La formazione professionale e la produttività delle imprese italiane

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L’impatto della formazione professionale sulle performance aziendali rappresenta una questione molto dibattuta sia sul piano teorico, sia su quello empirico*. La visione più condivisa tra gli specialisti del settore è quella secondo la quale le imperfezioni del mercato del lavoro accrescono la convenienza delle imprese ad investire nel capitale umano della forza lavoro occupata (e.g. Acemoglu e Pischke, 1999). In aggiunta, l’investimento in formazione professionale è generalmente in grado di migliorare la produttività aziendale creando le premesse indispensabili per corrispondere salari più elevati ai lavoratori (e.g. Conti, 2005).

Nel nostro paese, l’analisi dell’offerta di formazione professionale e la determinazione del suo impatto sulla produttività del lavoro assumono caratteristiche distintive rispetto ad altri paesi europei. Da una parte, a dispetto di una struttura dei salari piuttosto compressa che, almeno in teoria, dovrebbe consentire alle imprese di recuperare i costi sostenuti per la formazione sotto forma di retribuzioni inferiori, gli imprenditori italiani non primeggiano affatto nel finanziamento di tale tipo di attività (e.g. Brunello, 2002). Negli ultimi anni, questa particolare attitudine ha assunto una certa persistenza nonostante una tendenziale perdita di competitività del sistema produttivo che, al contrario, avrebbe dovuto suggerire con una certa urgenza l’adozione di interventi attivi miranti ad invertire la rotta. Inoltre, da un punto di vista squisitamente quantitativo, l’impatto della formazione professionale sulla produttività misurato a livello di singola unità produttiva in Italia è decisamente inferiore rispetto a quello rilevato in altre realtà nazionali (e.g. Colombo e Stanca, 2014).

Al fine di esaminare in profondità queste peculiarità del panorama industriale italiano, l’indagine ISFOL-INDACO (Angotti, 2013) e l’indagine ISTAT-CVTS4 (Francescangeli, Perani, 2013) sono state utilizzate in maniera congiunta per valutare, rispettivamente, l’effetto della formazione professionale sulla produttività di un ampio campione di imprese e l’impatto di tale attività sui tassi di crescita osservati all’interno dell’Unione Europea. In questo modo, sul piano positivo, diventa possibile spiegare per quale motivo le imprese italiane sono il fanalino di coda nelle classifiche internazionali sulla fornitura di formazione. In aggiunta, sul piano normativo, un’analisi di questo genere può fornire un valido supporto per l’adozione di misure volte a contrastare l’insoddisfacente performance dell’intera economia osservata negli ultimi 20 anni.

L’indagine INDACO ha scandagliato oltre 7.000 imprese private con 6 dipendenti o più. Queste unità produttive, in larga misura concentrate nel settore della manifattura, impiegavano all’incirca 750.000 lavoratori. In questo campione, le imprese formatrici erano oltre il 50% e al loro interno, in media, la quota di lavoratori formati ammontava al 28% circa. Questi valori non sono troppo distanti da quelli forniti dall’indagine CVTS4, la quale, con riferimento al 2010 e per l’intero territorio nazionale, stimava una quota del 56% per quanto riguarda le imprese formatrici e il 36% per quanto concerne i lavoratori formati.

Da un punto di vista operativo, l’accostamento dei dati sulle imprese censite da INDACO con i corrispondenti riferimenti contabili contenuti nel database ASIA, ha posto le premesse per stimare l’effetto della formazione professionale sulla produttività aziendale. L’operazione di merging tra i due archivi ha comportato la perdita di circa 2.500 osservazioni. Tuttavia, questo procedimento ha consentito di ricavare un sotto-campione di oltre 4.000 unità produttive – con una distribuzione sul territorio nazionale piuttosto fedele a quella dell’intera popolazione di riferimento – per la quali erano disponibili dettagliate informazioni riguardo ai valori di bilancio e alle caratteristiche di impresa (ad esempio, numero di lavoratori occupati e loro distribuzione per genere, quota di operai sul totale della forza lavoro, percentuale di lavoratori formati, ore medie di formazione per addetto, investimenti in ricerca e sviluppo, ricorso alla cassa integrazione, settore di appartenenza, localizzazione geografica e capitale impiegato).

Utilizzando tecniche di stima piuttosto elementari, è emerso immediatamente che la formazione professionale misurata sia sul margine estensivo (percentuale di lavoratori formati), sia sul margine intensivo (ore medie di formazione per addetto), ha determinato un effetto positivo statisticamente significato sulla produttività aziendale misurata, alternativamente, come ricavi e valore aggiunto per addetto. Questo primo risultato è stato ulteriormente approfondito e raffinato tenendo conto che, generalmente, le imprese di più grandi dimensioni hanno una maggiore propensione alla formazione rispetto a quelle più piccole. Tenendo conto di questa caratteristica, è stato possibile stimare che, a parità di altre condizioni, un aumento unitario delle ore medie di formazione per addetto è in grado di aumentare i corrispondenti riferimenti dei ricavi e del valore aggiunto di oltre un euro. Di conseguenza, in tutti quei casi in cui il costo della formazione aggiuntiva può essere spalmato una forza lavoro di una certa ampiezza, investire in questa direzione può risultare di una certa convenienza per le imprese.

Il risultato appena discusso, al pari di quelli evidenziati in altri contributi che utilizzano dati di fonti diverse, è comunque piuttosto modesto e sembra suggerire che siano solamente le grandi imprese ad essere incentivate ad incrementare la fornitura di formazione professionale. Abbandonando la prospettiva microeconomica e orientando l’analisi verso una visione aggregata dei sistemi economici, e di quelli europei in particolare, una spiegazione di questo fenomeno può essere fornita sul piano macroeconomico esaminando l’impatto che la formazione professionale esercita sui tassi di crescita dell’intera economia. Esiste, infatti, una recente letteratura empirica e teorica secondo la quale la formazione, al pari di altre attività intangibili, è in grado di esercitare un impatto positivo sul PIL che tale impatto può essere formalmente contabilizzato (growth accounting). Questo ovviamente implica che i paesi nei quali le imprese sono meno inclini ad investire in formazione professionale hanno performance macroeconomiche che tendono ad essere meno soddisfacenti (Barrel et al., 2011; van Zon e Antonietti, 2005).

Con riferimento all’anno preso in considerazione dall’indagine INDACO esaminata in questo lavoro, una riprova di questa relazione può essere facilmente ottenuta mettendo in relazione i tassi di crescita del PIL osservati all’interno dell’Unione Europea nel 2009 con le rilevazioni sulla formazione contenuti nell’indagine CVTS4. Al riguardo, si veda la figura 1.

Il diagramma mette chiaramente in rilievo che nel 2009, anno critico della Grande Recessione, i paesi europei nei quali la forza lavoro occupata è stata maggiormente coinvolta dalle imprese in attività di formazione hanno subito una riduzione del PIL meno pronunciata rispetto a quelli nei quali le imprese sono state meno attive in tale direzione. All’interno di questo scenario, l’Italia presentava una percentuale di lavoratori formati al di sotto della media europea (il 36% contro il 37%) e, parallelamente, è evidente che l’economia italiana nel suo complesso ha sofferto una perdita di PIL ben superiore a quella sofferta dai paesi europei più importanti come la Germania, la Francia e la Spagna.

Questa relazione macroeconomica tra formazione professionale e tassi di crescita suggerisce che la bassa propensione degli imprenditori italiani verso questo genere di attività può fornire una chiave di lettura per interpretare il moderato impatto che la formazione stessa esercita e ha esercitato sulla produttività aziendale. In altre parole, la bassa propensione delle imprese a formare i propri addetti sembra poter essere annoverata tra i fattori che hanno contribuito al rallentamento dell’economia italiana osservato negli ultimi anni e questo rallentamento, a livello aggregato, può aver impedito la rilevazione di un training effect più sostenuto. Molto verosimilmente, questa tendenza è destinata a persistere fino a quando le imprese italiane non riguadagneranno posizioni nelle classifiche internazionali sull’erogazione di formazione.

 

Figura 1: L’impatto della formazione professionale sulla crescita economia

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Fonte: Elaborazione su dati CVTS4 e EUROSTAT

 

In linea con quanto recentemente raccomandato da autorevoli organismi internazionali, i risultati empirici illustrati in questa nota sono decisamente a favore di interventi tesi ad incentivare la fornitura di formazione professionale aggiuntiva (e.g. ILO, 2010; Commissione Europea, 2012). Da una parte, qualche forma di incentivo alla formazione può essere d’aiuto per controbilanciare gli effetti macroeconomici perversi di una bassa fornitura aumentando la profittabilità delle imprese ad investire nel capitale umano della forza lavoro occupata. In effetti, è verosimile che se le imprese nel loro complesso potenziassero l’erogazione di formazione professionale, l’impatto sulla produttività di questa formazione addizionale sarebbe maggiore in ogni singola unità produttiva. Dall’altra, un incremento della formazione potrebbe rendere il sistema economico italiano meno vulnerabile rispetto al verificarsi di shock macroeconomici avversi. In altre parole, un aumento della formazione potrebbe contrastare gli effetti recessivi causati dalla caduta della domanda aggregata che abitualmente caratterizzano le situazioni di crisi economica.

 

Riferimenti bibliografici
[1] Acemoglu, D., Pischke, J.S. (1999), Beyond Becker: Training in Imperfect Labour Markets, Economic Journal, 109, No. 453, pp. F112–F142.
[2] Angotti R., a cura di (2013), Caratteristiche strutturali ed evoluzione dell’offerta di formazione aziendale nel periodo 2005-2010. Dati INDACO-CVTS, Isfol, Research Paper, 6/2013, Roma <http://goo.gl/mMtu44> [verif. 12/01/2016].
[3] Barrell, R., Holland, D., Liadze, I. (2011), Accounting for UK Economic Performance 1973-2009, in Giudice, G., Kuenzel, R., Springbett, T. (a cura di), UK Economy: The Crisis in Perspective. Essays on the Drivers of Recent UK Economic Performance and Lessons for the Future, London Routledge, Taylor and Francis, pp. 11-38.
4] Brunello, G. (2002), Is Training More Frequent When Wage Compression is Higher? Evidence from 11 European Countries, CESifo Working Paper, No. 637.
[5] Colombo, E., Stanca, L. (2014), The Impact of Training on Productivity: Evidence from a Panel of Italian Firms, International Journal of Manpower, Vol. 35, No. 8, pp. 1140-1158.
[6] Commissione Europea, (2012), Vocational Education and Training for Better Skills, Growth and Jobs, Staff Working Document, No. 375, Strasburgo.
[7] Conti, G. (2005), Training, Productivity and Wages in Italy, Labour Economics, Vol. 12, No. 4, pp. 556-576.
[8] Francescangeli A., Perani G. (2013), La formazione nelle imprese in Italia, ISTAT, Statistiche Report, Roma.
[9] ILO, (2010), A Skilled Workforce for Strong, Sustainable and Balanced Growth: A G20 Training Strategy, International Labour Office, Ginevra.
[10] van Zon, A., Antonietti, R. (2005), Education and Training in a Model of Endogenous Growth with Creative Destruction, MERIT – Infonomics Research Memorandum Series, No. 2005-011.

 

 

*Ricercatore Universitario Dipartimento di Economia – DIEC, Università di Genova.

 

* Estratto da Guerrazzi, M. (2016), “The Effect of Training on Italian Firms’ Productivity: Microeconomic and Macroeconomic Perspectives” in corso di stampa sull’International Journal of Training and Development (ISSN: 1468-2419) e sul XVI Rapporto sulla Formazione Continua curato da Ministero del lavoro e delle politiche sociali e da ISFOL.

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