La crisi è da domanda, il Fondo Monetario Internazionale ci ripensa

La crisi è da domanda, il Fondo Monetario Internazionale ci ripensa

4
Stampa questo articolo Stampa questo articolo
CONDIVIDI
-

Il 13 settembre 2010 si è tenuta ad Oslo una conferenza congiunta del Fondo Monetario Internazionale (IMF) e dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro (ILO), dal titolo “The Challenges of Growth, Employment and Social Cohesion”. Merita attenzione il documento preparatorio dei lavori, a firma congiunta IMF ed ILO. Lo scritto è strutturato in due capitoli: il primo, sui costi umani della recessione, a cura dell’IMF; il secondo, dell’ILO, sulle basi per una crescita bilanciata e sostenibile. Congiuntamente, l’analisi dell’attuale crisi e le concrete prescrizioni di policy contenute nel documento segnano una svolta importante da parte del Fondo. Data la gravità del momento, per molti economisti un cambio di sensibilità interpretativa da parte dei principali attori di politica economica era semplicemente inevitabile. Eppure, come scrive Paul Krugman sul New York Times del 14 settembre 2010, “vista la maniera in cui così tante istituzioni internazionali sono state catturate dalla follia delle opinioni convenzionali, il nuovo documento dell’IMF, ragionevole sebbene troppo cauto, è certamente una gradita sorpresa”.

Provo qui a riassumere, schematicamente e senza pretesa di esaustività, alcuni passaggi del documento.

Il punto di partenza è la constatazione che la disoccupazione ha oramai raggiunto proporzioni gravissime. Si stima che nel mondo più di 210 milioni di persone siano attualmente disoccupate, con un aumento di oltre 30 milioni dal 2007 (pag. 4). Sebbene la recessione economica abbia interessato tutti i paesi, l’aumento della disoccupazione è stato particolarmente marcato nelle economie più sviluppate (sulle quali il documento si focalizza) ed in particolare negli Stati Uniti ed in Spagna. Ben tre quarti dell’aumento del numero di disoccupati mondiali è, infatti, avvenuto nelle economie avanzate.

Nell’individuare le cause di una crescita così spettacolare della disoccupazione in alcuni paesi rispetto ad altri, il documento mette al primo posto il ruolo della domanda aggregata. Questo è un aspetto di estremo rilievo teorico, per chi ha seguito la condotta dell’IMF negli ultimi lustri.

L’analisi sviluppata nel secondo capitolo individua nella dinamica della disuguaglianza, all’interno di specifici paesi e fra paesi, uno dei fattori che ha maggiormente inciso sugli squilibri di domanda aggregata. Si sostiene che l’aumento della disuguaglianza in alcuni paesi abbia causato una compressione del consumo aggregato, manifestando le proprie conseguenze in una crescita modesta o in un aumento dell’indebitamento privato. Nell’introduzione al documento (a pag. 8 ) si legge anche che “in alcuni paesi, ed in particolare negli Stati Uniti, la crescente disuguaglianza potrebbe aver aumentato l’indebitamento delle famiglie, costituendo così un fattore importante nello spiegare la crisi dei subprime”. Inoltre, viene esplicitamente riconosciuto il ruolo della globalizzazione dei processi produttivi nell’influenzare la disuguaglianza, soprattutto attraverso un indebolimento delle istituzioni del mercato del lavoro a protezione del potere contrattuale dei lavoratori e la spinta al ricorso a contratti di lavoro flessibile.

Anche gli squilibri commerciali fra paesi vengono attentamente discussi. Incidentalmente, per le economie aperte agli scambi con l’estero le esportazioni possono sostituire la domanda interna. Tuttavia, si nota come una tale soluzione ponga ben noti problemi nel lungo periodo; inoltre, a livello internazionale le esportazioni nette sommano necessariamente a zero. A questo proposito, è interessante notare che il documento si apre con una lunga citazione di Strauss-Kahn, Managing Director dell’IMF, il quale paventa chiaramente i pericoli di politiche non coordinate di uscita dalla crisi: “noi (l’IMF) fummo creati dalle ceneri di un mondo distrutto, colmi della determinazione dei nostri fondatori di non compiere mai più gli errori del passato – errori che portarono al nazionalismo economico e alla guerra. (…) Il nostro ruolo inizia con la stabilità economica, ma termina con il fine di tutte le istituzioni multilaterali – un mondo stabile e pacifico”.

Il documento evidenzia anche gli effetti, in termini di occupazione, di specifiche politiche ed istituzioni del mercato del lavoro. In particolare, quei paesi che hanno adottato riforme strutturali del lavoro tese ad introdurre maggiore flessibilità per alcune tipologie contrattuali (specificatamente i lavori a tempo determinato), pagano adesso un prezzo maggiore in termini di aumento della disoccupazione. Al tempo stesso, viene espresso un cauto scetticismo sulla presunta capacità di tali riforme strutturali di generare occupazione a crisi conclusa: “in principio, il mercato del lavoro duale dovrebbe portare benefici durante la ripresa, poiché le imprese dovrebbero essere più prone a reimpiegare i lavoratori con contratti temporanei, piuttosto che permanenti. Se ciò si verificherà è ancora da vedere” (pag. 36).

Infine, la trattazione, a cura dell’IMF, dei costi umani della recessione evidenzia gli effetti di lungo periodo della disoccupazione, specialmente giovanile, e la concreta possibilità che il tasso di disoccupazione naturale si porti a livelli permanentemente più elevati, a seguito dell’attuale crisi.

Il documento IMF-ILO non si limita all’analisi delle cause e delle conseguenze della recessione, ma cerca anche di delineare alcuni concreti suggerimenti di policy. Le principali indicazioni di politica economica hanno il dichiarato obiettivo di stimolare la domanda interna e far sì che questa generi la creazione di posti di lavoro.

In primo luogo, si suggerisce estrema cautela nel procedere con politiche di consolidamento fiscale. Data la precarietà dell’attuale fase ciclica, l’adozione generalizzata di politiche fiscali restrittive rischierebbe di compromettere la ripresa. Ad esempio, si legge (a pag. 38) che “una ripresa della domanda aggregata è la singola migliore cura contro la disoccupazione. Quindi, come strategia generale, le economie più avanzate non dovrebbero rendere restrittive le politiche fiscali prima del 2011, perché una stretta prima di tale data potrebbe minare la ripresa”. Sia chiaro, il documento opera importanti distinguo fra paesi, dovuti alle diverse situazioni di finanza pubblica all’inizio della recessione. Tuttavia, risulta evidente la differenza di toni rispetto alle indicazioni provenienti da altre prestigiose istituzioni internazionali (si veda, ad esempio, l’ultimo bollettino mensile della Banca Centrale Europea, settembre 2010, in particolare il Box 7).

In secondo luogo, l’introduzione ed il secondo capitolo si soffermano diffusamente sull’importanza di un’equilibrata distribuzione del reddito al fine di stimolare la domanda interna. In tal senso, la salvaguardia del potere d’acquisto dei salariati diventa un obiettivo per alimentare la ripresa. Un passaggio degno di nota riguarda il riferimento al fatto che un’equilibrata distribuzione del reddito non sia un puro fatto salariale, ma richiami anche l’importanza di istituzioni e politiche di protezione sociale. Così si legge che “una crescita sostenibile (…) potrà essere generata solo con valide politiche macroeconomiche integrate a valide politiche occupazionali e sociali” e che una delle priorità per la crescita è “il rafforzamento delle istituzioni del mercato del lavoro (…) per migliorare le condizioni di vita ed il potere d’acquisto delle famiglie dei lavoratori” (pag. 9).

Legato al punto precedente è l’invito a non abbandonare, nel breve periodo, le politiche attive nel mercato del lavoro, alla quali è riconosciuto un ruolo positivo nella creazione di occupazione, anche durante la recessione. Da un punto di vista teorico, gli effetti distorsivi delle politiche e delle istituzioni del mercato del lavoro non vengono assolutamente taciuti. Tuttavia, in questo specifico periodo storico, i costi in termini di efficienza connaturati a questi effetti vengono ritenuti trascurabili rispetto ai loro potenziali benefici.

In conclusione, il documento congiunto IMF-ILO contiene un’analisi interessante dell’attuale crisi economica ed alcune indicazioni di policy a mio parere condivisibili. Credo che la sua diffusione possa arricchire il dibattito, internazionale ed italiano, ed aiutare ad individuare risposte adeguate di politica economica.

Vorrei però terminare evidenziando un aspetto probabilmente secondario, di natura genericamente teorica. L’estate appena conclusasi è stata animata da una disputa fra economisti italiani, interpretata da qualcuno con toni inutilmente aspri, sulle cause dell’attuale recessione economica e sulle politiche più adeguate a fronteggiarla. A livello internazionale il dibattito è stato altrettanto vivo, ma più garbato e maggiormente aperto al confronto. Il documento dell’ILO e del IMF dimostra che, di fronte alla gravità della crisi, il senso di responsabilità deve rendere possibile e necessario un dialogo costruttivo anche fra soggetti assai diversi per “approcci ed analisi” (pag. 2), previo ripensamento, evidentemente, di quelle posizioni teoriche fatalmente contraddette dai fatti. Inoltre, a mio parere esso indica chiaramente che, nella chimera di una teoria economica esatta, un uso pragmatico, sapiente e storicamente determinato delle indicazioni provenienti dalle diverse posizioni teoriche sia una strada proficua da percorrere.

 

*Professore di economia politica nell’Università “Bocconi” di Milano.

4 Commenti

  1. Estremamente interessante e per certi aspetti sbalorditivo il libro del FMI e dell’ILO. Le altre istituzioni internazionali come possono ignorare l’allarme lanciato addirittura dal Fondo? Una sola cosa non mi � chiara: � possibile ridefinire la distribuzione del reddito con una economia in depressione? E con la situazione grave del debito pubblico in Italia e in Europa? C’� spazio per recuperare?

  2. Leggo qui, leggo altrove. Proviamo a vedere se ho capito qualcosa.
    1) La domanda “� possibile ridefinire la distribuzione del reddito con una economia in depressione?” andrebbe girata: “� possibile uscire dalla ‘depressione’ senza una redistribuzione del reddito?”; mi pare che FMI e ILO abbiano risposto, forse timidamente, “no”;
    2) “E con la situazione grave del debito pubblico in Italia e in Europa?” Chi ha detto che � grave? Il “Manifeste d��conomistes atterr�s”, recentemente pubblicato sul sito, inizia ricordando che il deficit medio nell’Unione Europea nel 2010 � stato del 7%, quello USA dell’11%. Il Giappone ha avuto nel 2009 un debito pubblico pari a quasi il 190% del PIL, pi� di qualsiasi paese europeo (Grecia: 115%), ma non � sotto attacco speculativo e ha un tasso di disoccupazione del 5% (Grecia: oltre il 9%).
    Invece, il debito estero del Giappone supera di poco il 40% del PIL, quello della Grecia � il 166% del PIL (dati dal CIA factbook).
    Se leggo altrove (http://www.sbilanciamoci.info/Archivio/conti-pubblici/Anche-l-Europa-ha-i-suoi-Stati-subprime-3889), trovo: “la crisi di Spagna, Grecia, ecc. � una crisi di insostenibilit� del debito estero (che loro hanno e noi no), non del debito pubblico (che loro non hanno, o non quanto noi)”.
    Se il problema � il debito estero, se a questo aggiungiamo l’effetto negativo sulle bilance dei pagamenti dovuto agli squilibri dell’attuale assetto dell’area euro (Germania e Olanda guadagnano, altri perdono), mi pare che la gravit� non stia nella situazione del debito pubblico.
    Mi pare che, oltre alla distribuzione ineguale del reddito, il vero problema sia la mancanza, nell’area euro, di meccanismi di riequilibrio ben presenti in altre aree valutarie, quali USA e Canada. Mi pare anche che, se perdurassero squilibri che dividono l’Europa in paesi ricchi e paesi poveri, anche una redistribuzione del reddito nei singoli paesi sarebbe solo una chimera.
    Sbaglio?

  3. Che una adeguata politica di redistribuzione del reddito, possa provocare un aumento della domanda, riesco a comprenderlo pur senza specifiche conoscenze economiche. Ma quello che mi chiedo �: data la inconfutabile delocalizzazione del settore produttivo, come si fa a garantire che l’aumento della domanda non si traduca solo in una crescita delle importazioni ma faccia da volano alla crescita interna?
    Ed in termini pi� generali, esistono politiche economiche efficaci (almeno in teoria) applicabili a questo modello di mercato globalizzato?
    Probabilmente in termini pi� ideologici e meno tecnici esprimo lo stesso dubbio del sig. Paolini.

LASCIA UN COMMENTO