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No all’austerità fiscale. I pericoli della deflazione e gli argomenti per la finanza funzionale

Mario Seccareccia* - 19 Luglio 2010

[english version]

Che cosa si può fare in poco più di 18 mesi nel mondo alla rovescia della politica internazionale! Nel novembre del 2008, dopo che nel settembre/ottobre del 2008 gran parte dei mercati finanziari internazionali furono salvati dai governi a colpi di miliardi di dollari, i Paesi del G20 si riunirono a Washington non già per discutere della necessità di ricorrere alla spesa pubblica in disavanzo, giacché questo era ormai un fatto compiuto a seguito della crisi iniziale dei subprime del 2007-2008 e del vasto salvataggio messo in atto per evitare che il settore bancario potesse cadere in un abisso finanziario. Piuttosto i leader dei Paesi del G20 si riunirono nel novembre 2008 per discutere di come coordinare una strategia di “stimolo fiscale”, al fine di evitare un profondo collasso della spesa privata che alla fine del 2008 sembrava essere un’inevitabile conseguenza della crisi finanziaria.

Una rapida occhiata alla Figura 1 consente di rilevare un drammatico cambio di rotta della politica di bilancio dei Paesi occidentali dopo il 2007. Invece di perseguire politiche di “sana finanza”, con la quale molti governi  provarono a risanare i propri deficit o a perseguire avanzi come si può vedere dopo il 2001, tutti questi paesi si tuffarono in considerevoli deficit di bilancio dopo il 2007 (si veda la parte ombreggiata della Figura 1).

Figura 1: Saldi di bilancio pubblico (effettivi/previsti) in termini percentuali sul PIL, Totali Paesi OCSE, Area Euro, Paesi  G7 dal 1991 al 2010 (FONTE OCSE)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Al recente meeting del G20 di Toronto di fine giugno 2010, si è assistito a una completa modifica dell’agenda politica. I leader si sono congedati vittoriosamente dall’ultimo summit dopo essersi accordati praticamente all’unanimità sui punti promossi dal primo ministro, Stephen Harper, e dagli altri falchi anti-deficit, come David Cameron e Angela Merkel ad esempio. In base al documento del G20, questi leader si sono impegnati a portare avanti manovre di bilancio finalizzate a ridurre i propri deficit di almeno il 50 per cento entro il 2013 e a stabilizzare e ad avviare una riduzione dei rapporti debito/PIL entro il 2016, il tutto in nome della stabilizzazione macroeconomica. Sebbene ci sia stato un dibattito sulla tempistica della “strategia di uscita”, sulla questione dell’austerità di bilancio “c’è uno spietato consenso tra le parti”, come ha sottolineato Barack Obama (http://imarketnews.com/node/15595). E’ difficile pensare come l’elite politica internazionale possa “consentire” a deflazionare “spietatamente” l’economia mondiale alla luce delle proteste pacifiche contro l’austerità nelle strade di Toronto. Comunque, quando gli si chiede in che modo l’economia possa essere stabilizzata e ricondotta su di un sentiero di crescita sostenuto e desiderabile, questi leader si richiamano agli effetti positivi della riduzione dell’eccessivo peso del debito pubblico sulla crescita, enfatizzando la necessità di un suo controllo e della sua sostenibilità finanziaria e rimarcando la necessità di puntare al settore privato per promuovere la crescita.

Mentre è tautologicamente vero che i livelli di debito pubblico possono essere stabilizzati e ridotti solo se le entrate incominciano a superare le uscite, non è così ovvio che gli alti livelli di debito pubblico frenano la crescita e che il settore privato si espanderà a seguito dei tagli di spesa e/o di aumenti di tasse. A ben vedere, i fatti a partire dalla settimana successiva al summit del G20 mostrano segnali preoccupanti che si pongono in netto contrasto con ciò che i leader del G20 hanno previsto come risultati delle loro proposte politiche. In effetti, già a partire da quella settimana (successiva al meeting del G20), i prezzi nelle principali borse del Nord America sono scesi rapidamente e le previsioni di crescita sono state riviste al ribasso per diversi paesi, come per la China che punta sulle esportazioni come motore della crescita. Nonostante le recenti raffinate previsioni del FMI, sussistono nei mercati internazionali reali timori per una recessione “double-dip” [una recessione a w], simile a quella del 1937, timori che si rafforzano a seguito delle decisioni prese a Toronto alla fine di giugno. Le aspettative dei mercati circa le prospettive future di crescita non sono state positivamente influenzate dall’accordo del G20. Al contrario, le politiche di austerità concordate in un’economia mondiale che sta lottando per rimanere in piedi potrebbero spingere molti paesi sull’orlo del precipizio, in quanto la contrazione del settore pubblico potrebbe influenzare negativamente la crescita attraverso i noti effetti keynesiani sul moltiplicatore e sull’acceleratore. Questo perché il deficit di bilancio del settore pubblico non è un buco nero finanziario che assorbe credito e risorse diversamente utilizzabili per progetti di investimento privato; ma, al contrario, la spesa in disavanzo genera risparmio nel settore privato attraverso il processo di generazione del reddito.

Quello che i leader del G20 e i loro consiglieri economici non riescono a comprendere è il semplice fatto contabile in base al quale ciò che appare come spesa in un settore (ad esempio, il settore pubblico) è necessariamente un’entrata o reddito per un altro settore (ad esempio, il settore privato) e ciò che appare come spesa netta (o deficit di bilancio) per un settore deve essere inevitabilmente risparmio netto positivo (o surplus finanziario) per un altro settore. Ne segue che, indipendentemente da come sono finanziate, le spese generano reddito, e il risparmio del settore privato altro non è che una contropartita dei deficit del settore pubblico. Ciò significa che la formazione di un surplus netto di bilancio nel settore pubblico va a distruggere reddito netto o risparmio nel settore privato. Possiamo ora riprendere la Figura 1 tracciando anche il risparmio netto del settore privato per tutti i Paesi. Per facilità di esposizione si riportano nella Figura 2 sia i saldi del settore privato sia i saldi del settore pubblico, considerando gli Stati Uniti e aggregando i Paesi dell’Euro zona. La sola ragione per la quale queste due serie non sono letteralmente una lo specchio dell’altra è perché non abbiamo preso in considerazione il saldo di conto corrente che potrebbe fluttuare considerevolmente nel tempo e offuscare notevolmente la relazione simmetrica tra le due serie.

Figura 2: Saldi di bilancio pubblico e privato per l’Euro zona e per gli USA in termini percentuali del PIL, 1991-2010 (FONTE OCSE)

Come possono le prospettive di minori redditi e minori risparmi del settore privato incoraggiare la crescita? Ciò che si può immaginare, se sarà realmente implementata la politica di austerità, è il catastrofico effetto della riduzione della spesa sulla produzione del settore privato, con effetti deflazionistici sui redditi (salari e profitti) e un più basso livello di occupazione. Le politiche necessarie non sono quelle che frenano la crescita ma quelle che la sostengono su basi più stabili. Come è stato rilevato da Keynes: “è l’espansione il momento buono per l’austerità [..], non la recessione” (vedi http://bostonreview.net/BR35.3/kirshner.php). Le politiche associate alle idee keynesiane sono state storicamente definite come politiche di finanza funzionale e con successo sono state implementate durante i primi anni del dopoguerra per ottenere il pieno impiego, prima dell’assalto monetarista. Dagli anni settanta del secolo scorso molte generazioni di giovani economisti hanno avuto poche o nessuna occasione di conoscere le teorie keynesiane e sono state portate a ritenere che non ci fossero alternative alla dottrina neoclassica del “rigore finanziario”, che era già caduta in discredito negli anni trenta del secolo scorso.

E’ per questo che la recente lettera firmata da oltre 200 economisti italiani rappresenta un segnale di reale speranza. In essa si afferma che yes we can, possiamo pensare ad alternative positive all’austerità e al taglio della spesa. Per salvare l’Euro zona dalle sue stesse contraddizioni, occorre perseguire politiche sin qui messe al bando da quella erronea dottrina neoclassica, che gli autori della lettera definiscono “liberista”, e che trova applicazione nell’attuale struttura istituzionale dell’Unione Monetaria Europea. La lettera riconosce correttamente che l’Europa può tornare a crescere attraverso una politica di espansione della domanda trainata dalla spesa pubblica, in particolare dai paesi in surplus dell’UME. Essa si sofferma, inoltre, sulla necessità di un piano di sviluppo finalizzato al pieno impiego attraverso l’investimento pubblico, come lo stesso Keynes argomentava negli anni trenta. Questa tesi, però, si trova in netto contrasto con le politiche imposte in Europa, che determinano una deflazione interna.

Ironicamente, il solo pseudo “attivismo” fiscale nell’UME viene perseguito dalla BCE - una istituzione tecnocratica e i cui responsabili non sono eletti democraticamente -il cui ruolo si è evoluto al punto che essa ora sta acquistando titoli del debito pubblico; ma tali acquisti non vengono effettuati al fine di finanziare gli investimenti pubblici e consentire il raggiungimento di obiettivi di sviluppo bensì esclusivamente per fornire la liquidità necessaria a prevenire l’insolvenza, come avvenuto per la Grecia. Questo è il peggiore degli scenari possibili. In nome del “rigore di bilancio”, l’attuale struttura istituzionale impedisce alle legittime autorità di politica fiscale (quindi ai governi nazionali) di perseguire politiche espansive, vincolate come sono dai parametri del Trattato di Maastricht e dal Patto di Stabilità e Crescita che finiscono per aggravare i problemi di liquidità dei c.d. Paesi GIIPS[1]. Dall’altra parte, la BCE è stata ora obbligata ad assumere il ruolo di un “pompiere” recalcitrante, che estingue i fuochi regionali generati dal corto circuito dovuto allo stesso Trattato istitutivo dell’UME, che ha creato una banca centrale sovranazionale sulla base dei principi neoclassici. L’Europa necessita di ridefinire le sue stesse istituzioni per evitare di affossarsi in uno stato di stagnazione economica permanente, tutto in nome della moneta unica.

 

*Professore di Economia, Università di Ottawa, direttore dell’International Journal of Political Economy

 

[1] Grecia, Irlanda, Italia, Portogallo e Spagna.

 

[Traduzione a cura della redazione di Economia e Politica]

4 Commenti


  1. martelun scrive:

    Oggi roma 05/07/2010

    Sono anni che si osserva e si può riflettere sul fatto che si producono una quantità enorme di merci e che i consumatori non riescono a comprarle tutte.
    Nel tempo si registra che questi pensieri si trovano anche nei contenuti di occasionali articoli di giornali, di sporadici programmi televisivi, di saltuarie interviste radiofoniche. Due esempi.

    1) Nel mondo, c’è una capacità di produzione di 94 milioni di vetture l’anno (2007), il mercato mondiale ne assorbe 74 milioni, c’è una sovrabbondanza di capacità di 20 milioni l’anno.

    2) Si constata che c’è una capacità di produzione di vini elevata, nel mondo si producono 269 milioni di ettolitri all’anno (2008), si consumano 244,9 milioni di ettolitri la differenza di 24,1 milioni di ettolitri viene trasformata, nella maggior parte, in alcool industriale, in Europa, distillazione di crisi.

    La “Lettera degli economisti” (14 giugno 2010), riporta i pensieri e le osservazioni all’oggettività della realtà che molti uomini percepiscono e che, contemporaneamente una categoria di esperti economici confermano con l’autorevolezza, che gli viene riconosciuta dalle competenze che hanno nella materia di cui sono specialisti.

    La crisi mondiale 2007-2008 è tutt’ora in corso.
    Le cause strutturali non sono state affrontate: nessuno è in grado di assorbire, come una “spugna” la produzione di merci che si producono.

    L’economista Loretta Napoleoni (16 giugno 2010) scrive che la crisi è sistemica e deriva dalla caduta tendenziale del saggio di profitto. Capitale e lavoro sono i due termini dell’equazione se non si affrontano queste tematiche niente superamento della crisi.

    Si deve produrre sempre di più per cercare di avere un interesse remunerativo per il capitale investito. Ci troviamo con un abbondanza di merci e la capacità di spesa dei lavoratori diminuisce, si acquistano meno prodotti.

    Nel 2001 si era arrivato ad una situazione di avere mercati maturi.
    Si è immesso della moneta a bassissimo costo sul mercato mondiale più grande quello degli Stati Uniti per fare in modo che i consumatori di questo Stato trainassero i consumi mondiali, si sono dati mutui per case a persone insolvibili, in modo che queste continuassero a comprare merci indebitandosi.
    Si è attivati per costruire guerre: Afganistan e Iraq; per la distruzione di merci, uomini e mezzi di produzione.

    Il gioco è durato sei anni, nel 2007 negli Stati Uniti, la bolla speculativa delle case è scoppiata e tutte le creazioni degli strumenti finanziari che poggiavano su ciò hanno mostrato i propri limiti.
    Dal 2007 ad oggi luglio 2010, si sono spese tante energie di idee, tempo e soldi per impedire che il sistema creato non esplodesse.

    Questa Depressione non è altro che la terza che subbiamo.
    La prima, 1873-1895, avvenuta per il grande progresso tecnologico che permise di produrre merci in quantità enormi, crescita dell’economia, a fronte di salari bassi incapaci di acquistarle, le merci per essere vendute subirono un calo di prezzi, qui è avvenuta la prima deflazione.

    L’effetto di questa deflazione fu maggiore concorrenza tra le aziende che per mantenere bassi i prezzi delle merci dovevano ristrutturarsi divenendo sempre più grandi per ottenere economie di scala accettabili a produrre prodotti a prezzi concorrenziali. La ristrutturazione delle aziende necessitava di capitali che furono trovati attraverso la creazione di un sistema bancario che raccogliesse i piccoli risparmi di massa e li immettesse nel circuito industriale. Gli Stati acquisirono la consapevolezza di essere dirigenti del sistema-paese e cominciarono a produrre Piani Industriali, la politica si assunse il compito primario di direzione.
    Furono trovati altri mercati di sbocco delle merci: le colonie.

    La seconda, Depressione, crisi del 1929 o crollo di Wall Street, al continuo aumento della produttività non corrispondeva un altrettanto proporzionato aumento del potere d’acquisto, il capitale non era remunerato in maniera adeguata negli investimenti industriali e quindi si riversava nella speculazione finanziaria, si venne a creare un Sistema in cui anche i piccoli risparmiatori erano spinti a comprare azioni che in apparenza sembrava che li arricchisse. Seguito da anni di disoccupazione di massa. Il fattore comune tra la prima e la seconda Depressione è stata la deflazione.

    La terza Depressioni è quella che stiamo vivendo oggi. Dove si scontrano due linee di tendenze per far uscire l’economia mondiale dalla crisi.

    Da una parte gli Stati Uniti di Barak Obama, il quale afferma, 26 giugno 2010 “La ripresa mondiale è fragile, esposta al rischio di un cataclisma improvviso”. “Occorre una crescita durevole che dia lavoro ai disoccupati”. Dalla Cina che come paese con la bilancia commerciale in avanzo è disposta alla rivalutazione della sua moneta il renminbi, per favorire l’importazione delle merci e consumare di più rispetto ad oggi. Dal Brasile, con il ministro delle finanze Guido Mantega che dichiara che “il rigore finanziario dell’Europa danneggia i paesi emergenti”. Dall’India con il premier Manmohan Singh : “La mia sensazione è che un contenimento fiscale possa portare a dei rischi globali molto considerevoli” che potrebbero compromettere la ripresa economica di tutto il mondo. La fragile economia mondiale ha bisogno più di s t i m o l i per la spesa che di tagli. “Se tutti tagliano le spese simultaneamente, si va verso una nuova crisi”. Dall’Argentina il cui capo di Stato Cristina Fernandez Kirchner “la necessità di non effettuare i tagli e di mantenere le misure contro-cicliche garantendo il lavoro”. Il pericolo è la deflazione.
    L’economista francese Jean-paul Fitoussi è d’accordo con il ministro del tesoro degli Stati Uniti Timoty Geithner, se tutti punteranno sul risanamento della finanza pubblica, il risultato sarà una gigantesca deflazione, ovvero l’azzeramento della domanda e con essa dell’occupazione, della crescita, del miglioramento delle condizioni di vita.
    Esprime il medesimo concetto del premier Manmohan Singh come è possibile che tutto il mondo riesca a portare i bilanci in surplus o quasi?
    Occorre “ impegni per il risveglio sia della domanda pubblica che privata. Investimenti, opere pubbliche, sostegni di qualsiasi tipo. A costo di allargare i tanto temuti disavanzi, perché il momento è drammatico e i bilanci pubblici servono a questo”.

    L’economista, americano Paul Krugman ribadisce che è una crisi da deflazione, sovrapproduzione.
    Abbiamo imparato dalle due Depressioni precedenti che di fronte alla crisi finanziaria bisogna tenere bassi i tassi d’interessi e che bisogna immettere liquidità nei mercati del credito e le Banche Centrali hanno attuato questa politica monetaria. I governi hanno fatto salire il deficit di fronte di fronte ad una economia in forte calo, hanno compreso l’insegnamento che viene dal passato.
    Quello che non hanno capito e che la recessione finanziaria è stata superata ma la recessione dovute a cause strutturali di sovrapproduzione no e quindi si devono ancora effettuare investimenti.

    Dall’altra, l’Europa con Trichet, presidente della Banca Centrale Europea, che plaude le politiche restrittive che i vari paesi europei stanno attuando. La Merckel “è finito il tempo degli ampi programmi di spesa pubblica, è ora di passare all’exit strategy”.
    E vogliamo capire come si è riuscito a far accettare ai P o p o l i E u r o p e i l’imposizione psicologica dei sacrifici? Attraverso uno spregiudicato gioco politico costruito dalle forze speculative monetarie sul popolo Greco, sulla sua insolvibilità e sul rischio della scomparsa della moneta unica: l’Euro.

    In Europa la scelta di attuare politiche di rigore di bilancio non è causale. Persegue l’obiettivo di mantenere I n t e r e s s i S o c i a l i C o n s o l i d a t i .
    Smantellamento dello S t a t o S o c i a l e e d i D i r i t t o , ulteriore frammentazione ed indebolimento del L a v o r o , R i s t r u t t u r a z i o n e e C en t r a l i z z a z i o n e del C a p i t a l e in Europa.
    Edificazione di una Europa rimpicciolita, “un’Europa carolingia”. Dove i capitali vincenti potranno rilanciare l’accumulazione avendo minor concorrenza.

    In Italia il rappresentante della Ristrutturazione e della Centralizzazione del Capitale europeo è il ministro Giulio Tremonti. Mentre il ministro Maurizio Sacconi ha assunto il compito specifico di essere l’alfiere dell’attacco al L a v o r o attraverso la riforma dell’artico 18 dello Statuto dei Lavoratori, il quale stabilisce che il lavoratore che ritenga di essere stato licenziato “senza una giusta causa o un giustificato motivo, può ricorrere al giudice”. Il governo ha proposto dei canali preferenziali, per ricorrere ad arbitrati per risolvere eventuali licenziamenti, il che vuol dire che il diritto a ricorrere al giudice è derogato, sufficiente sancirlo nel contratto di assunzione o in contratti in essere durante il rapporto di lavoro.
    Diritti inderogabili sanciti dall’articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori, legge 300 del 20 maggio 1970, ferie e retribuzioni possono essere bypassate dall’articolo 31 della legge collegata all’attuale finanziaria 2011.

    L’attacco al L a v o r o e ai D i r i t t i è portato avanti anche dall’amministratore delegato della Fiat-Crysler Sergio Marchionne.
    Non si prepara una proposta di accordo non modificabile inserendo l’abolizione del diritto di sciopero, del diritto di malattia, di introdurre straordinari obbligatori, alterando l’orario di lavoro dietro propria inappellabile decisione.
    Non si invitano le Organizzazioni Sindacali, escludendo a priori una di quelle, Fiom, maggiormente rappresentative per far firmare un accordo immodificabile.
    Quindi, non si vuole chiudere trattative per produrre vetture, l’obbiettivo è quello di sparigliare, creare confusione, trarre dalla situazione il massimo profitto possibile.
    La produzione di una Nuova Panda e investire 700 milioni di euro sono nuvole di fumo per nascondere le vere intenzioni che sono quelle di chiudere Pomigliano d’Arco, dopo la decisione di eliminare Termini Imerese a fine 2011, scaricando su operai e Sindacato responsabilità proprie.
    Vedi di“Solidarnosc” lettera dei lavoratori della fabbrica di Tichy (Polonia) ai lavoratori di Pomigliano.
    Anche la dichiarazione sull’esito del referendum afferma la volontà di cogliere qualsiasi spazio di opportunità per gli interessi aziendali non tenendo in nessuna considerazioni interessi sociali del Paese Italia.
    Sergio Marchionni si rivela per quello che è, un grande manager che difende gli I n t e r e s s i S o c i a l i C o n s o l i d a t i nel mondo e in Europa.

    Il presidente della Confidustria Emma Marcegaglia, il 28 maggio dichiara che “una lenta crescita è per noi un’emergenza nazionale”
    “Il bilancio della crisi, avverte Marcegaglia, è “pesantissimo”: rispetto ai picchi del primo trimestre 2008 “abbiamo perso quasi sette punti di Pil e oltre 700 mila posti di lavoro. Il ricorso alla cassa integrazione guadagni è aumentato di sei volte”. Non solo, “la produzione industriale é crollata del 25%, tornando ai livelli di fine 1985: 100 trimestri bruciati”.
    “La manovra economica “contiene misure che Confindustria chiede da tempo. Perciò diamo pieno s o s t e g n o alla l i n e a d i r i g o r e del ministro dell’Economia”. “mancano però interventi strutturali per incidere sui meccanismi di formazione della spesa pubblica” e “servono riforme per rilanciare lo sviluppo”. Le misure di rigore della manovra economica “non vanno indebolite in Parlamento, vanno rafforzate”.
    Il presidente della Confindustria riconosce che la crescita lenta è un “emergenza nazionale” ma privilegia la linea del rigore e quindi della deflazione, e ancora, secondo i dati del Centro studi di Confindustria “l’economia italiana è fuori dalla recensione” ma 246 mila sono i posti di lavori che si perderanno nel 2011.

    Il ministro del tesoro Giulio Tremonti attua una finanziaria di rigore allineandosi al comportamento di tutti i paesi europei.
    La sua finanziaria, attacca pesantemente gli impiegati della Pubblica Amministrazione, bloccando contratti, aumenti, adeguamento del turnover, ritardando il pensionamento di chi ha maturato diritti, taglia pesantemente alle regioni e ai comuni e li obbliga ad aumentare le tasse, Irap e Irpef, rinnova sanatorie.
    Tutti tagli nessun investimento.

    In compenso l’Italia non ha nessun Piano Industriale e da anni.
    “Manca di una visione strategica per lo sviluppo del paese”.
    Non ci sono investimenti sulla ricerca e innovamento.
    La pressione fiscale aumenta.
    La domanda estera debole, è lasciata a iniziative sporadiche ed isolate.
    I consumi interni latitano.
    Il potere d’acquisto dei lavoratori diminuisce.
    L’azione di governo non è granché. Molti annunci nessuna sostanza.
    Non ci sono investimenti sulle infrastrutture.
    Niente sulle grandi Opere.
    Sulle infrastrutture immateriali frena. Vedi il cablaggio di venti città proposto da Wind, Vodafone, Tiscali, Fastweb. Sulle frequenze liberate dalla Tv analogica riassegnate alla Tv digitale invece di affidarli ai provider per la banda larga mobile (3G, 4G, WiMax).
    La disoccupazione aumenta.

    Il ministro del Tesoro Giulio Tremonti, anno dopo anno ci ha dato finanziarie, che sul lato della spesa l’hanno tagliata linearmente e anche quest’ultima del 2011 continua in questo modo.
    Ora bisogna chiedersi se servono 24 miliardi di euro per ridurre le spese del bilancio statale, nella situazione data c’è un’evasione di 120 miliardi di euro l’anno, una corruzione di 60 miliardi di euro all’anno, prendiamo i soldi da lì, e semplice basta indirizzare le forze della magistratura e delle polizie in quella direzione.

    Abbiamo istituti come le province che solo in Sicilia, hanno un costo del 50% della spesa regionale e quindi la loro abolizione porta risparmi sicuri, certi e notevoli.
    Possiamo riallineare il numero dei parlamentari alle maggiori democrazie del mondo riducendone il numero almeno alla metà di quelli attuali diminuendo in questo modo le spese che comportano.
    Ci sono, almeno in una prima valutazione sommaria, 90.000 macchine blu, che potrebbero ridursi a un decimo, solo quelle essenziali, altri risparmi sicuri.

    Se è vero, ed è vero, che tagliare il debito pubblico è essenziale perché rappresenta una massa di soldi utilizzati per pagare gli interessi del debito, quale occasione migliore di quella attuale per riorganizzare la macchina dello Stato, la Pubblica Amministrazione affinché produca spese minori e indirizzarla a migliorare i servizi e a produrre investimenti per arricchire i territori.

    Per fare ciò ci vuole una visione alta del Paese Italia. E’ un’operazione complessa, ma alla nostra portata. E’ un investimento politico culturale a cui tutti possiamo concorrere e partecipare. Ci sono immense energie disponibili che basta poco per essere attivate, si può osservare quello che succede nella Rete (internet) per rendersene conto.
    C’è una capacità di analisi e soluzioni incredibili, energie inesauribili che si autoalimentano e che invece di esaurirsi si moltiplicano.

    Il problema della crisi è strutturale.
    Noi dobbiamo indirizzare la società italiana a iniziare un circolo vizioso dove i mali esistenti, concreti e reali cominciano a trasformarsi e divenire potenti leve per scardinare il Sistema.
    Da dove iniziare è semplice.
    Cominciare ad avere una visione comune e condivisa, ascoltare, captare le necessità che nascono dagli individui, dall’ambiente, dalla società italiana.
    Creare reti di comunicazione permanenti dove trasmettere, apprendere, confrontarsi sui valori, sulle idee, sulle percezioni, sul sentire. Capire che sentimenti propri sono sentimenti anche di altri, di molti, di tanti. Uscire fuori dal nostro solipsismo e non meravigliarci che il nostro sentire è un sentire comune.
    Una volta il confronto era fatto viso a viso, circoscritto obbligatoriamente nell’ambito territoriale, oggi possiamo integrare questa pratica in modo diverso attraverso i social network, le mailing list, i blog, la rete. Dobbiamo utilizzare in massa e massicciamente questi strumenti perché ci permettono di condividere visioni diverse, multiformi e di sintetizzarle e dargli direzione e scopo.
    Non abbiamo più tempo, né capacità di aspettare che le mille e profonde riforme necessarie e impellenti che ci occorrono vengono calate dall’alto, perché gli Interessi Economici Consolidati non hanno nessuna voglia di cambiare, vogliono tenersi stretto quello che hanno e non vogliono dividerlo con nessuno.
    Tutti sappiamo, anche il ministro Giulio Tremonti, il ministro Maurizio Sacconi e così via a cascata il Presidente Emma Marcegaglia, il manager Sergio Marchionni e tutti gli altri che l’Italia è un paese arretrato, vecchio, non in grado di favorire il ricambio delle classi dirigenti, bloccata da mille corporazioni dedite all’autoreferenzialità e alla propria conservazione.
    Dobbiamo riformare il Paese, poche regole capaci di favorire il cambiamento e di tutelare i più deboli.
    Riformare il welfare, non riducendolo ma rafforzandolo e renderlo un gigante per aiutare gli ultimi.
    Riformare la Pubblica Amministrazione, si può fare, esistono già forti semi, volontà che si muovono in questo senso e che già lottano, nonostante tutte le avversità della situazione (proposta della finanziaria 2011) che vorrebbero far arretrare questo movimento che è in cammino da diversi anni, che ha accumulato energia e capacità (forum PA 2010) e che è diventato un treno in corsa che o riesce a fare il salto del cambiamento o si schianta contro il muro dell’ottusità e dell’arretratezza.
    Dare priorità al mondo del Lavoro con contratto unico che garantisca la possibilità di flessibilità ma al tempo stesso dia termini precisi alla precarietà.

    Il problema della crisi è strutturale, andiamo incontro a un lungo periodo di deflazione.
    La seconda Depressione, quella della crisi del ’29 si è trascinata per anni con alti e bassi ed è stata superata solo con l’economia di guerra.
    Questa terza Depressione, cominciata nel luglio del 2007 con la crisi dei mutui sub prime, già dura da tre anni e non si vedono prospettive, vie d’uscita, anzi due visioni contrastanti si stanno confrontando ed attuando.
    La capacità di produrre merci è troppa nel mondo.
    La “lettere degli economisti” indica i meccanismi che l’esperienza storica insegna per combattere la deflazione:
    - non abbassare i salari
    - non favorire i licenziamenti
    - tutelare il Lavoro
    - rafforzare i processi di sindacalizzazione
    - i paesi in avanzo commerciale (Germania) devono favorire l’espansione della domanda interna
    - combattere la sperequazione sociale e territoriale attraverso un sistema di fiscalità progressiva
    - piani di sviluppo finalizzati alla piena occupazione e al riequilibrio territoriale basati su una produzione possibile di beni collettivi (energia rinnovabile
    scuola pubblica
    universit
    ricerca
    innovazione
    trasporti
    sanit
    infrastrutture immateriali
    ambiente).

    - separazione netta tra banche ordinarie e quelle d’investimento finanziario.

    Questi strumenti possono rivelarsi insufficienti, ma è nostro compito, in questo momento, cercare di attualizzali attraverso diffusione, coinvolgimento, condivisione di tanti, di molti, della maggioranza.

    “Le forze economiche non debbono dominare gli uomini, ma - come avviene per le forze naturali - essere da loro sottomesse, guidate, controllate nel modo più razionale, affinché le grandi masse non ne siano vittime”. “Le gigantesche forze di progresso che scaturiscono dall’interesse individuale vanno esaltate ed estese offrendo loro maggiore opportunità di sviluppo e di impiego, e contemporaneamente vanno consolidati e perfezionati gli argini che le convogliano verso gli obbiettivi di maggior vantaggio per tutta la collettività”.


  2. sergio travaglio scrive:

    La tesi centrale di Seccareccia è del tutto convincente: i tagli alla spesa pubblica ridurranno i redditi e conseguentemente i livelli del risparmio privato. E’ evidente che tutto ciò certo non incoraggia la crescita. La tesi secondo cui i tagli al disavanzo pubblico e al debito possono favorire gli investimenti privati è senza fondamento.


  3. silvia87 scrive:

    Estremamente utile. Ci sto scrivendo sopra la tesi di laurea!


  4. marco ferri scrive:

    Analisi molto chiara. Soprattutto si comprende che la compressione della spesa pubblica determinerà un effetto di riduzione dei redditi privati e quindi una ricaduta sul prelievo fiscale e sulle stesse condizioni della finanza pubblica. E’ chiaro che si tratta esattamente del contrario di ciò che occorrerebbe fare in una situzione recessiva. E’ necessaria una finanza funzionale.

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