gli osservatori internazionali), sta nel fatto che a differenza di altri paesi, quelli europei hanno abdicato alla propria sovranità monetaria e non hanno dunque una banca centrale nazionale che possa operare in modo da difendere il paese dalla speculazione, oppure in modo da rilanciarne le esportazioni e la crescita attraverso una (pur costosa per molti versi) scelta di svalutare il cambio. D’altra parte la BCE non sta agendo (e non ha attualmente il mandato politico per farlo) in modo da difendere le economie di questi paesi nell’unico modo che sarebbe efficace, e cioè, come si è detto, intervenendo in modo da ridurre i tassi di interesse sui titoli del debito pubblico.

Sul Sole 24 Ore del 9 luglio Perotti e Zingales sostengono che la situazione è drammatica, ma c’è una via d’uscita per l’Italia che consiste nel varare rapidamente misure di austerità più severe e più rapide di quelle sinora previste, pari al 4% del PIL tra aumento delle entrate e riduzione della spesa, in modo da raggiungere rapidamente il pareggio nel bilancio pubblico complessivo, cioè comprensivo degli interessi pagati ai possessori dei titoli del debito pubblico. Essi ammettono che si tratterebbe di misure durissime, perché una manovra di queste dimensioni dovrebbe necessariamente richiedere, oltre ad aumenti delle imposte, tagli severi a pensioni e stato sociale (quindi scuola, sanità ecc.) e inoltre la privatizzazione e vendita di tutte le società pubbliche o a partecipazione pubblica (Eni, Enel, Poste, Finmeccanica, Rai sono gli esempi citati). A questo già severo quadro tracciato da Perotti e Zingales bisognerebbe poi aggiungere gli effetti complessivi sull’economia di una tale manovra, che comporterebbe non solo i tagli sopra descritti ma anche di conseguenza una caduta della domanda e del PIL, e dunque della produzione industriale, degli investimenti e dell’occupazione di dimensioni paragonabili a quanto accaduto sulla scia della crisi finanziaria del 2008, e che a quelli si andrebbero ad aggiungere, dato che l’economia Italiana non si è ancora ripresa e ha oggi livelli di produzione e occupazione significativamente al di sotto di quelli pre-crisi.

Il prezzo dunque è estremamente alto. E tuttavia, vista la drammaticità della situazione, dobbiamo chiederci se ciò potrebbe davvero mettere l’Italia al riparo. La risposta è un secco NO. Basti qui una riflessione: i conti su quanto si debba tagliare per portare il bilancio in pareggio sono fatti per volumi di pagamenti degli interessi sul debito che riflettono i tassi di interesse correnti. Ma se la speculazione finanziaria rimane libera di determinare i tassi di interesse sul debito pubblico, questi possono, come per la Grecia e poi per il Portogallo, schizzare a valori tali da rendere impossibile, non importa con quali sacrifici, raggiungere il pareggio di bilancio, e ciò a causa dell’aumento vertiginoso della spesa per il pagamento degli interessi. Poiché tale attività speculativa è possibile e lucrosa, perché mai non dovrebbe essere intrapresa? In che modo i sacrifici descritti potrebbero porvi termine?

Al contrario, proprio la loro inutilità nell’aggiustare i conti dà ulteriore benzina alla speculazione.[2]

Sin qui sta accadendo esattamente quanto era stato previsto e descritto nella lettera sottoscritta nel giugno del 2010 da oltre duecentocinquanta economisti, e come già lì si avvertiva, senza un cambiamento radicale delle sue politiche il prossimo futuro dell’Europa è assai fosco.

 

 

 

[1] Va anche ricordato che è proprio l’Europa che ha dato alle agenzie di rating uno status semi-ufficiale, in quanto la BCE accetta titoli di stato come collaterale ai prestiti alle banche sulla base dei loro giudizi.
[2] Come sostenuto tra gli altri da Cesaratto e Turci su Il Riformista del 10/7 l’aggiustamento fiscale imposto all’Italia e agli altri paesi periferici impone costi economici e sociali tali da minare la stabilità, non solo sociale ma anche economica, di questi paesi – i mercati lo sanno e adeguano (al rialzo) i già elevati tassi.

20 Commenti

  1. Ma bassi tassi di interesse non porterebbe a non comprare pi� titoli di stato di questa fascia pi� debole di paesi ?
    E chi rifinanzierebbe il debito ?
    Oppure l’abbassamento dei tassi sarebbe garantito dall’acquisto dei titoli da parte della Banca centrale europea ?
    Vorrei capire meglio.

  2. ci� che dobbiamo domandarci � a che cosa punta la banca centrale europea, la banca europea si propone esattamente quello che chiedono Perotti e Zingales ossia la privatizzazione del settore pubblico e la fine dei diritti sociali acquisiti dai salariati. Sono queste le riforme che le borghesie chiedono e lo chiedono creando artificiosamente le condizioni per sostenere che non c’� alternativa . Infatti non vedo nel caso dell’Italia le ragioni per cui il debito in scadenza non dovrebbe essere riacquistato ai tassi di interesse tedeschi, non mi sembra che il nostro paese sia in una situazione di crisi valutaria che � la circostanza che pu� determinare in ultima analisi la fuga dal debito. Cavalieri Tiziano

  3. Nella sua analisi, trascura due aspetti:
    1 – se � vero che non c’� manovra che tenga se rialzano i tassi d’interesse (anche in termini di spread speculativi) � pur vero che non cita mai la madre di tutti i (nostri) problemi: la mancata crescita. Questo � il reale problema italiano da almeno 15 anni a questa parte!
    2 – il sistema economico europeo � � di stampo tedesco e, per fare una metafora, si basa sul fatto che per imparare a nuotare devi buttare la persona in acqua. Il problema italiano � che ci si “rifiuta” di imparare a nuotare e non sono stati sfruttati i favorevoli periodi di bassi tassi e bassa inflazione per fare le riforme e puntellare i nostri conti e la nostra crescita. Ora � troppo comodo dire che se si potesse svalutare …… ma la nascita dell’euro serviva proprio ad evitare i “furbetti” come l’italia e la sua liretta con le svalitazioni competitive (ai danni dei paesi pi� efficienti).
    Magari avevano ragione la Germania, l’Olanda, ecc. quando non si fidavano (conoscendoci)della nostra abilit� di mettere i conti a posto i conti. Tranne il periodo degli anni novanta (dove si stava inverendo la spirale del debito pubblico con una serie di avanzi primari utili a ridurre il lo stock de debito i rapporto al PIL) abbiamo perso completamente il quinquennio 2000-2005 …. ed ora stiamo piangendo!!!! Ma chi era il responabile economico di allora? T�; lo stesso di oggi!!! Ma come fa a toglierci dai guai oggi, dove � pi� difficile fare scelte dolorose, uno che non ha fatto uno straccio di scelta ieri quando era pi� facile?

  4. Totalmente d’accordo. Ci vorrebbe forse una nuova lettera, pi� breve e mirata della precedente, su questo punto.

    PS (per Italo): sarebbe proprio l’acquisto di titoli da parte della BCE (assieme ad altri provvedimenti) ad assicurare bassi tassi di interesse sul debito. L’idea che gli stati, al pari dei privati, debbano rifinanziarsi sui mercati ai tassi correnti � pura follia (per noi – non per i cugini tedeschi, ovvio).

  5. La BCE non dovrebbe semplicemenete agire sui tassi; dovrebbe finanziare i deficit pubblici, emettendo nuova moneta. La svalutazione dell’Euro che ne deriverebbe farebbe bene alla crescita e ricostruirebbe almeno in parte il gettito tributario colpito dalla crisi e dalla stagnazione. Non � vero che la BCE non pu� fare questa ed altre manovre: basterebbe che interpretasse l’assenza del suo intervento come prodromo della fine dell’Euro, e dunque di se stessa.
    Le agenzie di rating sono parte in causa; ci� che Perotti e Zingales non capiscono � che qualsiasi atto per ridurre il deficit che riduca il patrimonio pubblico (vendita di ENI ed ENEL) induce le agenzie di rating a valutare che � peggiorato il rapporto tra debito e patrimonio e a declassare il merito del debito pubblico. Bisogna poi ricordare che � in periodi di speculazione che le agenzie danno il peggio di se stesse, perch� quanto pi� severe le misure per ottenere un buon voto da parte di un debitore sovrano, tanto minore sar� la crescita del PIL, e tanto peggiore il merito del credito. Quando un privato introduce una turbativa di mercato � necessario sanzionarlo.

  6. Insomma � chiaro anche ad un profano. E da tempo. La realt� � evidente. O si lascia l’euro o lo si riforma. Cos� non va. E chiedere sacrifici sul fornte tasse e tagli serve solamente ad indebolire un’economia gi� sofferente. Se mi � concessa una metafora quella del malato di cancro e della chemioterapia mi pare giusta: quel che si offre al paziente � differire la data del decesso a costo di enormi sofferenze. Vedi Grecia.
    Follia europea e cattiveria tedesca, come nel secolo andato…

  7. Totalmente d’accordo con Antonella Stirati, ovviamente. La “moderazione” fa brutti scherzi.
    Non capisco, invece, l’esempio olimpionico di Franco. Il problema si chiama “sovranit� monetaria” – o, che � lo stesso, sta nel fatto che economie con dinamiche differenti nel costo del lavoro per unit� di prodotto non possono essere agganciate ad una stessa valuta, a meno che la BCE non intervenga attivamente.
    Insomma, il problema sono gli enormi squilibri nelle partite correnti, non i “furbetti” italiani o greci. Come se l’euro non fosse stata una svalutazione nascosta operata dalla Germania nei confronti dei paesi periferici…

    PS: se butti in acqua una persona che non sa nuotare, quella affoga.

  8. In un Paese normale non sarebbe tollerata una evasione fiscale di circa duecento miliardi di Euro cos� come non sarebbe tollerato un costo della “politica” tra i pi� alti al mondo e non sarebbero tollerate aziende pubbliche che perdono ingenti somme di danaro per “clientele ed amici”…..
    Ma sappiamo tutti che l’Italia non � un Paese normale….. Quanto detto per la politica della comunit� europea mi trova abbastanza in accordo anche se non insisterei troppo sull’abbassamento del costo del danaro perch� un’inflazione galoppante avrebbe un costo per i comuni cittadini non molto diverso da quello che le manovre finanziarie odierne ci propongono.

  9. A proposito ancora del ruolo chiave della BCE. Solo il suo intervento, o le voci del suo intervento (sono cos� trasparenti che pare intervengano in forma anonima!) ha impedito che l’emissione di titoli del Tesoro italiani di marted� avvenisse a tassi che avrebbero indicato un default imminente – sebbene anche a questi tassi…. Altro che merito del Presidente Napolitano! Certo, l’unit� nazionale che Napolitano ha ottenuto attorno al progetto di strangolare gli italiani ha dato ai mercati lo spunto per lasciar vivere un po’ pi� a lungo il moribondo, tenuto conto della (debole) flebo somministrata dalla BCE (tutto questo � raccontato in http://politicaeconomiablog.blogspot.com/2011/07/le-giornate-nere-del-debito-italiano.html). Purtroppo la scuola del Presidente � la nefasta tradizione della destra comunista per cui esistono interessi nazionali super partes, che tradotto vuol dire che i ceti popolari si devono sacrificare sempre e comunque. Poi sono anche diventati europeisti a prescindere.

  10. @ Tiziano
    Vedi su “starve the beast”: http://www.economonitor.com/lrwray/2011/07/13/shock-doctrine-and-the-debt-limit/ di Randall Wray. Il sito, che suggerisco a tutti, � quello di Roubini. Interessante che Wray sia ora blogger su questo sito, segno che gli economisti non ortodossi possono talvolta “sfondare” in luoghi molto influenti. A tutti gli amici di E&P consiglio di tener sempre presenti altri due siti, quello del Levy Intitute e quello http://www.networkideas.org.

  11. la situazione � drammatica dicono Perotti e Zingales. ma cosa significa drammatica? la situazione � politica, e come ogni scelta politica va semplicemente presa. e tra le scelte politiche c’� da prendere solo quella riguardante il mandato della BCE: piena occupazione. l’alternativa (che auspico) � uscire dall’Euro e tornare agli Stati nazionali.
    La dottrina monetarista ha fallito, evolviamo, andiamo avanti. Uno agglomerato di Stati la cui politica fiscale � totalmente staccata da quella monetaria non poteva che finire cos�, e pensare che frotte di economisti lo dicevano e continuano a dirlo.
    Consiglio questo semplice articolo qui:

    http://www.amvona.com/latest-news/economics/14689-ireland-versus-the-united-states-only-one-of-them-has-a-debt-crisis.html

    senza capire le enormi differenze tra sistema monetario dell’eurozona e quello di nordamerica o cina non se ne esce.

  12. Vorre rispondere a Franco:
    il problema della mancata crescita dell’Italia � strettamente legato ad anni di riduzione della spesa pubblica e quindi della domanda aggregata. La crescita dipende dall’andamento di quest’ultima, ed � molto difficile crescere se i consumi stagnano a causa dei bassi salari e la spesa pubblica (esclusa quella per interessi, che ha un effetto limitato sulla domanda) non cresce. Bisognerebbe che crescessero molto le esportazioni, ma non siamo riusciti a guadagnare quote dei mercati internazionali (d’altra parte, per definizione, non � possibile che TUTTI i paesi aumentino la loro quota nei mercati internazionali, per forza c’� chi vince e c’� chi perde). Questo � avvenuto anche a causa del cattivo andamento della produttivit� e di un tasso di inflazione un p� pi� alto dei maggiori paesi europei, oltre che dalla rivalutazione dell’euro (cfr il commento di Paolo Leon). La crescita della produttivit� � molto legata alla crescita degli investimenti, che incorporano le innovazioni. Ma gli ivestimenti scarseggiano in una economia in cui la domanda non cresce…c’� un circolo vizioso che � difficile spezzare se si continua a pensare ad aggiustamenti basati su tagli della spesa.
    Per quanto riguarda l’inflazione, questa non � stata trainata dai salari ma soprattutto dai prezzi e tariffe nel settore dei servizi, a cui hanno contribuito anche le privatizzazioni.
    Infine vorrei ricordare che l’elevato debito pubblico dell’Italia non deriva da una spesa ‘eccessiva’ (cio� pi� alta che in altri paesi rispetto al PIL – che poi si spenda male questa � una questone importante, ma diversa) ma fondamentalmente da due fattori: 1) l’elevata evasione fiscale 2) la fine del finanziamento monetario della spesa pubblica con il divorzio tra banca centrale e tesoro, accompagnato negli anni successivi da elevati tassi di interesse volti a sostenere il tasso di cambio (sopravvalutato) della lira nello SME.
    I problemi dunque non sono semplici, e non si pu� basare la politica macroeconomica su elementi moralistici (la contrapposizione tra furberia ed efficienza non ci porta lontano). Bisogna capire che cosa funziona per il paese, e soprattutto per chi lavora e per chi vorrebbe lavorare ma non trova una occupazione.

  13. Domanda all’autrice dell’articolo:
    Se non fossimo entrati nell’euro; oggi staremmo meglio o peggio? Avremmo potuto svalutare per aumentare le esportazioni; ma quanto avremmo pagato in pi� in termini di inflazione e tassi di ineteresse? Col nostro debito pubblico saremmo caduti sicuramnte a picco …. e non da ora!!!!
    Io credo che in dieci anni avremmo dovuto mettere i conti a posto (e colpevolmente non l’abbiamo fatto soprattutto a causa di chi ha governato 7-8 anni su 10!!!!). In modo particolare, e su questo concordo con lei, avremmo dovuto effettuare una seria lotta all’evasione che avrebbe incentivato i consumi da parte delle popolazioni a reddito pi� basso che ne hanno una maggiore propensione; una vera liberalizzazione dei mercati, degli ordini professionali ecc. (attenzione a demonizzare la concorrenza perch� in Italia non c’�) ed un taglio alla spesa pubblica NON lineare e quindi salvaguardando il walfare ma non gli sprechi; ecc.!!!!!
    Io non credo che la colpa della nostra situazione sia dell’europa e dell’euro ma della responsabilit� dei nostri governanti incapaci di capire che non � sostenibile in modo continuativo un debito/pil superiore al 100%.

  14. Caro Franco,
    l’euro ha portato per vari annni (ma ora non pi�) bassi tassi di interesse e stabilit� monetaria; ma le politiche di austerit� che l’Italia ha messo in atto da un ventennio certamente hanno avuto un ruolo fondamentale nella mancata crescita che ha caratterizzato il nostro paese e che ha reso e rende pi� difficile una riduzione del rapporto debito/pil. Il fatto che un debito pubblico di una certa entit� sia sostenibile o meno � molto controverso. In realt� storicamente nessun paese sovrano (con sovranit� sia fiscale che monetaria) ha mai fatto default sul debito pubblico (il Giappone ha un debito pubblico pari al 180% del PIL, e non sta subendo attacchi speculativi!). I casi di default sono SEMPRE stati determinati da squilibri nei conti con l’estero e da indebitamento con l’estero. Quindi l’assetto istituzionale e le politiche economiche europee hannno un ruolo centrale nella crisi attuale, che del resto riguarda anche la Spagna che ha avuto un governo rispettabile, che aveva prima della crisi un debito pubblico tra i pi� bassi, e che ancora oggi sta sotto il fatidico 100%. E riguarda anche l’Irlanda, citata fino a ieri come paese modello di sobriet� fiscale e liberismo economico. Lungi da me voler fare sconti a chi ci ha mal governati, ma per poter affrontare i problemi bisogna comprenderne la natura.

  15. Mi sono fatto un’idea molto grezza ma profonda: economia e politica
    sono strettamente legate, quasi si identificano.
    Il sistema delle democrazie occidentali non risponde e
    non rappresenta pi� i popoli.
    E’ in mano ad una banda di canaglie globalizzate (politici, banchieri,
    agenzie di rating, gestori dei fondi, ecc.) tutte concordi nel
    dissanguare le classi medie e quelle basse.
    Secondo me si profila un conflitto del tutto simile a quello che
    sfoci� nella rivoluzione francese.
    Anche se potrebbe sfociare nel fascismo.

  16. Vorrei osservare alle idee di Zingales quanto segue:
    1- la crisi attuale deriva da un abnorme crescita del debito tanto pubblico quanto privato
    2- Questo fenomeno ci dice che il livello di spesa � stato artificiosamente tenuto alto rispetto a quanto il mercato pu� sostenere
    3- a questo fenomeno sono possibili solo due risposte: aumento dei redditi o calo dei prezzi (in sintesi aumento dei salari reali)
    4- i paesi comel�inghilterra che non hanno uno Stato sociale particolarmente sviluppato non hanno uno stock complessivo del debito minore ma solo un debito privato di gran lunga pi� elevato (spostamento del debito dallo Stato al privato
    5- la superiore osservazione serve a sottolineare come la matematica (gli amati numeri oggettivi) evidenzino come il pubblico sia pi� efficiente del privato nella erogazione dei servizi ovvero che ai cittadini convenga pagare pi� le tasse che i prezzi dei servizi (tasse private)
    6- che sempre stando alla matematica la vendita dei beni pubblici deve seguire criteri in linea di massima di efficienza ovvero avere un rendimento superiore al costo del debito
    7- le liberalizzazioni anche qui auspicate e fomentate da una invidia spesso cieca corrispondono all’abolizione del salario minimo garantito agli autonomi e non portano vantaggi ai consumatori od ai lavoratori ma solo alle imprese (su questo posso essere molto pi� dettagliato)
    8- last but not laest non � vero che i tagli di spesa comportano dei risparmi anzi spesso i mancati investimenti si traducono in maggiori esborsi come qualunque capofamiglia avveduto sa.
    Infine una osservazione a mio avviso ovvia se come giustamente affermato non ci troviamo di fronte ad una inflazione da domanda ma da costi non risulta addirittura dannoso alzare o tenere alti i tassi di interesse?
    Gradirei confrontarmi con tutti sulle mie osservazioni.

  17. Le colpe tedesche non sono quelle di avere “imposto” un apprezzamento reale delle economie periferiche tramite una serie di riforme che hanno consentito un rilancio della loro produttivit� con conseguente boom delle esportazioni verso i paesi emergenti, gli unici che attualmente comprano. Le colpe sono specifiche del governo merkel e vanno ricercate principalmente nella pessima gestione della crisi greca,i cui ritardi nelle decisioni sempre incomplete e scarsamente rassicuranti (anzi direi intimidatorie) per i mercati hanno provocato un contagio che ha toccato l’Italia, e non la Francia ad esempio, per colpe nostre quali l’assenza di un governo serio ed i vari problemi strutturali di cui parla la Stirati ma che convergono verso un solo fattore: produttivit� nulla, senza la quale non crescono n� i consumi interni n� quelli esterni. La BCE ci ha messo molto del suo come giustamente ricorda Cesaratto, ma non le si pu� fare una colpa se ha rispettato quanto scritto nel proprio miope Statuto, tanto pi� che nessun governo ha alzato la voce contro la Germania che incoraggiava tale ortodossia monetaria.
    Un’ultima precisazione: il debito pubblico in senso assoluto provocato dall’evasione fiscale � stato da un certo punto in poi compensato dalle imposte versate dai soliti noti (si veda livello della pressione fiscale dal 1988 in poi). al limite pu� aver causato un aumento del debito pubblico sul pil xke questi soliti noti avrebbero una propensione al consumo pi� elevata, se non fossero tartassati. inoltre � difficile in un paese come l’Italia parlare di spesa primaria senza confrontarsi simultaneamente sul livello, la composizione e l’efficienza .

  18. GLI STATI EUROPEI, ATTACCATI UNO DOPO L�ALTRO DALLA BEN ORGANIZZATA SPECULAZIONE FINANZIARIA INTERNAZIONALE, SUBISCONO PASSIVAMENTE IMPOVERIMENTO E DEVASTAZIONE DELLE PROPRIE CONQUISTE SOCIALI.

    E� PER INFERIORITA� ANTROPOLOGICA O PER OSCURI MOTIVI CHE I POLITICI DEGLI STATI FONDATORI NON REAGISCONO CON UN� ACCELERAZIONE DELL� UNIONE POLITICA EUROPEA ?

    Gli Stati membri dell� Unione Europea assistono quotidianamente agli attacchi della ben concertata speculazione internazionale, che ha come testa di ponte gli analisti di Moody�s i quali, per giustificare i loro arbitrii, non potendo dimostrare con riscontri oggettivi la giustezza delle loro valutazioni, aggrediscono e declassano l� economia dei Paesi sotto tiro, sostenendo spesso che tale declassamento avviene in nome del �sentimento del mercato� .

    Vezzosa invenzione quella del �sentimento del mercato�, utile per dare addosso ai civili ordinamenti sociali: deve invece allertare l� Europa, che non pu� esporre i singoli Stati membri e le loro popolazioni che all� Europa hanno delegato la sovranit� monetaria proprio per non essere esposte agli arbitri della finanza internazionale.

    E� criminogeno disconoscere che la mancanza di unit� politica degli Stati europei, senza un Ministero del Tesoro europeo, li lascia in balia della testa di ponte Moody�s e delle schiere di speculatori che la seguono. E� da irresponsabili indugiare nell� attesa che la speculazione non rovini, come invece puntualmente avverr�, prima l� economia francese e poi quella tedesca.

    La senilit� dei promotori delle piccole patrie, la spasmodica ricerca del consenso fra masse artatamente aizzate da demagoghi interessati ad immediati ritorni elettoralistici, la vanit� patologica dei ricercatori di protagonismi localistici, espongono l� Europa ad un immeritato declino.

    L� appello e� alle classi politiche responsabili che hanno concepito e promosso il progetto dell� Unit� Europea ed alle stratificazioni sociali che vi hanno aderito, accettando la moneta unica come primo passo per una reale effettiva e ben strutturata unita� politica europea.

  19. E� NOSTRO DOVERE CONOSCERE I NOMI DEI DEVASTATORI DEL NOSTRO PAESE.
    12 maggio 2012
    PER CAPIRE IL DANNI PROCURATI ALL� ITALIA DALLA INTRODUZIONE NELLA COSTITUZIONE DELLA PARITA� DI BILANCIO.
    UN DOCUMENTO DIRETTO AD OBAMA SU CUI ERA FONDAMENTALE DIBATTERE PER DIFENDERE IL NOSTRO AVVENIRE E� STATO VOLUTAMENTE IGNORATO DAI GIORNALISTI AFFILIATI ALLE TESTATE A PARTECIPAZIONE BANCARIA.

    I PREMI NOBEL PER L� ECONOMIA SCRIVONO AL PRESIDENTE OBAMA SCONGIURANDOLO DI NON INSERIRE NELLA COSTITUZIONE DEGLI STATI UNITI IL VINCOLO IN MATERIA DI PAREGGIO DEL BILANCIO.

    NEL NOSTRO PAESE IN FORTE FASE RECESSIVA, INVECE DI SOTTOPORRE AD UN REFERENDUM POPOLARE LA MODIFICA DELL� ARTICOLO 81 DELLA COSTITUZIONE, SENATORI E DEPUTATI ITALIANI IN CARICA, ESCLUSI ALCUNI ASTENUTI, INVECE DI DIFENDERCI CHIEDENDO INVESTIMENTI PER RILANCIARE L� ECONOMIA, INSERISCONO IL PAREGGIO DI BILANCIO NELLA COSTITUZIONE IN OSSEQUIO ALLE DIRETTIVE DELLA GRANDE FINANZA CHE SPECULA SUI NOSTRI CONTI E RENDE� AMARA ED INSOPPORTABILE LA VITA DI TUTTI NOI.

    LETTERA INVIATA DAI PREMI NOBEL AL PRESIDENTE U.S.A.

    Cari presidente Obama, presidente Boehner, capogruppo della minoranza Pelosi, capogruppo della maggioranza Reid, capogruppo della minoranza al Senato McConnell, noi sottoscritti economisti sollecitiamo che venga respinta qualunque proposta volta ad emendare la Costituzione degli Stati Uniti inserendo un vincolo in materia di pareggio del bilancio. Vero � che il Paese � alle prese con gravi problemi sul fronte dei conti pubblici, problemi che vanno affrontati con misure che comincino a dispiegare i loro effetti una volta che l�economia sia forte abbastanza da poterle assorbire, ma inserire nella Costituzione il vincolo di pareggio del bilancio rappresenterebbe una scelta politica estremamente improvvida. Aggiungere ulteriori restrizioni, cosa che avverrebbe nel caso fosse approvato un emendamento sul pareggio del bilancio, quale un tetto rigido della spesa pubblica, non farebbe che peggiorare le cose.

    1. Un emendamento sul pareggio di bilancio avrebbe effetti perversi in caso di recessione. Nei momenti di difficolt� economica diminuisce il gettito fiscale e aumentano alcune spese tra cui i sussidi di disoccupazione. Questi ammortizzatori sociali fanno aumentare il deficit, ma limitano la contrazione del reddito disponibile e del potere di acquisto. Chiudere ogni anno il bilancio in pareggio aggraverebbe le eventuali recessioni.

    2. A differenza delle costituzioni di molti stati che consentono di ricorrere al credito per finanziare la spesa in conto capitale, il bilancio federale non prevede alcuna differenza tra investimenti e spesa corrente. Le aziende private e le famiglie ricorrono continuamente al credito per finanziare le loro spese. Un emendamento che introducesse il vincolo del pareggio di bilancio impedirebbe al governo federale di ricorrere al credito per finanziare il costo delle infrastrutture, dell�istruzione, della ricerca e sviluppo, della tutela dell�ambiente e di altri investimenti vitali per il futuro benessere della nazione.

    3. Un emendamento che introducesse il vincolo del pareggio di bilancio incoraggerebbe il Congresso ad approvare provvedimenti privi di copertura finanziaria delegando gli stati, gli enti locali e le aziende private trovare le risorse finanziarie al posto del governo federale. Inoltre favorirebbe dubbie manovre finanziarie (quali la vendita di terreni demaniali e di altri beni pubblici contabilizzando i ricavi come introiti destinati alla riduzione del deficit) e altri espedienti contabili. Le controversie derivanti dall�interpretazione del concetto di pareggio di bilancio finirebbero probabilmente dinanzi ai tribunali con il risultato di affidare alla magistratura il compito di decidere la politica economica. E altrettanto si verificherebbe in caso di controversie riguardanti il modo in cui rimettere in equilibrio un bilancio dissestato nei casi in cui il Congresso non disponesse dei voti necessari per approvare tagli dolorosi.

    4. Quasi sempre le proposte di introduzione per via costituzionale del vincolo di pareggio di bilancio prevedono delle scappatoie, ma in tempo di pace sono necessarie in entrambi i rami del Congresso maggioranze molto ampie per approvare un bilancio non in ordine o per innalzare il tetto del debito. Sono disposizioni che tendono a paralizzare l�attivit� dell�esecutivo.

    5. Un tetto di spesa, previsto da alcune delle proposte di emendamento, limiterebbe ulteriormente la capacit� del Congresso di contrastare eventuali recessioni vuoi con gli ammortizzatori gi� previsti vuoi con apposite modifiche della politica in materia di bilancio. Anche nei periodi di espansione dell�economia, un tetto rigido di spesa potrebbe danneggiare la crescita economica perch� gli incrementi degli investimenti ad elevata remunerazione � anche quelli interamente finanziati dall�aumento del gettito � sarebbero ritenuti incostituzionali se non controbilanciati da riduzioni della spesa di pari importo. Un tetto vincolante di spesa comporterebbe la necessit�, in caso di spese di emergenza (per esempio in caso di disastri naturali), di tagliare altri capitoli del bilancio mettendo in pericolo il finanziamento dei programmi non di emergenza.

    6. Per pareggiare il bilancio non � necessario un emendamento costituzionale. Il bilancio non solo si chiuse in pareggio, ma fece registrare un avanzo e una riduzione del debito per quattro anni consecutivi dopo l�approvazione da parte del Congresso negli anni �90 di alcuni provvedimenti che riducevano la crescita della spesa pubblica e incrementavano le entrate. Lo si fece con l�attuale Costituzione e senza modificarla e lo si pu� fare ancora. Nessun altro Paese importante ostacola la propria economia con il vincolo di pareggio di bilancio. Non c�� alcuna necessit� di mettere al Paese una camicia di forza economica. Lasciamo che presidente e Congresso adottino le politiche monetarie, economiche e di bilancio idonee a far fronte ai bisogni e alle priorit�, cos� come saggiamente previsto dai nostri padri costituenti.

    7. Nell�attuale fase dell�economia � pericoloso tentare di riportare il bilancio in pareggio troppo rapidamente. I grossi tagli di spesa e/o gli incrementi della pressione fiscale necessari per raggiungere questo scopo, danneggerebbero una ripresa gi� di per s� debole.

    KENNETH ARROW, premio Nobel per l�economia 1972
    PETER DIAMOND, premio Nobel per l�economia 2010
    WILLIAM SHARPE, premio Nobel per l�economia 1990
    CHARLES SCHULTZE, consigliere economico di J.F. Kennedy e Lindon Johnson, animatore della Great Society Agenda
    ALAN BLINDER, direttore del Centro per le ricerche economiche della Princeton University
    ERIC MASKIN, premio Nobel per l�economia 2007
    ROBERT SOLOW, premio Nobel per l�economia 1987
    LAA TYSON, ex direttrice del National Economic Council

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