Un’Europa senza strategia

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In questi ultimi anni le condizioni dell’economia europea sono pesantemente degenerate: gli alleati continentali stanno attraversando una terribile crisi di natura strutturale che ha impedito la crescita di un tempo e ha bloccato i processi di industrializzazione e di sviluppo, a fronte però di un aumento insensato di  operazioni di natura finanziaria. Questi interventi, infatti, non risolvono i problemi dell’economia reale, esplicandosi esclusivamente in stratagemmi che puntano su indici o  andamenti,  finendo per assicurare guadagni molto elevati ma per pochi privilegiati.

Purtroppo l’Europa ha smesso di pensare a porre condizioni concrete per una sua crescita, puntando, invece, su scelte finanziarie  ad alte remunerazioni; tuttavia, tali  utili non sono generati da interventi fondati su scelte razionali  e non sono giustificati da una economia sana. Mentre si continua a scontrarsi per la salvaguardia della moneta unica, la cui sopravvivenza è legata ad austerità e rigidi vincoli di bilancio, si tralasciano interventi  strutturali fondamentali: non c’è in Europa una politica economica condivisa, come non esistono scelte di tipo industriale o, a livelli più generali, una politica energetica comune – da cui le drammatiche conseguenze di avventure belliche come quella libica – o addirittura una politica di difesa militare che sia sganciata da diktat imposti da oltreoceano.

C’è, dunque, una preoccupante carenza per ciò che riguarda le scelte strategiche politiche, finendo per compromettere anche e soprattutto quelle di natura economica; ciò lo si evince, in particolare, dal comportamento di soggetti come il Presidente della Commissione europea Juncker che pare agire al solo fine di salvare  il grande sistema della finanza privata. Egli, infatti, è molto disponibile a concedere facilitazioni alle banche europee, relativamente agli utili ad esse garantiti. In molti casi,  vengono sviluppate proposte di interventi su piano giuridico per ridimensionare parte delle entrate al fine di aiutare anche i risparmiatori in difficoltà, chiedendo agli analisti finanziari di ridurre i livelli eccessivamente elevati degli utili degli istituti di credito.

Personaggi del suo livello mirano al successo delle loro decisioni che, però, non sono  di natura strutturale, ma puntano esclusivamente su certi tipi di remunerazioni e che − con la loro grande abilità – riescono ad essere vincenti,  contribuendo a convincere così altri investitori: tutta la finanza è disposta ad investire in questa specie di roulette russa, senza nemmeno ipotizzare futuri crolli che potrebbero, però, seguire a breve termine, in un prossimo futuro. Ciò perché, purtroppo, tutte queste operazioni non si fondano su realtà consolidate che giustifichino le decisioni dei mercati.

A questo proposito, proprio il Piano Juncker, sulla necessità dell’Europa di nuovi interventi, parla di 315 miliardi di euro, ma in realtà si tratta nel complesso di somme molto più modeste (addirittura qualche esperto parla di cifre che non supererebbero i 21 miliardi di euro). Inoltre, spesso non è chiaro se gli interventi  richiesti debbano essere della Bce o della Bei, la Banca europea degli investimenti, contribuendo ad accrescere la grande confusione. La stessa cosa avviene quando si parla di partite di giro che registrerebbero  versamenti o  incassi che poi, di fatto, possono tradursi o in un vantaggio effettivo o, in altri casi, in un gravame molto preoccupante che indebolirebbe altri soggetti.

In questo modo, in Europa, non si riesce a creare nulla di positivo e sovente si seguono i dettami decisi altrove, come gli Stati Uniti. Non ci sono, purtroppo, nemmeno  menti pensanti che tentino di mediare, ma solo tecnocrati e burocrati  a difesa del loro orticello, e che seguono biecamente i consigli degli esperti della finanza al solo fine di sopravvivere ma, proprio per questo, spesso devono ricorrere ad operazioni azzardate. A questo proposito esiste una consolidata alleanza tra  finanzieri e banche che guidano in tale direzione. Purtroppo, però, in assenza di qualsiasi politica di intervento e di industrializzazione, l’Europa è indirizzata anche verso il sicuro fallimento di tutte le aspettative di tipo finanziario.

Anche le aspirazioni di alcuni, come l’economista Fitoussi sono illusorie. Costui si è reso perfettamente conto che nell’economia europea si creano in continuazione crescenti instabilità che, a loro volta, generano continue diseguaglianze che non si risolvono nell’arco di poco tempo: i modelli adottati in economia sono drammaticamente superati e non sono in grado di risolvere i problemi dell’oggi o addirittura affrontare i cambiamenti sociali rivoluzionari a cui stiamo assistendo in Europa. Non si può, infatti, prescindere da analisi di tipo dinamico in presenza di un così elevato numero di variabili che debbono essere introdotte: al posto di tutto ciò, oggi, nei modelli scelti internazionalmente, si discute se adottare o meno una sola variabile per volta. In questo senso, i tentativi da parte di Fitoussi di correggere gli errori più macroscopici sono assolutamente apprezzabili, dato che intervengono contro le diseguaglianze, ma inutili perché poco radicali.

Fitoussi ha  compreso che il pericolo peggiore che si possa commettere è quello di accumulare errori su errori, e questo deve essere assolutamente impedito. A mio parere, occorre anche rendersi conto dei profondi limiti delle analisi  della scienza economica odierna. Tuttavia, egli condivide le scelte della Bce che ha utilizzato la diffusione di una abbondante liquidità, al fine di affrontare le profonde difficoltà imposte dalla crisi greca. Finché l’Occidente sarà dominato da simili approcci, non si potrà sperare di capire cosa occorra fare per superare una crisi drammatica ancora “in corso”. Al momento, quindi, gli economisti non sono riusciti a modificare schemi e modelli presenti sin dalle origini di questa crisi, e nemmeno hanno tentato di introdurre elementi dinamici, in grado di innescare nuovi  campi di ricerca.

In questi ultimi tempi, e relativamente alla questione della crisi greca, hanno ricoperto un ruolo preponderante i responsabili politici tedeschi che hanno addirittura minacciato, attraverso il ministro delle finanze europee Schäuble, la sospensione della Grecia dall’euro per un periodo di 5 anni. Per buona sorte, la Cancelliera  Merkel ha deciso di abbandonare siffatto proposito, evitando il perseguimento di un errore che ben  sembrava ripercorrere la strada dell’ atteggiamento rigido e ottuso proprio di quel Paese già in tutto il secolo scorso. Schäuble non ha, di fatto, compreso che la crisi della Grecia non è di natura economica ma piuttosto politica, e solo percorrendo questa strada è possibile giungere alla sua soluzione. Ciò perché il vero problema che deve affrontare l’Europa è solo ed esclusivamente il contenimento della superpotenza tedesca e delle sue ambizioni di controllo, in grado di destabilizzare in profondità il vecchio continente.

A livello mondiale esistono, inoltre, preoccupanti minacce per l’Europa e che giungono da oltreoceano, nonostante l’accorta  politica della Fed statunitense: la principale è rappresentata dal rischio dell’abbandono del controllo statunitense dell’oro su piano mondiale, che andrebbe ad accentuare gli effetti della politica dello stay behind di Obama, e di quanto sta accadendo in vaste regioni del mondo, dall’Africa al Medio Oriente. Paesi come la Russia e soprattutto la Cina sono interessati al controllo del metallo prezioso come bene rifugio, che l’Occidente ha in parte accantonato, abbandonando forme di difesa a favore della finanza speculativa, con il rischio di crolli sui loro mercati non più tutelati a sufficienza dagli Stati Uniti. La stessa ampia adesione di molti Paesi (e non solo di quell’area) alla Banca asiatica di investimento per le infrastrutture (Aiib), da molti osservatori ormai vista come rivale della Banca mondiale e del FMI, con un possibile ruolo dominante dello yuan, con il supporto di un sistema di gold standard su base fisica e non cartacea, potrebbe far nascere un duplice mercato di valutazione e di commercio di quel metallo, con effetti destabilizzanti, soprattutto per l’incauto Occidente.  Ne deriva che una totale mancanza di strategia politica effettiva, comune e condivisa da parte dell’Europa, a favore invece dello strapotere della finanza speculativa sino a stravolgere l’economia reale e produttiva − ossia quella veramente in grado di alimentare e sostenere la crescita −  a cui si affiancano radicali cambiamenti a livello geopolitico e geoeconomico mondiale, con gli Stati Uniti più attenti ai propri interessi che al loro tradizionale ruolo di potenza, rischiano di spostare ulteriormente l’ago della bilancia verso un Oriente che, se anche scosso da crolli come quelli borsistici degli ultimi tempi, sapientemente riesce a raddrizzarsi, evitando trappole dovute a quella instabilità e a quella discontinuità che, invece, sembrano ormai dominare le decisioni politiche ed economiche del vecchio continente.