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Crisi: per “Economia e Politica” crescita e rigore inconciliabili

Agenzia Giornalistica Italiana - Agi - 26 Dicembre 2011

(AGI) - Roma, 26 dic. - “Crescita e rigore, cioe’ austerita’, sono inconciliabili”. E’ il grido d’allarme degli economisti Riccardo Realfonzo, ordinario nell’Universita’ del Sannio, e Antonella Stirati, professore di Economia politica all’Universita’ Roma Tre, che sulla rivista online “Economia e politica” contestano le certezze del premier Monti e della sua “manovra di ‘risanamento’ aspramente restrittiva”, ma anche i diktat della cancelliera tedesca Merkel.
“L’origine della crisi italiana - sostengono Realfonzo e Stirati - non sta nell’indebitamento pubblico eccessivo e la politica di austerita’ non frena ma, al contrario alimenta la speculazione, in quanto determina recessione, disoccupazione e aumento delle insolvenze dei soggetti indebitati, si tratti di famiglie o imprese”. Allora, a livello europeo “l’unica strada per fermare il rialzo dei tassi di interesse e gli attacchi speculativi contro i titoli del debito pubblico e’ una politica di intervento della BCE sul mercato dei titoli, volta ad abbassare e stabilizzare i tassi di interesse sui debiti sovrani dell’area. Questa politica non risolverebbe i problemi strutturali, con la Germania che vanta un surplus commerciale piu’ grande di quello cinese”, ma “porrebbe fine alla situazione di emergenza, ridurrebbe gli oneri della spesa per interessi nei bilanci pubblici e creerebbe le condizioni per un reale confronto democratico sulle modalita’ per rilanciare l’economia e il progetto di Unione europea, al riparo da fanatismi liberisti”.
Sul fronte italiano, sostengono Realfonzo e Stirati, “sotto l’ombrello di una BCE che agisse finalmente da prestatore di ultima istanza”, la ricetta necessaria diverge da quella del governo e puo’ cosi’ essere sintetizzata: “Far pagare le tasse a chi puo’ e deve; ridurre il carico fiscale sui redditi da lavoro dipendente; promuovere un modello di specializzazione produttiva legato alla ricerca, alle nuove tecnologie, alla creazione di imprese di medie e grandi dimensioni in settori strategici per la nostra economia. Non c’e’ invece una emergenza pensioni”. Insomma, “l’equita’ va nella stessa direzione della crescita: la redistribuzione del reddito verso i redditi da lavoro genera maggiori consumi, fa aumentare la domanda aggregata, sostiene il mercato interno”, ma anche qui occorre fare attenzione: “La crescita declinata alla stregua della manovra Monti come incentivi e benefici fiscali alle imprese - concludono Realfonzo e Stirati - non sostiene l’attivita’ produttiva e l’occupazione: non risolve i problemi delle imprese in crisi, perche’ non c’e’ mercato per i loro prodotti, fornendo al massimo un transitorio sollievo”. (AGI) Cav

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Federalismo fiscale: studio di economiaepolitica.it, più tasse per i lavoratori

Agenzia Giornalistica Italiana - 29 Ottobre 2010

(AGI) – Roma, 28 ott. – Il federalismo e’ destinato a produrre un aumento della pressione fiscale sui lavoratori a reddito fisso. Lo evidenzia uno studio per la rivista economiaepolitica.it dell’economista Domenico Moro, in cui si analizza il decreto legislativo in materia di autonomia di entrata delle regioni a statuto ordinario, approvato recentemente dal Consiglio dei ministri, che si muove sulla strada di una politica fiscale che negli ultimi anni ha visto la riduzione del “numero degli scaglioni dell’Irpef nazionale, le addizionali Irpef regionali e l’aumento della tassazione indiretta, cioe’ sui consumi”.
Secondo lo studio con il federalismo si avra’: “1) Aumento delle tasse, poiche’ il decreto prevede la possibilita’ per le amministrazioni locali di aumentare ancora la tassazione diretta ed e’ falso che i primi due scaglioni di reddito sarebbero stati esentati dall’aumento. L’art. 5, al comma 2, dice che ‘la maggiorazione oltre lo 0,5 per cento non deve comportare aggravio, sino ai primi due scaglioni di reddito’. Se ne ricava che una maggiorazione entro lo 0,5% e’ prevista per tutti. 2) Redistribuzione del reddito nazionale a favore delle imprese.Infatti, la tassa sui redditi da lavoro dipendente, l’Irpef, aumentera’, e’ prevista la riduzione e finanche l’azzeramento dell’Irap, che per altro non e’ propriamente definibile una tassa, ma rappresenta una parte del salario, quella ‘indiretta’, pagata in servizi pubblici. 3)Riduzione della progressivita’ della tassazione. Col federalismo fiscale aumentera’ l’importanza dell’Iva e delle altre imposte indirette, come l’accisa sulla benzina e la tassa automobilistica, perche’ queste dovranno compensare la soppressione dei trasferimenti dello Stato centrale alle Regioni”.
In questo modo, conclude lo studio di economiaepolitica.it: “Aumentera’ il gap tra salari e profitti; aumentera’ il gap tra regioni del Sud e del Nord; la sanita’ pubblica sara’ gravemente ridotta. Ci sara’, dunque, una spinta a diminuire le tasse alle imprese e si compensera’ il taglio alle aziende con la riduzione dei servizi e/o con l’aumento dell’addizionale Irpef e delle tasse sui consumi, anche perche’ il taglio dell’Irap e’ a carico esclusivo delle Regioni”. (AGI)

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Fiat: problema non flessibilità ma contrazione salari

Agenzia Giornalistica Italiana - 25 Ottobre 2010

Fiat: Realfonzo, problema non flessibilità ma contrazione salari 

(AGI) - Roma, 25 ott. - Rilievi a fronte delle affermazioni dell’Ad Fiat, Sergio Marchionne, vengono anche dal mondo degli economisti. Riccardo Realfonzo, professore ordinario di macroeconomia ed economia del lavoro all’Universita’ del Sannio, analizza sul sito Economia e Politica la richiesta di chi come Marchionne chiede “ulteriori iniezioni di flessibilita’ nel mercato del lavoro”, a partire dalla “decentralizzazione contrattuale” quali strumenti per “salvaguardare la competitivita’” dell’Italia nell’economia globalizzata.
Partendo dall’”unica certezza di cui disponiamo”, ovvero “che la crescita della produttivita’ del lavoro in Italia e’ andata molto al rilento rispetto ai nostri principali concorrenti”, Realfonzo nota che sulle “motivazioni possono essere avanzate tesi diverse” e, in particolare, sottolinea che “a spiegare la piatta dinamica della produttivita’ italiana” concorrono “fattori quali la bassa dimensione media delle imprese, il volume contenuto degli investimenti in nuove tecnologie, il ridotto grado di infrastrutturazione del territorio”. Percio’ “se la bassa produttivita’ delle nostre imprese dipendesse effettivamente da questi fattori, agire sulla contrattazione non costituirebbe certo la via maestra per risolvere il problema. Piuttosto, occorrerebbe evocare nuove e incisive politiche industriali”.
Il secondo elemento del problema e’ poi quello del peso della “tendenza di lungo periodo alla contrazione della quota dei salari sul Pil”, evidenziata secondo Realfonzo anche da un recente studio del Fmi, che ha “avanzato l’ipotesi che uno dei fattori di fondo della crisi, al di la’ delle variabili strettamente congiunturali”, potrebbe essere l’abbassamento della quota dei salari da cui dipende “la scarsa dinamica della domanda complessiva di merci e servizi che, nell’insieme delle economie industrializzate, non avrebbe retto il ritmo di crescita dell’offerta potenziale delle imprese”, confermando “che la riduzione della quota salariale effettivamente abbatta la domanda aggregata, con ripercussioni negative sui livelli di produzione e occupazione”. Tali osservazioni mettono in campo “tanta materia per guardare con scetticismo” a tesi come quelle di Marchionne e dovrebbero indurre, conclude Realfonzo, “a prendere sul serio le ragioni dei critici”. (AGI)

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Emilio Carnevali, Micromega - 04 Febbraio 2010

Un manifesto contro il pensiero unico neoliberista

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Stefano Feltri, Il Riformista - 04 Luglio 2009

L’Italia vista dai think tank

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Manfredi Alberti, Centonove - 04 Aprile 2009

La rivincita di Keynes

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Il foglio - 03 Gennaio 2009

A sinistra c’è chi non litiga, è il caso degli economisti sanniti

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Patrizio Mannu, Corriere della Sera-Mezzogiorno Economia - 15 Dicembre 2008

Lavoce.info vs economiaepolitica.it. Jappelli e Realfonzo a confronto sul Mezzogiorno

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