Chi paga la crisi e chi ci guadagna

Chi paga la crisi e chi ci guadagna

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La campagna elettorale sta entrando nel vivo, ma, com’era facile prevedere, visti gli attori in campo, i temi veri, quelli che afferiscono al futuro del paese ed alla sua capacità di vincere le sfide che ha davanti, rimangono inspiegabilmente sullo sfondo.

E tra i temi veri, vale la pena ricordarlo, c’è quello che riguarda i nostri impegni con l’Unione europea e le sue strutture tecnico-finanziarie. Insieme a quello, correlato, della compatibilità del nostro diritto al futuro con le scelte finora compiute sul terreno della costruzione dell’Europa monetaria.

Nel luglio del 2012 il nostro Parlamento ha ratificato, in un clima che potremmo definire inerziale, due importanti trattati, quello sul Fiscal compact e quello sul Meccanismo Europeo di Stabilità (MES).

Il primo impegna il nostro paese a ridurre il debito pubblico nei prossimi venti anni, fino a portarlo entro la soglia stabilita dal Trattato di Maastricht (60% del PIL). Considerato che il debito italiano ammonta ormai a circa 2000 miliardi di Euro, che in rapporto al prodotto interno fa il 127%, per raggiungere l’obiettivo del trattato bisognerà rastrellare circa 900 miliardi di Euro in venti anni, 50 ogni anno, 150 milioni ogni giorno.

Il secondo è riferito invece all’istituzione del cosiddetto “Fondo salva stati”, un plafone di 650 miliardi di Euro che l’Europa metterebbe a disposizione, previa accettazione di vincoli draconiani dal lato della riduzione della spesa, dei paesi a rischio bancarotta. Chi alimenterà questo portafoglio? Gli stati membri, in rapporto alla loro ricchezza (PIL). L’Italia ha dovuto sottoscrivere quote per il 18% dell’intero capitale, per un importo di circa 125 miliardi di Euro, da versare in 5 anni.

La prima domanda che sorge snocciolando queste cifre è questa: dove prenderà i soldi il nostro paese per onorare questi impegni? Stiamo parlando infatti di cifre vertiginose, tanto grandi da apparire immediatamente incompatibili con le disponibilità finanziare dello Stato, specie in questa fase etichettata con la parola “crisi”.

Evidentemente,come il governo dei professori ci ha anticipato, una parte dei quattrini necessari per “stare in Europa” dovrà venire da una contrazione significativa della spesa e da un inasprimento generalizzato della pressione fiscale, diretta ed indiretta. Ergo, meno servizi e tutele per i cittadini, meno stato sociale, più tasse. Con tutte le conseguenze, in termini di recessione economica e di crescita della povertà, che una simile spirale porta inevitabilmente con sé.

Ma questo non sarà sufficiente, perché oltre una certa soglia, nei tagli al welfare, non si potrà andare, pena l’annientamento della nostra società. E questo il Meccanismo di stabilità l’ha previsto, stabilendo che i paesi membri, per finanziare il “Fondo salva stati” potranno fare nuovo debito pubblico.

Ricapitoliamo. La crisi in atto è sta battezzata come “crisi del debito”. Quotidianamente i mass media ci informano che la stabilità finanziaria dell’Europa passa attraverso il controllo e la riduzione dei debiti sovrani degli stati membri. E in questa direzione andrebbero sia l’obbligo del pareggio di bilancio, peraltro costituzionalizzato, sia le clausole del Fiscal compact appena richiamate. In Italia ciò sarebbe maggiormente rilevante a causa dell’enorme debito accumulato negli anni ed al suo peso in rapporto alla ricchezza nazionale (PIL). Tutto chiaro? Tutto lineare? Nemmeno per sogno.

Proprio il meccanismo principe della stabilità finanziaria europea, il MES, messo in piedi per non far fallire gli stati membri dell’Unione con più alto e tortuoso debito pubblico, prevede che quest’ultimo si può nondimeno aumentare per riempire le sue casse.

C’entra qualcosa tutto ciò col fatto che il debito pubblico italiano negli ultimi mesi ha subìto un’impennata turbinante, portandosi al di sopra dei 2000 miliardi di Euro? Certo che c’entra.

Come dimostrano le stime della Banca d’Italia, all’inizio del 2012 il debito pubblico italiano era poco sopra i 1.900 miliardi di Euro. Oggi siamo a circa 2020 miliardi di Euro. Nei 120 miliardi di differenza ci sono anche i versamenti che il paese ha fatto al “Fondo salva stati”. Una contraddizione gigantesca: si strangola l’economia con misure di austerità per uscire dalla “crisi del debito”, e, nello stesso tempo, quest’ultimo lievita a dismisura, anche per effetto delle stesse strategie volte a ridurne la consistenza. C’è una logica in tutto ciò? Apparentemente no. Se diamo però un’occhiata a quello che è accaduto in quest’ultimo anno sul versante della (cosiddetta) lotta alla speculazione qualche spiraglio di luce inizia ad aprirsi.

Nel mese di dicembre del 2011, quando i venti della speculazione soffiavano particolarmente forti, la Bce ha accordato a 523 banche private europee finanziamenti per circa 500 miliardi di Euro, ad un tasso fisso agevolato del 1%. Una cifra enorme, con la quale le banche hanno, prevalentemente, acquistato titoli di Stato, ad un rendimento fino al 5-6 %.

Se guardiamo al nostro paese, i dati della Banca d’Italia a tal riguardo parlano chiarissimo: a cavallo tra il 2011 e la fine di gennaio del 2012, quindi immediatamente dopo l’asta della Bce del 21 dicembre, le banche italiane hanno acquistato BTp e ed altri titoli affini per un importo di circa 30 miliardi di Euro, passando, in termini di portafoglio complessivo, da 209 miliardi a 237 in un solo mese.

Una cosa simile si è verificata anche qualche mese dopo, a seguito della seconda asta della Bce, nel mese di febbraio del 2012, con la quale sono stati assegnati ben 530 miliardi di Euro a 800 banche europee. E siamo a 1000 miliardi in tre mesi! Un importo pari alla metà del nostro gigantesco debito pubblico.

Capito? La giostra europea funziona più o meno così: lo Stato si svena verso l’Europa, tassando i propri cittadini, tagliando servizi, cancellando diritti, emettendo nuovi titoli del debito pubblico; l’Europa, a sua volta, prende questi soldi e li dà a banche private, che hanno perso liquidità per proprie imprese finanziarie fallimentari, quasi a gratis; le banche, prendono questi soldi, e cosa fanno? Aprono il portafoglio e finanziano le imprese? No, li prestano agli stati comprando il loro debito, ad un tasso di interesse 4-5 volte superiore a quello con cui li hanno ricevuti. I soldi, insomma, sono sempre gli stessi, ma in questo gioco incredibile c’è, ovviamente, chi vince e chi perde. I primi si chiamano banche e speculatori finanziari, i secondi cittadini d’Europa.

In questo quadro l’obiettivo della riduzione del debito, e quello del pareggio di bilancio, più che il fine costituiscono il mezzo attraverso il quale si finanzia la speculazione finanziaria. C’è “crisi” si dice, ma nella “crisi” qualcuno ci sta guadagnando. E questo qualcuno si chiama “banche”. Solo quelle italiane, nell’anno che è appena trascorso, avrebbero guadagnato, investendo i soldi ricevuti dalla Bce, più di 15 miliardi di Euro.

I conti tornano. E quelle cose che più indietro potevano apparire contraddittorie, in questa nuova ottica si ripresentano in tutta la loro coerenza. Intanto la politica italiana continua a trastullarsi nel suo teatrino. Tanto del nostro destino se ne occupano altrove.

17 Commenti

  1. Riguardo al Fiscal Compact, che richiederebbe �sforzi� per 50 miliardi l�anno, non sono d�accordo!
    Perch� limitarsi solo ad analizzare il debito, e non anche il Pil? Il rientro non � sul debito, ma sul debito in rapporto al Pil.
    Con i dati dell�articolo, e supponendo operativo il pareggio di bilancio (quindi fissando nel tempo il numeratore del rapporto Debito/Pil), basterebbe che il Pil crescesse di meno di 45 miliardi l�anno per raggiungere l�obiettivo e cio� basterebbe un aumento di Pil nominale del 3% l�anno che, considerando l�inflazione �vera�, si ridurrebbe ad una crescita reale di appena lo �zero virgola�, sicuramente alla portata di un paese “disastrato” come il nostro!

  2. Questo ottimo articolo andrebbe pubblicato su qualche giornale, e inoltre va inviato a Rivoluzione Civile. Ingroia dovrebbe ammettere che ne capisce poco di economia e indire al pi� presto un convegno in cui vari economisti vicini a Rivoluzione Civile vengano a discutere di queste cose – non potranno che confermare quanto Pandolfi scrive, e insistere che bisogna ricontrattare.

  3. In questa situazione da “Titanic”, i paesi non europei critici per la nostra situazione e solidali a parole ci sparano alla schiena con la svalutazione massiccia delle loro monete, L’Euro pi� lo danno per morto pi� si rafforza.

  4. Analisi interessante. Ma osservo che la notizia che nell�importo del debito pubblico 2012 sarebbero stati inclusi 45 mld di aiuti ai Paesi dell�Eurozona in difficolt� � del luglio 2012, cfr. l’intervista del “Corriere della Sera” del 12/7/2012 al governatore Ignazio Visco �A fine anno saranno stati versati dall�Italia circa 45 miliardi, e non ci si � agitati tanto […]�.
    �Le determinanti dello spread� http://vincesko.ilcannocchiale.it/post/2746466.html

  5. Per Aldo:
    Fantastico!
    Dopo gli ultimi dieci anni con un pil in crescita al tasso medio dello 0,3% altri 20 a crescita ZERO!

    E quale sarebbe il vantaggio? La disoccupazione alle stelle?

    E perch� allora non avere una bella inflazione con coperture automatiche dei redditi (potere d’acquisto invariato) del 10% annuo e chiudere sta storia in 6 anni?

    Oppure si potrebbe uscire dall’euro, con una svalutazione del 15-20%, e risolvere il problema in 3 anni. Noti che se anche lei crede che l’uscita dall’euro sia il male assoluto che provecherebbe un’inflazione del 50%, risolveremmo il problema in poco pi� di un anno.

    Quale busta vuole la 1, la 2 o la 3?

  6. Per Giorgio:
    Credo che Le sia sfuggito il senso delle mie parole. Non ho affatto detto che sono d�accordo con il Fiscal Compact; ho semplicemente detto che il meccanismo non funziona come � stato descritto, perch� con il pareggio di bilancio gi� si �sconta� il rientro tra vent�anni nel sentiero debito/pil deciso in Europa e questo senza bisogno di manovre �aggiuntive� da 50 miliardi l�anno e nonostante la bassa crescita reale italiana; in caso contrario si farebbe pesare due volte il gi� pesante pareggio di bilancio (che per inciso non mi vede d�accordo soprattutto in fase recessiva � Keynes docet!) e questo non � corretto in termini di informazione puntuale. Se poi vuol polemizzare a vuoto, sono affari suoi �. mentre se voleva apportare un serio contributo al dibattito, mi scuso con Lei in anticipo ma non ho capito un bel niente di quello che ha detto!!!!

  7. Innanzi tutto affidarsi al pareggio di bilancio e ad una crescita nominale del pil del 3% medio annuo � una pura scommessa, perch� deve fare affidamento per i prossimi 20 anni sulla circostanza che non vi siano mai eventi eccezionali che comportino uscite di spesa superiori a qaunto preventivato, ad esempio: a) calamit� naturali; b) aumenti dei tassi di interesse. In entrambi i casi il pareggio di bilancio, che per lei � fondamentale, richiederebbe una manovra fiscale restrittiva, che metterebbe in dubbio l’altro aspetto: la crescita zero del pil. Entrambi gli eventi sono tutt’altro che delle remote probabilit�.
    Resta comunque il fatto che non � accettabile una prospettiva di crescita zero per i prossimi 20 anni, dopo gli ultimi dieci. Le conseguenze sociali sarebbero devastanti.
    La parte polemica tendeva a dimostrare come questo vincolo del 60% sia in realt� un non senso. Poich� se � possibile stemperarlo con l’inflazione, non resta che scegliere i tempi di rientro pi� opportuni: perch� ventanni di agonia? non � forse meglio ridurre i tempi a sei anni (inflazione al 10% annuo con potere d’acquisto invariato?) o a tre anni (inflazione al 20%)?
    Ma queste opzioni comportano evidentemente problemi con l’Europa. Ma quale che sia la (sua) scelta (20, 6 o 3 anni), finir� per mettere in discussione la permanenza dell’Italia nell’euro.
    Il tutto per un vincolo privo di signifcato concreto e teorico.

  8. Per Giorgio:
    Sono in accordo con Lei! Il pareggio di bilancio � un non senso …. ma tant’� ……… che �, purtroppo, legge ed occorre tenerne conto! Detto questo, e non esprimendo giudizi di valore, i numeri dicono che il Fiscal compact non funziona come � stato descritto.
    In definitiva, pur condividendo quanto detto successivamente nell’articolo stesso, sia Le sue preoccupazioni sulla sostenibilit� del tutto, per onest� intellettuale mi sento di ribadire che non c’� nessuna necessit� di reperire “ULTERIORI” 50 miliardi l’anno per riprendere il sentiero sostenibile (secondo l’Europa e non secondo me!) del rapporto debito/Pil.

  9. Concordo l’esposizione dei fatti nell’articolo. Ci sono vari soluzioni per impedire una depressione permanente alla nostra economia che porter� ad un incremento esponenziale della disoccupazione, un taglio del welfare e un inasprimento della pressione fiscale. A) Si interpreta il fiscal compact e il pareggio di bilancio come strumenti attuabili solo con un ciclo economico favorevole in termini di PIL e di tasso di disoccupazione. Si potrebbe introdurre un growth compact che prevede una politica monetaria accomodante (concessioni prestiti alle banche vincolate a finanziamenti alle imprese con un tasso agevolato) che finanzi direttamente l’economia reale e non le banche. B) Qualora non sia possibile modificare le regole della politica economica europea, si dovrebbe uscire dall’euro con la lira agganciata in una prima fase con il dollaro, mantenendo la membership nell’UE, cos� da far ripartire l’export grazie ad una lira pi� svalutata rispetto all’euro.
    E’ molto probabile a mio avviso che ne prossimi mesi si navigher� a vista e in caso di un’eventuale guerra valutaria con il Giappone, la Germania, vedendo un rallentamento della sua crescita, proporr� un rallentamento delle norme UE con una sospensione del fiscal compact in caso di ciclo economico avverso (un esempio � la Spagna che sta ottenendo un allungamento dei termini di rientro del suo debito per il persistere della sua recessione.

  10. Prima riflessione:
    la credibilit� della politica italiana ha raggiunto tali bassezze da rendere credibile l’equazione che una comica provocazione abbia pi� successo di una riforma del sistema?

    http://www.ilcittadinox.com/blog/italia-un-paese-di-comici-e-di-politici.html

    Seconda riflessione:
    la politica italiana rappresenta un problema in pi� da risolvere piuttosto che una risorsa capace di risolvere i problemi?

    http://www.ilcittadinox.com/blog/la-politica-e-il-problema-non-la-soluzione.html

    Gustavo Gesualdo
    alias Il Cittadino X

  11. chiedo scusa per l’ ingenuit� ma quando dite “banche” quale � il soggetto materiale essendo la banca una istituzione di tali soggetti?
    Forse � una domanda sciocca in tempi di azionariato abbastanza diffuso, ma che io sappia gli azionisti non sono tutti uguali, i guadagni che si ricavano lo sono o meglio sono strettamente legati al numero di azioni o anche alla quantita-tipologia della loro propriet�?

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