Narcotraffico e capitalismo criminale

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Il capitalismo criminale, alimentato prevalentemente dal narcotraffico, crea consenso sociale, delimita un blocco sociale, che assume un ruolo non sempre marginale nel contesto della frammentata realtà sociale del modo di produzione capitalistico contemporaneo.Il narcotraffico non alimenta solo la sofisticata macchina di corruzione che giunge fino alle più alte sfere istituzionali, come mostra la vicenda di Pablo Escobar, ma rappresenta in alcune regioni l’unica forma di economia di sussistenza.

Il commercio di droga su larga scala e con metodi di gestione capitalistici è una invenzione del colonialismo inglese: l’Est India Company  costruì sul traffico di oppio verso la Cina gran parte della sua potenza politica ed economica[1]. In due articoli per il New York Daily Tribune del settembre 1858, Karl Marx così descrive sinteticamente, ma con grande efficacia, l’evoluzione del turpe commercio gestito dai mercanti inglesi:

Prima del 1767, le quantità di oppio esportate dall’India non superavano le 200 casse da 133 libbre l’una. In Cina l’oppio era ammesso come medicinale dietro pagamento di un dazio di tre dollari la cassa, e a quell’epoca il quasi monopolio della sua importazione nell’Impero era detenuto dai portoghesi che si procuravano la droga in Turchia. […][2]. Alimentato dalla Compagnia delle Indie orientali, invano combattuto dal governo centrale di Pechino, il traffico d’oppio assunse gradualmente proporzioni sempre più vaste fino ad assorbir nel 1816 due milioni e mezzo di dollari. L’apertura del commercio indiano in quell’anno – con la sola eccezione del commercio del tè, di cu la Compagnia delle Indie orientali mantenne il monopolio – diede nuovo e vigoroso impulso alle iniziative dei contrabbandieri inglesi. Nel 1820 il numero di casse contrabbandate in Cina era salito a 5147, nel 1821 a 7000, nel 1824 a 12.639[3].

            Quando il governo imperiale cinese inasprì i divieti sulla importazione di droga, la potenza coloniale britannica reagì con la forza scatenando le due guerre dell’oppio (1839–1842: 1856–1860) costringendo la Cina a tollerare il commercio dell’oppio, che contribuì alla distruzione dell’assetto sociale e politico cinese. L’Impero britannico nell’Estremo Oriente usò di fatto gli stessi metodi di un Narco-Stato conseguendo laute entrate per compensare la bilancia commerciale verso la Cina, largamente deficitaria[4].

            La tabella 1 descrive l’andamento delle importazioni di oppio dall’India verso la Cina tra il 1650 e il 1880.

Tab. 1. Esportazioni di oppio dall’India in Cina, in tonnellate metriche

                                         Fonte: UNODC, 2008:175

            La tolleranza dei governi colonialisti occidentali verso il consumo di oppio cominciò a declinare all’inizio del XX secolo, quando il consumo di stupefacenti si stava diffondendo anche negli stessi paesi occidentali. Furono gli Stati Uniti, particolarmente colpiti dal crescente consumo di oppio, diffuso nel paese dagli immigrati cinesi, che sollecitarono una conferenza internazionale sul traffico di stupefacenti, tenuta a Shanghai nel 1909. Nel 1912 la conferenza de L’Aia approvò una prima convenzione internazionale sul traffico di droga, sottoscritta da Germania, Stati Uniti, Cina, Francia, Regno Unito, Italia, Giappone, Paesi Bassi, Persia, Portogallo, Russia e Siam, con la quale si stabiliva che:

gli Stati firmatari devono compiere i loro migliori sforzi per controllare, o per incitare al controllo di tutte le persone che fabbrichino, importino, vendano, distribuiscano ed esportino morfina, cocaina, e loro derivati, così come i rispettivi locali dove queste persone esercitino tale industria o commercio

La convenzione de L’Aia fu recepita nel Trattato di Versailles e ulteriori restrizioni furono adottate alla conferenza di Ginevra del 1925, con la quale fu istituito un organo di controllo internazionale nell’ambito della Lega delle Nazioni (International Narcotics Control Board), ma il solo paese a introdurre leggi severamente proibizioniste furono gli Stati Uniti (Harrison Narcotics Act del 1914; Heroin Act del 1924; Marihuana Tax Act del 1937), mentre in altri paesi invece non furono varate leggi specifiche proibizioniste sul consumo e la produzione di droga, lasciando mano libera ai trafficanti.

Nel secondo dopoguerra, i flussi di traffico di droga, soprattutto eroina, invertirono la rotta, dirigendosi non più verso il mercato cinese, ma verso l’Europa e gli Stati Uniti.  Il Mediteranno fu al centro di questo traffico. L’oppio prodotto soprattutto in Turchia, transitava attraverso la Siria per giungere a Beirut e infine a Marsiglia dove veniva raffinato illegalmente sotto il controllo della criminalità corsa ed esportato negli Stati Uniti. Un’altra parte di materia prima, tramite l’intermediazione della mafia siciliana, veniva raffinata da imprese farmaceutiche italiane (in assenza di una legislazione repressiva), per essere poi esportata anch’essa verso il mercato americano. L’ingresso negli Stati Uniti avveniva sia direttamente attraverso il porto di New York, controllato da Cosa Nostra, o attraverso l’America Latina o il Canada, sotto il controllo della criminalità corsa. Cuba e Tangeri, rispettivamente sotto il controllo di Cosa Nostra e dei corsi-marsigliesi, fungevano da principali luoghi di stoccaggio[5].

            All’inizio degli anni Settanta, il consumo di droghe, negli Stati Uniti soprattutto, era cresciuto esponenzialmente, complice da un lato la cultura hippy e dall’altro il difficile reinserimento nella vita civile dei soldati reduci dal Vietnam, dove il consumo di droga, soprattutto marijuana ed eroina, era stato tollerato e anche incentivato dalle autorità militari. Questa situazione di emergenza spinse il governo americano ad iniziative diplomatiche dirette a reprimere i luoghi di origine del traffico, sia in Francia sia in Turchia. La rete di trafficanti marsigliesi fu smantellata e il governo turco attuò una drastica repressione contro i produttori di oppio. Tuttavia, queste azioni ebbero l’effetto di spostare le aree di coltivazione dalla Turchia, all’Iran, all’Afghanistan e al Pakistan (la cosiddetta Mezzaluna d’Oro), sotto il controllo di coltivatori di etnia pashtun. Attraverso l’intermediazione di bande curde, una parte della produzione di oppio veniva raffinato clandestinamente in laboratori turchi e siriani, per giungere attraverso i Balcani nel cuore dell’Europa. Un’altra parte giungeva direttamente in Sicilia, dove veniva raffinata e trafficata negli Stati Uniti. Dopo l’eliminazione dei clan corsi, Cosa Nostra, infatti, aveva assunto il controllo del traffico di droga verso gli Stati Uniti, facendo della Sicilia la principale base di raffinazione e di stoccaggio. Furono poi i trafficanti della Mafia siciliana e di Cosa Nostra ad inserire i produttori del Sud Est Asiatico, fino agli anni Settanta ai margini, nel circuito del traffico internazionale. A determinare l’ascesa del cosiddetto Triangolo d’Oro, l’area montuosa compresa nelle zone di confine fra la Birmania, il Laos e la Thailandia, fu soprattutto la qualità del prodotto creato nei laboratori clandestini, la sofisticata eroina bianca numero 4, nettamente superiore alla grezza eroina base, detta Brown Sugar, e largamente consumata dalle truppe americane in Vietnam.

            Il predominio della Mafia siciliana e di Cosa Nostra nel traffico di droga si esaurì alla fine degli anni Ottanta, per passare sotto il controllo della criminalità cinese, curda o portoricana, attraverso contatti diretti con i produttori sia della Mezzaluna d’Oro che del Triangolo d’Oro,

            Gli anni Ottanta segnarono anche l’ascesa della cocaina e dei produttori e trafficanti sudamericani, inaugurando un nuovo e ricchissimo canale di traffico verso gli Stati Uniti e l’Europa. I flussi di traffico, sempre più intesi a partire dagli anni Novanta, partivano dalle coltivazioni di coca in Bolivia, Perù e Colombia per giungere nei mercati di consumo attraverso gli espedienti più ingegnosi. La particolarità dei narcos colombiani consisteva proprio nella loro capacità di mimetizzare il traffico illecito con varie tecniche, utilizzando soprattutto il trasporto con piccoli aerei grazie a piste clandestine costruite nel cuore della giungla,  e garantirsi l’immunità con una sofisticata macchina di intimidazione e corruzione, giungendo fino alle più alte sfere istituzionali. Il traffico si svolse prima sotto l’egemonia dei cartelli colombiani, e poi dopo la repressione imposta dalle autorità statunitensi, sotto il controllo dei trafficanti messicani, che, all’inizio del nuovo millennio, ampliarono il giro di affari producendo anche marijuana, eroina, metanfetamina ed altre droghe sintetiche da immettere nel mercato americano ed europeo.

La lotta al traffico di stupefacenti, nota come war on drugs,che prevedeva non solo la repressione del traffico all’interno degli Stati Uniti, ma anche iniziative militari ed operazioni di polizia nei paesi produttori[6] (distruzione di piantagioni utilizzando la fumigazione con potenti diserbanti cancerogeni) e incentivi per convertire le culture di coca in coltivazioni legali[7], ha contribuito a diffondere e differenziare più che eliminare le fonti di produzione delle droga,  sostituendo i centri smantellati con nuovi centri in altre aree geografiche e generando quello che in letteratura è stato definito come balloon effect, perché la produzione di droga passa da un’area geografica all’altra come un palloncino che si sgonfia in un punto per rigonfiarsi in un altro[8].  Così tra gli anni Ottanta e Novanta, la Colombia sostituì gran parte della produzione persa nei paesi andini, guadagnando il ruolo di primo produttore di coca, raggiungendo nel 2000 oltre il 90% della offerta mondiale[9], e i paesi dell’America Centrale (Panama in particolare) con il Messico si sostituirono ai Caraibi come principale via di transito verso i mercati di sbocco, creando due nuove vie di commercio illecito attraverso il Pacifico (Pacific Corridor) e il Golfo del Messico[10].

La caratteristica del traffico di droga nel nuovo millennio è proprio la differenziazione delle fonti di approvvigionamento e la enorme diversificazione dei prodotti, non solo oppiacei o cocaina, ma anche la diffusione crescente di oppioidi semisintetici e sintetici.

            Le tabelle 2 e 3 mostrano la capacità produttiva di oppio in Asia nell’ultimo decennio, dove si nota il primato assoluto dell’Afghanistan.

Tab. 2. Coltivazioni illegali di oppio in Asia (in miglia di ettari) 2007-2020

Fonte: UNODC, 2021: Statistical Annex; Narcotics Control Report, 2021

Tab. 3. Produzione potenziale di oppio in Asia (in tonnellate) 2007-2020

Fonte:UNODC, 2021 :Statistical Annex; Narcotics Control Report, 2019, vol. I: 23

            Le tabelle 4 e 5 descrivono invece la capacità produttiva dell’America Latina di coca, sempre nell’ultimo decennio.

Tab. 4. Coltivazioni illegali di coca (in ettari) 2007-2019

Fonte: UNODC, 2021: Statistical Annex; Narcotics Control Report, 2019, vol. I: 23

Tab. 5. Produzione potenziale di cocaina pura (in tonnellate) 2007-2019

Fonte: UNODC, 2021; Statistical Annex; Narcotics Control Report, 2021, vol. I: 23

Il primato dell’Afghanistan è confermato anche nella produzione di eroina (tabella 6).

Tab. 6. Produzione potenziale di eroina (in tonnellate) 2007-2019

Fonte: Narcotics Control Report, 2021, vol. I: 23

Mentre per la cannabis il primate della produzione spetta al Marocco (con 72.781 tonnellate) seguito dal Messico (con 11.000 tonnellate), nel periodo 2012-2017 (tabella 7).

Tab. 7. Produzione di cannabis 2012-2017 (in tonnellate)

Fonte: UNODC, 2019

Nonostante che il consumo di cannabis sia il più diffuso al mondo, non esistono informazioni complete sulle coltivazioni e sulla produzione complessiva, questo in gran parte è dovuto alla estrema varietà delle specie botaniche e dei derivati[11] e alla difficoltà di individuare le coltivazioni spesso localizzate in zone inaccessibili o disseminate in micro-coltivazioni che sfuggono a qualsiasi controllo sistematico. Solo una parte della capacità produttiva viene individuata attraverso l’attività repressiva che porta alla individuazione e alla successiva eliminazione di piantagioni o sequestri di raccolti pronti per essere avviati ai canali di spaccio. Del resto negli ultimi anni le tecniche di coltivazione sono diventate particolarmente sofisticate, adottando anche procedura di modifica genetica per aumentare le rese per ettaro e potenziare l’efficacia del principio attivo contenuto nella pianta[12]. Sugge ad una quantificazione statistica attendibile anche l’ammontare della produzione di droghe sintetiche calcolabile per approssimazione solo attraverso l’ammontare di sequestri.

            Attraverso itinerari complessi che richiedono rilevanti capacità organizzative e di programmazione, che solo organizzazioni complesse possono avere, la droga raggiunge i mercati di sbocco per inondare il mercato negli infiniti e sfuggenti rivoli dello spaccio, soddisfacendo una domanda sempre più avida.

All’inizio degli anni Settanta, in un rapporto sul consumo di droga del Congresso degli Stati Uniti si definiva “l’eroinomania è un problema essenzialmente americano”[13], dieci anni dopo il senatore Joe Biden sottolineava che il primato americano era stato largamente superato dai dati europei sulla percentuale di tossico dipendenti e di morti per droga[14].  Le società opulente di Stati Uniti, Europa ed Oceania sono i più rilevanti mercati di sbocco del traffico di droga, ma non gli unici mercati, in quanto il consumo è in aumento, seppur con modalità differenti, anche in Africa e in Asia.

            Nel 2018 si stima che 269 milioni di persone tra i 15 e i 64 anni hanno almeno una volta fatto uso di sostanze stupefacenti, una cifra che è pari al 5,4 per cento della popolazione mondiale. Nel 2009 erano 210 milioni, pari al 4,4 per cento della popolazione mondiale. In poco meno di dieci anni la popolazione che usa stupefacenti, anche occasionalmente, è aumentata del 30 per cento, in parte per effetto dell’incremento demografico (aumenta dello stesso periodo del 10 per cento). Si stima che nel 2030, fermo restando la domanda e per solo effetto della crescita demografica, 200 milioni di persone avranno utilizzato sostanze stupefacenti per almeno una volta, cifra corrispondente al’11 per cento della popolazione mondiale.  I dati disponibili mostrano una supremazia dei derivati dell’oppio e della cannabis[15], a cui si aggiunge, in continuo aumento l’uso di droghe sintetiche, soprattutto in Nord America. Le tabelle 8 e 9 mostrano in dettaglio lo stato della domanda di stupefacenti in valore assoluto e nelle relative percentuali.

Tab. 8. Prevalenza (numero di casi) nell’uso di droga (dati in migliaia, migliori stime, età 15-64 anni). Anno 2019

Fonte: UNODC World Drugs Report 2021

Tab. 9. Prevalenza nell’uso di droga (dati in percentuale, numeri di casi / popolazione 15-64 anni, migliori stime). Anno 2019

Fonte: UNODC World Drugs Report 2021

            L’analisi dell’andamento dei prezzi medi mostra una prevalente tendenza alla loro diminuzione, evidenziando il peso della crescente offerta e della sua ampia differenziazione (tabelle 10 -13).

Tab. 10. Prezzo medio al dettaglio dell’eroina per grammo (in blu) e prezzo medio all’ingrosso dell’eroina per chilogrammo (in rosso) in Europa (in euro, media deflazionata anno base 2017, paesi dell’Unione Europea, Norvegia e Svizzera)

Fonte: UNODC 2019

Tab. 11. Prezzo medio al dettaglio della cocaina per grammo (linea blu) e prezzo medio all’ingrosso della cocaina per chilogrammo (linea rossa) in Europa (in euro, media deflazionata anno base 2017, paesi dell’Unione Europea, Norvegia e Svizzera)

Fonte: UNODC 2019

Tab. 12. Prezzo medio al dettaglio dell’eroina per grammo (linea blu) e prezzo medio all’ingrosso dell’eroina per chilogrammo (linea rossa) negli USA (in dollari, media deflazionata anno base 2017)

Fonte: UNODC 2019

Tab. 13. Prezzo medio al dettaglio della cocaina per grammo (linea blu) e prezzo medio all’ingrosso della cocaina per grammo (linea rossa) negli USA (in dollari, media deflazionata anno base 2017)

Fonte: UNODC 2019

            La distribuzione dei profitti tra i vari partecipanti alla catena produttiva e distributiva, che coinvolge i coltivatori locali, i trafficanti che assicurano il trasporto della droga, i grossiti e infine le organizzazioni di spaccio al dettaglio, è fortemente asimmetrica, privileggindo l’ultimo stadio della catena distributiva e penalizzando fortemente i produttori, in genere contadini coltivatori, spesso del tutto ignari dei lauti giadagni legati al loro lavoro. La tabella 18 mostra la distribuzione dei profitti lordi nella produzione e traffico di cocaina. Come si può notare la distribuzione dei profitti è correlata al livello di rischio che è più elevato nella distribuzione al dettaglio, e relativamente minimo per i cocaleros.

Tab. 18. Distribuzione in percentuale dei profitti lordi nel traffico di cocaina (anno 2009)

  Fonte: UNODC, World Drugs Report 2010

            Le tabelle 19 e 20 mostrano il peso economico del traffico di droga negli Stati Uniti e in Europa negli ultimi decenni. Si può notare che negli Stati Uniti il volume di affari rappresentato dal traffico di droga si è ridotto sensibilmente nel nuovo millennio, in Europa, invece, il dato di riduzione del peso economico dei narcotraffico è meno drastico. Secondo un rapporto dell’United Nations Drug Control Program (UNDCP), negli stessi anni Novanta il valore in dollari USA del traffico di stupefacenti negli Stati Uniti, superava il valore del debito estero dei paesi andini, della Colombia e del Venezuela.

Tab. 19. Consistenza del traffico di droga nell’economia degli Stati Uniti

Fonte:  UNODC, 2017, The drug problem and organized crime: 24

Tab. 20. Consistenza del traffico di droga nell’economia dell’Unione Europea

Fonte:UNODC, 2017,The drug problem and organized crime: 24

                    Non esistono dati certi sul peso che il narcotraffico ha sui redditi criminali; una stima più rigorosa è contenuta nel rapporto Gli investimenti della mafia, curato dai ricercatori di Transcrime, un centro di ricerca dell’Università Cattolica del Sacro Cuore[16].  Le stime proposte in questa indagine sono sintetizzate nella tabella 21, in cui si evidenzia che la fonte di reddito più importante, dopo le estorsioni,  per il crimine organizzato è costituita dal traffico di droga.

Tabella 4.3. Stime ricavi attribuibili alle organizzazioni criminali (in milioni di euro, 2013)

Fonte: elaborazione Transcrime, 2013: 73

É certo quindi che il narcotraffico è uno degli elementi centrali del processo di accumulazione che è alla base del capitalismo criminale. La diffusione e il rafforzamento di questo tipo di capitalismo negli ultimi decenni è stato favorito dai processi di liberalizzazione finanziaria che hanno reso possibile la moltiplicazione della ricchezza accumulata illecitamente e il suo reinvestimento, mediante sofisticati metodi di riciclaggio, in attività finanziarie e produttive lecite.

Il capitalismo criminale, alimentato prevalentemente dal narcotraffico, crea consenso sociale, delimita un blocco sociale, che assume un ruolo non sempre marginale nel contesto della frammentata realtà sociale del modo di produzione capitalistico contemporaneo. Il bLocco sociale è costituito da un nucleo centrale formato da gruppi criminali attivi sui mercati illeciti, intorno ai quali si aggregano imprenditori di origine criminale che hanno accesso alle risorse pubbliche e gestiscono attività legali, nuclei di burocrazia corrotta e di ceto politico colluso che rendono accessibile alla criminalità le risorse pubbliche sotto il loro controllo,  elementi della borghesia professionale che stabiliscono una cintura protettiva, facilitando le attività di riciclaggio, fornendo servizi di consulenza, non solo di natura legale, approntando i meccanismi di consenso e legittimazione del potere criminale, masse di sottoproletariato (locali e forniti dall’immigrazione. clandestina e non) impiegate come manodopera nelle attività legali o come manovalanza in quelle illegali e sommerse.

Se si volesse individuare una figura simbolo del capitalismo criminale nessuno meglio del narcotrafficante colombiano Pablo Emilio Escobar potrebbe rappresentare la forza pervasiva e la potenza politica acquisita in quel continente dalle organizzazioni criminali. All’apice della sua ascesa, nel 1983, Escobar era a capo del principale cartello di narcotrafficanti, il Cartello di Medellin, con un patrimonio stimato di circa 40 miliardi di dollari[17], occupava un seggio alla Camera dei Rappresentati colombiana, godeva di ampio seguito popolare con la sua fama di benefattore del popolo: di fatto era stato capace di coagulare intorno a se un ampio blocco sociale che legava i diseredati dei barrios, alla classe media complice e compiacente, ai ceti politici corrotti. Quando il suo potere cominciò a declinare, Escobar, in modo molto simile alla mafia siciliana dei Corleonesi, attuò una strategia stragista colpendo giudici, esponenti delle forze dell’ordine, giornalisti e persino candidati alle presidenziali colombiane, sostituendo il volto del dominio violento a quello del consenso.

Il narcotraffico non alimenta solo la sofisticata macchina di corruzione che giunge fino alle più alte sfere istituzionali, come mostra la vicenda di Pablo Escobar, ma rappresenta in alcune regioni l’unica forma di economia di sussistenza. Un esempio è offerto dalla  Bolivia, dove i cocaleros, i coltivatori di coca, hanno creato un loro sindacato per difendere i loro interessi.  Nella catena del valore del narcotraffico i coltivatori sono da sempre i più svantaggiati, colpiti sia dalla violenza criminale che dalla azione repressiva dello Stato, condotta, come si è detto, anche in modo indiscriminato colpendo con diserbanti la stessa possibilità di riconversione futura delle culture[18]. La forza del sindacato ha consentito l’elezione di Ivo Morales, loro leader, alla presidenza della Bolivia nel 2006, con l’obiettivo politico di tutelare gli interessi dei coltivatori di coca. Il governo boliviano ha così varato provvedimenti sulla depenalizzazione dell’uso della foglia di coca per la masticazione e per usi farmaceutici, riducendo progressivamente le culture illegali che superano tale fabbisogno con incentivi offerti ai cocaleros per favorire la produzione di culture alimentari. Questa strategia, accompagnata da programmi di formazione agronomica e dalla costruzione di infrastrutture per favorire il trasporto e la commercializzazione dei prodotti agricoli legali, ha causato una riduzione della superficie coltivata a coca da 31.000 a 20.000 ettari in sei anni. Si tratta comunque di successi limitati che non intaccano il blocco socio-economico rappresentato dal narcotraffico e che certamente la crisi pandemica ha contribuito a rafforzare[19]. Come la vicenda dei talebani vittoriosi in Afghanistan dimostra, il peso del narcotraffico ha ormai una valenza globale, investendo direttamente anche questioni essenziali di geopolitica.

Riferimenti

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Bagley, Bruce. 2012. “Drug Trafficking and Organized Crime in the Americas: Major Trends in the Twenty-First Century”, Woodrow Wilson Center Update on the Americas.

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Chouvy Pierre-Arnaud, 2019. “Cannabis cultivation in the world: heritages, trends and challenges”, EchoGéo, 48 | 2019, pp. 1-20.

Cusano, Pina – Innocenti, Piero. 1996. Le organizzazioni criminali nel mondo. Roma: Editori Riuniti.

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Vassilev, Rossen. 2010. “China’s Opium Wars: Britain as the World’s First Narco-State”,  New Politics,  volume 13, issue 1, pp. 75–80.


[1]Cfr. Derks, 2012.

[2] Marx – Engels, 1970: 203-204.

[3] Marx – Engels, 1970: 205-206.

[4] Cfr. Vassilev, 2010; Deming, 2011; Derks, 2012: 87-103.

[5] Per la sua posizione geografica, l’isola di Cuba rivestiva un ruolo strategico nell’ambito del traffico di stupefacenti. I cartelli usarono i porti di Cuba, e le sue acque territoriali, come una sorta di base di interscambio per il trasporto della merce illecita in Europa e Nord America. Il regime castrista inizialmente non contrastò queste attività, tollerando anche la presenza di laboratori di raffinazione e di piantagioni di marijuana sulla Sierra Maestra. La mediazione della criminalità organizzata serviva al regime cubano anche per superare l’embargo favorendo commerci clandestini e il contrabbando. Molte imprese cubane furono direttamente coinvolte nel riciclaggio di denaro, i cui proventi venivano destinati a finanziare gruppi guerriglieri sudamericani legati al regime castrista. Alla fine degli anni Ottanta, il regime cominciò a reprimere i traffici illeciti, colpendo anche esponenti castristi che ne erano implicati, come il generalo Arnaldo Ochoa, condannato a morte nel 1990.

[6] Il caso più eclatante fu, nel dicembre 1989, la deposizione e la cattura del presidente di Panama, Manuel Noriega, accusato di essere un narcotrafficante.

[7] Cfr. Bagley, 2012.

[8] In termini più rigorosi il “Balloon Effect” è un termine economico che descrive cosa succede quando, data una funzione di offerta abbastanza elastica, riduzioni temporanee dell’offerta portano a prezzi più alti che a loro volta stimolano una maggiore offerta. Cfr. Mora, 1996; Bagley, 2012; 5-7.

[9] Cfr. Bagley, 2012: 3; Thoumi, 2014: 183.

[10] Cfr. McCarthy, 2011: 151-152 e Thoumi, 2014: 183-185.

[11]In genere la grande famiglia della cannabis viene prodotta per il consumo in erba (marihuana, ganja, weed) o in resina (hashish, chars/charas).

[12] Cfr. Chouvy, 2019: 3-4.

[13] Murphy – Steele, 1971: 36.

[14] Cfr. Biden, 1980: 1; Arlacchi, 2007: 187.

[15] Cfr. UNODC Drugs Report 2019: 9.

[16] Cfr. Transcrime, 2013.

[17] Cfr. Forbes Magazine, 25 Luglio 1988: 64.

[18] Negli anni Novanta, periodo di boom della produzione di coca, i prezzi di acquisto delle foglie di coca non superava i 50 dollari al quintale, sotto i 30 dollari la coltivazione non sarebbe stata più remunerativa (Cusano – Innocenti, 1996: 120).

[19] L’aumento della disoccupazione e la riduzione dell’accesso alla formazione scolastica per le classi sociali più deboli, conseguenze della pandemia,  incrementeranno il ricorso alle coltivazioni illegali e al traffico di stupefacenti come unica fonte di reddito nei paesi produttori, aumentando i canali di accumulazione per la criminalità organizzata. Il lockdown pandemico ha anche agito da stimolo per introdurre nuove tecniche di spaccio e commercializzazione delle droghe, utilizzando massicciamente gli strumenti informatici (dark web e altro).

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