La disunione fiscale europea

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Political and social notes

Nel dibattito sulle misure economiche per fronteggiare l’emergenza coronavirus, Olanda, Germania e Austria hanno espresso netta contrarietà alla richiesta, avanzata da Francia, Italia, Spagna e Portogallo, di emettere degli eurobond. Ferma l’opposizione del primo ministro olandese Mark Rutte. «Emettere degli eurobond – ha affermato Rutte – vuol dire attraversare la frontiera verso un’unione di trasferimento, di mutualizzazione dei debiti e noi non lo vogliamo». Reazioni indignate, come quella del premier portoghese Costa, hanno poi sollevato le parole del ministro delle finanze olandese Wopke Hoekstra che, secondo alcuni organi di stampa, avrebbe chiesto che la «Ue indaghi sui Paesi che chiedono i corona-bond».

Nel Nord Europa è diffusa l’idea secondo la quale i paesi dell’Europa mediterranea, Italia in testa, affrontino la difficile situazione in cui si trovano a causa dell’incapacità di gestire responsabilmente le proprie finanze pubbliche. C’è un aspetto che, però, viene spesso sottaciuto quando si discute di fiscalità nella Ue. E cioè che la crisi fiscale di cui soffrono i paesi mediterranei, in primis l’Italia, deriva in parte anche dalle forti asimmetrie tra i sistemi fiscali nazionali. Per dirla esplicitamente, all’interno della Ue esistono regimi di tassazione – «paradisi fiscali» – che generano una competizione in linea di principio incompatibile con il buon funzionamento di un’unione economica. L’Italia è tra le nazioni che più subiscono le conseguenze di questa competizione fiscale.

Sussidiarie, scatole vuote e investimenti fantasma

Una ricerca del 2019, commissionata dal gruppo dei Verdi e dell’European Free Alliance (Efa) presso il Parlamento Europeo e basata sui dati di bilancio delle imprese nel periodo 2011-2015, ha calcolato le aliquote fiscali «effettive» pagate dalle multinazionali nei vari paesi. In molti casi, le aliquote effettive differiscono notevolmente da quelle ufficiali, grazie a una serie di meccanismi legali che consentono alle multinazionali di ridurre le imposte. Nel 2015, il paese della Ue con minor aliquota effettivaera il Lussemburgo (2%), seguito dall’Ungheria (7,5%), da Bulgaria e Cipro (9%) e dall’Olanda (10%). Quelli con più elevata aliquota effettiva, Spagna (22%), Grecia (28%) e Italia (30%). Queste differenze nelle aliquote effettive influenzano i flussi di investimenti esteri e la localizzazione delle multinazionali.

Nel 2017, secondo uno studio pubblicato dal Fondo Monetario Internazionale, l’Olanda ha ricevuto investimenti esteri per oltre 5.000 miliardi di dollari. Di questi, 3.300 miliardi erano «investimenti fantasma». Investimenti, cioè, che transitano in società di comodo o filiali istituite col solo scopo di non pagare imposte in altri paesi. Il Lussemburgo, con circa 600 mila abitanti, ha attratto 4.000 miliardi di dollari di investimenti esteri (6,6 milioni pro capite), quanto gli Stati Uniti e più della Cina. Ma anche qui si tratta, in larghissima misura, di investimenti fantasma. Gli autori dello studio citato scrivono: «La maggior parte degli investimenti esteri fantasma è diretta verso economie note per avere un ruolo importante nello schema di tassazione delle imprese multinazionali: in Lussemburgo e nei Paesi Bassi gli investimenti esteri fantasma superano i 3.000 miliardi di dollari, Hong Kong, le Isole Vergini Britanniche, Bermuda, Singapore, le Isole Cayman contano ciascuna per 500-1.000 miliardi di dollari» (J. Damgaard, T. Elkjaer e N. Johannesen, 2019).

Lo conferma l’Ocse. Nel 2018, ben il 96% degli investimenti esteri in entrata in Lussemburgo e il 65% di quelli in Olanda è transitato attraverso «società speciali», scatole vuote che non hanno una reale consistenza fisica e occupazionale, ma servono unicamente alle multinazionali per dirigere gli investimenti verso la loro destinazione finale in paradisi off-shore. Per avere un’idea dell’entità dei flussi, si consideri che, nel 2018, gli investimenti esteri sono stati pari al 184% del Pil dell’Olanda, al 211% di quello del Lussemburgo e al 261% di quello dell’Irlanda.

In Olanda operano, con sede legale principale o attraverso consociate e sussidiarie, molte delle più grandi multinazionali al mondo tra cui Google, IBM, Unilever, Nike, Ikea e Fiat Chrysler Automobiles. Ma anche grandi imprese come Eni, Enel, Exor, Ferrero, Prysmian, Saipem, Telecom Italia, Illy e Luxottica Group. Nel 2016, secondo l’influente Rapporto U.S. PIRG Education Fund e ITEP, più della metà delle multinazionali statunitensi dell’elenco Fortune 500 (che classifica le 500 maggiori società statunitensi per fatturato) aveva almeno una società sussidiaria nei Paesi Bassi. Secondo lo stesso rapporto: «l’Olanda è il paradiso fiscale più utilizzato dalle principali società statunitensi».

La ricchezza perduta delle nazioni

L’Area Studi di Mediobanca ha calcolato che circa la metà dell’utile ante imposte delle prime 25 multinazionali al mondo del web e del software (con fatturato superiore agli 8 miliardi di euro), è tassato in nazioni a fiscalità agevolata «con conseguente risparmio fiscale cumulato nel 2014-2018 di oltre 49 miliardi di euro». Nel 2018, le 14 filiali delle multinazionali del web-soft presenti in Italia e di cui sono disponibili i bilanci, hanno ottenuto un fatturato complessivo di 2,4 miliardi di euro e hanno pagato tasse per 64 milioni, cui sono da aggiungere le sanzioni imputate a Facebook. «Il tax rate effettivo medio di queste multinazionali è del 33%, ma è evidente – continua il rapporto – che il giro d’affari in Italia è ben più ampio, solo che la gran parte è fatturato all’estero». In Italia, secondo la stessa ricerca, rimane solo il 14,0% della liquidità totale delle società considerate, mentre attraverso il sistema di cash pooling (che consente di trasferire risorse da una società all’altra all’interno del medesimo gruppo) l’84,7% va a confluire in paesi a fiscalità agevolata: Paesi Bassi, Lussemburgo e Irlanda sono tra le principali destinazioni.

Nel 2015, secondo le stime di Thomas Tørsløv, Ludvig Wier e Gabriel Zucman, circa 600 miliardi di dollari di profitti esteri delle multinazionali sono stati trasferiti in paradisi fiscali. Secondo gli autori citati, l’80% degli utili trasferiti dai paesi dell’UE è finito in paradisi fiscali della stessa UE, principalmente in Irlanda, Lussemburgo e Paesi Bassi. Ciò si è tradotto in una riduzione del 20% del gettito da imposte sulle società in quelle nazioni europee che non sono paradisi fiscali, tra cui l’Italia.

L’erosione della base fiscale dei paesi che, come l’Italia, non prevedono tassazione agevolata è consistente. Oxfam ha stimato che, a causa dell’elusione delle multinazionali, solo nel 2015, Francia, Spagna, Italia e Germania abbiano perso complessivamente circa 35,1 miliardi di euro di entrate fiscali. Per ciascuno dei paesi, le somme sarebbero state sufficienti per moltiplicare gli aiuti allo sviluppo per la salute per 35, o per reinvestire nei sistemi sanitari nazionali, riducendo i pagamenti delle famiglie per l’assistenza sanitaria tra il 12,4% e il 28,3%. Sempre secondo Oxfam, Cipro, Irlanda, Lussemburgo, Malta e Olanda dovrebbero essere definiti paradisi fiscali.

I paradossi fiscali

È paradossale che nell’Unione Europea, un’area di libero scambio, in cui i capitali sono liberi di muoversi e in cui, per evitare distorsioni alla concorrenza, gli aiuti a imprese in difficoltà sono soggetti a un rigoroso regime autorizzativo da parte della Commissione Europea, esistano sistemi che gli studiosi non esitano a definire paradisi fiscali.

I vantaggiosi schemi di tassazione che alcune nazioni offrono alle multinazionali si traducono in una riduzione della base imponibile di altre nazioni. Una competizione fiscale accettata, perché essenziale alla globalizzazione finanziaria, ma insostenibile e ingiusta perché sottrae risorse alle finanze pubbliche di quei paesi come l’Italia cui, nello stesso tempo, si chiede rigore finanziario e tagli ai servizi essenziali. Il processo di revisione delle asimmetrie fiscali nella Ue è solo agli inizi e sarà certamente molto lungo. La consapevolezza di tali asimmetrie potrebbe, tuttavia, aiutare a varare politiche economiche comuni, lungimiranti e non dannose.

Riferimenti

Damgaard J., Elkjaer T., Johannesen N. What is Real and what is not in the Global FDI Network?, IMF Working Paper 19/274, 2019.

Galullo R., Mincuzzi A., Amsterdam regno delle multinazionali: «Made in Olanda» perfino gli spaghetti alla bolognese, Il Sole 24 Ore, 14 dicembre 2018.

Janský P., Effective Tax Rates of Multinational Enterprises in the EU, A Report Commissioned by the Greens/EFA Group in the European Parliament, 22/01/2019.

Mediobanca – Area Studi, I giganti del web soft software & web companies (2014-2019), Milano, 2019.

OECD, FDI in Figures, October 2019.

Oxfam, Off of the Hooks. How the EU is about to Whitewash the World’s Worst Tax Heaven, Oxfam International, March 2019.

Romano C., Olanda, a rischio i vantaggi fiscali per le multinazionali. Da Fca a Google e Ikea, tremano i colossi, Il Sole 24 Ore, 23 settembre 2019.

Tørsløv, T, L Wier, Zucman G., The Missing Profits of Nations, NBER Working Paper 24701, 2018.

U.S. PIRG Education Fund and the Institute on Taxation and Economic Policy, Offshore Shell Games 2017 The Use of Offshore Tax Havens by Fortune 500 Companies, 2017.

Zucman G., La ricchezza nascosta delle nazioni. Indagine sui paradisi fiscali, add editore, Torino, 2017.

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