Non c’è fondo all’esclusione

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Political and social notes

Il Reddito di Cittadinanza (RdC), particolare beneficio economico, introdotto per la prima volta nell’ordinamento italiano dal d.l. n. 4/2019, aveva come fini dichiarati quelli di operare un riordino del sistema di assistenza sociale, di razionalizzare i servizi per l’impiego, di rendere più efficace la gestione delle politiche attive per il lavoro. Una misura, dunque, che provava ad andare oltre al contrasto alla povertà.

Con la Legge di conversione n. 26 del 2019, “Disposizioni urgenti in materia di reddito di cittadinanza e di pensioni” sono state apportate alcune modifiche al testo originario tra le quali quelle riguardanti la presenza di un membro del nucleo familiare beneficiario sottoposto a misure di vigilanza cautelare e la conseguente sospensione del beneficio economico (in precedenza solo in caso di detenzione in carcere). In pratica qualora il nucleo familiare beneficiario (o il richiedente in prima persona) fossero stati colpiti da misura cautelare, il reddito di cittadinanza sarebbe stato sospeso. E così è stato e così sarà anche secondo quanto introdotto dal decreto aiuti entrato in vigore il 15 luglio 2022, per il quale «il beneficio non può essere nuovamente richiesto prima che siano decorsi dieci anni dalla condanna.»

Intanto, sulla costituzionalità della norma relativa alla sospensione si è espressa la Corte Costituzionale, con la sentenza n. 126, depositata il 21 giugno 2021.

Di fatto, fondandosi (anche) sul requisito della onorabilità e non sul solo stato di bisogno, l’erogazione è sospesa al venir meno di quanto necessario alla concessione che, invece, dovrebbe permanere dalla data della domanda e per tutto il periodo in cui il sussidio viene incassato.

Si potrebbe obiettare, come è stato fatto (inutilmente) – motivazioni devolute dal Giudice per le indagini preliminari del Tribunale ordinario di Palermo, Claudia Rosini, con ordinanza n. 86 del 2020 – a proposito dell’inosservanza di alcuni disposti costituzionali, tra i quali artt. 2 e 3 ma soprattutto gli artt. 1 e 4 Cost., in quanto il reddito di cittadinanza sarebbe finalizzato anche all’inserimento lavorativo e alla formazione privata del beneficiario, inficiati dal provvedimento di sospensione. Se le misure vecchie e nuove vedono e vedranno un riconoscimento in funzione dei redditi familiari e del sostegno all’intero nucleo familiare, la sospensione o la non concessione potrebbero ledere anche gli artt. 29, 30 e 31 della nostra Carta costituzionale.

La negazione implicita del principio di personalità della responsabilità penale – il richiedente non è l’intero nucleo familiare beneficiario – e di quello della presunzione di non colpevolezza – la sospensione è applicata anche al soggetto non condannato nemmeno in via provvisoria – interesserebbero anche gli artt. 27, comma 1 e 2, art. 117, comma 1 così come alcuni dettami della Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo (CEDU) e della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea.

Per la sentenza della Corte Costituzionale, invece, l’essere sottoposti a misure cautelari, di prevenzione o essere stati condannati in via definitiva nei 10 anni precedenti alla richiesta e per alcuni reati, implica una violazione degli specifici obblighi di condotta richiesti al precettore.

Ad oggi il Reddito di Cittadinanza sarà ufficialmente sostituito – terminate le poco disinvolte capriole tra tagli e scarsità di risorse – dalla Gal per gli occupabili (350 euro al mese) e Gil per gli altri (massimo 1100 euro per la famiglia). Sono da intendersi occupabili i single e le coppie senza figli minori fino a 59 anni. L’esclusione dal beneficio a causa di condanne riportate nei precedenti 10 anni, dunque, persiste.

Sostegno o inclusione, le vecchie e le nuove misure previste estromettono un cospicuo numero di persone, forse proprio le più bisognose di nuove opportunità, definendo aprioristicamente e con una certa dose di cinismo e di moralismo chi sono gli scartati (o gli scartabili).

Se il sociologo tedesco Ulrich Beck nel 2000[1] predisse un futuro lavorativo per buona parte della popolazione europea in “stile brasiliano”, ossia fatto di lavori occasionali, di breve durata e all’insegna del precariato, è possibile ora ipotizzare che gli schemi “dal welfare al workfare” – ossia dall’assistenza sociale all’inserimento lavorativo – proveranno a rendere lo stato sociale inutile.

Non sembra esserci, infatti, una reale volontà di migliorare le condizioni di vita e le sorti di poveri e svantaggiati ma soltanto l’intento tra l’afflittivo e il punitivo «di cancellarli dal registro dei problemi sociali (anzi etici), tramite l’elementare espediente di una loro riclassificazione» [2] al di là della destra e della sinistra in politica.

Forte della cattiva pubblicità di cui il RdC è stato bersaglio, le nuove misure sembrerebbero voler porre rimedio alla trasformazione subita dall’underclass composta nel percepito dominante da fannulloni dipendenti dai sussidi pubblici. Non piacciono a chi gestisce il potere e la produzione, non piacciono a chi non beneficia di analoghe misure e in più deve fare i conti con l’incertezza e la precarietà del lavoro… «E così, rendere il destino dei poveri ancora peggiore di quanto già non sia fa apparire migliore le sorti di tutti gli altri.» [3]

In compenso a proposito della prima proposta ventilata dall’attuale Governo (MIA), la stessa non è piaciuta a larga parte del Terzo Settore e a quanti si occupano di disagio sociale.

In un documento promosso dalla Caritas Diocesana, redatto da una serie di economisti, sociologi, esperti del settore e consegnato nei giorni scorsi alla Ministra del Lavoro Marina Calderone, si legge che ridurre l’assegno a gli “occupali” – famiglie senza minori, disabili, over 60, ecc. – praticamente un terzo della platea, è un inedito a livello europeo «che potrebbe avere conseguenze negative in termini di equità ed efficienza».

Qualsiasi misura si decida di adottare in sostituzione del RDC, dovrebbe essere accompagnata da iniziative atte ad assicurare stipendi garantiti, misure pre e re-distributive, un salario minimo in grado di rispondere alla morsa di un’inflazione in crescita e a implementare l’attrazione verso il lavoro. Inoltre dovrebbe essere coerentemente capace di rispondere alla domanda: perché una persona che ha scontato il suo debito con la giustizia – si ipotizza per il dettato dell’art.27 della Costituzione che sia stato anche rieducato – non può percepire forme di sostegno come gli altri cittadini, in attesa di riuscire a trovare lavorare?

«La scelta non è fra lotta alla povertà o lotta alla disuguaglianza: entrambe vanno perseguite con urgenza nella consapevolezza che se non si scioglieranno i nodi delle cause, la povertà e la disuguaglianza resteranno un destino ineluttabile per troppe persone nel nostro paese.» [4]

Olive e capperi

Puntuale alle 9,30, come ogni mercoledì P. si affaccia alla porta della mia stanza al secondo piano del Dipartimento Dipendenze Patologiche dell’Azienda Sanitaria Locale di Taranto.

Guardandolo, penso che, forse, sta un po’ meglio rispetto alle ultime settimane o, magari, è solo la mia aspettativa costretta a colori pastello.

…Ancora non ho ricevuto risposta dopo l’ultimo colloquio. Essendo ristorazione e bar, credo che tocca aspettare l’estate… Sì, gli ho dato il curriculum… Oggi ho preso i buoni spese e nel pomeriggio provo a sentire l’Associazione che mi aveva proposto di collaborare con loro…

100 euro di buoni spesa per la sua attività nella lavanderia di un centro cittadino per gli ultimi (immigrati, dipendenti patologici, senza fissa dimora), sentirsi penultimi ha i suoi vantaggi.

200 euro per una collaborazione offertagli da un’associazione che si occupa di disagio sociale.

Un uomo solo di 59 anni, una storia famiglia difficile alle spalle, una casa che necessiterebbe di qualche importante lavoro di ristrutturazione (… io faccio ma bisognerebbe intervenire sul terrazzo, c’è umidità dappertutto), qualche precedente per furto, gli anni ’80 e l’uso di eroina.

Ci conosciamo da tanto ma nel gennaio 2020 l’ingiunzione a cui ho creduto e aderito: non voglio più tornare in carcere, non ce la faccio più. Voglio vivere serenamente. Ho qualche euro messo da parte, avendo lavorato durante l’ultima detenzione, devo trovare qualcosa da fare. Aiutami.

Gli ho spiegato come funziona uno smartphone e alcune sue applicazioni.

Poi il sopraggiungere della pandemia da Covid-19 e il primo lockdown.

Qualche messaggio per non sentirsi completamente solo.

I suoi risparmi, qualche aiuto dai Servizi sociali del comune, buoni spesa.

Normalizzatasi la situazione sanitaria, un lavoretto in un progetto di raccolta differenziata, il volontariato vissuto con regolarità e impegno, la frequentazione di un’associazione ecologista con relative raccolte domenicali di rifiuti abbandonati. In una vita che sembrava prendere finalmente una piega diritta la possibilità di beneficiare del reddito di cittadinanza e la simpatia per una donna che se pur non si è concretizzata in una relazione, gli ha ridato la piacevole sensazione di un cuore che batte… è bella, sai, intelligente e simpatica. Ho provato a farle capire… ma non fa niente, va bene anche così. Sono contento se lei è contenta. Comunque posso continuare a saperla amica.

Puntuale alle 9,30, ogni mercoledì P. l’ho rivisto affacciarsi alla porta della mia stanza al secondo piano del Dipartimento Dipendenze Patologiche dell’Azienda Sanitaria Locale di Taranto. Era evidente si stesse finalmente prendo cura di sé… ho ridipinto casa e cambiato i rubinetti degli accessori del bagno. Ho ripassato tutte le stanze con la candeggina… Ho buttato un sacco di cose vecchie e fatto ordine in casa… Questa settimana ci siamo visti con il gruppo di Giustizia per Taranto. Mi piacciono e mi fanno sentire a casa… Non avevo mai festeggiato il mio compleanno. Mi hanno fatto una torta e regalato un buono che ho utilizzato per comprarmi queste scarpe e questo giaccone. Ho spento le candeline. Mi sono sentito strano e sai che cos’era quella stranezza: la felicità…Questa settimana ho addirittura fatto l’elenco di tutti i “Topolino” collezionati quando ero ragazzo…

E così per qualche anno, ogni settimana, escluse le due che lo hanno visto a casa con il Covid.

Ogni mercoledì.

Circa un mese fa, P. ancora un po’ astenico e indebolito, è arrivato dopo un messaggio che non faceva presagire nulla di buono.

Mi hanno tolto il reddito di cittadinanza…

La conseguente fase depressiva non mi ha stupita.

Il timore di una malattia inguaribile – fortunatamente smentito – la paura di non farcela, il senso della dignità violata.

Sai, io non voglio chissacché, mi basterebbe sapere di poter vivere… di avere quel minimo che mi faccia dormire… Che deve fare un uomo di quasi sessant’anni, secondo loro, per mangiare e pagare una bolletta?

Ho pensato e gli ho suggerito ciò che banalmente sarebbe venuto in mente a chiunque non si sia trovato in frangenti di questo tipo: bisogna trovare un lavoro.

Non posso nascondere di aver temuto il peggio che nella fattispecie poteva tradursi in un ritorno al consumo di eroina o in una scivolata verso quello dell’alcol (legale, pulito, socialmente accettato).

Qualche volta ho pensato cose strane… così sono contenti. Tanto in un modo o nell’altro non esisti… Pensa che bello vivere per stare male.

Abbiamo sfiorato quest’ultima ma la rete sociale di protezione che P. è stato bravo a costruirsi e coltivare ha retto.

Ci siamo messi ad aggiornare il suo vecchio curriculum. Ho scoperto dei titoli e delle competenze che non sapevo avesse.

Considerata l’astenia che non sembrava volergli dare tregua – probabilmente più psicologica che fisica- ha cominciato a cercare l’opportunità di qualche colloquio.

Meglio l’attesa che nulla in cui sperare. Almeno è quello che ho pensato io a cui la sussistenza, però, non manca. Certo, imputando alle scelte sbagliate o alle non scelte, si potrebbe pensare perché … perché… perché…

Peccato che la vita non sia quasi mai un sillogismo perfetto.

Vedi non è solo che mi hanno tolto un po’ di sicurezza, mi hanno tolto la gioia di vivere…

Ho pensato che questa affermazione necessitasse di un approfondimento.

E così è stato.

Voglio dire non è solo una questione di soldi che pure servono eccome. Ė che mi sembra di non avere più voglia… Voglia di fare, di prendermi cura della casa, di me. Mi trascino. Pensa ad un restringimento. Tutto si è ristretto e pure io. Io non lo vedo più l’orizzonte, sono tornato con lo sguardo basso, a pensare che non mi merito qualcosa di buono… Anche mangiare che per fortuna non mi manca è diverso e comunque non è la sola cosa di cui una persona ha bisogno. Ho spento i fornelli, Qualche volta mi permetto una fettina di carne ma non ne godo, la faccio così, la butto sulla piastra, lascio che cuocia…

Ė questa la differenza: prima sorridevo davanti ai fornelli mentre mi promettevo qualcosa di buono.

Pensa un po’ sentivo che anche io contavo qualcosa.

Era la stessa fettina ma potevo permettermi di farla alla pizzaiola.

Ora olive e capperi non me li compro più…

Un nuovo mercoledì e poi un altro.

Non ho trovato un modo migliore per significarti P. che anche questa volta, nonostante tutto, ce la farai.

Un dono che è più un simbolo.

Due piccoli barattoli.

Per te, olive e capperi.


[1] U. Beck, Il lavoro nell’epoca della fine del lavoro. Tramonto delle sicurezze e nuovo impegno civile, Einaudi, 2000

[2] Bauman Z., Homo consumens, Erickson, 2006, p. 90

[3] Ibidem, p. 91

[4] Franzini M. e Raitano M., (2023) Disuguaglianza e povertà in Italia: proviamo a fare il punto, Menabò di Etica ed Economia, 14 gennaio e 23 gennaio 2023

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