1. Introduzione
I beni, definibili come entità di tipo materiale e immateriale dirette alla soddisfazione dei bisogni, detengono un loro grado di utilità e di rilevanza economica.
Essi hanno assunto nel corso dei tempi una crescente importanza e tale da essere oggetto di studi multidisciplinari diretti anche ad analisi ed elaborazioni di classificazioni, tra le quali ricorderemo quelle, ad esempio, tra beni materiali e beni immateriali, tra beni primari e secondari e, ancora, quella diretta a suddividere i beni in quattro tipologie in base alla rivalità e all’escludibilità, così come di seguito trattato.
Nello specifico, il contributo si soffermerà sui beni pubblici nella consapevolezza sia delle criticità di economia politica generabili nell’ambito dei mercati e nelle dinamiche di utilizzo sia dell’utilità degli stessi beni in termini imprenditoriali e di collettività.
2. I beni pubblici tra caratteristiche e aspetti di produzione
La teoria dei beni pubblici venne trattata nel 1954 da Samuelson, il quale, divenuto poi Premio Nobel per l’Economia nel 1970, evidenziò, in relazione ai beni pubblici (puri), il livello di interesse pubblico.
Samuelson – ispirandosi a Sax e, tra l’altro, considerando le analisi di Bergson (1954) sul welfare con l’obiettivo di identificare la quantità di bene pubblico ottimale da produrre – affermò che “l’ottimo paretiano si ottiene quando la somma dei saggi marginali di sostituzione tra bene pubblico e bene privato di tutti gli individui eguaglia il saggio marginale di trasformazione degli stessi (Samuelson, 1954)”. Al contempo, Samuelson rilevò il possesso da parte dei beni pubblici delle caratteristiche di non escludibilità e non rivalità. La non escludibilità di soggetti dal consumo dei beni pubblici deriva dagli eccessivi costi che occorrerebbero, e quindi dall’assenza di convenienza, ovvero dall’impossibilità di attuarla. La non rivalità determina la possibilità di consumo del bene pubblico in modo contemporaneo da parte di più soggetti.
Nel corso dei tempi sono state elaborate varie classificazioni riferite ai beni, tra cui ricorderemo, a titolo esemplificativo, quella di Auster che, nel 1977, suddivise i beni pubblici in puri e affollati.
I beni pubblici, suddivisibili nel Codice Civile italiano in beni demaniali e beni patrimoniali indisponibili (artt. 826-831), possono essere oggetto di categorizzazione anche in beni riservati, beni destinati e collettivi.
In merito ai beni pubblici occorre ricordare l’esistenza di quelli dotati di globalità che, individuati nel 1995 da Stiglitz per esistenza, estendono i loro benefici nel tempo e nello spazio.
Alcuni beni pubblici, ad esempio, sono l’illuminazione pubblica, il faro costiero, la difesa del territorio nazionale, la sicurezza, varie infrastrutture. Anche la conoscenza e l’istruzione sono beni pubblici che, tra l’altro, promuovono in modo sostanziale la crescita economica. Sussistono ovviamente casi specifici, per quanto anzidetto, che non determinano l’appartenenza all’ambito del bene pubblico. Difatti, le autostrade, pur essendo infrastrutture, non costituiscono un bene pubblico.
Nel 1955 Samuelson affermò che la presenza di beni pubblici induce ad ottenere un beneficio personale non ottenibile nei mercati dei beni privati caratterizzati da ambiti concorrenziali e autoregolamentati (Samuelson, 1955).
I beni pubblici sono producibili dal settore pubblico o anche teoricamente dall’ambito privato. La produzione di tali beni da parte di soggetti privati non consentirà, tuttavia, di poter trarre ricavi, determinando la non attrattività per convenienza produttiva degli stessi. Del resto, l’eventuale produzione di beni pubblici da parte del settore privato avverrebbe in una quantità non efficiente e tale da richiedere anche l’intervento del settore pubblico. Occorre, tuttavia, precisare che la produzione pubblica risulta solitamente maggiormente costosa, meno efficiente e di qualità inferiore. Occorrerà, al contempo, ricercare l’efficienza nella fornitura del bene pubblico, al fine anche di razionalizzare la spesa pubblica. Samuelson, pur nei limiti della non osservabilità delle preferenze individuali e degli opportunismi nonché degli elevati costi di accesso alle informazioni, affermò che l’efficienza nella fornitura del bene pubblico è data dalla “somma delle disponibilità marginali a pagare di tutti gli individui ed è uguale al costo marginale di produzione del bene (Samuelson, 1954)”. Del resto, i beni pubblici sono caratterizzati dalla somma verticale delle disponibilità a pagare, a differenza dei beni privati con somma orizzontale delle domande.
La quantità dei beni pubblici da offrire potrà essere determinata, nella sua ottimalità, ricorrendo a una frontiera riferita alla possibile produzione tra beni privati e beni pubblici.
3. La classificazione dei beni
Le caratteristiche di escludibilità e rivalità risultano determinanti per attuare una categorizzazione dei beni. L’escludibilità di un bene, generata dalla possibilità di impedire a un soggetto di godere dello stesso, richiederà la presenza, tra l’altro, di condizioni tecniche, legali, economiche e sociali. A titolo esemplificativo, l’escludibilità potrebbe essere attuabile sotto un profilo tecnico, legale ed economico ma non sociale per l’assenza della volontà di una collettività diretta a escludere soggetti. La rivalità è riferita, invece, alla limitazione o impossibilità di godere di un bene per l’utilizzo dello stesso da parte di altro soggetto.
La combinazione dei criteri di escludibilità e rivalità determina la presenza delle seguenti quattro tipologie di beni: beni privati, beni comuni, beni tariffabili o beni di club, beni pubblici. I beni privati sono escludibili e rivali. I beni comuni sono, invece, rivali ma non escludibili, mentre i beni tariffabili, definiti anche beni di club, sono escludibili ma non rivali e, tra l’altro, definiti anche beni misti, poiché presentano, anche se solo parzialmente, caratteristiche dei beni pubblici puri. I beni pubblici, infine, si contraddistinguono per essere non rivali e non escludibili. I beni pubblici non sono di esclusiva pertinenza del settore pubblico, così come i beni privati non sono di esclusiva pertinenza del settore privato.
Occorre precisare che taluni beni presentano una natura che può determinare difficoltà nella loro classificazione in relazione alle caratteristiche di escludibilità e rivalità, così come sussistono diversi gradi di non rivalità e non escludibilità nel consumo.
4. La generazione del comportamento opportunistico dei free riders
La non escludibilità dei beni pubblici determina l’insorgere del fenomeno del free riding, che costituisce un comportamento opportunistico diretto al godimento di un bene, disponibile per tutti, e quindi non escludibile per alcuni, senza il pagamento di un relativo corrispettivo.
Il free rider – definito anche come “l’agente economico che attua un comportamento opportunistico finalizzato a fruire pienamente di un bene (o servizio) prodotto collettivamente, senza contribuire in maniera efficiente alla sua costituzione (https://www.treccani.it/enciclopedia/free-rider_(Dizionario-di-Economia-e-Finanza)/)” e come “l’individuo che beneficia di un servizio o di un bene collettivo senza sopportare alcun onere (https://dizionari.simone.it/6/free-rider)” – agisce in modo razionale con l’obiettivo di massimizzare la propria utilità e di conseguire un vantaggio. I free riders raggiungono benefici senza sostenere incombenze e senza contribuire volontariamente con oneri per l’utilizzo del bene. Si giungerà quindi alla produzione del bene, ma in modo inefficiente a causa del mancato apporto dei free riders. Questi ultimi sono incentivati a non contribuire, ponendo a rischio l’efficienza della produzione.
I comportamenti dei free riders, definiti passeggeri non paganti, generano, quindi, fallimenti di mercato, in quanto diffondono inefficienze. Queste ultime derivano anche dalla non propensione dei free riders a rilevare le proprie preferenze con la conseguente creazione di un contesto di maggiore incertezza che non consente all’operatore di realizzare e fornire una quantità efficiente e sufficiente di beni pubblici. L’operatore, in particolar modo pubblico, dovrà pertanto cercare di comprendere la quantità efficiente di produzione, cercando di minimizzare gli opportunismi di mercato e le asimmetrie informative, promuovendo contesti propedeutici alla manifestazione da parte dei soggetti delle proprie preferenze. La rilevazione delle preferenze può essere pertanto considerata un altro problema riferito ai beni pubblici che spesso viene ricondotto alla non escludibilità e talvolta all’informazione imperfetta (Cowen, 1992).
Occorrerà contrastare il fenomeno del free riding, ricorrere a una regolazione normativa così come del resto ebbe modo anche di affermare il filosofo Mill nel 1848, promuovere il volontariato, ridurre i beni pubblici in taluni casi per giustificate razionalizzazioni, introdurre elementi punitivi, e altro.
5. Gli effetti dei beni pubblici sui mercati
I beni pubblici, talvolta comunque non valutati in modo coerente e ponderato dagli individui, possono condurre per le loro caratteristiche a un contesto di inefficienza allocativa nel mercato con conseguente beneficio privato inferiore al costo e, quindi, al fallimento. Quest’ultimo, caratterizzato da un’incompletezza della struttura dei mercati con inidoneità a offerte efficienti, presenta una situazione nella quale l’allocazione delle risorse o dei servizi nel libero mercato non risulta idonea.
I fallimenti di mercato, oggetto di specifico studio a partire dall’inizio degli anni Trenta del secolo passato, si rinvengono non solo con i beni pubblici ma anche con asimmetrie informative, potere di mercato ed esternalità (Laino, 2013).
La fornitura di beni pubblici si contraddistingue per la correlata creazione di esternalità che, non incluse nei prezzi di mercato, determinano fallimenti di mercato (Imperio, 2025) e, in generale, problemi che possono essere risolti facendo ricorso alla contrattazione (Shavell, 2007).
Gli anzidetti fallimenti, registrabili in modo completo o parziale e derivanti “dall’insuccesso del mercato nel realizzare gli obiettivi socialmente condivisi (Franzoni, 2003)”, potranno essere contrastati con il ricorso all’intervento pubblico nel solco dell’efficienza e dell’equità, al fine di cercare di rendere massima l’efficienza sociale o il benessere sociale con considerazione anche dei costi e benefici marginali sociali relativi alla produzione e al consumo. In tal modo, l’intervento pubblico assumerà il compito di cercare di sanare le distorsioni dei mercati. Esistono varie soluzioni per prevenire i fallimenti di mercato e tra queste, con riferimento ai beni pubblici, Islam afferma che “in un libero mercato, beni pubblici come parchi pubblici, illuminazione stradale, aria […] e così via sono inclusi. I consumatori non devono pagare per usufruirne. Il governo dovrebbe adottare una politica adeguata per creare un equilibrio tra beni privati e pubblici e superare i fallimenti di mercato (Islam, 2019)”. Appare, pertanto, fondamentale l’intervento pubblico in tema di equilibrio di mercato. All’uopo, sempre Islam, afferma che “senza l’intervento del governo, il fallimento del mercato non può essere mitigato (Islam, 2019)”.
L’impegno da parte dell’ambito pubblico e statale è da ritenersi basilare e fondamentale per la produzione efficiente di beni pubblici e per superare criticità, al fine di promuovere il contrasto ai fallimenti di mercato.
6. I beni pubblici tra decremento e incremento
Nel corso dei tempi abbiamo, tra l’altro, assistito anche a decrementi o incrementi dei beni pubblici prodotti o detenuti dallo Stato, a seguito di vari e relativi processi.
La riduzione dei beni pubblici potrebbe prevedere ad esempio una diminuzione di infrastrutture e istruzione per motivi riconducibili ad aspetti di concorrenza fiscale e a esigenze di bilancio dirette al contenimento della spesa. Tale riduzione dei beni pubblici determina varie implicazioni che, dirette a generare opportunità e criticità, andranno poste in relazione a molteplici variabili.
Lejour e Verbon (1997), in un apposito studio riferito a un contesto internazionale, hanno rilevato che la riduzione dell’offerta di beni pubblici, unitamente alla diminuzione allineata della tassazione del capitale, conduce al miglioramento del benessere, mentre Christl e Köppl-Turyna (2017) hanno evidenziato che la riduzione dei beni pubblici, anche attraverso il minor numero di risorse umane impiegate nell’ambito pubblico, consente di diminuire le aliquote fiscali e la spesa pubblica (Christl e Köppl-Turyna, 2017). La tematica della riduzione dei beni pubblici è stata anche trattata nel 1993 da Lipton nell’evidenziare, in un contesto di compressione dello Stato, “processi anti-competitivi di riduzione dei beni e servizi pubblici (Lipton, 1991)” con il sostenimento dei costi da parte del settore privato.
Tale riduzione è stata collegata, anche e in parte nonché secondo parte della letteratura e degli economisti, all’eccessivo incremento dei beni pubblici che, estendibile per considerazione agli effetti opposti della diminuzione, avvenne nel diciottesimo secolo (Tanimoto e Wong, 2019). In relazione alle dinamiche di mercato, “l’aumento dell’offerta di beni pubblici implica un aumento del gettito fiscale richiesto e quindi una variazione del prezzo al netto delle imposte del bene tassato (Currie et al., 2016)”.
7. I beni pubblici come asset per lo sviluppo aziendale
Dopo aver rilevato gli effetti generabili dai beni pubblici, e anche taluni processi di mercato, occorre anche evidenziare che alcuni beni pubblici possono assolvere una funzione positiva di collegamento sinergico nella società, determinando condivisione in materia di solidarietà e giustizia e contesti di sviluppo. L’utilizzo responsabile, efficiente e sostenibile, anche sotto un profilo ambientale (Ciani Scarnicci, 2014), dei beni pubblici, potrebbe consentire agli stessi di assumere una funzione di rilievo per i territori e per le aziende.
Nel 1971 Olson affermò che la fornitura di beni pubblici rappresenta la funzione principale o il prodotto fondamentale dell’organizzazione, mentre, in epoca successiva, Quintavalla ha evidenziato che “un ambiente innovativo e la circolazione di informazioni e conoscenza rappresentano un elemento fondamentale per lo sviluppo delle imprese locali e per l’attrazione di risorse imprenditoriali (Rizzi e Quintavalla, 2004)”. Ruolo delle infrastrutture per lo sviluppo enunciato, invece, nella seguente affermazione: “l’importanza delle infrastrutture deriva dal fatto che permettono di aumentare la produttività delle attività economiche di quell’area e dunque di attrarre investimenti e capitali (Coniglio, 2007)”. Nel 2024 Forges Davanzati ha evidenziato, nel solco dell’influenza del settore pubblico sul settore privato, quanto segue: “il miglioramento qualitativo delle prestazioni offerte dal settore pubblico è una pre-condizione essenziale per ottenere guadagni di efficienza nel settore privato (Forges Davanzati, 2024)”.
Del resto, la presenza in un’area geografica di una migliore e più celere viabilità e, ad esempio, di aeroporti faciliterà trasferimenti più efficienti di beni e persone con un migliore posizionamento delle imprese. Contesti di minore sicurezza pubblica in determinate zone comporteranno una minore attrattività verso imprese estere in tema di internazionalizzazione ed eventuale apertura di uffici o luoghi di produzione. Una minore sicurezza avrà impatti negativi sulle transazioni e sulle attività ma anche a livello psicologico sulle risorse umane. L’elevata qualità dell’istruzione consentirà alle imprese di poter disporre, nel caso di coinvolgimento delle stesse, di risorse umane maggiormente preparate e con basi più solide che consentano un più facile inserimento e un più celere apporto. La diffusione di conoscenza, intercettata dalle imprese, permetterà di avere maggiori informazioni e maggiori risorse per poter conseguire quell’obiettivo della massima crescita piuttosto che il massimo profitto (Penrose, 1957) e per poter fronteggiare al meglio e con maggiore facilità eventuali e relative problematiche.
Inoltre, alcuni beni pubblici vengono a costituire voci significative e non trascurabili e, quindi, da valorizzare per consentire, attraverso anche valori numerici associabili, di individuare la competitività delle imprese e la loro minore o maggiore capacità di poter espletare attività d’impresa.
Figura 1 – I beni pubblici

8. Conclusioni
I beni pubblici, individuabili tramite le loro caratteristiche di non rivalità e non escludibilità, richiederanno considerazione da parte dei soggetti nei diversi livelli e ambiti e andranno monitorati e valutati, anche tramite la tecnica dell’analisi dei costi e dei benefici, al fine di promuovere un’azione pubblica incisiva che possa determinarne una salvaguardia e un utilizzo strategico efficace, sostenibile e responsabile nonché propedeutico in ambiti a una possibile promozione del benessere sociale. Occorrerà pertanto una condivisibile regolamentazione pubblica che diffonda anche una cultura costruttiva e sinergica tra i soggetti singoli o aggregati e verso il pubblico e che consenta di comprendere esigenze e, quindi, preferenze, di contrastare i fallimenti, e di mitigare effetti negativi quali quelli ad esempio, derivanti dal fenomeno del free riding.
Il razionale e informato utilizzo dei beni pubblici, favorito dalla diffusione, tra l’altro, della digitalizzazione e delle nuove tecnologie anche riferibili all’Intelligenza Artificiale, consentirà in molti casi ai decisori, ai soggetti e anche alle imprese di disporre di ulteriori asset per il progresso. Uno sviluppo delle imprese che, ascrivibile anche alla collaborazione tra ambito pubblico e privato, potrebbe consentire ricadute poi positive per il territorio e per la comunità in un eventuale ciclo virtuoso e solidale che si auspica possa essere attuato nel solco di quella costruttiva connettività necessaria per operare in mercati sempre più competitivi.
I paragrafi 4, 5 e 6 sono rispettivamente afferenti agli autori A. Laino, M. Ciani Scarnicci e M. Imperio
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