Accumulazione di capitale e ruolo dell’innovazione

Accumulazione di capitale e ruolo dell’innovazione

Accumulazione Capitale Marx | La dinamica valorizzazione – svalorizzazione nel rapporto tra innovazione e accumulazione.

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Accumulazione Capitale Marx In un altro lavoro, collocato temporalmente a ‘metà strada’ tra i Grundrisse e il Capitale, Marx si occupa estesamente del tema della svalutazione, legandolo in questo caso al processo di accumulazione e precisando ulteriormente la differenza tra distruzione di capitale e suo deprezzamento: si tratta dei Manoscritti del 1861-63 che contengono le Teorie del plusvalore[5]. In questi Manoscritti, discutendo le tesi di D. Ricardo a proposito delle crisi[6], Marx chiarisce come, quando in seguito a una crisi economica il processo di produzione si arresta e il processo lavorativo viene limitato o, in certi casi, completamente fermato, vi è distruzione di capitale reale: il macchinario che non viene utilizzato non è più capitale, così come il lavoro che non viene sfruttato e le materie prime che giacciono nei magazzini.
Accumulazione Capitale Marx

Accumulazione Capitale Marx | Nel primo trimestre del 2019 il ‘valore’ mondiale delle obbligazioni a tassi negativi è tornato ad avvicinarsi ai livelli massimi toccati nell’estate del 2016. Da allora, a riportare in alto i tassi nominali spingendo al rialzo anche i rendimenti delle obbligazioni è stata unicamente la ripresa nelle aspettative di inflazione. Questo obiettivo, una maggiore inflazione, è stato al centro dell’impegno delle banche centrali che dal 2009 hanno iniettato quasi 20mila miliardi di dollari attraverso numerose politiche espansive. Ma evidentemente una politica monetaria pure ultra-accomodante non serve o non basta: i problemi dell’economia sono ‘reali’.

Fig. 1 Rendimento dei BUND tedeschi a 10 anni

Secondo gli economisti del periodo classico, affinché possa ripartire il meccanismo di accumulazione, una parte significativa del capitale in eccesso sulle possibilità medie di valorizzazione deve essere svalutato o distrutto, non solo capitale nella sua forma monetaria, ma capitale costante, merci nella loro duplice natura di valori d’uso e valore tout-court, e capitale variabile, la forza-lavoro pagata al suo valore, la cui svalutazione continua sta comportando conseguenze almeno altrettanto paradossali e ben più tragiche dei tassi di interesse negativi.

Non performing capital

Nel succedersi dei cicli economici è normale che una parte dello stock di capitale esistente resti interamente o parzialmente inattiva, mentre il resto viene valorizzato ad un saggio di profitto inferiore al massimo teorico possibile proprio a causa della pressione del capitale totalmente o parzialmente inattivo. Una parte dei mezzi di produzione, del capitale fisso e del capitale circolante periodicamente cessa di agire come capitale, una parte delle imprese produttive in azione resta inoperosa; la direzione della traiettoria, il segno del rapporto tra valorizzazione e svalorizzazione, dipende dalla forza della concorrenza che decide quale e quanta frazione del capitale globale debba nei diversi casi particolari essere condannata all’inoperosità.

In un lavoro non particolarmente apprezzato dalla critica ma segnalato da Marx[1], J. Stuart Mill affronta questo tema[2] sostenendo che un capitale – in qualsiasi forma esso si presenti – che si trovi nella disponibilità del proprietario ma che non abbia ancora completato tutte le fasi necessarie alla sua metamorfosi, non smette per questo di essere capitale, ma si presenta come capitale ‘bloccato’, non disponibile, aggiungendo che non si tratta di eccezioni, ma di una porzione grande del capitale globale. Stuart Mill era un economista classico, e dunque era per lui normale mettere in relazione la fase della circolazione con quella della produzione delle merci, sostenendo che se il tempo in cui una merce prodotta rimane invenduta fosse lo stesso occorso per la sua produzione, sarebbe come se a ogni istante di tempo fosse realmente disponibile e operativa solo la metà del capitale totale. Tuttavia non si tratta di un ‘peso’, dal momento che le due parti, quella composta dal capitale funzionante e quella inoperosa sono indispensabili l’una all’altra, inscindibili, come i semicori delle tragedie greche.

Nei quaderni preparatori allo studio sul Capitale noti come Grundrisse[3], Marx riprende questa caratteristica della dualità come forma necessaria e ne rafforza il senso cogliendone il carattere unitario e contraddittorio: “il processo di valorizzazione del capitale si presenta contemporaneamente come suo processo di svalutazione[4]” [Entwertungsprozess]. Inoltre Marx chiarisce che tale dinamica deve essere intesa in un doppio senso: mentre per trattare la svalutazione continua, costante, del capitale nel processo di accumulazione, bisognerà analizzare il processo di concentrazione e di concorrenza che presuppone già la presenza di molteplici capitali, la svalutazione cui Marx si riferisce nei Lineamenti è quella che, a un livello di astrazione più alto, attiene alla forma in cui si presenta il capitale – merce dopo che la prima fase del processo di produzione – valorizzazione sia stata compiuta, e ciò spiega perché la categoria di svalutazione venga introdotta da Marx nella parte del Quaderno in cui si occupa del passaggio dal processo di produzione a quello di circolazione.

In un altro lavoro, collocato temporalmente a ‘metà strada’ tra i Grundrisse e il Capitale, Marx si occupa estesamente del tema della svalutazione, legandolo in questo caso al processo di accumulazione e precisando ulteriormente la differenza tra distruzione di capitale e suo deprezzamento: si tratta dei Manoscritti del 1861-63 che contengono le Teorie del plusvalore[5]. In questi Manoscritti, discutendo le tesi di D. Ricardo a proposito delle crisi[6], Marx chiarisce come, quando in seguito a una crisi economica il processo di produzione si arresta e il processo lavorativo viene limitato o, in certi casi, completamente fermato, vi è distruzione di capitale reale: il macchinario che non viene utilizzato non è più capitale, così come il lavoro che non viene sfruttato e le materie prime che giacciono nei magazzini. La distruzione dei valori d’uso porta con sé necessariamente la distruzione di valore, ma non è tutto; la crisi comporta pure il deprezzamento di masse di valore e una diminuzione rovinosa dei prezzi, ciò che in termini moderni viene definita come deflazione. In quest’ultimo caso non c’è distruzione di capitale in senso fisico, i valori d’uso restano teoricamente consumabili, e proprio la loro esistenza svalorizzata consente all’accumulazione di ripartire, sebbene in condizioni nuove, ed è in questa fase – scrive Marx – che il capitale finanziario si arricchisce a spese del capitale industriale. “La svalutazione di buoni del Tesoro, titoli ecc. – nella misura in cui non porta alla bancarotta dello Stato né delle S.p.A., o nella misura in cui non provoca un arresto generale nella riproduzione, e non scuote il credito dei capitalisti industriali, detentori di altri titoli – non fa che trasferire la ricchezza da una mano all’altra, e in complesso influisce favorevolmente sulla riproduzione, in quanto i parvenus, nelle cui mani cadono titoli o buoni, sono generalmente più intraprendenti degli antichi possessori[7].”

Conseguenze del deprezzamento

Questo accade nelle crisi, ma per discutere più in generale di come Ricardo affronti il tema del rapporto tra svalutazione e accumulazione, Marx riporta un brano dell’autore secondo il quale esisterebbe una differenza tra valore e ricchezza: le innovazioni tecnologiche, causando un aumento della forza produttiva del lavoro, farebbero aumentare la ricchezza delle nazioni, ma non il valore delle merci prodotte.

Siamo qui su un piano diverso da quello della semplice produzione, dovendosi analizzare la riproduzione del capitale, ossia il suo processo di accumulazione, nel quale non si tratta solo di ricostituire la stessa massa di merci o una sua frazione in più dal punto di vista fisico, ma (di ricostituire) il valore del capitale anticipato più una parte aggiuntiva da intendersi come saggio di profitto. Grazie alla invenzione di macchine nuove, a una maggiore specializzazione, a una migliore divisione del lavoro e alla scoperta di nuovi mercati, un milione di uomini – scrive Ricardo – può arrivare a produrre una massa di ricchezze doppia o tripla di prima, ma ciò non accrescerebbe la massa del valore. Anzi – continua Ricardo – il valore della massa totale delle merci prodotte si ridurrà: “infatti, sebbene il valore della maggiore quantità di merci grazie al progresso tecnico sia esattamente uguale al valore della minore quantità prodotta anteriormente, [..] una azione viene esercitata sulla massa di merci prodotte anteriormente, ma non ancora consumate. Il valore di quelle merci diminuisce[8].

Ricardo ritiene dunque che l’introduzione di innovazioni tecnologiche nei processi produttivi influenzi non solo il valore delle merci ‘innovate’, ma anche quello delle merci prodotte con la tecnologia precedente e non ancora vendute (Ricardo utilizza l’espressione consumate). Marx dissente riguardo alle conseguenze del deprezzamento sul valore della massa totale delle merci: mentre per Ricardo tale valore si ridurrebbe tout-court, per Marx questo fenomeno si verificherebbe soltanto a due condizioni: “se il valore delle nuove macchine e delle nuove merci aggiunto dai progressi tecnici fosse minore della svalorizzazione, provocata allo stesso modo, delle merci già esistenti e se non si tenesse conto che lo sviluppo delle forze produttive accresce continuamente le sfere di produzione, offrendo possibilità di impiego per il capitale che prima non esistevano[9]”.

Dunque – nelle Teorie sul plusvalore – Marx concorda con Ricardo nel considerare importanti le conseguenze delle innovazioni tecnologiche sulla svalorizzazione (deprezzamento), invitando però a valutare la dialettica valorizzazione – svalorizzazione badando all’effetto netto delle due tendenze contrastanti. Se il valore aggiunto in un settore interessato dall’introduzione di innovazioni tecnologiche è superiore a quello che la medesima innovazione sottrae per effetto della svalorizzazione – svalutazione delle merci già esistenti, allora “la ricchezza delle nazioni cresce”. Ovviamente vale anche il reciproco: se e quando il valore delle merci prodotte in condizioni tecnologiche inferiori alla media è superiore a quello delle merci ‘innovate’ e/o le nuove possibilità di impiego produttive del capitale sono inferiori a quelle nelle industrie ‘mature’, allora l’accumulazione si inceppa.

La dinamica innovazione-svalorizzazione a livello micro

Consideriamo le fasi di produzione, circolazione e consumo di un qualsiasi ‘bene durevole’: se una merce dura molto, è come se l’intero processo di produzione/circolazione/consumo prendesse molto tempo, il che rende meno frequente, a parità di altre condizioni, l’introduzione continua di nuove merci. Per consentire un ricambio veloce del parco merci, esse devono durare sempre meno, ed è questo il senso dell’essere prodotte in meno tempo di lavoro necessario: le merci prodotte in condizioni tecnologiche innovative dureranno di meno perché valgono di meno, e valgono di meno perché contengono meno tempo di lavoro socialmente necessario.

In questo senso, a innovazione diffusa, i prodotti ottenuti con tecnologie superate costano troppo rispetto al lavoro medio socialmente necessario e perciò, o i produttori arretrati si tengono le merci invendute, o le ‘svendono’ realizzando un profitto più basso di quello atteso, se non una perdita. Questo fenomeno accade continuamente, soprattutto quando il ritmo delle innovazioni tecnologiche spinge verso l’alto la produttività, e accade – anche se in maniera diversa – per tutte le forme in cui il capitale si presenta: merci e denaro, anche se solo nella crisi generale il fenomeno si manifesta in maniera più evidente.

L’evoluzione della tecnologia riversata nella produttività comporta la possibilità di produrre con relativamente meno lavoro necessario e più capitale costante, ma questa è una contraddizione dell’economia capitalistica, e una tipica contraddizione reale, non formale.

Innovazione, imitazione, centralizzazione

Come Marx e (da una prospettiva differente) J. Schumpeter hanno messo in evidenza, la dinamica dell’innovazione è sempre stata il motore della crescita di lungo periodo del capitalismo, e in tale dinamica è cruciale la dialettica innovazione – imitazione, dal momento che non solo molte imprese ma intere economie scelgono la strada dell’imitazione. Non innovo per primo, ma aspetto che qualcun altro lo faccia, in questo modo risparmio i costi della ricerca e inseguo cercando di migliorare o semplicemente copiare l’innovazione. Per molti capitali individuali[10] questa si rivela una scelta che non solo evita il fallimento ma addirittura può rivelarsi in certe condizioni più vantaggiosa di quella (rischiosa) di innovare per primi. Più precisamente, le possibilità che si aprono a tale imprese sono: rassegnarsi a non vendere una parte della propria produzione o venderla a prezzi ‘svalutati’, cioè rinunciando a una parte dei profitti attesi; fallire, o essere assorbite dalle imprese che adottano la nuova tecnologia; infine innovare imitando.

Le conseguenze delle diverse possibilità sono, schematicamente,: se la merce non si vende o si vende a un prezzo ‘eccessivo rispetto ai propri costi ’, ossia al valore prevalente sul mercato, si avrà una riduzione dei profitti rispetto alle aspettative; se le imprese falliscono o vengono assorbite, aumenta il grado di centralizzazione del mercato; se imitano, allora il gioco della concorrenza tecnologica continua e ricomincia anche se in condizioni più ‘avanzate’ rispetto al periodo precedente.

La variabile che decide della direzione del processo valorizzazione-svalorizzazione è la composizione media del capitale, l’intensità capitalistica media dei processi produttivi, anche qui – contraddittoriamente – da intendersi sia in senso fisico, di valori d’uso (la composizione tecnica del capitale) che in valore; se il tasso di crescita della composizione in valore del capitale è più rapido di quello della sua composizione fisica, allora il problema della svalorizzazione assumerà nel tempo una importanza crescente, sia rispetto a quello della sua ‘svalutazione’ rispetto all’uso, che in generale rispetto alla dinamica dell’accumulazione.

Riassumendo, è inevitabile che, sul mercato mondiale, ci siano soggetti innovatori e/o centralizzati a cui le cose ‘vanno bene’ dal punto di vista capitalistico, la frazione centralizzata per cui e grazie alla quale il processo di valorizzazione del capitale procede; per tutti gli altri – e il punto è stabilire quanto sia grande e in che direzione si modifichi questa frazione – è già tanto se riescono a recuperare il valore dell’investimento e non fallire. La strada dell’accumulazione diventa biforcuta.

In termini di capitale sociale complessivo, il caso di completa sparizione (distruzione) o svalutazione degli impianti verrebbe conteggiato come una perdita netta di valore del capitale complessivo sociale, anche se chi assorbe il capitale fallito può trarne un saggio di profitto superiore alla media. Per chi invece è – almeno potenzialmente – assorbibile dai capitalisti maggiori, l’unico problema è il prezzo a cui vendere le proprie merci, la propria impresa, eventuali debiti compresi.

Adoperando un linguaggio diverso potremmo dire che, in termini di rapporto micro – macro, se è vero che una forte svalutazione del capitale può devastare qualche singolo capitalista nei periodi di crisi, tuttavia essa costituisce una sorta di valvola di sicurezza per la classe dei capitalisti in quanto tale. Per il sistema, la svalutazione di capitale è un modo per prolungare il suo periodo di vita, per disinnescare i pericoli che minacciano di far esplodere l’intero meccanismo; in chiave biologica si potrebbe dire che l’individuo viene sacrificato nell’interesse della specie.

*Università di Teramo

Riferimenti bibliografici

[1] John Stuart Mill, (1844).

[2] Nel II capitolo.

[3] In particolare, ci si riferisce al Quaderno IV, scritto tra metà dicembre 1857 e 22 gennaio 1858, pagg. 368-70 dell’edizione Einaudi, 1977.

[4] Marx (..) Grundrisse, [..] http://www.criticamente.com/marxismo/grundrisse/Marx_Karl_-_Grundrisse_3b_-_Il_Capitale.pdf

[5] Karl Marx, Storia delle teorie economiche, vol. 2. Newton Compton, 1974.

[6] David Ricardo (1821), particolarmente capitoli 20 e 21

[7] K. Marx, Storia delle teorie economiche (op. cit.), pag. 474

[8] D. Ricardo (op. cit.), pag. 199

[9] K. Marx, Storia delle teorie economiche (op. cit.), pag. 513.

[10] Si veda la letteratura inaugurata molti anni fa dal libro di R. Nelson e S. Winter (1982), ai lavori di C.Freeman e L. Soete (1997), di Giovanni Dosi (1988).

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