Per una nuova politica economica in Europa

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Da questo documento è stata estratta una dichiarazione favorevole a una nuova politica economica in Europa, sottoscritta dalle seguenti realtà rappresentative del mondo progressista e della sinistra: AltraMente scuola per tutti, Associazione per il rinnovamento della sinistra, Associazione culturale in Movimento, Centro studi Cercare ancora, Fondazione Buozzi, Fondazione Nenni, Lavoro e Libertà, Le nuove ragioni del socialismo, Marx XXI, Network per il socialismo europeo, Socialismo 2000.

Il 24 e il 25 marzo si tiene a Bruxelles una riunione del Consiglio Europeo sulle misure con cui affrontare la crisi dell’Unione Monetaria Europea (UME). Purtroppo, le scelte che sembrano profilarsi continuano ad essere ispirate ad un approccio conservatore e “rigorista”. È necessaria una campagna che susciti consapevolezza, ed una mobilitazione attorno alla necessità di una svolta nella politica economica europea, che consenta la ripresa della domanda aggregata e quindi rimetta in moto lo sviluppo e la crescita occupazionale.

Le politiche sinora attuate in Europa a sostegno dei paesi “periferici” – spesso caratterizzati da un incremento significativo del rapporto tra debito pubblico e Pil – e quelle che verranno avanzate nel prossimo summit, comportano infatti elevati costi sociali senza risolvere la crisi, anzi aggravandola. Ma a differenza di quanto implicito in quelle politiche, tutti i paesi europei sono egualmente responsabili della crisi, sia quelli forti che quelli periferici, sia quelli debitori che quelli creditori. E come poi diremo meglio, per evitare un aggravamento della crisi alcune proposte ci sembrano essenziali:

– stabilizzazione (non riduzione) dei debiti pubblici dei paesi “periferici” e contestuale impegno della BCE nel sostenere il contenimento del costo del debito; europeizzazione parziale dell’emissioni di titoli pubblici; rilancio delle politiche espansive nei paesi che registrano avanzi della bilancia commerciale (sono questi gli elementi principali di una soluzione che coniughi sostenibilità finanziaria e ripresa della crescita);

pari passu, riforma delle istituzioni economiche europee, in primis della BCE, con l’obiettivo di politiche fiscali e monetarie coordinate e subordinate al controllo democratico dei cittadini;

– sostegno allo stato sociale privilegiando la produzione di beni pubblici, sociali e culturali a basso impatto ambientale; ridefinizione delle politiche del lavoro al fine di ridurre il grado di precarietà nei rapporti di lavoro e tendenzialmente portare ad una crescita della quota dei salari nel reddito nazionale;

– ripresa della competitività a lungo termine, non attraverso le politiche della concorrenza ma consentendo ai paesi di riappropriarsi di strumenti attivi di politica industriale.

I modelli di sviluppo neo-mercantilisti nei paesi centrali dell’Unione confliggono con queste proposte. Ma la forza degli eventi ha già portato l’Unione ad adottare misure precedentemente impensabili, e i rischi di deflagrazione dell’area euro che le politiche attuali comportano possono aprire spazi alle proposte che qui avanziamo.

La crisi dell’euro, costi sociali e insufficienza delle misure proposte

La crisi economica mondiale, la cui principale ragione di fondo va rinvenuta nella caduta nell’ultimo trentennio della capacità di consumo dei lavoratori dei paesi industrializzati, ha avuto un impatto disomogeneo nell’Unione Monetaria Europea, esaltando la divaricazione tra due aree d’Europa, una “centrale” e forte, e l’altra “periferica” e debole. A ben vedere, infatti, la crescita registrata negli scorsi anni in alcuni paesi della periferia si è rivelata effimera, dal momento che si è tradotta in un boom dell’edilizia residenziale più che in un vero rafforzamento industriale. Al tempo stesso, l’incremento del debito pubblico in Spagna e Irlanda ha avuto origine nella necessità di coprire l’indebitamento del settore bancario verso le banche dei paesi forti, e non dunque in irresponsabili politiche di spesa pubblica. Il più forte aumento dei salari nominali (sebbene non di quelli reali) nella periferia, che è seguito alla pur fittizia crescita, ha accentuato la perdita di competitività di quei paesi. In questa vicenda non ci sono paesi buoni e cattivi, né è corretto definire il debito pubblico di alcuni paesi come un “male” o tanto meno come una responsabilità esclusiva di quei paesi; piuttosto, siamo in presenza di scelte di fondo sbagliate riconducibili alla filosofia neo-liberista. Questa ha ispirato sia il neo-mercatilismo dei paesi centrali (che attraverso la moderazione salariale ha condotto a bassi consumi interni ed esportazioni competitive), sia il maldestro tentativo dei paesi periferici di importare attraverso la moneta unica (che per definizione impedisce accomodamenti del conflitto sociale attraverso gli aggiustamenti del cambio) ulteriori dosi di disciplina, flessibilità e precarietà nel mercato del lavoro. In questo contesto, gli aiuti europei a favore dei paesi che sono stati oggetto di attacchi speculativi sono stati resi disponibili a tassi di interesse elevati che, sommandosi all’imposizione di misure di bilancio restrittive, non potranno che aggravarne la crisi, rendendo vani gli enormi prezzi sociali e occupazionali causati da quelle stesse misure. L’intervento della Banca Centrale Europea (BCE) a sostegno dei titoli pubblici di quei paesi, che costituisce una interessante e positiva novità, è stato però del tutto insufficiente.

Purtroppo, le misure in corso di approvazione in questo summit non modificano tale impostazione. Esse si limitano infatti a un marginale rafforzamento del fondo salva-stati già esistente e a definire l’entità di quello che lo sostituirà nel 2013, con un piccolo ritocco all’ingiù dei tassi usurai praticati alla Grecia. Soprattutto, si deliberano piani di riduzione del rapporto debito pubblico/PIL dei paesi ad alto debito, anche attraverso nuove privatizzazioni, ed un meccanismo di sanzioni per i paesi che non vi si attengono. Queste misure confermano il perdurante orientamento conservatore delle politiche europee, indifferente all’aumento della disoccupazione, ai tagli allo stato sociale e all’istruzione, alle prospettive di milioni di cittadini europei, in particolare a quelle delle giovani generazioni.

Contemporaneamente, la BCE sembra volersi sottrarre al proprio dovere di sostegno dei titoli pubblici dei paesi in difficoltà, mentre al contempo si avvia verso un improvvido aumento dei tassi di interesse che nulla può contro l’aumento dei costi dell’energia, dei beni alimentari e delle materie prime. La filosofia che prevale è quella del rigore. Alla deflazione di salari e prezzi interni, la cosiddetta “svalutazione interna”, è assegnato il compito di far riguadagnare a tali paesi la competitività perduta. Si tratta di una logica distruttiva, che nega prospettive al modello sociale europeo e che rischia di mettere in pericolo la tenuta stessa dell’Unione Monetaria, come chiarito nella “Lettera” sottoscritta da oltre 250 economisti italiani e stranieri nello scorso giugno.

Per una nuova politica economica europea

Cosa proponiamo in alternativa? Per evitare la deflagrazione dell’UME non è possibile fare semplicemente affidamento su un sistema di garanzie all’emissione dei titoli dei paesi fortemente indebitati – i cosiddetti Eurobonds, o l’Agenzia Europea per il debito. Queste proposte, di per sé pure interessanti, sono da sole insufficienti, e diventano null’altro che fumo negli occhi, se accompagnate dall’accettazione di nefaste politiche di bilancio restrittive e da una politica monetaria del tutto indifferente allo sviluppo e all’occupazione e preoccupata solo di contenere l’inflazione. Le forze progressiste e il mondo del lavoro, in Europa e in Italia, devono essere consapevoli che occorre una svolta di politica economica per uscire dalla crisi della zona euro e porre le condizioni per uno sviluppo armonico e duraturo.

Sono quattro le misure da mettere in campo immediatamente per intraprendere un percorso che metta fine al rischio di deflagrazione dell’area euro e permetta una ripresa dello sviluppo e della crescita occupazionale nei paesi periferici:

1. occorrerebbe abbandonare le politiche di abbattimento del debito pubblico, chiedendo ai paesi che hanno maggiori livelli del rapporto debito/Pil di stabilizzare nel medio periodo i livelli attuali dei rispettivi rapporti, come proposto per l’Italia dall’Appello degli economisti del 2006. Contemporaneamente, i Paesi con surplus commerciale dovrebbero abbandonare le politiche di moderazione salariale ed effettuare politiche fiscali espansive, tali da riportare in equilibrio la loro bilancia commerciale e contribuendo in questo modo al rilancio delle esportazioni dei paesi indebitati e alla stabilizzazione del debito in quei paesi. Ciò, congiuntamente a un maggior finanziamento del bilancio europeo dovrebbe contribuire a rilanciare immediatamente la domanda aggregata in Europa;

2. la politica monetaria dovrebbe essere orientata a promuovere lo sviluppo, assicurando tassi di interesse sui debiti pubblici sostenibili (sostanzialmente tenere molto bassi i tassi di interesse a lungo termine), tali cioè da stabilizzare il debito senza mortificare spesa sociale, occupazione e crescita;

3. la dinamica della domanda interna e la politica salariale dovrebbero essere orientate al perseguimento, in particolare nei paesi con avanzi con l’estero, di un tasso di inflazione non inferiore a quello di riferimento europeo – da accrescere al 3%. Al tempo stesso, i salari reali dovrebbero aumentare in ciascun paese non meno della produttività del lavoro. Anche per favorire ciò dovranno essere introdotte forme di tutela quali il salario minimo garantito (come scritto in una recente risoluzione del parlamento europeo) e riforme del mercato del lavoro che riducano la precarietà. I paesi che continuassero a praticare politiche deflazionistiche e restrittive, al fine di realizzare obiettivi d’inflazione inferiori a quello europeo, cercando di guadagnare così competitività a spese dei partner, dovrebbero essere soggetti a misure di pressione volte a determinare un mutamento di quelle politiche;

4. occorrerebbe contrastare la speculazione internazionale e i fenomeni di dumping sociale in particolare da parte dei paesi esterni all’Unione Monetaria, con forme di regolamentazione e imposizione fiscale sulle transazioni finanziarie speculative e sul commercio sleale, e di armonizzazione fiscale.

Le proposte ora delineate non possono non richiedere un mutamento profondo delle istituzioni economiche europee, e in particolare:

a) va ufficializzato il ruolo dell’Eurogruppo (il consiglio dei ministri economici) come sede di coordinamento della politica fiscale e monetaria con l’obiettivo prioritario della piena occupazione;

b) lo statuto della BCE va modificato, contemperando l’obiettivo della stabilità dei prezzi a quello della piena occupazione (similmente a quanto avviene per la FED statunitense). Che scelte vitali per milioni di cittadini, quali quelle della politica monetaria, siano nelle mani di una istituzione tecnocratica non vincolata alle scelte popolari espresse dai Parlamenti nazionali ed europeo, dovrebbe risultare intollerabile. Quindi va valorizzato il ruolo di indirizzo delle politiche economiche.

Le vicende che hanno accompagnato la crisi mostrano che dietro la pressione degli eventi sono possibili rapidi passi in avanti, precedentemente quasi impensabili. La mobilitazione della sinistra europea dovrebbe spingere tale processo più in là, anche accrescendo la coscienza di massa su questi temi. In questo quadro sarebbe possibile rilanciare il modello sociale e cooperativo europeo su pilastri quali:

– politiche del lavoro e distributive volte ad assicurare una più equa distribuzione del reddito che, in un quadro non inflazionistico da realizzarsi col consenso dei lavoratori e delle loro organizzazioni, sostenga attraverso una crescita della parte del prodotto sociale che va ai lavoratori la domanda interna nei vari paesi;

– più armonico equilibrio territoriale ed implementazione di un meccanismo di riaggiustamento rispetto agli squilibri territoriali garantito da un consistente finanziamento del bilancio dell’Unione, che possa assecondare l’ulteriore espansione della domanda;

– sostegno ai sistemi di welfare state come strumento di coesione sociale;

– sostenibilità ambientale con lo sviluppo di consumi sociali ed investimenti in conoscenza e tecnologie sostenibili.

Il rilancio delle competitività nazionali, in particolare nella periferia, non potrà mai avvenire in un quadro di caduta dell’occupazione, delle spese sociali, dei livelli di istruzione e delle innovazioni.

Al riguardo, ciascun paese deve riacquistare la sovranità completa nella politica industriale che includa un intervento attivo del settore pubblico, di programmazione e partecipazione diretta, nei settori industriale, energetico e bancario. I sistemi bancari nazionali vanno in particolare riformati nella direzione di farne uno strumento di supporto ad uno sviluppo reale e sostenibile, non drogato da bolle speculative.

L’Europa a un bivio

Le proposte liberiste e rigoriste in discussione nel summit europeo aggraveranno il carattere dualistico dell’economia europea: un “centro” poderoso che persegue politiche neo-mercantiliste di vendere molto agli altri e comprare poco, e una “periferia” destinata al declino economico, sociale, ambientale e all’instabilità politica. Esse sono infatti profondamente sbagliate e non potranno che accentuare la minaccia della deflagrazione monetaria, sociale e politica dell’Europa. È indispensabile una diversa politica economica volta alla crescita concertata ed equilibrata dell’occupazione e dei consumi sociali, nel rispetto dell’ambiente. Su questi temi il mondo progressista italiano ed europeo deve farsi promotore di una campagna che accresca la consapevolezza e la mobilitazione popolare.

8 Commenti

  1. La bolla speculativa dei prezzi degli asset finanziari causa un eccesso di produttivit� nei settori produttivi con vantaggio competitivo, ha creato distorsioni per gli interventi di politica economica che sono stati indirizzati in termini di contenimento della spesa a danno dei settori meno competitivi. In altre parole la super-produttivit� in alcune economie crea svantaggi comparati per altri settori con bassa produttivit� determinando squilibri di bilancio finanziari tale per cui l’intervento pubblico � caratterizzato come attivit� equivalente a quella privata con il conseguente effetto di “rigore” nel bilancio.Quindi risulta pienamente condivisibile una politica di stabilizzazione di bilancio attraverso politiche comunitarie costruttive come �, ad esempio, la politica industriale.

  2. Se non capisco male i risultati del Summit vanno in direzione opposta alla vostra. Gli aiuti ai paesi periferici sono a titolo (molto) oneroso e vengono attribuiti anche in cambio di tagli alla spesa statale. Giusto? Ma che razza di aiuti sono? E come possono pensare di riequilibrare l’Europa in questo modo. Secondo me cos� preparano una crisi ancora pi� grave. Non vi pare?

  3. Mi sembra eccellente, e del tutto coerente con le vostre precedenti iniziative, l’idea di stabilizzare il debito/PIL ai livelli attuali dei paesi periferici e incrementare la domanda aggregata europea mediante il mix di politiche espansive dei paesi in avanzo di bilancio, rifinanziamento del bilancio europeo, politiche monetarie accomodanti. Questa � senz’altro la strada per evitare che l’Unione Monetaria si avviti su s� stessa.

  4. Assolutamente condivisibile la proposta di far cambiare rotta alla politica economica in Europa. Qualche punto di riflessione lo farei sulla proposta di politiche industriali nazionali e indipendenti dall’Europa perch� se vogliamo affrontare le altre realt� mondiali, non per batterle, sopravanzarle ma per indirizzarle verso modelli diversi non possiamo andare gnuno per la nostra strada. E’ la strada che dobbiamo cambiare e per farlo dobbiamo innanzitutto eliminare il gigantesco conflitto di intresse all’interno delle elites politico-finanziarie. Troppe sovrapposizioni che poi consentono alla fnanza di decidere le strategie

  5. alcune cose che mi lasciano perplesso: la competitivit�;penso che l’ apertura dei mercati,della circolazione di moneta ecc..comporti , perseguendola un costante abbassamento dei redditi dei salariati a scapito di una ripresa basate sui consumi. Il debito:devo capire come mai l’ Argentina del dopo crac cresca a ritmi cinesi, o quasi, e dopo non aver pagato il debito ( che io sappia ha concordato di restituire il 30%).
    Concordo con molte delle cose che avete scritto ma la struttura del debito e la moneta e il ruoloc che giocano in europa non mi sono chiari e mi pare contradittorio il recupero della sovranit� nazionale sulle politiche industriali con una maggiore integrazione europea. C’� staoto un tempo in cui era forse possibile pensare ad una maggiore integrazione ma proprio l’ accuirsi delle concorrenze la rende obsoleta e lo stesso si pu� dire dei differenti debiti. Azzardo: l’ europa potrebbe nascere con due o tre atti, l’ abolizione del debito non legato a forniture materiali, l’ esclusione dei paesi che non hanno la moneta comune dai meccanismi di governo, la standardizzazione del welfare in “alto”, la ripubblicizzazione delle banche centrali e della BCE e quindi della emissione di moneta, trattamento fiscale standard in tutta la UE. (forse servirebbe altro, rivoluzione compresa, ma altrimenti non la vedo bene per l’ europa).
    Scusate se ho detto pi� sciocchezze che proposte “impossibili”
    Saluti
    Giampaolo

  6. Concordo con Giampaolo e riancio.Il cambio di rotta per la piena occupazione e la difesa dei diritti sociali che viene proposta dagli autori, non pu� avvenire, semplicemente perch� la struttura e il funzionamento di questa Europa � totalmente nelle mani di pochi non eletti in sede europea (i 27) e in una manciata di grandi investitori privati (soci delle banche centrali) non solo non eletti, ma anche non europei. La mancanza di strumenti democratici a disposizione del popolo europeo permette ai pochi 27 di avere il sopravvento sugli interessi di mezzo miliardo di persone.
    Non ci sar� svolta socialmente compatibile senza un processo di democratizzazione dell’Europa e senza la ripubblicizzazione di banche centrali, di emissione e di ripubblicizzazione della moneta stessa.
    Vi invito a prendere visione della Campagna “No al Patto dell’Euro, per un’Europa dei beni comuni�”
    https://sites.google.com/site/europaperibenicomuni/home

  7. Puortroppo in Italia non c’e8 un partito che abbia a cuore i brebmoli delle persone, la vera sinistra e scomparsa, e ci ritroviamo con questi perfetti buffoni, pensano tutti alle loro poltrone, a fovoritismi di qualsiasi genere e servono sempre il Dio potere economico. Credo ci voglia un’insorgenza dal basso.

  8. Dobbiamo abbassare i prezzi per creare turismo l’Italia piace una propaganda del paese meno cara d’europa per attirare turisti di tutto il mondo.

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