La Grecia si salverà? E l’Europa è riformabile?

La Grecia si salverà? E l’Europa è riformabile?

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  1. Cosa deve aspettarsi la Grecia dal terzo Memorandum

Dopo l’ipotesi di accordo dell’Eurosummit e l’approvazione da parte del parlamento greco delle misure previste per iniziare la negoziazione sugli aiuti internazionali, il salvataggio greco è iniziato. Secondo alcuni, il governo Tsipras avrà margini di manovra affinché il terzo Memorandum non sia senza soluzione di continuità rispetto ai due precedenti.

E’ però arduo sperarlo. Sappiamo cosa l’accordo prevede. Un rapporto tra avanzo primario e Pil del 3,5% per i prossimi anni, interventi immediati di taglio alle spese per oltre 15 miliardi di euro, un piano di privatizzazione che dovrà reperire risorse pari a 50 miliardi di euro che sono ¼ del Pil greco, misure fiscali che vanno a toccare la domanda interna anche nei settori (turismo) da cui la Grecia trae un flusso positivo di risorse estere per compensare almeno in parte il saldo negativo complessivo della bilancia commerciale, interventi sulla previdenza e sanità pubblica che penalizzeranno chi ha già visto comprimere redditi e servizi con la Troika all’opera negli anni precedenti, tagli all’occupazione ed alle retribuzioni dei pubblici dipendenti, stop ad ogni forma di contrattazione collettiva che possa incidere sul mantenimento del potere d’acquisto dei salari e che possa frenare le imprese da una gestione del tutto unilaterale della forza lavoro, .. e potremmo continuare!

E’ difficile pensare che il governo greco, con tutta la buona volontà che potrà metterci, riesca a condurre un negoziato con la mai morta Troika che consenta di ammorbidire le misure su cui in cinque mesi di non-negoziazioni non è riuscito a fare un passo in avanti.

In cambio la Grecia avrà forse oltre 80 mld di aiuti per i 4/5 da destinare a ripagare i creditori in gran parte istituzionali direttamente od indirettamente tramite la banca centrale greca e le banche elleniche, che peraltro devono essere rese solvibili. I 35 mld che l’Europa dichiara di voler mobilitare sono una incognita: le risorse di base verranno dal bilancio europeo in quelle voce dei fondi strutturali che già sono a disposizione della Grecia, e gran parte di essi saranno destinate a ripagare il debito ed a alleviare le sofferenze del sistema bancario. Se mai vi saranno, 12,5 sono i miliardi che in 3-5 anni diverranno a disposizione del governo ellenico per realizzare investimenti finalizzati alla crescita. Nel frattempo il paese sarà allo stremo.

Si narra che le cure somministrate alla Grecia con i Memorandum 1 e 2 abbiano prodotto effetti recessivi eccessivi e non voluti perché sono state mal calibrate, frutto di errori previsivi dei modelli adottati dalle istituzioni, FMI in primo luogo che ha ipotizzato moltiplicatori errati. Ma si narra anche che effetti recessivi abbiano origini interne: troppo arretrato era ed è il paese per pensare che austerità fiscale e riforme strutturali potessero produrre effetti positivi nell’arco del breve periodo, perché è proprio l’arretratezza delle istituzioni greche e dei mercati greci ad aver frenato gli impulsi che provenivano dalle riforme e dai tagli ad uno Stato troppo presente sul mercato. Si giunge persino a narrare che in effetti dopo 5 anni di cure della Troika si stavano vedendo i primi effetti positivi proprio alla fine del 2014 ed inizio 2015, quando ha fatto la comparsa sul palcoscenico il nuovo governo Tsipras che intessendo una disperata negoziazione con la Troika ha mandato tutto “all’aria in quattro e quattr’otto”, e la ripresa agognata è svanita risucchiata dal calo di fiducia causata dai viaggi del ministro Varoufakis da Atene a Bruxelles.  Quale sia la esatta ragione non è nota, e peraltro il fatto rilevante è un altro, ovvero che nei paesi dove è arrivata la Troika, ed anche dove non è formalmente arrivata ma nei quali le sue prescrizioni sono divenute pratica comune, la combinazione di austerità fiscale e riforme strutturali ha prodotto l’uscita dalla crisi e la crescita economica. Le storie di questi paesi sono però difficilmente archiviabili come storie di limpido successo: la Spagna, magnificata per le sue riforme strutturali sul lavoro ora totalmente liberalizzato, accompagna una tiepida crescita relativamente al suo passato con una disoccupazione sempre a 2 cifre, sopra il 20%; l’Irlanda, la prima nazione a sperimentare tali politiche dopo il salvataggio delle banche private (i creditori tedeschi in verità) ha dovuto salvare lo stato a cui era stato trasferito il debito privato con draconiane misure recessive tali da sprofondarlo nella depressione, e da questa ne è uscito con un mercato del lavoro devastato e con una esplosione della disuguaglianza, ed ancora si dibatte nella crisi; il Portogallo non presenta un sentiero dissimile da quello spagnolo ed anche li la Troika ha lasciato il segno; che dire poi dei paesi del nord Europa che sono paladini del rigore fiscale: Olanda, Danimarca, Finlandia si dibattono tutti nella crisi economica da cui si erano inizialmente tenuti in disparte. Per non parlare dell’Italia che come è noto, dopo tre governi di austerità quali Monti, Letta e Renzi, e di riforme strutturali a più non posso, nel 2015 non riesce a far segnare una crescita del Pil che vada oltre, nelle più ottimistiche previsioni, allo 0,5-0,7%, dopo un -10% negli anni della crisi. Per tutti questi paesi nel frattempo i debiti sono aumentati, in rapporto al Pil, ovvero il consolidamento fiscale appare ancora una meta lontana, ma ricordiamo, anche se non se ne parla più, che tutti devono portalo a compimento entro il 2035, riducendo il rapporto debito pubblico / Pil al 60%, al ritmo di 1/20 all’anno, con avanzi primari sorprendenti quanto a sostenibilità.

Ritornando al caso della Grecia, che questo mix di austerità espansiva e riforme strutturali previsto dall’accordo possa determinare esiti diversi da quelli già sperimentati con i due Memorandum precedenti è inimmaginabile. Le prime contribuiranno ad abbassare ulteriormente il Pil, per portarlo forse ad un -30% rispetto al -25% di oggi se confrontato al livello pre-crisi. Le seconde saranno utili secondo gli stessi stimatori di chi le programma, e se mai lo saranno, solo nel medio periodo, quando il malato sarà forse morto, o costretto ad uscire dall’Euro alle condizioni fissate dai creditori. Nel frattempo molto si discuterà di sostenibilità del debito, di ristrutturazione dello stesso, e nella migliore delle ipotesi si realizzerà un lieve allungamento delle scadenze, ma nulla che possa consentire alla Grecia di liberare risorse per la sua crescita. Ciò che la Grecia produrrà dovrà essere destinato a ripagare i creditori istituzionali, e a tal fine dovrà intaccare anche il suo patrimonio. L’ipotesi di accordo non è ciò che serve alla Grecia e neppure è sostenibile per la Grecia, finanche per le istituzioni che lo hanno proposto, ovvero se applicato ucciderà il malato, ma appare dubbio che possa essere realizzato. Esso determinerà una lenta, non si sa quanto breve o lunga, agonia in attesa della ora fatidica della GreXit alle condizioni dei creditori. Non era invece meglio una Grexit “consensuale”, certo sempre dolorosa e costosa ma a condizioni meno onerose per il debitore?

  1. L’Europa è il problema

Nel frattempo, cosà farà l’Europa? Si riformerà, ad iniziare dai suoi Trattati, dopo lo scampato pericolo della odierna Grexit? Ben Bernanke[1], che non è certo Alan Greespan per fortuna degli americani, ci ricorda, come altri hanno fatto molto prima di lui[2], che i problemi dell’Europa sono ben altri da quelli del debito e della insolvenza dei paesi debitori. I problemi dell’Europa riguardano i paesi creditori, i virtuosi a senso unico, la Germania anzitutto. Mentre gli Stati Uniti adottavano una politica monetaria espansiva per ridurre gli effetti del credit crunch ed una politica fiscale non deflattiva per non comprimere la domanda pubblica in una fase in cui la domanda privata crollava, l’Europa ha realizzato l’opposto, stringendo d’assedio i mercati interni con strette monetarie per quasi tutto il periodo della crisi, sino ad arrendersi alla urgenza fuori tempo massimo del QE del 2015, e strette fiscali draconiane, imponendo a tutti i paesi simultaneamente riforme strutturali in tempo di crisi che amplificavano gli effetti della crisi proveniente da fuori Europa. Dal 2010, quando il tasso di disoccupazione che era il 10%, è passato nel 2015 al 5,5% in Usa ed al 12% circa nell’Eurozona, mentre nel 2009 era al 6% in Usa ed all’8% nell’Eurozona. Le politiche monetarie e fiscali hanno quasi riportato il tasso Usa al livello pre-crisi, lo hanno innalzato di 4 punti nell’Eurozona. Ma l’Europa non è tutta uguale. Mentre in Germania, dal 2008, anno pre-crisi, il tasso di disoccupazione è progressivamente diminuito da poco meno dell’8% all’attuale 5%, negli altri paesi dell’Eurozona lo stesso è raddoppiato, passando dal 7% a quasi il 14%. Il gap tra le due esperienze, tra le due sponde dell’atlantico ed entro l’Europa, è enorme.

Anche Bernanke oggi osserva che la Germania abbia tratto enorme vantaggio da un Euro forte (ovvero da un Marco ombra debole) per sostenere in modo anche aggressivo le proprie esportazioni rispetto a quanto avrebbe potuto fare con una sua moneta. E con la crisi, mentre questo fattore non poteva modificarsi e non si è modificato in rapporto ad altre valute, ha imposto politiche fiscali deflattive agli altri paesi tramite un rigido e direi dogmatico rispetto dei vincoli previsti dai Trattati, e qualora i Trattati non li prevedessero, lo ha fatto con accordi e patti intergovernativi europei. L’Europa ha fatto propria tale politica imponendo ai vari paesi una unica strada possibile, quella della svalutazione interna, del lavoro, in presenza di una moneta comune. Il fatto che la Germania abbia perseguito questa politica di affidarsi alla domanda estera ed al contenimento della domanda interna per ridurre la sua disoccupazione e lo abbia fatto con pervicacia esportandola all’estero, è dimostrato dal sua avanzo strutturale nei conti con l’estero che ha quasi raggiunto il 7,5% del Pil senza che mai la Commissione Europea sia intervenuta con le sue Country Recommendations. Scrive Bernanke: “In un sistema di cambi fissi come l’area valutaria dell’Euro, tali squilibri persistenti non sono affatto salutari, perché riducono la domanda e la crescita dei partner commerciali e generano flussi finanziari potenzialmente destabilizzanti”. Con la crisi, la politica tedesca ha guardato unicamente agli interessi nazionali, imponendo all’Europa l’aggiustamento solo sui paesi deficitari in termini di flussi commerciali e di debiti nazionali, rifiutando qualsiasi co-responsabilità delle sue politiche nazionali; in tal modo ha accresciuto sia gli uni che gli altri. Una politica tedesca con la quale la “Germania non si siede sopra l’Europa” sarebbe dovuta essere quella di ristabilire l’equilibrio nei suoi avanzi commerciali, con una politica di alti salari, alta spesa pubblica per infrastrutture, riforme strutturali interne per essere essa stessa più aperta alla concorrenza estera sostenendo la domanda interna. Esattamente l’opposto di ciò che ha fatto e continua a fare. L’ipotesi di accordo per la presunta salvezza della Grecia ha replicato tutto ciò, con l’aggiunta di vendetta politica per avere il governo Tsipras sfidato la politica economica tedesca.

  1. L’Europa è riformabile?

Pochi rischiano comunque nel panorama economico nel proporre la ricetta vincente per salvare davvero la Grecia e l’Eurozona. L’Eurozona appare come una gabbia da cui è difficile uscire in modo governato per l’alto rischio sistemico che una EuroExit presenta; al contempo lo stare ostinatamente insieme non appare oggi coprire nessuno dal rischio elevato della sua non-sostenibilità che potrebbe portare ad una deflagrazione non governata. Così, da un lato ci confrontiamo con una “EuroExit confused Strategy” dagli esiti ignoti, dall’altro con una “EuroTrap without Strategy”. Oggi la domanda non è più “la Grecia si salverà?”, ma la vera domanda è “L’Eurozona è riformabile, ovvero la Germania è ancora riformabile?”. Oppure dobbiamo abbandonarla al proprio (e nostro) destino?

Le risposte a tali quesiti non sono affatto univoche. Ma ciò che ci sorprende (poco) e ci rattrista (molto) è che tra molti dei rispondenti il dialogo è faticosissimo, soprattutto a sinistra[3]. Da un lato, gli europeisti convinti del manifesto di Ventotene, si adagiano ancora sul sogno europeo che però si è infranto sulle coste delle isole greche. Si fa oggettivamente fatica oggi a rispondere con “più Europa” quando il modello di Europa che è sul tavolo è rappresentato da quello tratteggiato dai “Magnifici/Malefici 5”, ovvero Juncker, Tusk, Dijsselbloem, Draghi, Schulz, a capo delle istituzioni europee, che nel piano Completing Europe’s Economic and Monetary Union[4] hanno messo in campo una unione europea che deve migliorare (sic!) la sua governance economica con un rafforzamento del coordinamento intergovernativo in coerenza con il rigore fiscale, demandando alla periferia, ai singoli stati, l’attuazione delle riforme strutturali prescritte al centro, nelle istituzioni europee, che getteranno le basi di un bilancio pubblico efficiente e sostenibile. Chi si aspettava che venissero individuati strumenti forti che prefigurassero gli Stati Uniti d’Europa deve presto disilludersi: nessun bilancio pubblico europeo degno di questo nome, ovvero di dimensione del 5% del Pil dei paesi dell’Unione, e neppure un governo attivo della moneta da parte della Banca Centrale il cui ruolo rimane confinato a ciò che i Trattati prevedono. La cessione di sovranità verso le istituzioni europee si traduce in una unione fiscale depotenziata come già è l’unione monetaria, ma con poteri comunque sufficienti per imporre quelle politiche ortodosse che devono assicurare, in presenza di moneta unica, l’aggiustamento di squilibri e shock macroeconomici sui paesi deficitari, per flussi commerciali con l’estero e debiti pubblici, tramite politiche di offerta che vanno ad impattare solo su un fattore, il lavoro. Cessione di sovranità, anche e soprattutto democratica, in cambio dei “fichi secchi” di cui gli europeisti federalisti dovranno sfamare i propri sogni infranti! Questo è il progetto del “più Europa!”, sotto le svelate sembianze della retorica sviluppo, crescita economica, piena occupazione, inclusione sociale, migliori pratiche di governance europea, finanche economia sociale di mercato[5]. Dall’altro si contrappone il giudizio impietoso e certo non infondato di chi prospetta la deflagrazione dell’Eurozona in ragione della sua insostenibilità e contraddizioni interne[6] che la teoria economica non ha mancato di segnalare dalle origini del progetto della moneta unica. Dai rischi che l’evento possa o debba necessariamente fa ricadere sui paesi più deboli e sulle classi sociali più esposte le conseguenze in termini di svendita delle strutture produttive a prezzi di realizzo secondo il modello dell’”Annessione”[7] della Germania dell’Est ad opera di quella dell’Ovest e di dinamiche distributive che comprimono ulteriormente il reddito da lavoro e la sua quota, emerge l’invito ad attrezzarsi per una uscita governata dall’Eurozona, contrapponendo alla libera circolazione dei capitali ed alle restrizioni sulla mobilità del lavoro, il suo opposto, ovvero vincoli alla mobilità dei capitali ed adozione di migliori standard internazionali del lavoro[8]. Progetto questo in teoria auspicabile e sottoscrivibile, ma che si deve confrontare immagino anche per i proponenti con la questione dei “rapporti di forza” tra capitale e lavoro il cui equilibrio è saltato da tempo e per il quale è difficile intravvedere la fattibilità di una più moderata ricomposizione. La chiamata all’internazionale del lavoro appare tracciare un percorso tanto periglioso di insuccesso, alle condizioni attuali, quanto è quello credo della chiamata agli Stati Uniti d’Europa. Rimane così in campo lo scenario peggiore, una sorta di “migliore dei mondi possibili” à la  Leibniz in cui anche di fronte al peccato originale ed alla “cacciata dal luogo di delizie … per morire di dolore, e come rinfresco, venir bruciati per l’eternità”, si risponde “Ne faremo quel che potremo”! (Voltaire, Dizionario filosofico, “Bene, tutto è bene”). Lo scenario di una deflagrazione incontrollata ed incontrollabile dell’Eurozona, ed a questo stadio dell’Europa, nel quale un populismo nazionalistico, antidemocratico, violento, con tratti razzisti, alimentato da disagio sociale estremo e povertà diffusa, si scontrerà con l’Europa dei popoli e della moneta ed avrà su di essa il sopravvento, insediando governi nazionali e subnazionali di partiti e fazioni di destra che garantiranno gli interessi del capitale più retrivo[9]. Apocalisse fantascientifica? Certo, al pari di episodi storici inconfutabili. Ma la ragione prevarrà, ne sono (quasi) certo!

* Università di Ferrara

 

 

[1] Ben Bernanke, “Greece and Europe: Is Europe holding up its end of the bargain?“, Ben Bernanke’s Blog, 17 luglio 2015:

http://www.brookings.edu/blogs/benbernanke/posts/2015/07/17greece-and-europe
[2] Non è questa la sede per ripercorrere il dibattito di cosa non abbia funzionato nell’Eurozona. Ciò che è certo è che sin da prima della sua nascita la sostenibilità della moneta unica in un’area strutturalmente eterogenea, con caratteristiche peraltro che ne minavano la robustezza (strumenti monetari parziali, assenza di una politica fiscale comune, incompletezza di un sistema bancario su scala europea, debolezza di strumenti redistributivi e compensativi tra aree e nazioni, assenza di istituzioni politiche legittimate a prendere decisioni, ecc.), era secondo molti economisti votata al fallimento, o nelle migliori delle ipotesi a produrre disequilibri tali a fronte dei quali le istituzioni avrebbero risposto imponendo sempre più vincoli per tenere assieme paesi che assieme non possono stare, sino a svelare che natura dell’euro e politiche di austerità fiscale sono indissolubilmente unite, come il potere politico tedesco ha candidamente ammesso in occasione dei negoziati sul caso greco. Una riflessione recente su ciò che chiama in causa i pensatori liberisti è rappresentata da Sergio Cesaratto, “Il «più Europa» (è) liberista”, a/simmetrie, 13 luglio 2015.
[3] Un tentativo in tale direzione è rappresentato da alcuni numeri che la rivista Critica Marxista ha voluto dedicare a questi temi nel 2014 e 2015. Si vedano il n.5 e 6 del 2014 ed il n.1 e 2-3 del 2015, con interventi di Brancaccio, Patalano, Zezza, Mazzetti, Pini-Romano, Biasco, Cavallaro, Lunghini, oppure gli interventi apparsi su www.economiaepolitica.it nel 2015 a partire dal contributo di Realfonzo e Viscione (“Gli effetti di una uscita dall’euro su crescita, occuopazione e salari”), tra cui Biasco, Garbellini, Guerrieri, Gallegati, Visco, Zezza.
[4] Completing Europe’s Economic and Monetary Union, report by Jean-Claude Juncker in close cooperation with Donald Tusk, Jeroen Dijsselbloem, Mario Draghi, and Martin Schulz, European Commission, Bruxelles, 22 giugno 2015: http://ec.europa.eu/priorities/economicmonetaryunion/index_en.htm
[5] A corollario di questa tesi vi è l’allarmismo su ogni EuroExit strategy che viene riproposta da economisti ed istituzioni internazionali ogniqualvolta l’ipotesi viene avanzata: in tal caso si va da “c’è l’ignoto dietro l’angolo”, a “vi sono insormontabili problemi tecnici nel passaggio dall’Euro ad una moneta nazionale”, da “i debiti saranno in Euro e la nuova moneta nazionale varrà 30-50% in meno dell’Euro per cui i paesi saranno destinati a dichiarare default e nessun sarà più disposto a fare loro credito” a “l’uscita dall’Eurozona è ben altra cosa che l’uscita dell’Argentina dall’area del dollaro”, e così via.
[6] The Economists’ Warning, Financial Times, 23 settembre 2013: http://www.theeconomistswarning.com/2013/09/il-monito-degli-economisti.html
[7] Vladimiro Giacchè, Anschluss. L’annessione, L’unificazione delle Germania ed il futuro dell’Europa, Imprimatur Editore, Reggio Emilia, 2013.
[8] Ad esempio Emiliano Brancaccio, Relazione ai GUE/NGL Study days, Firenze, 18 novembre 2014, ma anche in “Il «Monito degli economisti», un anno dopo”, in Critica marxista, n.5, pp.17-23, 2014.
[9] Tesi nota questa ed attribuibile non solo ad Alberto Bagnai, con i suoi contributi su a/simmetrie: http://www.asimmetrie.org/. Si veda Alberto Bagnai, L’Italia può farcela, Il Saggiatore, Milano, 2014.

1 COMMENTO

  1. Gli articoli che vengono pubblicati su questo sito sono sempre molto interessanti e permettono nello stesso tempo di fare riflessioni che possono anche arricchire gli stessi articoli. Non mi sono mai piaciuti i commenti che spesso sono quasi un insulto nei confronti di coloro che scrivono gli articoli. Ho sempre pensato infatti che per permettere a tutti di poter intervenire su argomenti così complessi, sia necessario un minimo di informazione che spesso il semplice cittadino non ha a disposizione. L’informazione televisiva e, purtroppo, anche quella cartacea, sono soprattutto pubblicità e spot pubblicitari, che non permettono a nessuno di avere un’informazione corretta e, conseguentemente, tutti hanno un limite a fare analisi precise. Maurice Allais, che certamente non può essere considerato comunista, e lui stesso si dichiarava liberale, nelle sue analisi, partiva dal presupposto che in tutte le scienze, e così deve essere per la scienza economica, le teorie vanno sempre verificate nella realtà. Se una teoria non può essere verificata, perché quello che è la conseguenza (cioè l’effetto) di un determinato processo economico, che in teoria doveva accadere non accade realmente, allora quella teoria è sbagliata, in parte e allora si deve modificare, in tutto e allora si deve gettare nel cesso. Maurice Allais aveva studiato l’evolversi di un fenomeno che si è verificato alla metà degli anni 70 (lui dice 1974). Da quella data in Francia ha elaborato uno studio che lo ha portato a disegnare una curva nel tempo che dimostrava che dall’anno 1974 è aumentata la disoccupazione (quella reale, non quella definita da parametri arbitrari), calcolata sulla base delle ore lavorate dai lavoratori diviso per la popolazione attiva. So che quando si pongono problemi di questo tipo, si incomincia a sollevare un vespaio. Ma a me piace che ciascuno di noi, nei confronti degli altri paesi, utilizzino sempre gli stessi parametri. In Germania, per esempio, più di sei milioni di persone, pur essendo disoccupate, nel senso che hanno perso il loro lavoro, poiché lo stanno cercando, non vengono considerati disoccupati e quindi non fanno parte della statistica. Negli Stati Uniti d’America. dopo la bolla che da lì è esplosa, e di cui nessuno si ricorda più, quella bolla che è stata tranquillamente gettata nel resto del mondo, compreso l’Europa, ha portato anch’essa una ridefinizione dei parametri di natura economica. Se, non sono molto pratico di economia, di quella che viene sempre spiegata in televisione e nei giornali, in modo che nessuno capisca, in un paese, il Pil aumenta e tutti sono contenti, perché le persone in carne ed ossa dovrebbero essere contente? Potrebbero queste persone in carne ed ossa dire: ma chi se ne frega del Pil, se non posso lavorare, e se, conseguentemente, non posso consumare i beni e i servizi essenziali che mi permettono di vivere in modo dignitoso. Perché dobbiamo continuare ad usare un metodo di paragone tra gli stati e tra i ceti sociali (che esistono ed esiteranno sempre), ed invece non rovesciamo il metodo partendo dal presupposto che l’economia deve essere al servizio degli uomini, e non il contrario. Possiamo anche migliorare tutta la tecnologia possibile ed immaginabile, ma per mangiare patate, dobbiamo consumare patate, per leggere un libro dobbiamo produrre quel libro, per avere il diritto alla salute, dobbiamo produrre i servizi indispensabili perché ogni cittadino possa usufruirne. Invece no. guardiamo ai dati statistici come se la produzione dei beni e servizi debbano essere consumati da persone diverse rispetto a chi li produce. Nelle informazioni che dobbiamo prendere in considerazione deve esserci la questione fondamentale. Quali sono i beni ed i servizi che devono essere prodotti e come farlo, perché se si guarda solo ed esclusivamente al dato statistico, non si capisce niente di come stanno le persone in carne ed ossa. Se è vero che la quantità di persone che stanno lavorando nel mondo intero sta diminuendo (si parla di cifre di quasi 500 milioni di persone disoccupate in più negli ultimi 20 anni, ciò significa che prima di vedere un aumento dell’occupazione “nuova” ci vorranno almeno altri 20 anni. E allora forse abbiamo necessità di ripensare a quello che ci serve per il nostro futuro. Non per me, che ho 65 anni, ma per le giovani generazioni che non riescono a guardare al futuro, perché non lo vedono, siamo eternamente all’interno di un tunnel, dal quale non si riesce ad uscire, mentre fuori da quel tunnel ci sono le guerre anche per accaparrarsi un pozzo di acqua dolce, ci sono i rivolgimento climatici, che dovrebbero rappresentare per tutti noi un allarme e la necessità (per non dire la costrizione) di ridiventare una comunità mondiale che guardi al futuro con occhi diversi, perché le persone non possono continuare a vivere come se questo pianeta fosse illimitato. Domani mattina potremmo risvegliarci con le tasche piene di soldi (che poi non esistono) ma con nessun bene e servizio disponibile.

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