In ricordo di Giorgio Nebbia. Tra passato e futuro

In ricordo di Giorgio Nebbia. Tra passato e futuro

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L’amore per la conoscenza, la condivisione della stessa attraverso una comunicazione genuina e diretta, l’instancabile spinta nel servirsi della ‘memoria storica’ avanzando al contempo ‘messaggi di verità’ sempre ‘attuali’ e coraggiosi, sono solo alcune tra le tante caratteristiche inerenti sia lo stile, sia la stessa personalità, versatile e insieme coerente, di uno studioso del calibro di Giorgio Nebbia.

L’’emerito’, il movimentista e il ‘cronista’ lascia in eredità oltre al ricordo di un’umanità senza pari, uno straordinario patrimonio di idee, racconti, lezioni e stimoli per le generazioni future di studenti, studiosi, attivisti, politici ed educatori affinché gli stessi possano evitare di rimanere sprovvisti di adeguati strumenti per poter affrontare tempi sempre più complessi e privi di punti di riferimento. Ed eventualmente continuare (con la stessa chiarezza, determinazione e passione) un enorme lavoro di ‘divulgazione’[1] che necessiterebbe (così come lo stesso autore aveva auspicato in alcuni dei suoi numerosi scritti) di essere completato e/o ulteriormente approfondito.

Come è a molti noto Nebbia riassume in sé diverse ‘personalità’ (Professore universitario, politico, attivista, giornalista, saggista ecc.) che non consentono di incasellarlo in nessuna delle ‘categorie’ che lo stesso ha rappresentato nel corso della sua lunga e intensa ‘carriera’ (termine alquanto riduttivo se si vuole fedelmente descrivere le sfaccettature della sua attività tanto scientifica, quanto ‘divulgativa’) [2]. Ciò che per i più salta subito all’occhio è giustamente l’associazione con i ‘padri’ dell’ambientalismo italiano, relegando però in questo modo (magari inconsapevolmente) il contributo dello stesso a un ‘passato glorioso’ che non tornerà mai più e che ci indurrebbe a fare i conti con una realtà (come quella attuale) spesso povera di contenuti attraverso la consolatoria nostalgia dei ‘bei tempi andati’. Nulla di tutto questo.

Nella presente nota si cercherà di evidenziare (attraverso una breve ricognizione delle varie fasi del suo pensiero e delle principali vicende biografiche) il contributo del Professor Nebbia non solo alla ‘memoria storica’ inerente l’ecologia e la ‘contestazione ecologica’ ma anche all’ambientalismo contemporaneo oggi rappresentato in larga parte dai movimenti transnazionali sulla ‘giustizia ambientale’ e sui ‘beni comuni’.

Anzitutto un’avvertenza di tipo metodologico: ciò che potrebbe indurre a pensare ad una certa ‘ortodossia’ (una velata diffidenza verso la strumentalizzazione ‘accattivante’ del termine ‘ecologia’, cui per superficiale entusiasmo, per confusione o semplicemente per ‘moda’potrebbe esserle attribuito infatti qualsiasi significato, perdendo così di vista il senso e la rilevanza di quei settori che meritavano e meritano ancor oggi la dovuta considerazione storica)[3] è in realtà una costante attenzione ai rapporti ‘materiali’ che sottendono la storia dell’ecologia da un lato, e dell’ambientalismo dall’altro. Non si può comprendere invero l’accostamento del Nostro alle tematiche ambientali (oltre le vicende storiche, ci si riferisce anche a quelle economiche, sociali e politiche in tempi e luoghi diversi del mondo) se prima non ci si riconduce all’originale interpretazione che lo stesso ha dato alla sua materia principale oggetto di insegnamento universitario: la merceologia.

Posto il collegamento necessario non solo con le discipline scientifiche (in special modo la chimica) ma anche con la narrazione storica (poiché essa descrive ‘raccontando’ la ‘tecnologia dei cicli produttivi’ legati a questa o quella ‘merce’) Nebbia segue una impostazione marxiana, facendo in particolare riferimento al ‘valore d’uso’, nell’attribuire alle ‘merci’ un’utilità (da qui l’associazione delle merci ai ‘beni’) che non deriva soltanto dal lavoro necessario per produrla o dallo scambio di denaro per ottenerla, ma anche da ciò che può non essere ‘contabilizzato’ e tuttavia risulta essere imprescindibile per comprendere l’ insieme delle attività che conducono al risultato finale: le risorse naturali:<<Verranno così considerate merci, cose utili, anche le risorse naturali non comprate, né vendute in cambio di denaro, ma portatrici di valore d’uso; così si ricavano (quasi si “acquistano”) dalla natura risorse naturali e gli esseri umani cedono alla natura i residui, i rifiuti, i sottoprodotti delle loro attività[…].[4]

Citando inoltre un passo tratto dalla “Critica del programma di Gotha” di Marx, Nebbia evidenzia che:<< la natura è la fonte di ogni valore d’uso e che di questi [scambi di valore d’uso] è fatta la vera ricchezza!>>[5].

Ed è proprio alla fine degli Sessanta (grazie all’influsso esercitato da un lato da alcuni testi ritenuti fondamentali per la sua formazione come Tecnica e cultura di Lewis Mumford e l’Uomo a una dimensione di Hebert Marcuse, e dall’altro dalla contestazione della società dei consumi, dal dibattito sull’ aumento della popolazione e dalla pubblicazione di scritti da parte di pionieri dell’ambientalismo quali Paul Ehlich e Barry Commoner) ovvero un decennio dopo il suo conseguimento della cattedra di Merceologia presso l’Università di Bari che Nebbia iniziò a collegare la merceologia (da egli intesa come ‘tecnologia sociale’ al servizio dell’uomo e non del profitto), oltre che con il marxismo, anche con le ‘prime’ tematiche ambientali (come la contaminazione radioattiva conseguente i test in atmosfera, l’inquinamento causato dai pesticidi e ancora una generale e sempre costante attenzione, anzitutto scientifica, rivolta alla risorsa acqua), fino a caratterizzarsi (insieme ad altri come Virginio Bettini, Giuseppe Prestipino, Laura Conti, Alexander Langer e Chicco Testa) come un ‘collante’ tra la Sinistra e la contestazione ecologica negli anni Settanta, considerata dalla prima un ‘imbroglio’ da parte dello stesso capitale per distogliere l’attenzione dai principali problemi della classe operaia.

A più riprese il Professor Nebbia ha sottolineato la parzialità e l’ingenerosità della critica, ponendo l’accento sulla reciproca incomprensione da un lato da parte della Sinistra nel non riconoscere che una fetta del mondo borghese:<< sostenendo nuovi diritti e denunciando nuove forme di violenza contribuiva spesso “senza saperlo” a mettere in discussione le basi stesse del capitalismo, [ovvero] le radici della propria stessa “classe”>>[6], dall’altro da parte delle associazioni (come Legambiente, Italia Nostra, in cui il Professore nelle ultime due aveva anche militato) e dei movimenti ‘verdi’ per non aver analizzato in modo adeguato la compatibilità o meno tra la ‘sostenibilità’ e la società capitalista (con le sue regole del libero mercato e della proprietà privata)[7].

Individuando quindi nel capitalismo la fonte di tutte le violenze (tanto sulla salute, quanto sull’ambiente) la contestazione ecologica avrebbe potuto costituire un fronte di lotta comune per entrambe le parti, se non altro per aver ben chiara (riflessione che oggi ha un rilievo attualissimo) la strumentalizzazione operata dal mondo imprenditoriale nell’ utilizzare il ‘ricatto occupazionale’ (lavoro in cambio di nocività industriali) al fine di delegittimare le proteste contro l’inquinamento e i danni all’ambiente. È così che (anche grazie anche agli incarichi ricoperti nel Parlamento negli anni Ottanta fino ai primi Novanta, prima alla Camera e in seguito al Senato, alla collaborazione con Enti, associazioni e comitati e all’infaticabile attività di ‘cronaca’ di vicende che hanno interessato le contaminazioni da parte di fabbriche e stabilimenti) Nebbia da studioso ‘politicamente schierato’, ma allo stesso tempo ‘indipendente’ (rispetto ad allineamenti troppo ‘netti’, egli fu soprattutto critico nei confronti della Sinistra ‘industrialista’) ha potuto sostenere tesi (per il cui contributo ha ricevuto ben due lauree honoris causa in Scienze economiche e sociali ed Economia e commercio) molto vicine al campo dell’ ‘economia ecologica’, allorquando denunciava l’astrattezza dell’approccio neoclassico nel misurare esclusivamente le quantità di denaro senza porre attenzione alle unità fisiche, ai flussi e ai cicli della materia (cui è ricompresa tanto la popolazione, quanto le merci) e ai limiti delle risorse naturali.[8] Da qui la critica al concetto di ‘sviluppo sostenibile’ (“un inganno, volontario o involontario, di chi ascolta”)[9], al PIL come unico criterio di misurazione dell’ economia ‘reale’, e alla iniqua distribuzione delle risorse in diverse aree geografiche del pianeta a favore di una:<< rifondazione dei rapporti sociali, individuali e internazionali e [di] una pianificazione dell’uso delle risorse scarse, dei processi produttivi, della quantità e della qualità della distribuzione delle merci [attraverso] un “comunismo di base” che [consenta] di soddisfare i fabbisogni fondamentali umani>>[10].

L’analisi dei cicli produttivi e le soluzioni da ultimo proposte[11], sia di ordine ‘microeconomico’ quanto ad una contabilità dei flussi di materia e di energia, sia ‘macroeconomico’ in riferimento ad una nuova definizione di ‘benessere’ (svincolata dalla crescita indefinita dei consumi e da una produzione fuori dai limiti del bilancio naturale), riavvicina non solo l’economia alla biologia, ma costituisce un utile e imprescindibile punto di riferimento per un corretto riequilibrio sociale da intraprendersi anche mediante politiche che armonizzino consumi, occupazione, produzione e investimenti in ottemperanza a obiettivi generali (a lungo termine) di carattere sociale, per una nuova prosperità condivisa[12].

Alla fine del suo percorso istituzionale (sia come politico, sia come Professore emerito presso l’Università di Bari il cui incarico si è concluso nel 1995) dall’inizio degli anni Novanta del secolo scorso fino alla sua scomparsa avvenuta il 3 luglio del corrente anno, si è aperta un’ultima ma non meno importante stagione sotto il profilo della ‘divulgazione’: la necessità di creare un ‘archivio’ storico (oggi custodito dalla Fondazione Micheletti di Brescia) delle lotte ecologiche (così come era ben avvenuto per quelle sindacali e operaie) quale serbatoio di informazioni per le generazioni a venire (onde poter evitare anche di commettere ulteriori errori sull’utilizzo del territorio, delle risorse, dell’energia ecc.), generando in questo maggiore consapevolezza sociale e politica soprattutto nei giovani.

Ed è proprio qui che si manifesta il maggiore contributo di Nebbia ai ‘nuovi’ movimenti ambientalisti. Egli non ha rappresentato soltanto il riflesso un’’epoca gloriosa’ (ad esempio la cosiddetta ‘Primavera dell’ecologia’ degli anni Sessanta e Settanta o le lotte anti-nucleari o contro la nocività delle fabbriche tra i Settanta e gli Ottanta) ma anche un ‘ponte’ tra diverse generazioni di scienziati, educatori e attivisti nello svelare la straordinaria attualità delle sue analisi e dei suoi ‘racconti’, nonché un importante invito a non demordere anche davanti all’ indebolimento e allo svuotamento della politica (e in particolare dei partiti e delle associazioni ‘verdi’, ora ridotte a lobby in competizione e spesso colluse con il potere):

<<Una fonte di speranza va cercata in quei nuovi movimenti che stanno nascendo intorno alle lotte per rivendicare il diritto di usare i “beni comuni”, quei beni la cui salvaguardia deve essere liberata dai rischi dell’appropriazione privata. Altri ancora sorgono nei paesi emergenti, dall’America Latina all’Asia, alla stessa Africa, contro la prepotenza delle multinazionali che si appropriano, con fare neocoloniale e imperialista, delle risorse forestali, agricole, minerarie, delle stesse acqua e terra.

Un movimento ambientalista europeo potrebbe utilmente guardare a questi movimenti internazionali, conoscerne voci e istanze, e riorganizzarsi davanti ai pericoli emergenti di una violenta crisi planetaria climatica e di nuove guerre per l’accaparramento delle materie prime. Personalmente, ormai alla fine della mia vita terrena, ho ancora speranza, voglia di combattere e di trasferire questo desiderio di lotta ai futuri abitanti di questo pianeta>>[13]

Si può dire ancora una volta: il Passato è Prologo!

 

[1] Per una classificazione degli oltre 4.700 scritti dell’autore appare senz’altro utile e importante la lettura dell’opera antologica curata da Luigi Piccioni cfr. G. Nebbia Scritti di Storia dell’ambiente e dell’ambientalismo1970-2013 (a cura di L. Piccioni), Fondazione Luigi Micheletti, Brescia, 2014

[2] Per una ricostruzione delle ‘tappe’ della vita accademica, politica e sociale di Nebbia cfr. La natura e le merci nelle ricerche di Giorgio Nebbia. Pier Paolo Poggio intervista Giorgio Nebbia, in Id., Scritti di Storia dell’ambiente e dell’ambientalismo 1970-2013 (a cura di L. Piccioni), cit.

[3] Cfr. G. Nebbia, Per una definizione di Storia dell’ambiente, in Id., La contestazione ecologica. Storia, cronache e narrazioni, Pitagora, Napoli, 2015

[4] Cfr. G. Nebbia, Manuale di merceologia, Laterza, Bari, sesta ed. 1988, p. 3

[5] Ibidem

[6] Cfr. G. Nebbia, La nostra sinistra eco-resistente, in”Capitalismo, natura, socialismo”,2, 1994, p. 143

[7] Ivi, p. 145

[8] Cfr. G. Nebbia, Le merci e i valori. Per una critica ecologica al capitalismo, Jaca Book, Milano, 2002

[9] Cfr. Conversazione con Giorgio Nebbia (a cura di Sergio Messina), in G. Nebbia, La contestazione ecologica. Storia, cronache e narrazioni, Pitagora, Napoli, 2015, p. 210

[10] Ivi, p. 213

[11] Cfr. G. Nebbia, Ecologia ed economia. Tre tesi per il futuro, Buenaventura, Manfredonia, 2018

[12] Su questo tema cfr. anche T. Jackson, Prosperity without growt? The transition to a sustainable economy, Published by the Sustainable Development Commission, March 2009, ed. It. A cura di G. Bologna, Prosperità senza crescita. Economia per il pianeta reale, Edizioni Ambiente, Milano 2011

 

[13] Ivi, p. 222