Tecnologia, capitalismo e/o democrazia: la lezione di Luciano Gallino

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Political and social notes

Luciano Gallino ci lasciava l’8 novembre di cinque anni fa. Da allora, la sociologia italiana non è più la stessa.

Qui lo ricorderemo – rimpiangendone la bella figura umana e la forza elegante del suo pensiero critico (nonché per essere stato componente del Consiglio scientifico di questa rivista, alla sua nascita nel 2008) – rileggendo a modo nostro e in forma necessariamente parziale un suo testo ricchissimo invece di spunti e insieme problematico, uscito nel 2007: Tecnologia e democrazia[i], contenente testi editi tra il 1985 e il 2004, ma poi rivisti; più due testi scritti per l’occasione. Lo faremo per presentare ma anche per sviluppare ulteriormente le sue tesi, certi che avrebbe apprezzato questo nostro andare oltre il suo pensiero di allora rispetto a quello che a noi sembra essere piuttosto un conflitto strutturale/ontologico tra la tecnica (termine che preferiamo a tecnologia) e la democrazia (per cui: non tecnologia e democrazia, ma tecnica o democrazia). Proseguendo con Gallino i nostri confronti su tecnica, capitalismo e democrazia avviati su queste ‘pagine’ prima con Claudio Napoleoni e poi con Raniero Panzieri[ii].

Perché se è vero che le società occidentali hanno cercato, per una parte almeno del XX° secolo (i Trenta gloriosi, Keynes e le politiche keynesiane, le Costituzioni post-1945, i diritti sociali dopo i diritti civili e politici) di democratizzare il capitalismo, mai abbiamo cercato invece – e partiva appunto da qui la riflessione di Gallino – di democratizzare l’innovazione tecnologica, o meglio, per noi: la tecnica come sistema. E se oggi il vecchio capitalismo si è fatto neoliberale e quindi illiberale, antisociale e antidemocratico oltre che, aggiungiamo, edonisticamente nichilista (ma tale era già ai suoi inizi), la tecnica moderna è anti/a-democratica da quando sono nate la rivoluzione industriale e, prima ancora, la scienza: accompagnate poi, nella loro conquista dell’egemonia e del dominio, dal positivismo-pragmatismo-soluzionismo e infine dalla glorificazione, se non deificazione, di una razionalità – che è anche una teologia tecnica, oltre che capitalistica[iii] – solo strumentale/calcolante-industriale. Oggi totalitaria e che ha tradito e rovesciato – come sostenevano Horkheimer e Adorno[iv] – la Ragione illuministica. Per questo – e qui siamo in perfetta sintonia con Gallino – dobbiamo assolutamente adoperarci per comprendere il potere della tecnologia scientificizzata.

Democrazia, tecnica e impresa privata

Prima di arrivare a Tecnologia e democrazia, riprendiamo però un suo testo del 2011, Democrazia e grande impresa, uscito sulla rivista MicroMega[v]. Scriveva Gallino: «La democrazia, si legge nei manuali, è una forma di governo in cui tutti i membri di una collettività hanno sia il diritto, sia la possibilità materiale di partecipare alla formulazione delle decisioni di maggior rilievo che toccano la loro esistenza. (…) e viene naturale includere diversi aspetti attinenti all’economia o ad essi strettamente correlati». E invece, oggi «la grandissima maggioranza della popolazione è totalmente esclusa dalla formazione delle decisioni che ogni giorno si prendono» nei settori dell’economia, di fatto espropriati e alienati dalla democrazia, per l’azione di quel soggetto che si chiama grande impresa, industriale o finanziaria, italiana o straniera che sia.

«Il fatto nuovo del nostro tempo è che il potere della grande impresa di decidere a propria totale discrezione che cosa produrre, dove produrlo, a quali costi per sé e per gli altri, non soltanto non è mai stato così grande, ma non ha mai avuto effetti altrettanto negativi sulla società e sulla stessa economia». Richiamando F. D. Roosevelt – che nel 1938 si dichiarava preoccupato non solo perché l’impresa privata creava sempre meno occupazione e accentuava le disuguaglianze sociali, ma perché era una minaccia per la stessa democrazia esercitando un potere più forte e condizionante dello stesso Stato – Gallino aggiungeva: ormai «la preoccupante visione di Roosevelt si è pienamente avverata». E chi ha avuto la peggio, continuava, «sono stati i lavoratori americani. (…) Ma non risulta che quei lavoratori abbiano avuto la minima possibilità di far sentire la loro voce e meno che mai di intervenire con qualche efficacia in decisioni che sconvolgevano la loro esistenza, le loro famiglie, la loro comunità. Pertanto, è davvero arduo capire come il caso americano ci possa venire solennemente presentato, da manager e politici italiani come una forma di modernizzazione delle relazioni industriali. E ancora più arduo è capire (…) come, in Italia, tra le file dell’opposizione non si sia levata una sola voce per rilevare che il potere esercitato dalle corporation sulle nostre vite configura un deficit di democrazia da costituire ormai il maggior problema politico della nostra epoca».

Dalla grande industria alla Fabbrica totalitaria. Da D-M-D’ a D-M(V)-D’

Da allora a oggi l’azione di governo, da parte delle corporation sulla vita umana tutta intera (lavoro, consumo, relazioni, affetti, emozioni, conoscenza), è cresciuta n volte di più – pensiamo a Google, Amazon, Facebook, Apple, Microsoft – esercitando una forma di biopotere (cfr., Michel Foucault[vi]) per la realizzazione – per la ingegnerizzazione[vii] – di un uomo funzionale a una società totalitariamente amministrata/automatizzata (cfr. la Teoria critica della Scuola di Francoforte[viii]). Abbiamo cioè ceduto il governo di noi stessi come individui ma anche come polis a imprese private. Che tuttavia non sono solo le grandi imprese perché il modello tecno-capitalista dominante/egemone è oggi quello della fabbrica diffusa/individualizzata ma sempre più integrata e sempre più capitalistica (realizzando un fordismo individualizzato e insieme di massa/folla[ix]), dove ciascun individuo è merce (i suoi dati, la sua vita oltre al suo lavoro), ma anche forza lavoro e mezzo di produzione (di dati, per il funzionamento dell’intero sistema tecnico e capitalista). Un individuo-mezzo di produzione che non è proprietario neppure di se stesso come mezzo di produzione, perché in realtà è proletario-merce-forza-lavoro-mezzo-di-produzione integrato/sussunto sempre più nel mezzo di produzione chiamato piattaforma/IA/IoT, che è poi il mezzo di connessione della forza lavoro e dei mezzi di produzione precedentemente individualizzati.

Per cui la vecchia formula capitalistica D(enaro)-M(erce)-D’(enaro-profitto maggiore di D) diventa oggi[x]: D-M(V)-D’, dove V sta per vita, divenuta pura merce ma anche forza-lavoro e mezzo di produzione per accrescere il plusvalore in questa ultima forma di capitalismo che definiamo come tecno-capitalismo(in realtà questo meccanismo di estrazione di valore dalla vita dell’uomo è capitalistica fin dall’avvio della rivoluzione industriale: pensiamo al concetto marxiano di pluslavoro).

Ovviamente, si produce un pauroso deficit di democrazia oltre che di individualità/soggettività. Allo stesso tempo realizzandosi però – per la felicità del tecno-capitalismo – la più perfetta forma di fabbrica integrata mai realizzatasi fino ad oggi, cioè la Fabbrica-rete, o la Fabbrica totalitaria, globale nella sua diffusività/pervasività/rete e nel suo funzionare facendoci funzionare h 24 e sette giorni su sette (ed estendere la giornata lavorativa, ma anche il pluslavoro era la tendenza del capitale, secondo Marx), dove tutto è industria, anche lo stesso individuo-merce-forza-lavoro-mezzo-di-produzione: formattato e ingegnerizzato per assecondare le esigenze – per adattarsi sempre e comunque alle prevalenti esigenze – della rivoluzione industriale (è il neoliberalismo nell’interpretazione di Walter Lippmann)[xi].

Democratizzare l’impresa. E la tecnica

Ma torniamo a Gallino: «Il fatto di sottrarre progressivamente ai lavoratori ogni residua possibilità di partecipazione alla determinazione di orari, salari, condizioni di lavoro e altro preannuncia la sottrazione a tutti della possibilità di partecipare a qualsiasi decisione di qualsiasi rilevanza in qualsiasi ambito. Preannuncia, in altre parole, la sottomissione a un potere totale»[xii]. Una sottrazione di possibilità di partecipazione che oggi viene prodotta da management algoritmico/app/IoT/IA e dal populismo digitale e dai social. Per realizzare appunto un potere totale[xiii], quello che abbiamo definito come Fabbrica-reteFabbrica totalitaria. La nuova gabbia d’acciaio weberiana[xiv].

Eppure, per Gallino (il contributo originale è del 1985), si poteva pensare allora – pur con la consapevolezza di tutte le possibili eterogenesi dei fini implicite nella tecnologia – di progettare un’organizzazione aziendale nella quale «un metodo democratico di elaborazione delle decisioni fosse reso possibile, se non garantito, dall’impiego di tecnologie dell’informazione»[xv]. Certo, «si tratta di un tipo di organizzazione che di fatto non esiste in nessun paese industriale avanzato», ma si deve comunque provare a costruire un modello di impresa democratica, anche se parole come democrazia e democratizzazione restano indicazioni del tutto imprecise, al di là di qualche richiamo alla «riduzione del campo di autorità dell’imprenditore o delle direzioni»[xvi].

Per farlo occorrono però diverse azioni e il superamento di una serie di vincoli, che Gallino esponeva con grande attenzione e con il suo stile. Ne richiamiamo due: eliminare «in primo luogo e per quanto possibile, l’accesso differenziale alle risorse e soprattutto alle informazioni sulle decisioni» prese dei vertici (e per questo «le tecnologie dell’informazione offrono possibilità di compiere un salto proficuo rispetto al presente e al passato»); e poi «ridurre i tempi, l’onerosità e infine i costi del metodo democratico, il che significa anzitutto accelerare i tempi di consultazione delle preferenze, di formazione di una volontà generale e di esplorazione di azioni alternative»[xvii]. E aggiungeva: «Alle radici del problema della qualità del lavoro in un ambiente informatico si trova il programma (…). Dipende dal programma proporre alla persona problemi stimolanti oppure banali da risolvere (…) così favorendo la crescita professionale della persona»[xviii]. E ancora: «Chi è fuori dal circuito dell’intelligenza organizzativa è destinato alla peggiore delle estraniazioni; ma chi è attivamente inserito in esso è esposto a una sorta di informatizzazione della mente»[xix].

Sappiamo, oggi, come sono andate in realtà le cose: nessuna democrazia grazie alle tecnologie dell’informazione (semmai, il contrario), potenza accresciuta del comando (oggi algoritmico) dell’impresa sul lavoro e sugli uomini, saturazione ulteriore dei tempi ciclo, taylorismo digitalizzato («Chiediamoci allora se davvero promettono di essere meno razionalizzati e vincolanti che non per il passato i lavori dell’economia che si suole denominare post-fordista e post-taylorista…», si domandava Gallino in quello stesso 2007, ma altrove[xx]); soprattutto minore partecipazione dei lavoratori alle decisioni dell’impresa, complice una esternalizzazione crescente del lavoro (permessa proprio dalle nuove tecnologie), mentre cresce il controllo sempre più pervasivo dell’impresa sul lavoro e sulla vita delle persone, dal just in time al just in sequence nelle diverse filiere produttive, alle app di spionaggio nello smart-working. Ed è quindi virtuoso ed encomiabile ma anche arduo il tentativo di oggi del sindacato di contrattare l’algoritmo ex ante e non solo ex post.

E lo sapeva lo stesso Gallino, che infatti scriveva, molti anni dopo quel 1985: «Il tutto [la flessibilità e la lean production, l’intensificazione dei tempi ciclo, eccetera] non si sarebbe potuto realizzare senza l’enorme sviluppo delle tecnologie dell’informazione e della comunicazione…»[xxi]; «la società 7×24, come viene anche denominata alquanto aridamente la società flessibile, trova un sostegno insostituibile nelle tecnologie dell’informazione e della comunicazione o Ict»[xxii]. E aggiungeva nel 2015, poco prima di morire: «ammesso che il capitalismo sembra difficilmente sostituibile in blocco con un sistema diverso, si potrebbe allora cercare quantomeno di ricondurlo entro argini che limitino la sua attività predatoria, pur continuando a guardare alla meta lontana di un suo superamento»[xxiii].

Dall’impresa al capitalismo al tecno-capitalismo

Ma il problema non è solo il capitalismo. Riguarda appunto la tecnologia e l’innovazione tecnologica. Quindi e di nuovo: come ri-democratizzare il capitalismo; ma soprattutto – sarebbe una novità assoluta dal punto di vista antropologico e politico – come democratizzare i processi di innovazione tecnologica. E, preliminarmente per noi, tutto il sistema tecnico.

O meglio: come democratizzare una tecnica che tende per sua essenza a diventare sistema autopoietico, dove cioè il soggetto che genera l’innovazione diventa esso stesso oggetto dell’ordine prodotto, ovvero il sistema tecnico si autogoverna ed è autoreferenziale – pensiamo alla rete e alle retoriche che ne riproducono la grande narrazione – anche o soprattutto in termini di incessante legittimazione di sé come autorità e come regime di verità (cfr., ancora Foucault, ma anche Éric Sadin[xxiv]), escludendo a priori (appunto per propria essenza ontologica, teleologica e teologica)ogni possibile soggetto politico, soprattutto se democratico, che voglia avere funzioni di governo e di definizione dei fini del sistema[xxv].  Oppure, detto con Gallino: come democratizzare una tecnica che sembra diventare autotelica – cioè «i sistemi tecnologici paiono in certi casi riprodursi ed evolversi come se, anziché mezzi per aiutare la nostra sopravvivenza e riproduzione, o quella dei sistemi socioculturali (…), essi badassero anzitutto ai loro interessi riproduttivi»[xxvi] – il testo di Gallino è del 1987, il suo in certi casi oggi è diventato in tutti i casi.

Sussunzione dell’uomo nella tecnica vs democrazia tecnologica

Di più, come scriveva Gallino nell’Introduzione a Tecnologia e democrazia: «quanto a sviluppi della tecnologia e della scienza non abbiamo mai saputo cosa stessimo facendo, a noi stessi, alle generazioni future e all’intero pianeta. Non di meno, i successi di qualità e durata della vita conseguiti da una parte del pianeta – quella cui siamo grati di appartenere – ci spingono a insistere con maggior vigore in quello che, senza saperlo, stiamo facendo. (…) Mentre sul piano degli interessi reali si ha a che fare con gli ostacoli derivanti sia dalla valorizzazione economica, sia dall’utilizzo politico della conoscenza scientifica e tecnologica, che si frappongono l’uno e l’altro al suo riconoscimento quale bene pubblico globale»[xxvii]. Per uscire da questa trappola o gabbia tecnologica (tecno-capitalista) – che svuota la democrazia riempiendola di feed-back e di mere tecniche di problem solving (ancora il positivismo/pragmatismo egemoni) senza andare alla radice, alla causa del problema (che per noi è lo stesso tecno-capitalismo) – occorre attivare, secondo Gallino «un tasso sostanzialmente più elevato di partecipazione democratica alla valutazione»[xxviii] dei processi tecnici, scientifici ed economici.

Una partecipazione che non può (non dovrebbe) essere «semplicemente identificabile con un miglioramento della comunicazione al pubblico (…) dei risultati delle ricerche svolte dagli esperti», dovendo piuttosto scegliere tra due approcci molto diversi tra loro: «L’approccio comunicativo si fonda sul presupposto che gli unici depositari del sapere utilizzabileper valutare una tecnologia siano gli esperti (…) o i politici (…) da essi informati.Dato che il pubblico è considerato per definizione ignorante (…) – e motivato datale ignoranza potrebbe opporre resistenza alla diffusione di una tecnologia,gli esperti e i politici devono sobbarcarsi l’onere di comunicare ad esso i termini reali della questione.

Percontro l’approccio partecipativo si fonda sul presupposto che il pubblico, qualoragli sia dato modo di discutere e di esprimersi in forme e luoghi appropriati, sia attoa orientare gli esperti verso ciò che non sanno – l’area della tecno-ignoranza specifica – o non sanno nemmeno di non sapere – la tecno-ignoranza a-specifica. (…) Se intende diventare un oggetto culturalmente più sostanziale di quanto non sia una formula in voga per dire che va accresciuta la competitività economica, la società della conoscenza ha bisogno di far crescere, nei suoi molteplici e complessi significati, la democrazia della conoscenza scientifica e tecnologica»[xxix].

Ma la tecnica è democratizzabile?

Giusta distinzione e giusta e doverosa scelta verso l’opzione partecipativa. Ma qui sorgono per noi alcuni problemi.

Il primo: la cosiddetta società della conoscenza è diventata sempre più una società delle competenze/skills (dove la priorità, anzi l’imperativo categorico è far imparare a fare e a farlo fare poi alla velocità crescente delle macchine/algoritmi, per accrescere il pluslavoro e quindi il plusvalore) – e le competenze sono cosa tutta diversa dalla conoscenza, essendo le competenze una serie di automatismi da far apprendere e dove quindi la consapevolezza del fare (cioè la conoscenza) è esclusa a priori.

Il secondo: la tecnica come sistema e come razionalità strumentale/calcolante-industriale autoreferenziale (produce sia la struttura che la sovrastruttura di dominio e di egemonia), incorpora in sé, allo stesso tempo svuotandoli di senso e di scopo, sia l’approccio comunicativo sia quello partecipativo: nel senso che la tecnica come sistema si imponesi comunica – alla società e agli uomini come mero dato di fatto razionale/calcolato, quindi vero ed esatto a prescindere; e dall’altro illude ciascuno (grazie alla potenza della sua narrazione e della nostra tendenza infantile a familiarizzare con la tecnica come se fosse un giocattolo), di partecipare attivamente alla organizzazione e alla gestione del sistema tecnico, in cui invece l’uomo è progressivamente sussunto/ibridato, cioè annullato/alienato. I social sono la forma più perfetta – ma anche meglio mascherata – di questa alienazione. Di questa non-democrazia.

Non solo: mentre noi dobbiamo essere assolutamente trasparenti per il potere, il potere tecnico è assolutamente (e sempre più) opaco/non visibile a noi.

L’agire politico antidemocratico della tecnica e del capitalismo

E invece, come ricordava la politologa Nadia Urbinati: «Nella democrazia, l’agire politico non solo è pubblico, ma deve essere reso pubblico, messo sotto gli occhi del pubblico in due sensi: perché possa occuparsi di problemi che direttamente o indirettamente riguardano e condizionano tutti; e perché deve essere reso chiaro, giustificato e aperto al pubblico, esposto sempre al giudizio dei cittadini, i quali, in quanto ‘corpo sovrano’, hanno due poteri, quello di autorizzare con il voto e quello di giudicare e controllare perpetuamente, prima o dopo aver votato, coloro che hanno autorizzato»[xxx] a governarli.

Oggi l’agire politico – e torniamo a Gallino incontrato all’inizio – è anche quello delle corporation tecnologiche. Che però non solo sono più potenti di uno Stato, ma si sono sostituite alla Stato (oggi la polis – e l’autorità che la governa-  è digitale, ma è gestita da soggetti privati per fini di profitto privato); imprese il cui pervasivo e invasivo agire pubblico e politico (nel senso di governo della polis – di governamentalità, direbbe Foucault; di amministrazione/automatizzazione, direbbe la Scuola di Francoforte) tuttavia non è pubblico e soprattutto non deve/non vuole essere reso pubblico (nessuno conosce come funzionano gli algoritmi che ci governamentalizzano o ci amministrano/automatizzano la vita), non è sottoposto al voto del demos (a meno di voler considerare un like o un feed-back come un voto), né al suo controllo. Perché il modello neoliberale e tecnico di impresa è non solo autoreferenziale (quindi esclude, di nuovo a priori la democrazia, considerando anzi la democrazia un intralcio alla propria riproducibilità autoreferenziale), ma soprattutto autocratico o meglio totalitario (ancora la Scuola di Francoforte).

Cioè si ha un potere tecno-capitalista, che si sovrappone e sovraordina strutturalmente e (di nuovo) per propria essenza ontologica, teleologica e teologica alla società e allo Stato a prescindere dal demos[xxxi]; e diventa anzi potere legittimo e soprattutto autorità vincolante accettata a-democraticamente (e questo è ancora peggio) dallo stesso demos che dovrebbe definirne i fini e controllarla nel suo agire politico, oltre che tecnico ed economico: così violando tutti i principi dello stato democratico/di diritto, primo fra tutti quello del bilanciamento e controllo reciproco dei poteri. Un potere tecnico che si genera, si diffonde e viene introiettato/accettato attraverso la ripetizione, la standardizzazione, l’ordinare il disordine, il rassicurare e nell’attivare il nostro feticismo infantile per il sempre nuovo ma sempre uguale[xxxii]. Perché la rete in realtà – riprendendo il titolo di un bel saggio del Gruppo Ippolita[xxxiii] – non è libera né democratica, non è gratuita né trasparente e nemmeno rivoluzionaria; non è orizzontale né è capace di disintermediare e di rovesciare le gerarchie; non favorisce la partecipazione, ma crea dipendenza dalla e delega alla tecnica-sistema, cioè alienazione dell’uomo da se stesso e dalla democrazia.

Ma torniamo a Tecnologia e democrazia.

Tecnica e/o tecnologia e la razionalità strumentale/calcolante-industriale

Per tecnologia, Luciano Gallino intendeva «una popolazione di sistemi materiali (tipo un calcolatore) e non materiali (tipo i programmi di un calcolatore), derivanti dall’impiego razionale delle conoscenze scientifiche di una data epoca al fine di risolvere con la maggiore efficienza relativa, problemi pratici di produzione, di trasporto, di comunicazione, di cura della persona, di deposito di risorse, di attacco e difesa, di protezione dall’ambiente e dell’ambiente»[xxxiv]. Ciò che caratterizza tuttavia la tecnologia moderna è «l’intreccio inscindibile che viene a stabilirsi, prima o poi, fra tecnica e scienza. In forza di tale intreccio, la tecnologia rappresenta la massima espressione del principio di razionalità applicato alle attività umane dirette a scopi pratici: rendere massimo il risultato ottenibile a fronte di risorse date. Che a un certo punto lo sviluppo e l’impiego della tecnologia possano giungere a configurare forme di irrazionalità rappresenta una disturbante contraddizione logica e pratica»[xxxv] (e sulla irrazionalità della razionalità strumentale/calcolante-industriale, molto e bene ha scritto appunto la Scuola di Francoforte). Una contraddizione data anche o soprattutto dal conflitto tra razionalità locale e globale, per cui qualsiasi passo in direzione di una maggiore razionalità complessiva, secondo Gallino, presuppone «che i decisori tecnologici prendano a riferimento del loro agire scenari globali piuttosto che locali», perché solo «uno scenario globale è per definizione inter-sistemico», sia nel senso di collegare tra loro diversi sistemi, sia nel considerarli come un unico sistema[xxxvi]. Il problema – commentiamo però oggi – è che la tecnica (e i decisori tecnologici) non valutano né gli effetti sul locale né quelli sul globale, né quelli a breve né quelli a lungo termine: semplicemente la tecnica (autotelica, autopoietica?) e il capitalismo (il tecno-capitalismo) prescindono dalla valutazione di sé e dei loro effetti sociali e ambientali, sono cioè intrinsecamente irrazionali (e non solo l’impresa[xxxvii]), avendo in sé la logica della massimizzazione del profitto e del potenziamento dell’apparato tecnico a breve termine. Ovvero, l’utopia tecno-capitalista è molto affascinante e molto coinvolgente, felicemente alienante, anche se totalitariamente nichilista (chiosava Gallino: «la tecnologia ci consente di dare corpo, con il vantaggio di non obbligarci a confessarlo, al nostro desiderio segreto di riprodurre, a nostra volta, l’avventura creatrice di Dio»[xxxviii]).

E questo ci riporta al concetto di razionalità tecnologica, o a quella che i francofortesi chiamiamo criticamente razionalità strumentale/calcolante-industriale. Scriveva Gallino, nel 1998: «La ragione tecnologica, che ci proponiamo qui di sottoporre a critica, con l’intento forse temerario di contribuire ad avvicinarla ai compiti che l’attendono nel XXI secolo, è (…) il dominio delle intenzioni, dei paradigmi, dei modelli del mondo, delle tecniche argomentative, dei giudizi di valore, dei criteri di scelta che orientano l’azione teoretica e pratica di coloro i quali producono, diffondono, applicano tecnologia e prendono decisioni in merito ad essa»[xxxix].

E il problema fondamentale è quindi e di nuovo: chi definisce i fini della tecnologia, «sapendo che la ragione tecnologica non ama discutere di fini»[xl]; ma anche ricordando che per il filosofo della tecnica Günther Anders gli apparati tecnici hanno cessato da tempo di essere mezzi e sono divenuti fini, pre-decisioni, cioè il loro accrescimento/convergenza in sistemi sempre più integrati (di uomini, società e macchine-tecnica) è divenuto il fine di se stessi (e commentava Gallino: «Vagamente allucinatoria come poteva sembrare allora, questa visione appare al presente ben più concreta»[xli]).

Non solo: questa ragione tecnologica/strumentale produce la economizzazione del globo (cui si accompagna «la trasformazione dell’uomo in materia prima» e l’erosione della noo-diversità, equivalente culturale della biodiversità[xlii]) estendendosi appunto «ben al di là del sistema economico da cui è stata generata», contaminando di sé tutti i campi dell’organizzazione sociale[xliii].

Conclusione

E allora – lasciando parzialmente Gallino – non basta democratizzare l’impresa (che non vuole essere democratizzata e sempre considera il sindacato come irrazionale); non basta governare democraticamente la tecnologia (che non vuole perseguire fini umani-umanistici-ambientali): piuttosto, e come premessa di tutto occorre rovesciare quella razionalità strumentale/calcolante-industriale che è appunto ontologia, teleologia e teologia della modernità occidentale – ricordando Umberto Galimberti che definiva con tecnica, sia l’universo dei mezzi (cioè le tecnologie) che nel loro insieme compongono l’apparato tecnico, sia la razionalità che preside al loro impiego in termini appunto di funzionalità e di efficienza. Cioè di calcolo.

Una razionalità integralistica/totalitaria, che non ammette alternative. E che si impone alla società e alla democrazia appunto secondo lo schema (le pre-decisioni viste sopra) dei dati di fatto, schema che si realizza (secondo Heinrich Popitz) quando: «Ogni artefatto aggiunge un fatto, un dato nuovo alla realtà del mondo. Chi è responsabile di aver introdotto questo nuovo dato di fatto, proprio in quanto creatore di dati di fatto, esercita un tipo particolare di potere sugli uomini soggetti a questa innovazione»[xliv]. Ragione strumentale che è tuttavia un tradimento della ragione illuministica, se ha ragione Horkheimer quando aggiungeva: «la ragione è cioè diventata uno strumento di autoconservazione del sistema industriale»; o ancora: «si riduce a cercare l’adattamento ottimale del mezzo allo scopo, il pensiero è solo strumento per risparmiare lavoro. La ragione mira solo all’utile (…). Contravvenire a una simile ragione diventa un sacrilegio. Essa fonda la sottomissione del singolo al tutto. La categoria di individuo alla quale era legata l’idea di autonomia non ha resistito alla grande industria. L’individuo non deve più preoccuparsi del futuro, ma essere pronto ad adattarsi, a soddisfare ogni cenno, a servirsi di ogni leva, ad agire sempre diversamente ma sempre allo stesso modo»[xlv].

Ed è quindi questa razionalità strumentale/calcolante-industriale ad essere anti/a-democratica in sé e per sé. Oltre ad essere razionalmente irrazionale. Cercare una democratizzazione della tecnica è forse impossibile anche se comunque necessaria (si resterebbe però nel positivismo/pragmatismo del problem solving ex post), ma prima (ex ante) occorre uscire antropologicamente non tanto dal tecno-capitalismo quanto da questa razionalità strumentale/calcolante-industriale totalitaria e nichilistica in termini sociali e ambientali; occorre abbandonare cioè un pensiero solo calcolante recuperando invece e soprattutto un pensiero meditativo e un’etica della responsabilità alla Jonas[xlvi] – richiamata anche da Gallino – come forma e norma dell’agire in vista di fini che siano umani.

**Lelio Demichelis insegna Sociologia economica al Dipartimento di economia dell’Università degli Studi dell’Insubria.  Da poco è uscito il suo manuale universitario: Sociologia della tecnica e del capitalismo. Ambiente, uomini e macchine nel Tecnocene, FrancoAngeli, Milano.


[i] L. Gallino (2007), Tecnologia e democrazia. Conoscenze tecniche e scientifiche come beni pubblici, Einaudi, Torino

[ii] L. Demichelis (2020), Noi, forza-lavoro del padrone Gafam. Da Raniero Panzieri alla rete-fabbrica-integratahttps://www.economiaepolitica.it/il-pensiero-economico/forza-lavoro-del-padrone-gafam-raniero-panzieri-rete-fabbrica-integrata/; Id., Cercare ancora. Il capitalismo, la tecnica, l’ecologia e la sinistra scomparsa. L’attualità di Claudio Napoleoni – https://www.economiaepolitica.it/l-analisi/claudio-napoleoni-attualita-capitalismo-tecnica-ecologia-ricostruire-la-sinistra-scomparsa/

[iii] L. Demichelis (2015), La religione tecno-capitalista. Dalla teologia politica alla teologia tecnica, Mimesis,

     S.S. Giovanni-Udine – ricordando che già nel 1921 Walter Benjamin aveva scritto di capitalismo come

     religione; e che il filosofo italiano Adriano Tilgher aveva scritto di tecnica come religione nel 1946

[iv] M. Horkheimer – T. W. Adorno (1996), Dialettica dell’illuminismo [1944-1969], Einaudi, Torino

[v] L. Gallino (2011), Democrazia e grande impresa, in MicroMega nr. 4/2011, pag. 133 e segg. (corsivi nostri)

[vi] M. Foucault (2005), Sicurezza, territorio, popolazione, Feltrinelli, Milano; Id. (2005), Nascita della biopolitica,

    Feltrinelli, Milano

[vii] L. Demichelis (2020), Sociologia della tecnica e del capitalismo. Ambiente, uomini e macchine nel Tecnocene,

    FrancoAngeli, Milano, cap. 3 e 4; Id. (2018), La grande alienazione. Narciso, Pigmalione, Prometeo e il tecno-

    capitalismo, Jaca Book, Milano.

[viii] In particolare, si veda: M. Horkheimer (2000), Eclisse della ragione. Critica della ragione strumentale [1947],

    Einaudi, Torino; Id (2015), Crisi della ragione e trasformazione dello Stato, PGreco, Milano; H. Marcuse (2004),

    L’uomo a una dimensione. L’ideologia della società industriale avanzata, Einaudi, Torino; Id. (2008), La società

    tecnologica avanzata, manifestolibri, Roma; Id (2018), Filosofia e politica, manifestolibri, Roma

[ix] L. Gallino (2007), Il lavoro non è una merce, Laterza, Roma-Bari

[x] L. Demichelis (2020), Sociologia della tecnica e del capitalismo. Ambiente, uomini e macchine nel

    Tecnocene, cit., pag.114

[xi] L. Demichelis (2019), Ordo-liberalismo e ordo-macchinismo: l’eclissi della democrazia e della giustizia sociale

[xii] L. Gallino, Democrazia e grande impresa, cit.

[xiii] Scriveva Marcuse (1964): «l’apparato produttivo tende a diventare totalitario nella misura in cui determina non soltanto le occupazioni, le abilità e gli atteggiamenti socialmente richiesti, ma anche i bisogni e le aspirazioni individuali. In tal modo esso dissolve l’opposizione tra esistenza privata e ed esistenza pubblica, tra i bisogni individuali e quelli sociali. La tecnologia serve per istituire nuove forme di controllo sociale e di coesione sociale più efficaci e più piacevoli [il consumismo, l’edonismo, il divertimento]. (…). Essa plasma l’intero universo del discorso e dell’azione, della cultura intellettuale e di quella materiale. Entro il medium costituito dalla tecnologia, la cultura, la politica e l’economia si fondono in un sistema onnipresente che assorbe o respinge tutte le alternative. La produttività e il potenziale di sviluppo di questo sistema stabilizzano la società e limitano il progresso tecnico mantenendolo entro il quadro del dominio. (…) Questa produttività mobilita la società nel suo insieme, al di sopra e al di là di ogni particolare interesse individuale o di gruppo» – H. Marcuse (2004), L’uomo a una dimensione. L’ideologia della società industriale avanzata [1964], Einaudi, Torino, pag. 9

[xiv] «Perché in quanto l’ascesi fu portata dalle celle dei monaci nella vita professionale e cominciò a dominare la moralità laica, essa cooperò per la sua parte alla costruzione di quel potente ordinamento economico moderno, legato ai presupposti tecnici ed economici della produzione meccanica, che oggi determina con strapotente costrizione, e forse continuerà a determinare finché non sia stato consumato l’ultimo quintale di carbon fossile, lo stile della vita di ogni individuo, che nasce in questo ingranaggio, e non soltanto di chi prende parte all’attività puramente economica» – M. Weber (1979), L’etica protestante e lo spirito del capitalismo [1904], Sansoni, Firenze, pag. 305

[xv] L. Gallino (2007), Tecnologia e democrazia, cit., pag. 31

[xvi] Ivi, pag. 35

[xvii] Ivi, pag. 44

[xviii] Ivi, pag. 88

[xix] Ivi, pag. 91 (corsivi nostri)

[xx] L. Gallino (2007), Il lavoro non è una merce. Contro la flessibilità, Laterza, Roma-Bari, pag. 98

[xxi] Ivi, pag. 28

[xxii] Ivi, pag. 105

[xxiii] L. Gallino (2015), Il denaro, il debito e la doppia crisi, Einaudi, Torino, pag. 196

[xxiv] É. Sadin (2019), Critica della ragione artificiale, Luiss, Roma

[xxv] L. Demichelis (2020), Sociologia della tecnica e del capitalismo. Ambiente, uomini e macchine nel Tecnocene, cit.,

     pag. 130

[xxvi] L. Gallino (2007), Tecnologia e democrazia, cit. pag. 124

[xxvii] Ivi, pag. 4

[xxviii] Ivi, pag. 26

[xxix] Ivi, pag. 27 e 28

[xxx] N. Urbinati (2011), Liberi e uguali, Laterza, Roma-Bari, pag. 155

[xxxi] L. Demichelis (2019), Ordo-liberalismo e ordo-macchinismo: l’eclissi della democrazia e della giustizia sociale, cit.

[xxxii] L. Demichelis (2020), Sociologia della tecnica e del capitalismo. Ambiente, uomini e macchine nel Tecnocene, cit., Capitolo 4, pag. 65 e segg.

[xxxiii] Gruppo Ippolita (2014), “La Rete è libera e democratica”. Falso!, Laterza, Roma-Bari

[xxxiv] L. Gallino (2007), Tecnologia e democrazia, cit., pag. 95

[xxxv] Ivi, pag. 132

[xxxvi] Ivi, pag. 157

[xxxvii] L. Gallino (2005), L’impresa irresponsabile, Einaudi, Torino

[xxxviii] L. Gallino (2007), Tecnologia e democrazia, cit., pag. 197

[xxxix] Ivi, pag. 195

[xl] Ivi, pag. 199

[xli] Ivi, pag. 203

[xlii] Ivi, pag. 217

[xliii] Ivi, pag. 216

[xliv] Cit., in L. Demichelis (2020), Sociologia della tecnica e del capitalismo. Ambiente, uomini e macchine nel Tecnocene, cit., pag.60

[xlv] Ibid

[xlvi] H. Jonas (1990), Il principio responsabilità, Einaudi, Torino