Squilibrio: i cambiamenti strutturali dell’economia e il ruolo dello Stato

Squilibrio: i cambiamenti strutturali dell’economia e il ruolo dello Stato

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Stimolare la domanda e gli investimenti non sempre garantisce una crescita stabile del sistema economico. Lucarelli e Romano in “Squilibrio” si servono dei preziosi contributi della teoria economica critica per spiegare la complessa dinamica dello sviluppo capitalistico e individuare il ruolo dello Stato nei cambiamenti strutturali dell’economia.

 

A dieci anni dallo scoppio della grande crisi un numero sempre maggiore di economisti ed istituzioni sembra finalmente riscoprire il ruolo dello Stato in economia. Le evidenze empiriche raccolte negli anni recenti hanno infatti contribuito a far affermare sempre di più la tesi per cui l’intervento pubblico sia necessario almeno a governare le fluttuazioni cicliche di breve periodo delle componenti private della domanda aggregata. In altre parole, si riconosce sempre di più che nelle moderne economie capitalistiche i consumi e gli investimenti privati sono per natura instabili e, dunque, quando il settore privato comincia a risparmiare più di quello che spende, tocca allo Stato rilanciare l’economia aumentando la sua spesa in deficit[1].

Lo Stato moderno non può però limitarsi solo a questo. Il momento storico non aiuta il dibattito prevalente ad andare oltre la semplice dicotomia austeritàpolitica espansiva, ma i sostenitori della linea interventista corrono il rischio di trascurare il ruolo centrale che riveste nell’economia anche la composizione qualitativa degli investimenti. Non si tratta di un elemento marginale e laterale della politica economica: stimolare indiscriminatamente il livello degli investimenti non è sufficiente a garantire una crescita stabile.

Si pensi proprio all’Italia. Prima della crisi economica, nell’arco temporale che va dal 1992 al 2008, l’Italia è uno dei pochi paesi europei che conosce una crescita nella quota investimenti in macchinari sul Pil ma, allo stesso tempo, conosce un ristagno della quota di spesa del sistema produttivo in Ricerca e Sviluppo (R&S) sul Pil (Lucarelli et al. 2013). Al contrario, nello stesso periodo, la tendenza generale in Europa è quella di un calo della quota investimenti in macchinari sul Pil ma di una crescita della quota di spesa del sistema produttivo in R&S sul Pil. In altre parole, mentre la specializzazione produttiva delle altre economie europee si spostava progressivamente su settori innovativi a più elevata intensità di ricerca, quella italiana si allontanava sempre di più dalla frontiera tecnologica. Senza produzione domestica di beni innovativi, l’economia italiana è diventata sempre più dipendente dalla loro importazione, vittima di un vincolo estero di natura tecnologica che, di fatto, ne ha minato le prospettive di sviluppo. Prima dello scoppio della crisi, l’Italia ha trascurato questo elemento ed oggi si trova a fare i conti sia con un congiunturale insufficiente livello di investimenti e sia con una loro inadeguata composizione qualitativa di carattere strutturale. In questo senso, la composizione qualitativa degli investimenti è importante tanto quanto le misure di stimolo alla loro crescita.

La teoria economica mainstream non aiuta a comprendere fino in fondo queste dinamiche: in un sistema economico che tende naturalmente verso l’equilibrio, il sistema dei prezzi conduce automaticamente alla migliore allocazione delle risorse. Le fluttuazioni cicliche allontanano l’economia dal suo sentiero naturale solo nel breve periodo e, a seconda degli assunti alla base dei diversi modelli economici, la spesa pubblica può accelerare o meno il ritorno dell’economia su quel sentiero naturale[2]. Le decisioni di investimento vengono prese per lo più in condizioni di certezza, con informazione completa, in mercati concorrenziali. Se un investimento è più remunerativo, agenti economici prevalentemente razionali non fanno altro che spostare efficientemente i capitali dove sono più remunerati garantendo la convergenza verso l’equilibrio. Il progresso tecnico che rende possibile la crescita della produttività e lo sviluppo del sistema economico viene considerato esogeno, ossia determinato all’esterno del sistema[3].

Ma cosa accade se rovesciamo le fondamenta teoriche del pensiero economico dominante e consideriamo il progresso tecnico come elemento della domanda effettiva? Stefano Lucarelli, professore associato all’Università di Bergamo, e Roberto Romano, economista CGIL, descrivono nel libro Squilibrio. Il labirinto della crescita e dello sviluppo capitalistico (Ediesse, 2017) un sistema economico diverso da quello che oggi viene prevalentemente insegnato nelle Università e che domina nel mondo delle istituzioni. Come suggerisce il titolo dell’opera, secondo i due autori lo sviluppo economico è trainato dallo squilibrio piuttosto che dall’equilibrio. Lo squilibrio a cui si fa riferimento è dovuto proprio al cambiamento strutturale del sistema economico che il progresso tecnico porta naturalmente con sé.

L’impianto teorico che sposano i due economisti è distante anni luce dal pensiero neoclassico su cui si fonda la teoria economica mainstream e, come dimostra la ricca e preziosa bibliografia del libro, affonda le proprie radici nei contributi eterodossi di allievi di Keynes come Joan Robinson e Nicholas Kaldor, di economisti classici come Adam Smith e Karl Marx, di menti brillanti e rivoluzionarie dell’accademia italiana come Paolo Sylos Labini, Luigi Pasinetti, Augusto Graziani e tanti altri. Un ruolo centrale nelle tesi sviluppate nel libro è occupato infatti dal pensiero del compianto Paolo Leon. Non a caso, il volume si apre proprio con una prefazione che il professor Leon ha preparato sulla base delle prime bozze di Squilibrio e che costituisce uno degli ultimi scritti che l’economista ha curato prima della sua recente scomparsa. Gli autori, in particolare, riprendono l’interpretazione della Legge di Engel operata da Leon (1965) secondo cui i beni prodotti cambiano perché, al crescere del reddito, è la domanda dei beni a cambiare. Lucarelli e Romano (2017, p. 110) spiegano che “al crescere del reddito cambia la composizione della domanda: […] ciò che erano bisogni secondari in passato diventano nel presente bisogni primari, rispetto ad altri bisogni che in passato erano ancora più remoti”. Come scrive lo stesso Leon nella prefazione del libro, queste dinamiche sono coerenti con le teorie sul salario di sussistenza degli economisti classici e sono presenti nei modelli economici di Pasinetti, ma non nei modelli standard dove, al contrario, “il prodotto è sempre uguale” (Leon 2017, p. 14).

In questo schema teorico, così come nella realtà, le imprese hanno dunque bisogno di investimenti che anticipano la domanda di nuovi beni e servizi, legati alla crescita del reddito. Lucarelli e Romano invitano a considerare il progresso tecnico come la quota di investimento destinata ad anticipare questa domanda e sottolineano che un sistema produttivo che trascura questa componente degli investimenti, approssimabile con la spesa in R&S, rischia di dipendere dall’importazione dall’estero dei beni strumentali necessari alle nuove produzioni (Lucarelli e Romano 2017, p. 132). Secondo gli autori di Squilibrio è proprio quello che è accaduto in Italia dagli anni Novanta.

Per affrontare la crisi economica italiana è dunque necessario stimolare la domanda aggregata con politiche fiscali espansive, ma è anche necessario governare la composizione qualitativa della domanda e degli investimenti.

Sebbene la teoria economica mainstream tenda a considerare un sistema economico caratterizzato da razionalità e informazioni quasi perfette, nella realtà gli investimenti sono invece condizionati da conoscenza limitata e da incertezza, soprattutto gli investimenti più innovativi. Lucarelli e Romano propongono dunque uno Stato “agente economico del cambiamento strutturale” che, tramite authority, si faccia carico di governare l’incertezza e guidare l’economia nel labirinto dello sviluppo economico. Squilibrio ha il pregio di affermare con un’elevata coerenza espositiva tra teoria ed evidenza empirica che le moderne economie capitalistiche hanno fortemente bisogno di una “spesa pubblica capace di dettare le traiettorie sociali e tecnologiche” (Lucarelli e Romano 2017, p. 136).

@AngelantonioVis

 

Riferimenti bibliografici

Colander D., Post Walrasian Macroeconomics. Beyond the Dynamic Stochastic General Equilibrium Model, Middlebury College, Vermont, Cambridge University Press, 2006.

Leon P., Ipotesi sullo sviluppo dell’economia capitalistica, Torino: Boringhieri, 1965.

Lucarelli S., Palma D., Romano R. (2013). “Quando gli investimenti rappresentano un vincolo. Contributo alla discussione sulla crisi italiana nella crisi internazionale”, Moneta e Credito, vol. 66, n. 262, pp. 167-203.

Lucarelli S. e Romano R. Squilibrio. Squilibrio. Il labirinto della crescita e dello sviluppo capitalistico. Ediesse, Roma, 2017.

Solow R. (1956), “A contribution to the theory of economic growth”, Quarterly Journal of Economics, 70(1): 65-94.

[1] Il dibattito riguarda soprattutto gli economisti mainstream, divisi tra favorevoli e contrari all’espansione del deficit pubblico per affrontare la crisi economica. Gli economisti eterodossi, al contrario, sostengono la necessità dell’intervento pubblico sin dallo scoppio della crisi. A differenza degli economisti mainstream, infatti, gli economisti critici non credono che esistano forze in grado di portare l’economia verso un ideale equilibrio di piena occupazione e la domanda è rilevante sia nel breve e sia nel lungo periodo.

[2] Il modello di equilibrio economico generale originario, formulato da Léon Walras, prevede che in un regime di concorrenza perfetta il comportamento perfettamente razionale degli agenti determini spontaneamente il pieno impiego delle risorse e prezzi tali da assicurare l’equilibrio tra domanda e offerta in tutti i mercati. Oggi vengono utilizzati modelli più sofisticati dove alcune di queste ipotesi irrealistiche vengono semplicemente mitigate, ma senza cambiare il discutibile impianto di base. Ad esempio, nei modelli Dynamic stochastic general equilibrium (DSGE), utilizzati oggi dalla maggior parte delle istituzioni pubbliche e private del mondo, viene di solito inclusa l’ipotesi di rigidità nella dinamica dei prezzi che vanno a rallentare il naturale processo di aggiustamento e che quindi finiscono con il giustificare l’adozione di politiche discrezionali demand-based. Si tratta però solo di una variante dello schema teorico walrasiano e le politiche demand-based restano comunque inefficaci nel lungo periodo (Colander 2006, p. 6).

[3] Il pensiero economico oggi dominante è in gran parte figlio della funzione di produzione di Robert Solow (1956) dove il prodotto (Y) è dipendente dalla quantità di capitale (K) e lavoro (L) ma la maggior parte della crescita è dovuta ad un fattore esogeno (A), che è appunto il progresso tecnico: Y = A*f(K, L). Lo sviluppo è dunque prevalentemente il risultato esogeno della crescita della popolazione e dell’innovazione tecnologica. Si badi bene che anche le più recenti “teorie della crescita endogena”, secondo cui il progresso tecnico è appunto endogeno al sistema economico, restano ancorate alla visione tradizionale: il meccanismo autoregolativo dei prezzi garantisce il funzionamento del mercato e l’equilibrio del sistema (Lucarelli e Romano 2017, p. 39).

5 Commenti

  1. Bell’articolo, grazie. 2 piccole osservazioni:
    (1) “… un sistema produttivo che trascura questa componente degli investimenti, approssimabile con la spesa in R&S, rischia di dipendere dall’importazione dall’estero dei beni strumentali necessari alle nuove produzioni (Lucarelli e Romano 2017, p. 132). Secondo gli autori di Squilibrio è proprio quello che è accaduto in Italia dagli anni Novanta”. Manca però un passaggio: non spieghi perché “dipendere dall’estero” per questa componente è un problema in Italia oggi.
    (2) “Gli economisti eterodossi, al contrario, sostengono la necessità dell’intervento pubblico sin dallo scoppio della crisi. A differenza degli economisti mainstream, … non credono che esistano forze in grado di portare l’economia verso un ideale equilibrio di piena occupazione”. Ma questi due punti mi pare siano condivisi da tutti i keynesiani, Krugman (prototipo di mainstream keynesiano) compreso.

    • Grazie per le osservazioni. Potevo essere più chiaro e approfitto ora dello spazio dei commenti.

      Il primo punto è legato soprattutto al fatto che un paese in cui il sistema produttivo realizza investimenti innovativi che permettono di anticipare la domanda dei nuovi beni non avrà bisogno di importare nè beni di consumo nè beni strumentali dall’estero. Al contrario, un paese in cui quegli investimenti non ci sono stati sarà costretto ad aumentare questa quota di importazioni e, ceteris paribus, vedrà peggiorare la sua bilancia commerciale. Su questo punto ci sono diversi approfondimenti in un paper citato nella bibliografia: Lucarelli et al. (2013).

      Per quanto riguarda invece il concetto di equilibrio di piena occupazione ci sarebbe molto da scrivere. Gli economisti mainstream non la pensano certamente tutti allo stesso modo, ma i loro modelli incorporano sempre l’idea di un livello di occupazione naturale essenzialmente supply-determined e alcuni di loro (solo alcuni) giustificano infatti gli stimoli fiscali solo quando l’economia si trova in situazioni simili allo zero lower bound. Riconduco questo genere di posizioni a teorie secondo cui il livello degli investimenti è determinato dal livello dei risparmi (al tasso di interesse d’equilibrio) e il livello dei risparmi è rigidamente determinato in corrispondenza di un livello di produzione supply-determined (senza la possibilità che il deficit pubblico possa influenzarlo, per cui in tempi normali finirebbe per spiazzare la spesa privata). Sono teorie che considero comunque mainstream e d’ispirazione neoclassica, molto distanti dal pensiero economico eterodosso.

      • “un paese in cui il sistema produttivo realizza investimenti innovativi che permettono di anticipare la domanda dei nuovi beni non avrà bisogno di importare nè beni di consumo nè beni strumentali dall’estero”
        Ormai penso sia abbastanza ben noto perchè l’Italia non abbia realizzato investimenti in direzione qualitativamente avanzata dopo il 1992, vedendo la curva di aumento della produttività del lavoro flettersi inesorabilmente… Quella causa è da ricercare nella distorsione della domanda aggregata provocata dal cambio fisso, in particolare la banda ristretta dello SME che, insieme all’innalzamento dei tassi in Germania nei primi anni 90, portò l’Italia sull’orlo della bancarotta nel 1992.
        Un sistema economico come quello italiano, basato sulla piccola e media impresa, necessita di un impulso legato alla domanda più intenso e costante rispetto ad altri modelli economici, e per questo andava preservata la domanda aggregata per garantire capacità di sviluppo al sistema, e andava fatto semplicemente impedendo distorsioni nel mercato, come quella realizzata entrando nello SME. Sarebbe bastato conservare la flessibilità del cambio rispettando cioè i fondamentali economici del Paese. La ragione fondamentale per renderci conto che l’ingresso nella moneta unica per un paese con la struttura economica italiana è stata sostanzialmente una iattura.
        Nonostante infatti tutta la letteratura allarmistica che attribuiva l’aumento dell’indebitamento italiano alla svalutazione strutturale, in realtà quella svalutazione non faceva che riflettere i fondamentali economici garantendo al paese la crescita necessaria alla chiusura del gap di innovazione e produttività, mentre ogniqualvolta si sia intrapresa la fallimentare strada dell'”austerità” i risultati sono stati pessimi proprio dal punto di vista della competitività non riuscendo ad incidere in profondità proprio sul lato dell’equilibrio dei conti (vedi fissaggio del cambio che portò al famoso prestito garantito in oro dalla Germania negli anni 70, SME, SME credibile, cambio irrevocabile con l’Euro, ma in realtà anche la parità della lira con la Sterlina che realizzò Mussolini irretito dai suoi mentori britannici negli anni 20).
        Purtroppo l’amara verità è che l’Italia, al di fuori di una piena sovranità monetaria e di un ritorno della Banca Centrale sotto il controllo pieno del Governo, non avrà mai più la possibilità di rivedere una stagione di reale sviluppo, in mancanza delle condizioni necessarie all’espressione della cultura produttiva e del lavoro tipicamente italiana.

      • Non dubito che la mancanza di investimenti in un determinato settore X (da te prediletto) vedrà, ceteris paribus, peggiorare la sua bilancia commerciale. Quello che non è chiaro è perché l’Italia dovrebbe investire proprio nel settore X (con l’aggiunta di costi amministrativi e rischi di “fallimenti dello Stato” tipo corruzione e sprechi) e non nel settore Y (che ugualmente migliorerebbero la bilancia commerciale).
        Sul secondo punto siamo d’accordo: i mainstream keynesiani fin dall’inizio della crisi chiesero politiche fiscali espansive molto forti perché non credevano che i mercati reali da soli avrebbero riportato il sistema alla piena occupazione (in tempi ragionevoli); ma in piena occupazione sono contrari a fare deficit per timore del crowding out.

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