La cooperazione tra lavoratori dello spettacolo e la crisi pandemica.

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In this paper we present an empirical study on the perception of the cooperative firm among entertainment and performing arts workers. In particular, the study is based on workers belonging to associations established during the first pandemic emergency from Covid-19 in 2020. Our study reveals a perception of deterioration of the cooperative model. At the same time, the participants in our research demonstrate a confidence in the ideal cooperative firm and look with interest at new cooperatives in other working sectors. The data was collected through semi-structured interviews and focus groups with cooperative and non-cooperative associated workers.

L’impresa nata per superare le difficoltà e la crisi Covid-19

L’impresa cooperativa, fin dalle origini si è occupata di soddisfare esigenze economiche che altrimenti sarebbero rimaste parzialmente o completamente insoddisfatte (Bianchi & Vieta, 2020; Bernardi, 2019). Grazie all’indole cooperativa della specie umana (Bowles & Gintis, 2013), è stato così per la cooperazione di consumo, per le cooperative di lavoro, ma anche per tutte le altre tipologie e gli altri settori: produzione e distribuzione elettrica, agricoltura, credito, eccetera (Camargo, & Ehrenhard, 2021). Verso la fine del secolo scorso, ci si è interrogati sulla diversità e sulla attualità del modello cooperativo. Il futuro del modello cooperativo appariva incerto perché non erano più esplicite ed evidenti le ragioni per cui da utenti, clienti o lavoratori avrebbero dovuto scegliere quella forma societaria, con i suoi vincoli aggiuntivi. La fase storica dell’adesione per ragioni ideologiche e identitarie sembrava lontana. In passato, sia in Italia che nel resto del mondo, sono state le fasi di crisi economica e sociale (in alcune nazioni anche i disastri naturali) a contribuire alla nascita di nuove imprese cooperative (Berranger, Monni, Realini, 2020). Anche la crisi economica del 2008 e la crisi pandemica del 2020 potrebbero aver contribuito al rilancio del settore cooperativo.

Il nostro studio empirico parte dall’osservazione della nascita di numerosi gruppi e dalla presa d’atto del valore di queste associazioni che formano dei collettivi che hanno come obiettivo di consentire a questi lavoratori un protagonismo e una partecipazione alle politiche che li riguardano. Molti di questi gruppi sono divenuti interlocutori ai tavoli del Ministero della Cultura e del Lavoro come rappresentanti delle istanze dei lavoratori stessi. Alcuni di questi lavoratori sono anche soci lavoratori di cooperative del settore.

Il paper, attraverso interviste singole e focus group di membri di 3 di questi collettivi spontanei di lavoratori rappresentativi dei settori dello spettacolo e dell’arte, sia soci che non soci di cooperativa, indaga la percezione dell’impresa cooperativa nel settore e la sua efficacia nel raggiungere gli obiettivi prefissati attraverso l’attività di lobby in occasione della crisi Covid-19.

L’obiettivo è rivolto ricercare nella percezione dei lavoratori l’esistenza o meno di un attaccamento di tipo ideale alla struttura cooperativa che permetta di considerare la stessa oltre che mezzo per poter lavorare, anche come comunità, tenendo conto anche del fatto che la cooperazione di lavoro è quel tipo di cooperazione che è stato caratterizzato, soprattutto in alcuni paesi e in alcune fasi storiche, maggiormente da elevate valenze simboliche ed ha assunto un ruolo di primo piano nel forgiare l’ideologia cooperativa dominante (Zan, 2014).

La letteratura economica nell’800 ha mostrato un certo favore nei confronti dell’impresa cooperativa, ma alla fine del 900 si realizza un’inversione di tendenza: l’economia capitalista avrebbe tollerato le imprese cooperative purché fossero rimaste nella loro nicchia di mercato. Lo Stato concesse una serie di vantaggi all’impresa cooperativa sia per autolimitare l’espansione (Zamagni, 2015) sia per evitare che l’impresa cooperativa progressivamente venisse assimilata a quella capitalistica. Secondo la prospettiva demand-side, la cooperativa nasce in risposta all’incapacità di imprese di far fronte a specifici bisogni sociali oppure dare una soluzione adeguata a periodi di crisi economica. Nella prospettiva supply-side la cooperativa è creata e mantenuta in vita dalle risorse e dalla passione di persone che pongono la libertà positiva (per) in cima al proprio sistema di valori (nel caso specifico è la libertà di esercitare il proprio controllo sull’attività di impresa), a differenza dalle libertà da (Zamagni, 2016).

Il dibattito scientifico sulla cooperazione è proseguito con tentativi ricorrenti di messa a punto di una “teoria dell’impresa cooperativa” volta a evidenziare caratteristiche e proprietà di un tipo di impresa che in qualche modo si percepisce come “diversa” dalle varie forme che può assumere l’impresa capitalistica tradizionalmente intesa. Una diversità caratterizzata da punti di forza e di debolezza (Sexton & Sexton, 1987; Vroom & Gimeno, 2007), ad esempio nella sfera della finanza (Rey & Tirole, 2007). Se da un lato si assiste ad una spinta verso le ragioni di natura economica che la giustificano, non essendo nata come un’associazione di volontariato, ma essendo un’impresa che sta dentro al mercato sempre più globalizzato, allo stesso tempo la diversità economica non si può più sostenere sulla base della produzione di esternalità sociali positive o la realizzazione dello scambio mutualistico, in quanto seppur in modi diversi queste vengono già realizzate anche dell’impresa capitalista. L’impresa cooperativa si caratterizza quindi dalla capacità dei soci di indicare la direzione strategica e dal loro coinvolgimento nel processo di decision making (Zamagni, 2015).

La centralità dell’identità cooperativa deve permettere quindi ai cooperatori di esercitare pienamente la loro capacità di voice, intesa come “messa in pratica di una particolare forma di democrazia deliberativa…che presuppone necessariamente la comunicazione” (Zamagni, 2016[1]). Comunicazione che deve essere interpretata come messa in pratica del principio di educazione, formazione e informazione in capo al movimento cooperativo, il quale viene definito, fin dall’inizio della storia del movimento cooperativo come “un business forte, portato avanti con tranquillità e saggezza, e al tempo stesso una fede altrettanto forte, fervente e dedita al proselitismo” (Marshall, 1956), dove per proselitismo si intende la promozione dello spirito cooperativo in termini potenzialmente universali. Mettendo in relazione la funzione economica di risposta ad un bisogno individuale che viene soddisfatto dalla cooperativa con la necessità di funzione sociale e quindi collettiva, il proselitismo non può che concretizzarsi nella partecipazione del socio alla cooperativa. Un rischio che viene individuato in questo senso è quello della “centralizzazione” del movimento cooperativo (Marshall, 1956), “se si soddisfano le richieste basilari di un lavoratore rispetto alla cooperativa, che in genere riguardano la sopravvivenza, poi ogni beneficio ricevuto in più porta una soddisfazione minore, e di conseguenza a un minor impegno sul versante dei valori cooperativi” (Filippini, 2014).

In una prospettiva tesa alla più ampia partecipazione possibile dei soci dell’impresa e utilizzando “la teoria degli incentivi reciproci” e della “partecipazione a catena” si è dimostrato che le motivazioni dei soci sono importanti. I benefici individuali sono fondamentali (cooperative come manifestazione di “interesse personale collettivo”) ma come fattori motivazionali sono secondari rispetto agli incentivi collettivi come un forte senso di comunità, un senso di obiettivi e valori condivisi. Il rafforzamento del legame di mobilitazione dipende dal coinvolgimento dei membri su interessi e preoccupazioni condivise, fornendo opportunità pertinenti, tempestive e attraenti. Significa anche fare in modo che alle persone venga chiesto, nel modo giusto e tenendo conto che si tratta di un processo a catena, di partecipare (Birchall, Simmons, 2004). La necessità che il processo di partecipazione dei soci alla cooperativa venga portato avanti in maniera progettuale e controllata, incontra il limite della “burocratizzazione” dei processi[2].

Il movimento cooperativo si pone costantemente la domanda di come conciliare la necessità di rimanere competitivi con le altre imprese sul mercato, mantenere una diversità (Novkovic, 2008) e continuare contemporaneamente a perseguire la funzione sociale costituzionalmente prevista nell’ordinamento[3] (Sacchetto e Semenzin, 2014; Piero, 2018). Nel fare questo la letteratura ha individuato dei costi che la cooperativa deve fronteggiare: “costi dovuti all’opportunismo tra i soci (free rider rivolti al solo soddisfacimento dei propri bisogni individuali), costi di governo dovuti all’opportunismo di soci presenti rispetto ai soci futuri (chiusura della porta, depauperamento in caso di ritiro), costi di governo dovuti all’opportunismo manageriale verso i soci (il management con un’ampia platea di soci, aventi scarsa propensione alla partecipazione e al controllo, ha la possibilità di appropriarsi delle risorse e dei benefici dell’impresa o farne uso a proprio vantaggio”. Per quanto riguarda in particolare quest’ultimo punto, le organizzazioni di rappresentanza possono essere in grado di ridurre tali problemi, ad esempio con assemblee dei soci territoriali, commissioni di controllo e sorveglianza espressione di queste assemblee territoriali dei soci e distinte dal Consiglio di Amministrazione, che potrebbe essere catturato dal management (Sacconi e Seppi, 2006).

Il settore dello spettacolo italiano e la crisi pandemica

In questo paper ci occupiamo di un settore specifico (quello dello spettacolo dal vivo e dell’arte contemporanea) e delle difficoltà che hanno seguito la pandemia da Covid-19. Anche in tempi normali, i lavoratori del settore dello spettacolo e gli artisti incontrano problemi di sostenibilità economica e sono alle prese con le sfide poste dall’evoluzione delle normative, delle piattaforme tecnologiche, delle preferenze di consumo delle arti e dello spettacolo. A sfide di natura molto diversa nei rami del variegato settore arte e spettacolo, si è risposto con azioni collettive o individuali negli ultimi due decenni. Molti piccoli cinema indipendenti si sono associati per gestire la biglietteria online o per affrontare la transizione al digitale. Molti artisti si sono affidati al crowdfunding (Dalla Chiesa & Dekker 2021). Molti lavoratori si sono associati in cooperative di servizi. Gli artisti hanno imparato a collaborare in fase di produzione e distribuzione con i nuovi giganti del settore, le piattaforme Netflix, Amazon, Apple, Spotify.

Nel bel mezzo di questa transizione, e con un sistema di welfare dei lavoratori lentamente sulla via di ammodernamento (NASpI, DIS-COLL, reddito di cittadinanza…), è sopraggiunta la crisi economica del 2008-2012 e poi la crisi pandemica. I lavoratori dello spettacolo (artisti e maestranze) hanno subito le maggiori restrizioni all’esercizio delle loro professioni per oltre un anno. L’obiettivo di ricerca di questo paper è verificare se l’emergenza Covid-19 (peraltro preceduta da un decennio di crisi economica) ha contribuito a far riscoprire la necessità di una associazione in forma cooperativa tra i lavoratori dello spettacolo.

Nella primissima fase dell’emergenza Covid-19 in Italia, il 23 febbraio 2020 con la prima ordinanza della Regione Lombardia, sono stati vietati per la prima volta gli spettacoli teatrali. A marzo del 2020 sono stati poi chiusi stati chiusi al pubblico tutti i luoghi della cultura e sono stati annullati gli spettacoli di qualsiasi natura, inclusi quelli teatrali e cinematografici. Successivamente, nel mese di maggio, musei e gli altri luoghi della cultura hanno potuto riaprire a determinate condizioni e solo dal giugno sono ripresi gli spettacoli in sale teatrali, sale da concerto, cinema e in altri spazi, tenuto conto di una serie di norme igienico-sanitarie molto restrittive, obbligo di sanificazione e restrizioni alla capienza massima per mantenere il distanziamento totale. L’estate ha permesso almeno in parte una lieve ripresa delle attività del settore. Tuttavia, l’aumento esponenziale dei casi sul territorio nazionale, ha riportato, partire da ottobre 2020, alle medesime limitazioni previste nella prima ondata di febbraio. Tutto ciò ha determinato gravi perdite per il settore dello spettacolo con pesanti ricadute anche sui livelli occupazionali.

Tabella 1, il settore nell’anno 2020, Fonte osservatorio dello spettacolo, SIAE, 2021

I dati INPS[4] sui lavoratori dello spettacolo ci forniscono un quadro importante in ordine all’impatto dell’emergenza sanitaria nel settore, in particolare osservando la comparazione tra i dati del 2019 e quelli del 2020 (Tabella 2). Il settore dello spettacolo è tra quelli che più hanno scontato gli effetti della pandemia da Covid-19: come emerge dal confronto con i dati relativi al 2019, nel 2020 essi hanno registrato una diminuzione del 21%; più contenuti risultano gli effetti sul numero medio di giornate retribuite (-8,6%) e sulla retribuzione media (-1,8%).

Tabella 2, comparazione dati previdenziali lavoratori dello spettacolo anni 2019- 2020, fonte Osservatorio lavoratori dello spettacolo e dello sport, INPS, 2021

Un dato che emerge come particolarmente significativo è quello del livello basso di reddito: se si compara la retribuzione media annua dei lavoratori dello spettacolo con quella totale in Italia la variazione è significativa (Tabella 3).

Tabella 3, comparazione retribuzione media annua, fonte Osservatorio lavoratori dello spettacolo e dello sport, INPS, 2021 e Osservatorio sui lavoratori dipendenti del settore privato, INPS, 2020.

            Un cenno merita anche la situazione europea, in quanto la crisi pandemica ha avuto un impatto simmetrico a livello continentale nel settore. Lo studio condotto da Ernst & Young per conto di European Group of Societies of Authors and Composers (GESAC)[5] ha calcolato che a livello europeo il settore spettacolo ha subito un calo del 90% e quello musica del 76%.

Relazioni di lavoro nel settore dello spettacolo

Il rapporto “Vita da artisti”[6] (2017), ricerca nazionale sulle condizioni di vita e di lavoro dei professionisti dello spettacolo condotta dalla Fondazione Di Vittorio, dimostra una situazione contrattuale frammentata (rapporto di lavoro stabili e strutturati sono una rara eccezione nel mondo dello spettacolo, il contratto più frequente è il contratto temporaneo a tempo determinato, a progetto o a collaborazione), il ricorso ad altre tipologie di lavori come fonte di reddito, una basso reddito medio pro capite e un forte problema di lavoro irregolare. Nella ricerca non si fa riferimento specifico al lavoro in cooperativa, inglobando all’interno del lavoro dipendente, intermittente o con altri inquadramenti.

Un dato relativo all’ampio ricorso al lavoro in cooperativa si riscontra in un sondaggio mappatura realizzato dal gruppo Lavoratrici e lavoratori dello spettacolo Lombardia[7] tra tecnici e maestranze: nello specifico, si è ricavato un dato in ordine alla tipologia di inquadramento dei lavoratori sulla base di 168 risposte ricevute ad aprile del 2020 (delle quali 132 di lavoratori residenti in Lombardia (132) e Lazio (15), in maggioranza impiegati nei settori del corporate/convention/moda (77,4%), concerti eventi live (54,2%), televisione (14,9%), teatro (14,9%) e fiere (29,2 %). I dati di questo sondaggio (Figura 1) mostrano che nell’ambito dei tecnici e delle maestranze dello spettacolo e degli eventi il ricorso al lavoro in cooperativa è molto significativo: la stragrande maggioranza dei lavoratori lavorano tramite cooperative, sia tramite assunzione diretta che tramite la propria partita IVA come lavoratori autonomi.

Figura 1, Lavoratrici e lavoratori dello spettacolo Lombardia

Per quanto riguarda l’arte contemporanea, i lavoratori associati in cooperativa non sono gli artisti visivi bensì stessi le maestranze che si occupano di “Ricerca, scavi, progettazione e valorizzazione dei siti archeologici, Gestione e valorizzazione Musei, Monumenti, siti Culturali, Restauro e Conservazione, Catalogazione e archiviazione del Patrimonio librario”[8], compresi quindi mediatori culturali e guide museali (non si rilevano molte cooperative di artisti associati [9],

Azione collettiva in risposta alla crisi

Le tre centrali cooperative italiane e l’Alleanza delle Cooperative Italiane[10] forniscono i dati riportati in Tabella 3. In termini assoluti rispetto agli altri settori nei quali operano le cooperative, non risulta di immediata reperibilità il dato relativo al numero di cooperative operanti nel settore, in quanto molto spesso nelle elaborazioni dei dati il settore culturale e dello spettacolo dal vivo non vanta una categoria autonoma, ma viene inglobato in altri settori come quello delle cooperative di produzione e lavoro e quelle di servizi (Cori, Granata, Lelo, Monni, 2021).

Tabella 3, le cooperative aderenti alle tre principali centrali cooperative

Già nella prima fase della pandemia, si assiste alla nascita di molti gruppi spontanei informali tra i lavoratori dello spettacolo e dell’arte. Di fronte alla situazione di forte crisi del settore causata dalla chiusura forzata e dalla mancanza di tutela e di ristori, l’individualismo che aveva caratterizzato il settore ha fatto spazio alla volontà di associarsi e creare dei gruppi con l’obiettivo principale di aggregare una massa critica capace di sensibilizzare sia l’opinione pubblica (che spesso non percepisce gli artisti come veri e propri lavoratori) che le istituzioni (ristori economici, reddito di continuità di emergenza).

La crescita dei gruppi di rappresentanza e attivismo all’interno degli stessi sono stati sorprendenti. Gruppi e associazioni nel settore già esistevano prima della pandemia, ma si trattava di pochi casi specifici (es. ‘Coordinamento delle Realtà della Scena Contemporanea C.r.e.s.c.o’.[11], ‘Forum arte contemporanea italiana’[12] e ‘Mi Riconosci? Sono un professionista dei beni culturali’[13]). Spinti dalla situazione di emergenza dovuta alla crisi pandemica e dalla insufficiente considerazione da parte delle Istituzioni come categoria di lavoratori[14], questi ultimi hanno reagito aggregandosi in tanti gruppi informali, coordinamenti territoriali, associazioni divisi in base alla tipologia di mansione svolta, alla tipologia di contratto all’area geografica di provenienza, creando tuttavia una eccessiva frammentazione[15].

Analisi empirica

Nell’analisi dei dati, ci si è interrogati su quale possibilità esista per il movimento cooperativo di valorizzare questo fenomeno di associazionismo con unione di intenti e obiettivi, tenendo in considerazione come in passato, per esempio in occasione della crisi del 2008 su più ampia scala, sia stata rilevata una mancanza di dialogo tra i movimenti di protesta e il movimento cooperativo stesso. E questo nonostante i movimenti di protesta e quello cooperativo abbiano effettivamente molti punti in comune, tenendo conto che il movimento cooperativo internazionale vanta, sin dall’esperienza dei probi pionieri di Rochdale[16], i sette principi ispiratori (adesione libera e volontaria. controllo democratico da parte dei soci. partecipazione economica dei soci. autonomia e dipendenza. educazione, formazione e informazione, cooperazione tra cooperative, interesse verso la comunità) che dovrebbero fare delle cooperative un naturale alleato dei movimenti di protesta (Bernardi, 2019).

Lo studio prende in considerazione, come campione rappresentativo di lavoratori del settore dello spettacolo dal vivo e dell’arte, tre gruppi[17] nati durante la prima emergenza della pandemia Covid-19, che includono rispettivamente lavoratori nell’ambito della produzione di eventi dal vivo, maestranze dello spettacolo e lavoratori dell’arte contemporanea. Questi gruppi sono tutti nati come informali e nel corso del 2020 si sono evoluti a livello di organizzazione interna e di forma giuridica, in associazioni. Le caratteristiche dei membri di questi gruppi riflettono quelle della condizione lavorativa media dei lavoratori del settore: si tratta principalmente di lavoratori intermittenti e discontinui, colpiti fortemente dalle misure legate al contenimento della pandemia. In tutti i gruppi intervistati erano presenti soci lavoratori o meri lavoratori di imprese cooperative del settore. In appendice 1 è illustrata la dimensione del campione, in appendice 2 sono riportati i codici dei partecipanti.

Qui di seguito sono riportati alcuni estratti delle interviste effettuate, suddivisi per macroaree di temi (Tabella 4), e in alcuni casi in sotto aree più specifiche isolate in base alle categorie exit, voice, loyalty di Hirschmann, alla letteratura, alle aree di indagine e alle effettive risultanze del confronto con i rappresentanti dei gruppi e delle discussioni dei focus group.

Individualismo, mancanza di rappresentanza e la nascita di cooperative nel settore

Il forte individualismo e la mancanza di rappresentatività di base (dovuta a caratteristiche del lavoro e a ragioni storiche) rendono interessante il fenomeno dell’associazionismo in questo settore.

Il nostro settore degli eventi è nato intorno agli anni 80, al di là del teatro e dell’opera, non esiste una storia sindacale e di associazionismo anche per questo, perché non abbiamo mai avuto l’occasione per poterci aggregare, non ci sono state delle crisi forti che ci hanno portato ad aggregarci per ottenere dei risultati insieme. C’erano sicuramente dei problemi anche prima ma erano legati a casi e mansioni specifiche e quindi in quel caso l’associazionismo non è nato, ora con la pandemia i problemi sono scoppiati tutti, in particolare quello dell’inquadramento previdenziale, e la pandemia stessa ha livellato tutti e ha creato questa necessità di aggregarci di fronte ad un problema comune” F2

I precedenti tentativi di organizzazione dei lavoratori non avevano ottenuto grandi risultati.

“Nel settore dell’arte contemporanea ci sono stati in passato dei tentativi di associazionismo, ma sono pressoché tutti naufragati, tranne un caso isolato. Non esiste in Italia una propensione all’associazionismo nel mondo dei lavoratori dell’arte in quanto il sistema, così come è impostato, soprattutto dopo la crisi del 2011, spinge alla forte competizione tra i singoli, dinamiche non favorevoli a un ambiente lavorativo sano e basato sulla collaborazione, alla gara al ribasso senza pensare ad un bene comune della categoria tutta. Situazione che però alla lunga non giova a nessuno, forse solo a chi lavora nell’industria del lusso, all’apice della carriera ed ha un grande successo di mercato. Per gli altri lavoratori del settore, molto istruiti e competenti, esiste solo una fortissima precarietà, contratti atipici, molto lavoro sommerso e quindi forme di autosfruttamento. Quindi il Covid-19 è stata un’occasione fondamentale per pensare di associarci, senza la pandemia molto probabilmente la nostra associazione non sarebbe nata, nonostante le condizioni lavorative della categoria.” I2

Il problema della frammentazione della rappresentanza (sulla base delle mansioni, dell’inquadramento contrattuale e della provenienza geografica) si è riproposto anche in occasione della crisi pandemica. Su questo punto è emerso un dibattito in ordine alla unitarietà della categoria.

“Il nostro settore è appunto molto recente, con tante mansioni diverse, circa 100, quindi è normale che nascano dei gruppi che inizialmente raggruppano alcune di queste mansioni insieme, quelle che hanno le caratteristiche simili. Non bisogna però fare confusione ed usare l’argomento della frammentarietà come una scusa per dire che il nostro settore è diviso perché ci sono tanti gruppi differenti. La fortuna tra virgolette di questo periodo è che le varie sigle stanno avendo modo di analizzare nello specifico la loro situazione e le loro necessità” F2

“Il nostro settore non è normato, la burocrazia non ha voglia di fare chiarezza e di iniziare a normare questo settore specifico, ma al tempo stesso è anche vero che dalla parte dei lavoratori non ci sono moltissime associazioni specifiche rispetto alle mansioni. La maggioranza dei gruppi e associazioni sono generaliste: alcune di loro si basano moltissimo su convinzioni politiche ben precise e quindi sono escludenti, quando partoriscono un’idea ci mettono il loro timbro ed evitano di condividere e chiedono di firmare senza dibattere i contenuti…Quando parli con una voce sola è vero che perdi potere anche, ma alla fine la sintesi da la forza, la divisione non da la forza.” F3

I partecipanti alla nostra indagine empirica hanno riflettuto sulla nascita di cooperative in questo settore negli ultimi 20 anni in Italia. L’associazione in cooperativa avrebbe dovuto risolvere esigenze pratiche legate alla gestione del proprio rapporto di lavoro e alla sicurezza, data la rarità dei rapporti di lavoro standard in questo settore.

“Le cooperative sono nate in un momento nel quale valeva tutto, negli anni 80, quando forse si lavorava in maniera dilettantistica diciamo così per usare un eufemismo. C’era un buco dal punto di vista fiscale, legislativo da colmare. Ci si è chiesti cosa fare con questi lavoratori: cosa facciamo li assumiamo? li facciamo aprire una P.IVA? macché sei matto? allora la cooperativa è stata una buona soluzione” F4

“In seguito al decreto palchi (Decreto Palchi: le disposizioni di sicurezza per attività di pubblico spettacolo e fiere, 26 agosto 2014, a seguito degli incendi sui palchi dei concerti di Jovanotti e Pausini) molto è stato fatto in termini di sicurezza nel nostro settore e per certi versi possiamo ad oggi definirci un modello in tal senso e le cooperative in questo ambito hanno fatto molto.” I1

Ho fatto una scelta di essere socio di cooperativa personalmente per es. all’inizio della mia carriera, perché era un momento nel quale sentivo la necessità di stare più tranquillo e la cooperativa mi dava la possibilità di stare a metà tra la libera professione e il lavoratore dipendente, come era strutturato il sistema cooperativo in quel momento permetteva questa possibilità di unificare in un’unica posizione le varie attività che svolgo dal direttore di produzione a delle formazioni artistiche. Volevo potermi non occupare io direttamente della parte burocratico, amministrativa del mio lavoro, e così ho delegato alla struttura della coop: il mio pensiero è stato sono impegnato nel lavoro e c’è la cooperativa che mi aiuta a seguire delle cose, a volte è anche solo pigrizia. In quel momento ho quindi fatto una scelta da individualista, non c’era modo di pensare.” I1

I principi cooperativi e il loro deterioramento: defezione e mancanza di lealtà

Posto che molti lavoratori che prendono parte a questi gruppi sono anche soci lavoratori di cooperativa, ci si è chiesti quale sia la percezione dell’impresa cooperativa tra loro[18] e se abbiano considerato di portare avanti le proprie rivendicazioni attraverso il collettivo della cooperativa. Dalle interviste effettuate si osserva un deterioramento della percezione dell’impresa cooperativa:

Viene meno la motivazione principale di carattere pratico per la quale all’inizio si è aderito all’organizzazione.

“In ogni caso ad oggi, in questo tempo di crisi nel quale ci si è fermati a pensare, senza il lavoro frenetico che c’era prima, il ruolo della cooperativa è venuto un po’ meno: mentre prima era a supporto di noi lavoratori e ci andava a sgravare a livello burocratico, in questa fase invece siamo stati noi direttamente a doverci occupare delle nostre singole posizioni con le istituzioni, la cooperativa ci dice “dovete fare questo con INPS, dovete fare quello” cose che poi materialmente abbiamo fatto noi e non la struttura: penso che sia stato questo il motivo per il quale si sono un po’ arrugginiti gli ingranaggi.” I1

“Molte istituzioni non permettono informalmente di lavorare tramite cooperative, perché vengono viste come una sorta di “intruso” tra il singolo lavoratore e il committente stesso che non si fida di questo soggetto terzo che in qualche modo potrebbe “sovra” garantire, secondo i parametri molto bassi del settore il singolo lavoratore.” I2

Nella mia esperienza comunque sono d’accordo con Ma rispetto al senso della cooperazione: viviamo la cooperativa come una società di servizi, un intermediario grazie al quale arrivare allo scopo, ma della quale si farebbe a meno forse senza partecipazione effettiva così come è, non esiste “associazionismo” all’interno alla cooperativa stessa, arriviamo a sviluppare delle relazioni con le persone che fanno il nostro stesso lavoro all’interno della coop ma non esiste partecipazione cooperativa.” F7

Le cooperative sono alcune buone e alcune cattive, io posso dire di conoscerle bene avendo lavorato in cinque cooperative differenti e molti dei miei colleghi hanno lavorato per coop differenti nel corso degli anni. Il problema è che di queste tante coop solo le più grandi hanno voce in capitolo. Le modalità di lavoro che sono state da loro impostate sono utili da noi da vari punti di vista ma dall’altro alimentano un sistema che alla lunga è stato deleterio. Hanno fatto da cassa ai committenti che non pagavano e questo ha creato dei circoli viziosi. Ci sono delle coop corrette che controllano e dicono se vuoi lavorare con la cooperativa tu non puoi andare a lavorare con questo committente perché questo committente non paga. Se facciamo lavorare te così danneggiano la cooperativa.” F12

Si crede poco nella possibilità di incidere sul controllo democratico dell’impresa.

“Non ho la percezione che le cooperative del settore abbiano dei processi democratici e di coinvolgimento dei lavoratori al loro interno. Questo credo sia un forte limite del settore: negli ultimi anni in particolare si è persa una grande opportunità di avere delle relazioni democratiche all’interno delle coop del settore, che sono diventate sostanzialmente delle forme aziendali snaturate che hanno preso alcuni aspetti delle cooperative più pratici, ma perdendone molte altre. Ci sono pochi casi fortunati, laddove le dimensioni sono riuscite a rimanere più contenute, ma laddove i numeri sono esplose le opportunità di democraticità, relazione, coinvolgimento dei lavoratori che dovrebbero essere il cardine della cooperazione sono sicuramente andati persi. Prova di questo è che in quest’anno di mobilitazione sono state tantissime le critiche dei lavoratori del nostro settore al movimento cooperativo e al fatto di come le cooperative si siano snaturate, è stato sicuramente uno degli argomenti più gettonati in questo periodo sul quale i lavoratori sono stati più convergenti” F1

Finché queste saranno le modalità e le rappresentanze non ci sarà la possibilità di migliorare le condizioni contrattuali dei lavoratori. Diventa quindi totalmente spurio il fatto che le cooperative si facciano portavoce dei lavoratori in questo senso. Le cooperative in tutti questi anni forse hanno portato delle piccole migliorie in determinate situazioni singole ma nel complesso lo sappiamo tutti che il contratto poi non viene applicato, perché c’è sempre una contrattazione tra cooperativa e singolo lavoratore che fa venire meno l’applicazione effettiva del contratto. Quindi si vede che ci si fa portavoce di un cambiamento che nella realtà dei fatti poi viene disatteso.” F2

Le assemblee dei soci nelle coop di solito nelle nostre coop sono solamente 1, quella ordinaria per l’approvazione del bilancio. E per noi non è abbastanza. A volte ce ne sono altre che però hanno un ordine del giorno che riguarda sempre tematiche che si rivolgono al personale di struttura, ma non a noi lavoratori. Le dinamiche in alcune cooperative sono sicuramente migliori di altre dal punto di vista del coinvolgimento dei soci.” F13

Non ho mai avuto nessuna esperienza di democraticità all’interno della mia cooperativa. Non esiste una narrazione cooperativa e una formazione di noi come soci della coop, con i nostri poteri ma anche doveri. In tal modo non si riesce a creare un collettivo. Noi certe cose non le sappiamo semplicemente perché non ci vengono dette.” F12

La sfida della partecipazione cresce con il numero degli associati nelle cooperative più grandi. Non c’è possibilità di voice quando non si conoscono gli altri associati.

“Il paradosso è che siamo in una cooperativa ma in realtà non abbiamo effettivamente cooperato, anche dal punto di vista delle rivendicazioni dei nostri diritti e della nostra tutela. Ad un certo punto eravamo arrivati a cento dipendenti c’erano delle cose che potevamo fare insieme ma di fatto fare ogni tipo di rivendicazione è estremamente complicato: esistono una varia grande quantità di vedute, c’è chi ha paura, difficile è trovare la maggioranza. Abbiamo anche testato il terreno con i sindacati e con altre figure per capire quali rivendicazione potevamo legittimamente portare avanti, ma di fatto poi non siamo riusciti a cooperare al nostro interno, è estremamente difficile in cooperative grandi fare questo, anche se la volontà esiste. F7

Nelle cooperative a volte è difficile sapere chi sono gli altri soci e quindi anche difficile cercare di creare dei gruppi interni di soci che possono effettivamente fare tra di loro delle discussioni e portare anche al CDA delle proposte.” F12

Noi in generale abbiamo una visione molto positiva nei confronti della cooperazione, non siamo assolutamente contro al sistema cooperativistico ma pensiamo che oltre ad essere maggiormente democratica la gestione, ci debbano essere alcune regole. E infatti abbiamo chiesto ai sindacati per es. di chiedere alle coop una limitazione del numero dei soci lavoratori perché pensiamo che meno siamo e meglio vengono gestire le coop e in questo modo è possibile partecipare maggiormente. Alcune coop hanno già chiuso nel nostro settore a nuovi soci, tenendo conto di queste considerazioni. Inoltre, dovrebbero esserci altre considerazioni sui settori, inglobare settori troppo diversi all’interno della stessa cooperativa può essere deleterio, se le decisioni non vengono prese altrettanto settorialmente coinvolgendo maggiormente i soci lavoratori di quello specifico settore. Quindi la grandezza in sé non è un disvalore ma deve accompagnarsi a una gestione settoriale e per gruppi con coinvolgimento democratico, con tante assemblee dei soci.” F11

“L’individualismo era sceso anche all’interno della cooperativa e alcuni di noi hanno scoperto di essere soci della stessa coop, perché non lo sapevamo prima, non eravamo messi nella condizione di saperlo, quindi abbiamo provato a portare insieme una questione relativa alle tariffe alla nostra coop comune. La questione riguardava una minima sulle tariffe per evitare il fenomeno del dumping sociale, ci abbiamo lavorato per un paio di mesi facendo dei gruppi di lavoro divisi per ambiti del nostro settore. Abbiamo provato a portare in CDA la questione ma non abbiamo ricevuta risposta positiva, ma nemmeno una motivazione soddisfacente per il diniego, la risposta è stata che era meglio gestire all’interno questa questione.” F12

Mancanza di investimenti sul principio cooperativo di educazione, formazione e informazione[19]

“sono diventato socio di quella cooperativa per poter lavorare, ma senza alcuna consapevolezza di quello che volesse dire e non mi è stato spiegato, sia in termini di doveri che di diritti. Ho sempre percepito la cooperativa come una forma di impresa “diversa” ma non mi è mai stato mai spiegato perché. Il rapporto che alla fine i soci lavoratori come me hanno e che lavorano in cooperativa è un rapporto con una struttura che è molto utile perché ti permette di avere i documenti in regola per poter lavorare, che ti sgrava da determinate incombenze burocratiche, ti assicura il pagamento, ti fa fare le visite mediche (alcune si alcune no) e basta. Anche nel primo approccio con la cooperativa stessa quando vai a capire come lavorare è di soli questi aspetti che si parla, non della vita cooperativa, non della partecipazione. F12

Non ho conosciuto direttamente cooperative nel mio settore, ne ho in generale una percezione ottima nei principi ma poi nei fatti abbastanza disattesi. È un ottimo strumento ma nel corso degli anni deteriorato. Ne conosco alcune di virtuose che hanno buoni proposti, e che nascono per cercare di mettere delle “pezze” in dei sistemi che non funzionano di base dal punto di vista della gestione e della tutela del lavoro.” F9

La crisi come occasione per il movimento cooperativo: fiducia nella forma di impresa e interesse per le nuove forme di cooperazione nell’ambito della gig economy

Nonostante la diffusa percezione negativa (sia tra i soci lavoratori di cooperativa che tra i non soci), emerge allo stesso tempo una fiducia nei confronti della forma cooperativa come possibilità concreta per l’organizzazione del lavoro in futuro.

“…dietro il progetto di costituire una cooperativa c’è l’approccio più importante che caratterizza la coop stessa, che è lo scopo mutualistico del condividere competenze, esperienze, costruirci un mercato insieme. Davvero è un progetto del quale siamo molto entusiasti perché finalmente, a 46 anni io per es. sto costruendo una cooperativa nella quale il vero scopo è “darsi una mano” tra di noi, sulla base dei veri principi cooperativi, lavorando per un progetto comune, superando il concetto dello sfruttamento del lavoro, nessuno lucra sul lavoro dell’altro, ma veramente, ma non c’è obiettivo di fare entrare persone per aumentare i fatturati. Anche a costo di guadagnare meno, sapere di stare lavorando insieme per un progetto, come vogliamo fare noi con la nuova cooperativa, penso sia un buon modello per l’impresa in questo settore, che uscirà molto devastato da questa crisi.” I1

“Credo in ogni caso che in questo momento le cooperative stiano facendo un’analisi del loro processo interno ed esterno. Questo è il momento del dialogo, poi ognuno si deve sistemare le proprie cose nelle proprie strutture in base al concetto del cambiamento che speriamo possa essere interiorizzato da molti con questa pandemia: è necessario ricominciare con una consapevolezza diversa, con altre regole, obblighi, diritti e doveri, altri parametri che anche le grandi cooperative anche nel dialogo con i movimenti possono prendere in considerazione.” F3

Non conoscevo la cooperazione prima di entrare nell’associazione, prima ne avevo una percezione di un collettivo inclusivo, molto cattolico anche. Alcuni miei amici lavorano in cooperative ed effettivamente si sentono più tutelati rispetto ad un lavoratore dipendente.” F8

Pensare di utilizzare delle forme giuridiche che possono essere virtuose per operare in modi che non sono effettivamente cooperativi è molto furbo in un certo senso, perché la narrazione precede la forma. Una narrazione che però è solo esterna e noi non percepiamo effettivamente.” F6

Non sto dicendo che sia cattiva in sé la cooperativa, anzi, l’idea di base in sé come impresa e modello economico è buonissima, ma il nostro mercato e la deregolamentazione del nostro settore ha fatto deragliare gli ottimi principi che sono alla base dell’idea di impresa e che penso potranno essere utili in futuro come base in svariati settori per cercare di migliorare certe dinamiche di mercato.” F3

I lavoratori intervistati si dimostrano interessati alle forme di associazionismo e cooperazione che sono nate negli ultimi anni in relazione ai lavori in piattaforma come il caso dei riders:

“Non siamo quindi considerati dei veri e propri lavoratori che hanno dei diritti e delle tutele. Uno degli obiettivi della nostra associazione è quindi quello di normalizzare la situazione dei lavoratori e lavoratrici dell’arte contemporanea e parificati a tutti gli altri che si trovano in altri settori in condizione di precarietà e incertezza di reddito. Poi stiamo solidarizzando con tutti gli altri lavoratori e quindi anche con i riders. Per noi non esiste una ripresa del lavoro culturale che possa prescindere da una revisione del paradigma insieme a tutti gli altri lavoratori, soprattutto quelli dei lavoratori delle piattaforme capitalistiche.” F9

Indubbiamente l’idea base e lo spirito di base sul quale nascono le cooperative nel nostro settore è estremamente apprezzabile ed estremamente utile…allo stesso tempo il legislatore fino ad oggi si è inoccupato di evitare una zona grigia enorme sul mondo delle cooperative del nostro settore, dando adito ad un disagio per noi maestranze in ottica di tutela e welfare e dando modo ad un mercato di deteriorarsi creando zone di lavoro nero molto devastante. Questa situazione ci accomuna con molti altri lavoratori non della cultura, con i quali solidarizziamo e dai quali anche cerchiamo ispirazione per la capacità dimostrata di unirsi in sindacato e cercare delle alternative autogestite per l’organizzazione del loro lavoro” F11

Tra la piattaforma capitalistica e il singolo individuo che gestisce in autonomia il suo lavoro esiste una possibilità che consiste effettivamente nel modello economico cooperativo nel nostro caso questa narrazione manca nel concreto quando si diventa soci della cooperativa, ma sarebbe molto utile averla per far funzionare l’impresa cooperativa come dovrebbe, e considerala anche come collettivo, con il management che gestisce e prende determinate scelte alle quali corrispondono determinate responsabilità, ma anche con una narrazione o possibilità di collettivo legato alle idee della cooperazione, questo manca, forse in altri settore invece questa narrazione ha iniziato effettivamente a dare i suoi frutti e alcune esperienze ce lo dimostrano: la sfida è far sì che queste esperienze possano effettivamente sostenibili economicamente” F5

Ci interessano molto le condizioni lavorative e le esperienze di autorganizzazione di queste categorie che non sono la nostra. Per esempio, la condizione lavorativa dei riders è più di quanto possa sembrare vicina alla nostra infatti loro, come noi, hanno il problema che alla discontinuità contrattuale e di reddito non corrisponde una discontinuità di lavoro effettivo in quanto lavorano più di quanto poi vengono pagati. Noi artisti veniamo pagati solo per la parte esecutiva del lavoro, un periodo di tempo molto circostanziato, a volte 2 o 3 giornate per un lavoro che in realtà ha richiesto molto più tempo per essere ideato, organizzato ecc. Esiste quindi un parallelismo in ordine alle modalità lavorative e alle relative problematiche da affrontare. Inoltre, in termini monetari medi, il guadagno orario di un gig worker è molto simile a quello di un artworker: stiamo portando avanti una ricerca che conferma questo.” I1

 Discussione e conclusioni

Nel nostro campione la percezione dell’impresa cooperativa è risultata deludente, tuttavia i partecipanti hanno segnalato la dissonanza tra ideale e realtà cooperativa e si sono dimostrati, in linea di principio, interessati ad aderire a collettivi realmente democratici e partecipati. A fronte della non piena soddisfazione, anche dal punto di vista ideale, dell’agire cooperativo, i lavoratori scelgono di non esercitare la voice, e per mancanza di loyalty esercitano la exit, o in altri casi la terza via del silenzio. Questo, insieme all’individualismo dei lavoratori del settore, spiega la proliferazione disfunzionale delle strutture di rappresentanza dei lavoratori dell’arte e dello spettacolo.

Nella percezione dei partecipanti all’indagine empirica, le cooperative sono nate in un determinato momento storico a fronte di vuoti legislativi per far fronte ad esigenze pratiche del singolo lavoratore che, nel corso degli anni, sono riuscite effettivamente a soddisfare. Così in Italia, nel settore dello spettacolo dal vivo e della cultura nacquero verso la fine degli anni 90 molteplici cooperative con l’obiettivo di dare delle risposte concrete a lavoratori impiegati con discontinuità in maniera intermittente. Il settore cooperativo si trova costantemente di fronte alla sfida, e alla opportunità, di aggiornare la propria missione e la propria organizzazione di fronte a nuove esigenze di lavoratori (Kociatkiewicz et al., 2020), e consumatori (Katz & Boland, 2002).

La dimensione più politica invece non viene percepita efficacemente curata delle cooperative. Da qui emerge una carenza in ordine alla soddisfazione dei principi cooperativi e del coinvolgimento democratico dei soci nella vita della cooperativa[20]. Per questo motivo, durante la crisi pandemica gli stessi soci si sono rivolti altrove per avanzare le loro rivendicazioni professionali. La funzione di azione politica della cooperativa rilevata dalla letteratura non viene quindi presa in considerazione, per mancanza dell’esistenza effettiva dei presupposti per considerare l’impresa come tale. Le principali motivazioni che emergono dal dibattito degli intervistati, in ordine alla mancata attuazione piena di attuazione dei principi cooperativi, possono essere individuati nella mancata “narrazione” della diversità cooperativa come impresa rispetto alle logiche tradizionali proprietarie e per la tendenza di alcune cooperative a espandere la loro base sociale senza prendere in considerazione al tempo stesso la necessità di creare comunità e tenendo in considerazione l’importanza della possibilità di conoscenza tra i soci stessi.

Nonostante la questa posizione rilevata rispetto allo stato attuale della cooperazione nel settore, la considerazione della forma cooperativa come modalità di gestione del lavoro in comune e impresa condivisa è in generale positiva e l’auspicio è che, con gli opportuni adattamenti, anche con intervento del legislatore, la forma cooperativa possa ripartire da uno sforzo di concretizzazione dei propri principi fondanti e da una maggiore valorizzazione degli aspetti ideali che ne fanno una forma d’impresa peculiare rispetto a quella tradizionale.

Rilevante appare l’interesse dei gruppi intervistati nei confronti di altre tipologie di lavoratori precari costretti a lavorare sulle piattaforme digitali capitalistiche quali i riders e le nascenti forme di aggregazione, protesta e tentativi di autorganizzazione sperimentati negli ultimi periodi caratterizzati dalla crisi pandemica: in risposta alle piattaforme digitali che considerano il lavoratore come autonomo, come singolo individuo in competizione con gli altri lavoratori, non creando nessun tipo di connessione e spingendo ad un forte individualismo, i lavoratori “digitali” hanno sentito il bisogno di aggregarsi consapevoli che da soli non è possibile affrontare il problema delle loro condizioni di lavoro e preso atto che le strutture tradizionali già esistenti (sindacati e partiti) non fossero in grado di rappresentare al meglio la loro condizione di fronte ai repentini cambi di organizzazione del lavoro.

Posto che appare necessaria un’attività di pressione nei confronti del legislatore per arginare determinate condizioni lavorative, condizioni necessarie anche per le cooperative stesse per essere in grado tutte di competere nello stesso mercato delle capitalistiche, si rileva che sono nati importanti esempi di sperimentazioni cooperative nel settore del food delivery, sostenute da enti pubblici e dallo stesso movimento cooperativo[21]. Si tratta di esempi che non prescindono da una necessità di un processo continuo di sensibilizzazione nei confronti dei lavoratori stessi e degli utenti in ordine alla forma di impresa cooperativa, anche intesa come piattaforma cooperativa digitale[22], in termini competitività economica e al tempo stesso come alternativa posti i problemi di tutela del lavoro che pongono le piattaforme capitalistiche (Scholz, 2016).

La centralità dell’identità cooperativa deve permettere quindi ai cooperatori di esercitare pienamente la loro capacità di voice, intesa come “messa in pratica di una particolare forma di democrazia deliberativa…che presuppone necessariamente la comunicazione” (Zamagni, 2016). Comunicazione che deve essere interpretata come messa in pratica del principio di educazione, formazione e informazione in capo al movimento cooperativo, il quale viene definito, fin dall’inizio della storia del movimento cooperativo come “un business forte, portato avanti con tranquillità e saggezza, e al tempo stesso una fede altrettanto forte, fervente e dedita al proselitismo” (Marshall, 1956), dove per proselitismo si intende la promozione dello spirito cooperativo in termini potenzialmente universali.

Dall’analisi dei dati emerge una sfida per il movimento cooperativo internazionale che ha bisogno di attrarre una nuova generazione di soci con motivazioni diverse rispetto a quelle delle generazioni precedenti. Fallito il tentativo di attrarre i milioni di giovani coinvolti nei movimenti di protesta Occupy Wall Street, (Bernardi, 2013), riusciranno le imprese cooperative a proporsi come modello alternativo agli eccessi di capitalismo che hanno contribuito alla crisi del 2008? Riusciranno le imprese cooperative a presentarsi come un modello credibile per ottenere servizi, rappresentanza e un clima di forte motivazione ideale condivisa dai soci lavoratori? L’emergenza pandemica è stata in parte una occasione colta per dimostrarlo, ma molto resta ancora da fare per garantire un futuro al movimento cooperativo e per contribuire a lottare contro diseguaglianze crescenti sia a livello macroeconomico che a livello organizzativo (Bernardi e Tridico, 2020).

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Appendici

Appendice 1, campione indagine empirica

Appendice 2, codice partecipanti


[1] Zamagni S. (2016) in questo senso propone dei “Forum deliberativi su base territoriale”, aggiungendo che “ora la crisi delle forme di rappresentanza tradizionali (sia politiche, che sindacali) trova il suo principale fattore esplicativo del fenomeno della multi appartenenza, questo stesso fenomeno costituisce un punto di forza per la cooperazione.”

[2] “Che si tratti di auditing e coinvolgimento attivo dell’utente, di partecipazione del cittadino-cliente, di responsabilizzazione (tramite patto) di un destinatario di politiche di attivazione o ancora di cooperazione del lavoratore agli obiettivi d’impresa, assistiamo alla moltiplicazione di strumentazioni, procedure e format finalizzati a sollecitare, verificare e misurare la cooperazione estratta in quanto prestazione attesa”. Così Borghi V., Le basi sociali della cooperazione: ri-politicizzare le forme del legame sociale, Dipartimento di scienze politiche e sociali – Alma Mater Studiorum – Università di Bologna, Scienza & Politica. Per una storia delle dottrine, vol. 26, n. 50, giu.

[3] Art. 45 Cost. “La Repubblica riconosce la funzione sociale della cooperazione a carattere di mutualità e senza fini di speculazione privata. La legge ne promuove e favorisce l’incremento con i mezzi più idonei e ne assicura, con gli opportuni controlli, il carattere e le finalità.

[4] Osservatorio con le statistiche sui lavoratori della Gestione ex ENPALS, soppressa nel 2011 e confluita nell’INPS con la denominazione di Fondo Pensione Lavoratori dello Spettacolo (FPLS) e di Fondo Pensione Sportivi Professionisti (FPSP). Dal 2020 le pensioni della Gestione Spettacolo e Sport sono state inserite nell’osservatorio delle pensioni erogate dall’INPS.

[5]https://assets.ey.com/content/dam/ey-sites/ey-com/fr_fr/topics/government-and-public-sector/panorama-europeen-des-industries-culturelles-et-creatives/ey-panorama-des-icc-2021.pdf

[6] https://www.fondazionedivittorio.it/sites/default/files/content-attachment/vita%20da%20artisti%204%20maggio.pdf

[7] https://lavoratorispettacolomi.altervista.org/?fbclid=IwAR0w8AHlw1gLnltzTHXGFY8Y0vSeBqfUEpRg24fwif59nSZnjA5YUAAd4jM

[8] Classificazione dei settori di attività delle cooperative che all’interno di Legacoop Culturmedia, si occupano di beni culturali, https://culturmedia.legacoop.coop/

[9] Si vedono i dati riportati in relazione alla composizione della base sociale della cooperativa Smart per l’anno 2020, nel quale i soci classificati come “artisti visivi” non superano la percentuale del 2%, in Berranger C., Monni S., Realini A. (2020), Cooperative Bene Comune, capitolo 6, Smart: un caso studio per la tutela dei freelance, Roma Tre Press.

Si occupa di lavoratori della creatività come graphic designer, fotografi, videomaker, illustratori la cooperativa Doc Creativity, https://doccreativity.it/i-creativi/

[10] https://culturmedia.legacoop.coop/

[11] https://www.progettocresco.it/

[12] http://www.forumartecontemporanea.it/

[13] https://www.miriconosci.it/

[14] Interessante analisi sulle misure che sono state adottate a favore del settore culturale, nel primo periodo di pandemia, con una classifica dei Paesi Europei, si trova qui Art Share (2020), La classifica del supporto alle arti da parte degli Stati Come i governi stanno sostenendo la cultura durante la crisi del coronavirus.

[15] A titolo di esempio le sigle che hanno partecipato, su convocazione del Ministero delle attività culturali e del turismo, al tavolo permanente dello spettacolo dal vivo, il cinema e l’audiovisivo del 22 febbraio 2021, sono state oltre 100.

[16] Nel 1844 nasce la cooperativa di Rochdale, a Manchester in Inghilterra, primo esempio di cooperativa moderna, cooperativa di consumo dal quale statuto vennero tratti i principi del movimento cooperativo internazionale.

[17] Si tratta di: Artemis – Associazione Rete Tecnici e Maestranze Intermittenti dello Spettacolo https://www.assoartemis.it/, Bauli in Pizza – We make events https://www.bauliinpiazza.it/ – AWI – Art Workers Italia https://artworkersitalia.it/

[18] In particolare, si fa riferimento ai principi di adesione libera e volontaria, controllo democratico da parte dei soci, educazione, formazione e informazione e interesse verso la comunità.

[19] Intesa come principio cooperativo di formazione e educazione dei soci. La descrizione del principio di Education dei soci dai probi pionieri di Rochdale recita: All cooperative societies should make provisions for the education of their members, officiers, and employees and the general public in the principles and techniques of cooperation, borth economic and democratic.

[20] Rispetto al quadro legislativo, in più occasioni il legislatore tento di favorire di aumentare “il tasso di democrazia reale” delle organizzazioni mutualistiche, stimolando la partecipazione dei soci cooperatori alla vita assembleare, tenuto conto che del diffuso assenteismo assembleare dovuto al ridursi del peso del singolo voto del socio cooperatore al crescere del numero dei soci, i limiti posti per il voto delegato, la facoltatività delle assemblee speciali, la poca considerazione in relazione al peso del voto delle minoranze e la mera facoltatività del voto per corrispondenza. Di Cecco, G. (2003), La governance delle società cooperative: l’assemblea, in Genco R., Vella, F. La riforma delle società cooperative, Milano, IPSOA, 2003, p. 115.

[21] Si riportano due esempi, il caso di Consegne Etiche a Bologna, portato avanti da istituzione e da due cooperative https://consegnetiche.it/ e Food4Me a Verona, prima cooperativa di riders d’Italia, entrambi partiti nel corso del 2020.

[22] Fondamentale nello studio e nel dibattito all’interno del movimento cooperativo internazionale il modello del platform cooperativism, fondato da Trebor Scholz