Keynes a Pechino

Keynes a Pechino

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In un recente intervento, Zhou Xiaochuan, governatore della Banca Centrale della Repubblica Popolare Cinese (People’s Bank of China), ha rilanciato ancora una volta il tema della riforma del sistema monetario internazionale, proponendo l’istituzione di una moneta mondiale (global currency) svincolata da qualsiasi rapporto con una entità statale emittente. Qualche giorno prima il premier cinese Weng Jiabao aveva espresso preoccupazione sulla crescita del debito pubblico americano. Se le due dichiarazioni si leggono sinotticamente l’interpretazione è univoca: i cinesi temono il collasso del dollaro e sono terrorizzati dall’idea di polverizzare i proventi dei loro surplus commerciali, investiti, come è noto, prevalentemente in titoli di stato USA (Treasury Bond), dei quali sono diventati il maggior detentore.

Che Pechino stia ormai elaborando da tempo una strategia di uscita dalla dipendenza dal dollaro è noto (dal 2005 lo yuan renmimbi è ancorato ad un paniere di monete e non più alla sola divisa Usa), ma è una novità che la Cina abbia indicato con estrema chiarezza le linee di riforma dell’ordine monetario internazionale che proporrà in sede internazionale, dichiarando di puntare alla costituzione di una moneta mondiale svincolata dalla sovranità statale e affidata interamente al controllo del Fondo Monetario Internazionale (IMF), opportunamente rinnovato e potenziato. Una posizione che spiazza la proposta di riforma oggi più accreditata, avanzata qualche anno fa dal premio Nobel Ernest Mundell che punta alla costituzione di una moneta internazionale “paniere” (basket currency), indicata come DEY (dollaro, euro, yen), che dovrebbe essere composta da diverse monete con la partecipazione essenziale di quelle oggi dominanti (appunto dollaro, euro, yen), e che dovrebbe essere istituita con un percorso istituzionale simile a quello che ha caratterizzato la nascita dell’euro, cioè individuando, in una prima fase di attuazione, bande di oscillazione controllate tra le tre monete aderenti, per poi giungere nella fase finale alla definizione di parità fisse. L’assetto dell’ordine monetario internazionale, secondo questa proposta di Mundell, dovrebbe prevedere l’esistenza di un nucleo di monete forti legate tra loro da accordi di currency peg (cambio fisso) intorno al quale si muoverebbe una periferia di divise più deboli mantenute entro bande di oscillazione più o meno ristrette (con meccanismi di parità mobile – Crawling peg – o di fluttuazione manovrata Manged floating). L’approdo definitivo dovrebbe essere l’istituzione dell’INTOR, una moneta paniere mondiale basata per il 50% sulle cinque divise più forti (il cui peso verrebbe così ripartito: 22,5 % dollaro USA, 14,5% euro, 7,5% yen, 5,5% sterlina inglese) e per il 50% legata all’oro. Accordi di cambio fisso generalizzati regolerebbero poi il rapporto tra l’INTOR e le altre monete. L’INTOR sarebbe sostanzialmente controllato dai paesi con maggior peso economico e quindi ricondotta agli interessi di specifiche sovranità nazionali. Per questo non sfuggirebbe al noto Dilemma di Triffin, secondo cui il paese che emette moneta internazionale deve accettare crescenti disavanzi delle partite correnti al fine di soddisfare la domanda mondiale di moneta di riserva, ma nello stesso tempo i crescenti deficit indeboliscono la fiducia nella solidità della moneta nazionale usata come standard internazionale. Pertanto: o il sistema monetario internazionale crolla per una crisi di fiducia nella moneta di riserva internazionale, o l’economia mondiale si trova di fronte ad una grave deflazione per l’insufficienza di mezzi di pagamento internazionali. La proposta di Mundell non elimina questa contraddizione, ma la divide tra diversi centri di responsabilità, configurando soltanto la prospettiva una politica monetaria internazionale più condivisa. Il peso del 50% del valore dell’INTOR affidato all’oro, aggraverebbe inoltre la situazione, in quanto reintrodurrebbe nel sistema monetario internazionale tutti i problemi legati all’uso di una moneta merce (commodity money) con fluttuazioni del suo valore che finiscono per essere esogenamente determinate.

La soluzione per evitare le contraddizioni generate dall’uso di una moneta nazionale come standard internazionale fu fornita dallo stesso Triffin già all’inizio degli anni Sessanta (quando con estrema lucidità aveva previsto la fine del sistema basato sulla convertibilità aurea del dollaro) con la proposta di istituire una moneta mondiale indipendente da ogni sovranità nazionale sul modello del bancor, l’unità di conto che Keynes aveva definito nel suo piano presentato alla conferenza di Bretton Woods (1944), che appunto doveva configurarsi come una moneta sovranazionale.

Per il governatore Zhou Xiaochuan, il modello ideale di moneta mondiale, “capace di rimanere stabile nel lungo periodo”, resta ancora il bancor keynesiano, ma riproporre la sua attuazione in tempi brevi, richiederebbe una coraggiosa e “straordinaria visione politica” che oggi non è ancora maturata. E allora Zhou Xiaochuan propone un percorso intermedio, di breve periodo, che punti ad una riforma dei diritti speciali di prelievo (DSP, Special Drawing Right, SDR nell’acronimo inglese). Istituiti nel 1969 per individuare uno strumento di liquidità internazionale alternativo al dollaro, proprio sulla base della critica di Triffin, i DSP sono particolari unità di conto, il cui valore è basato su un basket delle cinque principali valute (secondo i seguenti pesi: 45% dollaro USA, 29% euro, 15% yen, 11% sterlina inglese) e sono assegnati a ciascuno dei 185 paesi aderenti all’IMF in proporzione alle loro quote di partecipazione. Il legame dei DSP con le monete che ne costituiscono il valore è solo indiretto, poiché la loro esistenza è determinata soltanto in base ad un accordo associativo (le quote di partecipazione). La loro gestione è affidata alle autorità dell’IMF che così dispongono di uno strumento di liquidità internazionale interamente sotto il loro controllo e che è utilizzabile per correggere gli squilibri tra i paesi membri. Qualsiasi paese dell’IMF che registri un deficit può cedere i DSP di cui è in possesso ad un altro paese che è obbligato ad accettali, cedendo in cambio propria valuta. Entro certi limiti (pari a tre volte la quota netta assegnata) gli squilibri commerciali possono essere corretti da un paese senza far ricorso alle riserve accumulate o all’indebitamento estero e i DSP nella sostanza hanno lo stesso ruolo che riveste un’apertura di credito da parte di una banca. Con la loro istituzione l’IMF accettò sostanzialmente il principio che la creazione e la gestione della liquidità internazionale non possono essere affidate interamente alle politiche dei paesi che per determinate circostanze si trovano ad emettere la moneta accettata come riserva internazionale, ma devono essere governate da istituzioni internazionali che rispondono ad una logica di cooperazione.

Zhou Xiaochuan riconosce che i DSP possono costituire, per le caratteristiche che posseggono, il nucleo da cui è possibile gradualmente sviluppare un vera e propria moneta mondiale (nello stesso senso si è espressa recentemente anche una Commissione di Esperti dell’Onu). Per raggiungere questo scopo egli propone innanzitutto di consentire ai privati l’uso dei DSP come mezzo di pagamento nelle transazioni commerciali e finanziarie, abolendo la regola restrittiva che fino ad oggi ha impedito la loro trasformazione in una vera e propria moneta internazionale. Per questa limitazione i DSP rappresentano attualmente soltanto l’1% delle riserve in valuta dei paesi membri dell’IMF. Propone poi l’approvazione immediata del cosiddetto IV Emendamento al Trattato costitutivo dell’IMF (Articles of Agreement), proposto nel 1997, durante la crisi “asiatica”, che prevede il raddoppio dei DSP in circolazione (portandoli al valore nominale di 42,8 miliardi) e la loro utilizzazione su criteri paritari da parte di tutti i membri (attualmente i paesi che hanno aderito all’IMF dopo il 1981, circa un quinto del totale, ne sono rimasti esclusi. La proposta è stata già in parte recepita dal recente vertice londinese dei G20). Un ulteriore passo dovrebbe essere la creazione di assetti finanziari denominati in DSP per incentivare la loro utilizzazione. Ovviamente l’istituzione dei nuovi DSP sarebbe accompagnata da una riforma dei pesi con i quali attualmente è calcolato il loro valore. Per Zhou Xiaochuan è necessario innanzitutto allargare il paniere di riferimento includendo “le monete di tutte le maggiori economie”, e senza dirlo direttamente il governatore della People’s Bank of China di fatto candida la divisa cinese, lo yuan renmimbi, ad assumere un ruolo fondamentale nel nuovo sistema monetario internazionale. L’IMF dovrebbe poi accentuare il suo carattere di deposito (pool) di riserve monetarie utilizzabili dai vari paesi per far fronte ai propri squilibri senza far ricorso al mercato dei cambi, evitando così di generare instabilità sistemica. Insomma l’IMF in prospettiva dovrebbe assumere il ruolo di una stanza di compensazione (così come Keynes stesso aveva inizialmente proposto), dotata di una propria unità di conto, i DSP appunto, utilizzata esclusivamente per le transazioni internazionali. Sarebbe così superata quella che Zhou Xiaochuan definisce una situazione eccezionale, poiché l’uso di una moneta fiduciaria sotto il controllo e la responsabilità di un’unica autorità statale, così come avviene dal 1971 (data della dichiarazione di inconvertibilità del dollaro) costituisce un evento unico nella storia monetaria.

È evidente che con questa proposta la Cina intende assumersi un ruolo decisivo nel nuovo ordine monetario internazionale, senza però passare attraverso le incertezze del mercato dei cambi. Da sempre, infatti, le autorità cinesi temono che l’abbandono del controllo politico del cambio possa incentivare attività di speculazione portando alla destabilizzazione della loro l’economia. Del resto hanno fino ad ora avuto ragione, visto che l’economia cinese è rimasta immune dall’ultima tempesta valutaria che nel 1997-1998 ha colpito l’Est asiatico e la Russia.

Il peso che i cinesi ormai ricoprono nell’economia mondiale e il ruolo che essi hanno assunto, come principali detentori di riserve valutarie internazionali (1950 miliardi di dollari), rendono estremamente rilevanti queste affermazioni per le scelte sul futuro assetto dell’ordine monetario internazionale.

4 Commenti

  1. L’ultimo gradino nella sua scalata al potere: potremmo titolare cos� questa ultima fase dell’economia monetaria.
    Perch� il percorso per arrivare alla moneta unica mondiale � stato lungo e tortuoso.
    Ma chi la dura la vince.
    Cominci� tutto nel 1694, quando sir William Paterson, questo carneade,questo genilae banchiere disse al suo Re: in cambio del mio oro dammi la possibilit� di far circolare le mie banconote.
    E dammi la possibilit� di prestarle.
    Raddoppi� in un sol colpo la sua ricchezza.
    Ma in realt� la rese potenzialmente infinita.
    La Banca d’Inghilterra riusc�, in realt� i suoi padroni lo fecero, a sfilare da sotto il nobile fondoschiena di Giacomo II un bella fetta del suo trono. Da quel momento la dinastia reale, e con essa via via tutte le dinastie reali, persero una gran parte del potere di cui erano fino ad allora dotate.
    C’erano pronti a sostituire quella nobilt� stanca, corrotta, prversa, malata, una nuova razza padrona e predatoria: quella delle grandi famiglie dei banchieri.
    Una saga familiare di certo interesse � senz’altro quella dei Rothschild: dal quartiere ghetto di Francoforte alla conquista del mondo.
    La conoscenza del meccanismo di creazione del denaro cartaceo sembra essere la chiave di volta; come tutte le conoscenze e raffinate, anche questa, specialmente questa fu gelosamente conservata nelle segrete stanze dei banchieri.
    I nobili furono impotenti di fronte a questa nuova sfida: mirarono perci� a conservare lo status quo alleandosi con il banchiere, che cominci� a svolgere quell’indispensabile ruolo i saggio che riveste chi ha in mano la cassa.

    Fine Pima Puntata

  2. La frase “L�INTOR sarebbe sostanzialmente controllato dai paesi con maggior peso economico e quindi ricondotta agli interessi di specifiche sovranit� nazionali” dev’essere proprio una battuta!
    Le “SPECIFICHE SOVRANITA’ NAZIONALI” non esistono pi�, men che meno le “SOVRANITA’ MONETARIE”.
    Questo � il tipico articolo che in pochi sono in grado di leggere a causa delle complicanze tecniche che i giornalisti economici si dilettano a mettere in campo. L’uomo comune non deve capire! Non si deve interessare di economia monetaria.
    Un esempio per tutti: Una frase tipo “Il peso del 50% del valore dell�INTOR affidato all�oro, aggraverebbe inoltre la situazione, in quanto reintrodurrebbe nel sistema monetario internazionale tutti i problemi legati all�uso di una moneta merce (commodity money) con fluttuazioni del suo valore che finiscono per essere esogenamente determinate”….
    beh! mi dite se � una frase comprensibile all’uomo comune? Avrebbe potuto dire che legare una moneta all’oro non � corretto per la sua eccezionale scarsit� oltre al fatto che � stato ormai sperimentato che la moneta circola perch� � legata alla fiducia dei cittadini e non a riserve auree o di qualsiasi altra natura…invece si continua a parlare forbito!
    Per il resto l’unica cosa che mi sento di dire e che anche la Cina pur di ottenere questo predominio economico mondiale ha venduto l’anima al demonio bancario cedendo ormai di fatto la propria sovranit� monetaria che ancora aveva in un modo o nell’altro fino al 2003. Questo ce lo dicono i dati economici cinesi sul debito pubblico, cominciato a formarsi a partire dal 2004. E’ il dato principe che ci fa capire che per fare investimenti e spesa pubblica la Cina ha cominciato a farsi prestare da un privato (la banca) il denaro che prima si stampava da sola senza creare debito pubblico. Il tutto in cambio dell’apertura senza ostacoli de parte delle banche internazionali, dei mercati economici mondiali.

  3. La Storia da un certo momento prese ad accellerare in modo direttamente proporzionale al crescente potere delle famiglie dei banchieri.
    I quali capirono per� che era necessario rimanere nell’ombra; era necessario ed intelligente far si che a gestire il proscenio fossero i politici ed i sovrani.
    Anche qui furono geniali: sfruttarono la naturale predisposizione dell’uomo a cercare il consenso, a foraggiare il proprio IO di successi e gloria.
    Questo � il realt� il grande compromesso: il banchiere sta nell’ombra e tiene le redini del sistema, la politica si occupa del proscenio.
    A grandi linee, certo, ma la sostanza � questa.
    Soltanto che nessuno aveva capito quanto il banchiere tirasse le fila del gioco.
    Perch� a Lui e solo a Lui erano state date le virt� di gestire la Creazione: la moneta cio�, la linfa ed il sangue del sistema, era suo esclusico monopolio; d’altronde era l’unico a conoscerne i segreti.
    Chiunque di avvicina a toccare quel suo territorio veniva bruciato, umiliato, sconfitto.
    Ci provarono i vari Jefferson, Linconln, per parlare degli Usa; ma ne subirono gravi conseguenze.
    Nessuno si dimostr� in grado di gestire quel potere, ed allora nelle alte sfere ci si convinse sempre pi� di aver trovato il giusto Alfiere degli interessi dei Pochi a discapito dei Molti.
    Siamo a fine Ottocento ormai; Marx � gi� morto, ma tutto ci� che egli aveva studiato fu poi molto utile al sistema bancario per sviluppare la sua nuova strategia. (questa la spiego pi� avanti…).
    Quando intravedi la strada per prendere in mano il banco, come fai a non percorrerla?
    Il nostro bravo banchiere, che chiameremo IGB (poi spiego anche questa pi� avanti), si rimise a studiare.
    Una nuova strategia era necessaria, di lungo termine.
    Ma era quella definitiva.

    Fine della seconnda puntata.

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