Ordo-liberalismo e ordo-macchinismo: l’eclissi della democrazia e della giustizia sociale  

Ordo-liberalismo e ordo-macchinismo: l’eclissi della democrazia e della giustizia sociale  

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La democrazia è in crisi. Nuovamente e pesantemente.

Se per Gramsci le forze che avevano sconfitto la classe operaia erano state il fascismo e l’americanismo – «due volti, in sostanza, del capitalismo»[i] – oggi la sconfitta (di nuovo) della classe operaia, del concetto di giustizia sociale e della democrazia politica e sociale/economica è effetto diretto – questa la tesi che qui riprendiamo e approfondiamo – della filosofia neoliberale e delle tecnologie di rete[ii] (a loro volta ultima forma della tecnica come sistema), ma ambedue (tecnica e neoliberalismo) sempre le due facce, ma non del solo capitalismo bensì del tecno-capitalismo. La seconda metà del ‘900 è stato il tempo, da una parte di una crescente anche se timida e faticosa ricerca di una democrazia economica e sociale che integrasse e rendesse effettiva (essendo i diritti sociali la premessa per i diritti politici e civili) quella politica; e, dall’altro di una democratizzazione dell’impresa capitalistica (e quest’anno celebriamo i 50 anni dell’Autunno caldo, il prossimo sarà mezzo secolo dallo Statuto dei lavoratori, massima realizzazione e formalizzazione giuridica in Italia della democrazia oltre i cancelli delle fabbriche). Ma il neoliberalismo e le tecnologie di rete degli ultimi trent’anni hanno smantellato progressivamente quei concetti e quelle buone pratiche.

Il neoliberalismo (inteso qui come sommatoria di neoliberismo austro-statunitense e ordoliberalismo tedesco) si proponeva infatti di liberare l’impresa dai lacci e lacciuoli (diceva Guido Carli) della democrazia, del politico e del sociale; di potenziare l’individuo alla sua massima prestazione/produttività/egoismo-egotismo-narcisismo isolandolo dagli altri; e di annullare il vecchio contratto sociale moderno de-strutturando/suddividendo la società (soprattutto la società civile, i corpi intermedi, i sindacati) per sostituirla con mercato e competizione tra uomini. Uomini attivati a credersi impresa/imprenditori di se stessi, capitale umano e merci, non persone ma fattori di produzione a flessibilità/produttività crescenti. Avendo come obiettivo esplicito (secondo il neoliberale Walter Lippmann che sintetizzava così i Colloqui svoltisi a Parigi nel 1938 per la rifondazione del liberalismo) quello di far adattare incessantemente gli individui e le collettività alle esigenze, sempre mutevoli, della rivoluzione industriale e della divisione del lavoro.

A sua volta, la rete/tecnica-apparato di connessione – e ogni mezzo di produzione è in primo luogo un mezzo di connessione delle parti di lavoro prima suddivise, ovvero la rete/piattaforma e la vecchia catena di montaggio sono assolutamente identiche – prometteva/illudeva di essere libera/libertaria/creativa e democratica in sé. E si offriva (attaccando/sciogliendo la democrazia moderna da un altro fronte), come veramente orizzontale e partecipativa, ciascuno divenendo finalmente, grazie alla tecnica, cittadino del mondo (virtuale) nella massima uguaglianza e nella massima fraternità (la condivisione, i social, le community) con gli altri; con la promessa ulteriore all’individuo (e congrua con quella neoliberale), della sua massima politicizzazione/partecipazione mentre in realtà lo si depoliticizzava totalmente dalla polis/società integrandolo invece in un sistema/apparato tecnico fatto però vivere come nuova polis tecnica. Il tutto – l’esito di questo doppio movimento di neoliberalismo e di tecnica, di individualizzazione e poi di totalizzazione, di isolamento individuale per avere poi la massima connessione/integrazione di ciascuno nell’apparato – per far adattare appunto gli individui, rendendoli sempre più flessibili come fattori di produzione e insieme sempre più e meglio integrati e funzionali nel sistema.

È l’esito – tutto questo – di un processo iniziato in verità a metà del ‘700 ma acceleratosi[iii] negli ultimi trent’anni grazie appunto alle nuove tecnologie personali e portabili: che hanno prodotto una profonda mutazione economica e tecnica e antropologica soprattutto rispetto ai trenta gloriosi, quando ancora era pensabile/possibile immaginare di democratizzare il capitalismo e di pensare a un lavoro come diritto dell’uomo e alla giustizia sociale come obiettivo virtuoso e giusto da perseguire. E questo perché gli uomini sono totalmente inconsapevoli del fatto (è la nostra mimesi con la tecnica, la nostra familiarità con essa, di cui scrivevano Marcuse e Anders), che le forme e le norme tecniche e capitalistiche di organizzazione e di funzionamento degli apparati e della razionalità solo strumentale/calcolante che li domina, tendono[iv] a diventare forme e norme sociali producendo infine e appunto una antropologia conforme alle esigenze del tecno-capitalismo.

E allora, per recuperare una consapevolezza e conseguentemente una capacità e una possibilità umana, sociale e responsabile di governo (democratico) dei processi tecno-capitalistici – dis-alienandoci e de-coincidendo da essi – diventa essenziale smontare preliminarmente il modello politico e culturale che predomina sugli uomini in termini di egemonia e di dominio. Ma diventa – insieme o poi – altrettanto essenziale rimontare il senso del legame e della somiglianza, cioè quel noi sociale e aperto (cancellato invece dal falso noi del tecno-capitalismo), plurale e molteplice/multidimensionale senza il quale l’io stesso non esiste, né l’individuo può divenire quel condividuo secondo Francesco Remotti, capace di condividere con gli altri somiglianze e differenze, con loro convivendo[v].

Il government globale dell’impresa tecno-capitalista

Ma cosa intendiamo per democrazia? Senza entrare nel dettaglio delle molte interpretazioni possibili, la democrazia la pensiamo, con Amartya Sen, come il governo per mezzo del dibattito[vi] – senza il quale il noi non si forma né esiste equità e giustizia, né riconoscimento degli altri, delle loro ragioni, della loro differenza/somiglianza con noi; oppure, con Nadia Urbinati la democrazia va intesa come grammatica politica comune[vii] fatta di libertà uguaglianza e fraternità, ma anche del diritto a dissentire e a rivendicare nuovi diritti, con un dibattito finalizzato poi a decidere e che deve essere reso sempre pubblico e mai nascosto da oligarchie/élite o algoritmi totalmente opachi e soprattutto proprietari.

Se questa è la democrazia, ad essa è connessa la giustizia. E quindi occorre tornare a ragionare anche di una nuova teoria o idea della giustizia (oltre Rawls e oltre Sen[viii] – tra gli altri) e di democrazia economica e soprattutto tecnica: cioè di una nuova democratizzazione dell’impresa e del capitalismo da un lato e della tecnica come apparato, dall’altro. Scrivendo una nuova teoria della giustizia come equità (ancora un riferimento a Rawls) sempre più necessaria al crescere delle disuguaglianze. Ma procedendo poi verso una teoria della giustizia come responsabilità e come sostenibilità (da intendere come le nuove forme dell’equità), posto che non possiamo pensare di essere giusti ed equi e soprattutto umani/solidali/responsabili verso gli altri, oggi, se non introiettiamo anche il dover essere giusti ed equi e responsabili verso la biosfera e le prossime generazioni, domani. Un imperativo etico e morale, questo, per essere davvero soggetti umani nella e della società tecnologica (Hans Jonas[ix]) e non suoi oggetti/parti funzionali/integrate/ibridate nella mega-macchina tecnica. Sempre ricordando, con Stefano Rodotà, che la solidarietà (altro concetto oggi rimosso dall’egoismo/egotismo/narcisismo tecno-neoliberale) è invece valore senza il quale (assieme all’uguaglianza a sua volta premessa della giustizia e dell’equità) è impossibile essere liberi e definire democratico un sistema politico[x]; e che se diventano difficili i tempi per la solidarietà (e per l’uguaglianza, ma soprattutto per la responsabilità verso il futuro e la biosfera), lo diventano anche per la democrazia.

Se invece il modello/benchmark individuale, sociale e politico è oggi quello dell’impresa autocratica in senso appunto neoliberale e tecnico (W. Röpke: «L’imprenditore può paragonarsi a un navigatore, il cui compito principale è quello di navigare senza sosta sul mare del mercato (…) Sarà ragionevole, da parte dell’equipaggio, di non accampare richieste di ‘partecipare alle decisioni’ o di ‘democratizzazione’ della guida della nave. La democrazia è qui fuori luogo, come in una sala operatoria. La democrazia economica sta altrove e cioè sul mercato»[xi]), allora è inevitabile arrivare a un totalitarismo tecno-capitalista d’impresa: a nostra insaputa, anzi felicemente[xii], tanto potenti e molteplici sono gli strumenti di cattura della nostra psiche messi in atto dal tecno-capitalismo[xiii] per catturarci e farci adattare liberamente e volontariamente (ma senza avere consapevolezza delle tecniche usate per ottenere questo obiettivo) alle forme e alle norme del tecno-capitalismo. La rete che governa il mondo è, infatti sempre più una mega-impresa/oligopolio tecno-capitalista (la Silicon Valley, ma non solo; e pensiamo alla Cina) che tutto integra/incorpora/sussume in sé, a-democraticamente/anti-democraticamente. La rete è una globale fabbrica integrata, evoluzione però di un sistema (delle sue forme e delle sue norme di funzionamento) che nasce e si sviluppa in realtà a partire dalla prima rivoluzione industriale (anche la fabbrica di spilli di Smith era una fabbrica integrata), passa per la Osl di Taylor, per la fabbrica integrata di Taiichi Ohno e la lean production e arriva oggi alla Fabbrica 4.0/Intelligenza artificiale/Internet delle cose. E ora – accrescendo ancora di più i processi di integrazione totalitaria/convergenza tra loro degli apparati tecnici e capitalistici in apparati sempre più grandi (Anders – infra) – abbiano una di queste imprese private, Facebook, che crea la sua moneta virtuale e si appresta a diventare anche il nuovo banchiere centrale dell’impero globale del tecno-capitalismo.

Ovvero il sistema tecnico ed economico e di impresa che aveva ancora bisogno dello stato fino a ieri per espandersi (da ultimo con la de-regolamentazione statuale dei mercati finanziari e del lavoro e la libertà di monopolio/oligopolio nella tecnologia) si fa esso stesso sempre più stato-sovrano assoluto/Leviatano del mondo, divenendo non più parte della governance neoliberale globale, ma government totale e globale d’impresa (in prima persona), che decide ormai autocraticamente su fisco, diritti delle persone, orari e ritmi di lavoro, organizzazione del tempo, modelli economici e sociali, produzione/estrazione di valore, mobilità, amministrazione della vita – e ora anche sulla produzione/creazione di moneta. E come ricordava Hannah Arendt, l’organizzazione dell’intera trama della vita in conformità a un’ideologia può essere pienamente attuata soltanto in un regime totalitario[xiv]. Un totalitarismo che vive non tanto di propaganda, quanto e soprattutto di organizzazione – come appunto il totalitarismo del Leviatano-apparato-impresa tecno-capitalista[xv].

Ordo-liberalismo & ordo-macchinismo

Negli anni ’90 il sistema tecno-capitalista (era la sua grande narrazione ideologica) ci prometteva – grazie alla tecnica, a un capitalismo autodefinitosi intellettuale e alla presunta smaterializzazione del lavoro – di poter finalmente lavorare meno, fare meno fatica, avere più tempo libero e, per qualcuno molto ingenuo, realizzare magari il marxiano general intellect. In realtà – poiché lo viviamo tutti i giorni – si è prodotto (proprio nel senso di produrre, provocare, determinare) esattamente il contrario. Eterogenesi dei fini, conseguenze non intenzionali di azioni intenzionali? No, perché questo era e continua ad essere il fine deliberato e sempre identico e sempre perseguito, anche se replicato/offerto con retoriche e immaginari collettivi sempre diversi, del sistema tecnico e capitalista: accelerazione e sfruttamento dei tempi e dei ritmi di lavoro e di vita, oggi nella Fabbrica 4.0, nel capitalismo delle piattaforme, nel lavoro di produzione di dati[xvi]; progressiva e oggi totale sussunzione/ibridazione della vita intera dell’uomo nel sistema capitalista/di mercato e tecnico[xvii]; retoriche insistite sulle competenze da dover acquisire (per fare a produttività crescente), riducendo invece progressivamente la conoscenza e la consapevolezza (cioè il pensare, capire, riflettere) dei processi in cui si viene integrati/sussunti; falsa individualizzazione dell’uomo nell’illusione neoliberale e tecnica (dal personal computer ai consumi personalizzati) della sua massima autonomia e creatività – mentre si accresce concretamente e pesantemente la sua subordinazione e si produce una nuova alienazione dell’uomo da sé (non più uomo, ma capitale umano) e dalla proprietà dei mezzi di produzione/prodotto del suo lavoro[xviii].

E ancora: estrazione di pluslavoro crescente di tutti per un plusvalore aumentato di pochi (compreso, di nuovo, nel lavoro di produzione di dati: che qualcuno – Ferraris e Lanier – invece di vietarlo, vorrebbe retribuire per consentirci di consumare come prima e più di prima, così però trasformando la vita intera/dati delle persone in pura merce, nel massimo della loro alienazione/auto-sfruttamento però realizzando la sussunzione/ibridazione totale e perfetta di ciascuno nel tecno-capitalismo). E poi, potenziamento infinito del controllo e della sorveglianza; accelerazione del tempo con la cancellazione di passato e futuro e della capacità e possibilità di immaginare e di costruire responsabilmente il domani garantendo anche i diritti della biosfera (che per il tecno-capitalismo è solo una miniera da sfruttare, come l’uomo stesso) e delle future generazioni. Ancora Marcuse: «Il fatto che la grande maggioranza della popolazione accetta ed è spinta ad accettare la società presente, non rende questa meno irrazionale e meno riprovevole»[xix].

Vi è dunque una tensione strutturale tra capitalismo/sfruttamento/crescita illimitata/irresponsabilità/iniquità da un lato; e democrazia e vita sociale e individuale dall’altro[xx]: una tensione che il capitalismo ha risolto a proprio vantaggio (è la sua biopolitica) progressivamente con-fondendosi/ibridandosi con lo stato e la società, facendosi esso stesso forma e norma (e quindi normazione e normalizzazione – cioè amministrazione) sociale, politica ed esistenziale.

Ma la stessa tensione strutturale – e con la tecno-sfera in continuo conflitto non solo con la democrazia[xxi], ma soprattutto con la bio-sfera – vi è tra tecnica, razionalità calcolante/sfruttamento/crescita illimitata e quindi irresponsabile e democrazia. Lungi dall’essere libera e democratica infatti – e neppure neutra o semplice mezzo nella libera disponibilità degli uomini – la tecnica è antidemocratica/autocratica/populista e soprattutto totalizzante/totalitaria in essenza, in ontologia e in teleologia di sé, nel perseguimento (nella produzione/realizzazione) dei propri fini: l’accrescimento incessante di sé, l’integrazione di ogni parte (tecnica e umana) in sé come apparato, realizzando appunto quella società amministrata dove tutto (Horkheimer e la Scuola di Francoforte) è sempre più automatizzato ed efficientato in termini di razionalità strumentale/calcolante, dal governo al consumo alla regolazione del traffico, dalla valutazione e dalla decisione; e oggi amministrata massimamente da algoritmi/app/IoT, Fabbrica 4.0/machine learning/algoritmi predittivi: conseguentemente compiendosi la massima e più perversa forma di alienazione possibile, quella della delega alla tecnica delle capacità/possibilità umane di decisione e di previsione[xxii]. E anche dalla tecnica come apparato, questa tensione strutturale con la democrazia è stata risolta mediante la sovrapposizione della forma e della norma tecnica alla forma sociale e statuale[xxiii], producendo quella società macchinica/società amministrata che produce e riproduce (Adorno) gli uomini amministrati che servono e che introiettano la biopolitica disciplinante del sistema[xxiv] – grazie alla propria capacità autopoietica (che produce un ordine che si autoriproduce in automatico/autoreferenziale) o all’essere sistema autotelico[xxv], producendosi una perfetta integrazione funzionale tra ordo-liberalismo e ordo-macchinismo. Cioè l’ordine tecnico, l’amministrazione tecnica della vita mediante macchine[xxvi] – come il mercato per gli ordoliberali – deve sovrapporsi/integrarsi/attraversare per poi sostituirsi alla società e allo stato: con il paradosso di un anarco-capitalismo che si realizza grazie allo stato e all’ordine (la forma e la norma tecnica) che lo stato ha incorporato. Il tecno-capitalismo (via neoliberalismo e tecnologie di rete) ha cioè adottato – contro la democrazia, la giustizia, l’equità, la responsabilità e contro la classe operaia – la tecnica militare descritta dal generale De Cristoforis e citata da Gramsci, per cui il fine strategico di una guerra non è la morte degli avversari ma il loro scioglimento come massa organica[xxvii].

Il tecno-capitalismo contro la democrazia

E questo è il modello neoliberale e tecnico che domina incontrastato (egemonia, ancora, e insieme dominio) il mondo degli ultimi trent’anni. Complice una certa sinistra-non-più-sinistra[xxviii].

Un modello – una ontologia della disuguaglianza, della crescita, della irresponsabilità, dell’iniquità e della loro socializzazione/introiezione nella massa individualizzata via rete – che non poteva non generare la crisi nella e poi della democrazia: perché se la società non esiste e non deve esistere (Margaret Thatcher) non devono esistere neppure la democrazia e la giustizia/equità (e senza società e senza uguaglianza non vi è cittadinanza e senza cittadinanza non vi è democrazia, quindi non vi sono neppure giustizia ed equità) – che sono considerati appunto e piuttosto degli intralci al libero funzionamento dell’impresa, del capitalismo e della tecnica. Perché se il modello/benchmark di società e di stato ha appunto nell’impresa neoliberale e tecnica il suo unico riferimento; e se questa impresa, come la tecnica, non è democratica per essenza, allora (ecco la causa che produce il suo effetto) non può non discenderne che la società e lo stato devono escludere la democrazia e introiettare piuttosto la logica a-democratizzante dell’impresa monocratica e della delega; o della entrata volontaria di ciascuno in una forma/norma (ancora attraverso una delega) di potere pastorale (Foucault) dove ciascuno è in relazione/subordinazione diretta e verticalizzata ieri con il pastore del gregge religioso e oggi con un algoritmo/piattaforma-impresa-comunità di lavoro/pastore virtuale che guida il gregge/folla/sciame. Dove tutti sono operai dell’apparato, esecutori all’unisono degli ordini della fabbrica/rete e finalizzati/formattatiattivati a seguire la direzione/rotta dettata dall’apparato/organizzazione.

Quale relazione si dovrebbe invece ristabilire tra democrazia e impresa, quale forma di democrazia economica si dovrebbe ristabilire?[xxix].

Se la democrazia, come detto, è il governo mediante il dibattito; se in un sistema democratico non possono e non devono esistere spazi/luoghi esclusi dalla democrazia, altrimenti si nega la democrazia tutta (infra, Robert Dahl); se la democrazia è possibile solo grazie alla esistenza di una società civile (movimenti, partiti, associazionismo, sindacati, mass media indipendenti) che faccia appunto dibattito, discussione e poi decisione; se la democrazia presuppone l’esistenza di cittadini capaci di attivarsi in autonomia e responsabilmente/consapevolmente per decidere insieme e non di sudditi/nodi attivati/agiti/mobilitati dal potere; se la democrazia deve – perché sia tale de facto e non solo de iure – basarsi sulla separazione e sul bilanciamento dei poteri e sulla esclusione a priori di un potere unico superiore; e se la democrazia è una grammatica politica, un processo e non un esito stabilizzato e soprattutto è uno spazio pubblico e aperto – allora anche l’impresa privata deve essere (o tornare ad essere) democratica. Altrimenti – se non si ri-democratizza l’impresa rovesciando il modello alla Röpke oggi dominante anche in politica – nessuna democrazia sarà più possibile e ci adatteremo (come richiesto/perseguito dal neoliberalismo e dalla tecnica) anche alla sua fine (perché non ci sono alternative), delegando tutto a un imprenditore della politica o, peggio, a un algoritmo che governerà una polis-non-più-polis ma pura impresa autocratica/integrata o società amministrata.

Scriveva invece Robert A. Dahl: «Il demos e i suoi rappresentanti hanno il diritto di decidere, mediante il processo democratico, come dovrebbero essere possedute e controllate le imprese economiche, allo scopo di realizzare, per quanto è possibile, valori quali la democrazia, l’equità, l’efficienza, la promozione delle qualità umane desiderabili e il diritto a quelle minime risorse individuali che possono essere necessarie a condurre una vita buona»[xxx]. E poi: «Se la democrazia è giustificata nel governo dello stato, allora essa lo è anche nella conduzione delle imprese economiche. Ciò che più conta: se essa non trova valide motivazioni nella gestione delle imprese economiche, non si vede proprio come potrebbe averne nel governo dello stato. (…) [Cioè] abbiamo il diritto di autogovernarci democraticamente all’interno delle nostre imprese economiche. Ovviamente, non ci aspettiamo che [questo] le renderà perfettamente democratiche, o supererà completamente le tendenze verso l’oligarchia che appare essere insita in tutte le grandi organizzazioni umane, incluso il governo dello stato. Ma proprio come noi incoraggiamo il processo democratico nel governo dello stato, nonostante le sostanziali imperfezioni che esistono in pratica, così sosteniamo un analogo processo nell’amministrazione delle imprese economiche. (…) E intendiamo esercitare quel diritto»[xxxi].

Così facendo, «un popolo democratico compirebbe un passo importante verso il perseguimento degli obiettivi di eguaglianza politica, di giustizia, di efficienza e di libertà»[xxxii]. Un così facendo che oggi riguarda non solo le imprese ma la tecnica come apparato. Oggetto della seconda parte di questa riflessione su democrazia e tecno-capitalismo.

 Continuiamo la nostra riflessione sulla crisi della democrazia quale effetto diretto – questa la tesi – dell’egemonia del neoliberalismo e della tecnica come apparato totalizzante/totalitario. E aggiungiamo ora altri elementi di analisi dopo quelli utilizzati sull’eclissi della democrazia economica e del concetto di giustizia sociale (cfr. prima parte di Ordo-liberalismo e ordo-macchinismo) e proviamo a ragionare di una sempre più urgente democrazia tecnica o di una democratizzazione della tecnica come apparato. E per farlo, andiamo a rileggere Stendhal e un suo pamphlet purtroppo dimenticato, ormai introvabile: Di un nuovo complotto contro gli industriali[xxxiii]. Partendo da una citazione dell’industrialista Saint-Simon fatta dallo stesso Stendhal: «La capacità industriale deve trovarsi in prima linea; deve giudicare il valore di tutte le altre capacità e farle lavorare tutte per il suo vantaggio»[xxxiv]; e da una riflessione stendhaliana: «L’industrialismo vuole far lavorare tutti. (…) Se ci invade diventeremo sempre più barbari nei confronti delle arti. Saremo tristi come gli Inglesi. Quella povera gente soccombe per eccesso di lavoro»[xxxv].

Stendhal: contro il governo degli industriali

Scriveva di Stendhal Marco Diani, curatore dell’edizione italiana dell’opera: «(…) il dilettante appassionato e dispersivo, l’ussaro romantico, è stato anche, durante tutta la sua vita, un lettore attento di politica, di economia e di quella materia che Auguste Comte, allievo prima, poi segretario di Saint-Simon, chiamerà sociologia e cercherà di trasformare in una religione scientifica dell’umanità. (…) Puri ingegneri [gli industriali e i loro intellettuali organici] destinati alla costruzione della nuova società, privi di ogni indipendenza e critica, essi appaiono a Stendhal, nel suo isolamento, come un pericolo enorme, più greve di qualunque altro perché più moderno, rivolto al futuro. Nella nuova società, organizzata, industriale e positiva, dove “il dogmatismo è lo stato normale dell’intelligenza umana, quello verso cui essa tende per sua natura, non c’è più spazio per la classe pensante”. Nella cultura e nel progetto politico del positivismo industriale, non c’è posto per il ruolo autonomo, indipendente e critico degli intellettuali come gruppo a se stante (…), mentre tutto lo sforzo dei positivisti tende a fissare un fine unico e ultimo, un funzionamento unitario della società, e dell’intellettuale, che diventa inevitabilmente il chierico dell’umanità regenerata. Quando Saint-Simon afferma che la politica è ormai diventata e si risolve nella scienza della produzione e dell’organizzazione, sanzionando così la riduzione della politica in economia e l’eliminazione della politica come categoria originale dal dibattito ideale, il dilettante Stendhal avverte, prima di ogni altro intellettuale, imitato solo più tardi da Benjamin Constant, che il progetto di società industriale che viene loro proposto rischia di creare le basi per l’eliminazione delle libertà individuali; il suo risultato fatale sarà l’oppressione dell’obiettività tecnico-organizzativa e il regno del ridicolo»[xxxvi]. Il problema è che oggi il ridicolo è diventato normale (l’oppressione della razionalità strumentale/calcolante, il totalitarismo degli algoritmi e la dittatura del calcolo[xxxvii] e le forme/norme tecniche e di mercato che diventano forme/norme sociali, antropologia).

Riflessioni che ci rimandano a pochi anni dopo quel 1825 che è l’anno della prima edizione del pamphlet di Stendhal e al liberale Tocqueville e a La democrazia in America e in particolare alle sue riflessioni sul lavoro industriale, con una critica alla fabbrica degli spilli di Adam Smith: «Con il progredire della divisione del lavoro, l’operaio diventa sempre più debole, più limitato e meno indipendente: l’arte fa progressi, ma l’artigiano regredisce. L’uomo si avvilisce a misura che l’operaio si specializza. Che cosa dobbiamo aspettarci da un individuo che ha trascorso vent’anni di vita a fare capocchie di spilli? A cosa potrà più applicarsi la sua intelligenza, se non a cercare il modo migliore di fare capocchie di spilli»[xxxviii].

La tecnica e i ‘tempi ciclo’ di lavoro e di vita

E oggi, che cosa possiamo aspettarci da un individuo che trascorre il suo tempo davanti a uno schermo, comandato/mansionato da un algoritmo, ibridato con la macchina a cui delega tutto se stesso attraverso app/algoritmi/IoT? Forse che davvero l’uomo, come scriveva Novalis «per pigrizia, desidera un puro meccanismo o una pura magia. Egli non vuole essere attivo»[xxxix], ma preferisce essere attivato dal potere (il potere pastorale visto nella prima parte di questo Ordo-liberalismo e ordo-macchinismo) e oggi da quella tecnica che è insieme massimo meccanismo e massima magia, unendo in sé standardizzazione/sfruttamento ed emozione/innamoramento/identificazione totale con sé gregge tecnologico? Cosa dobbiamo aspettarci da questo uomo se non il modo migliore di integrarsi/subordinarsi a quello schermo/algoritmo/macchina, identificandosi con l’apparato che lo individualizza/isola per poi integrarlo meglio (i social, le community, la rete-fabbrica, la creatività funzionale al mercato/tecnica), felicemente vivendo in modo alienato la sua vita intera e il suo lavoro (a questo viene attivato dal neoliberalismo e dalla tecnica e dalla industrializzazione della felicità[xl])? Una vita/lavoro che sembra più libera e creativa, indipendente e quasi anarchica ma che è invece totalmente e totalitariamente subordinata/integrata/sussunta alla tecnica (app/algoritmi/IoT come pastori, angeli custodi o come padri normativi) e un lavoro anch’esso comunque alienato anche se offerto/fatto percepire come virtuosa collaborazione con l’impresa/piattaforma.

Commenta Roberta Turi, Segretaria generale della Fiom di Milano, a proposito della Fabbrica 4.0: «esiste il rischio concreto che la persona sia messa ai margini del sistema. Attraverso intelligenza artificiale e machine learning, il lavoratore viene guidato passo passo e non ha più bisogno delle competenze che gli erano necessarie in passato per svolgere l’attività lavorativa»[xli].

Aggiunge Matteo Gaddi «La ricerca [della Fiom di Milano e della Fondazione Sabattini, coordinata dallo stesso Gaddi] ha evidenziato che le tecnologie 4.0 combinate con i sistemi organizzativi della lean production, determinano una forte compressione dei tempi ciclo, un peggioramento dei ritmi di lavoro e un aumento delle saturazioni, intensificando così la prestazione lavorativa. (…). Per cercare di nascondere questi effetti, il tentativo delle aziende è quello di ‘oggettivare’ tempi e ritmi, dando loro una parvenza di scientificità incorporandoli in dispositivi e procedure e sottraendoli quindi alla contrattazione formale ed informale. I tempi ciclo (…) vengono presentati come qualcosa di oggettivo, determinato unicamente dalla tecnologia e, oltretutto, nascosto alla percezione dei lavoratori. Gli strumenti informatici sono funzionali a questo scopo: tramite la lettura dei codici a barre collegati con gli ordini di lavoro, con lettori ottici e PC a bordo macchina/linea, oppure con comunicazione via MES [Manufacturing Execution System – sistema informatico di fabbrica che governa e controlla l’intero processo produttivo], all’operatore viene imposto il tempo ciclo entro il quale concludere l’operazione. Contestualmente si avvia il conteggio del tempo effettivamente impiegato, consentendo in tal modo il controllo in tempo reale e in remoto della prestazione lavorativa»[xlii].

Ed è di nuovo l’autocrazia dell’impresa capitalistica-sala operatoria neoliberale di Röpke ma anche di una tecnica gestita da algoritmi, ogni singola fase (uomini compresi) strettamente sincronizzata e velocizzata e dove tutto è oggettivato (ancora l’industrialismo). È l’ultima fase della continua ricerca di una fabbrica sempre più integrata e soprattutto sempre più integrante/totalitaria: la Fabbrica 4.0 essendo l’evoluzione della catena di montaggio, della lean production, del just in time ma anche della organizzazione scientifica del lavoro tayloristica e del suo controllo scientifico/oggettivato dei tempi ciclo, ma anche della progressiva e conseguente perdita di professionalità/conoscenza, ruolo e soprattutto di autonomia, se mai ve ne è mai stata, nel lavoro industriale. Sempre replicandosi la legge ferra del tecno-capitalismo: prima suddividere il lavoro, l’individuo, la sua vita, poi totalizzare/integrare le parti suddivise nell’insieme dell’organizzazione, grazie all’applicazione delle quattro categorie base: semplificare, subordinare, decontestualizzare, integrare/connettere. Grazie agli algoritmi, la fabbrica in quanto fattore tecnico, in quanto massima integrazione di tecnica e di capitalismo, diventa un potente dispositivo di controllo dei lavoratori[xliii]. Non solo però nella fabbrica, ma anche nella vita intera delle persone nella fabbrica-rete, mega-macchina di organizzazione e di controllo. Ed è la conferma che la forma e la norma tecnica (anche dei tempi ciclo della vita) diventano forma e norma sociale. Forma di vita individuale e collettiva secondo i tempi ciclo – oggi – della macchina/algoritmo.

Come democratizzare la tecnica

Oggi – e ben più di ieri – si ripresenta dunque il tema della democrazia tecnica o della democratizzazione della tecnica. Tecnica che assume la forma dell’impresa (cfr., parte prima), ma che ormai (machine learning, algoritmi predittivi/che imparano da soli, Internet delle cose, la piena realizzazione della società amministrata criticata dai francofortesi e da noi e in cui tutto viene automatizzato e dove, dopo il lavoro viene automatizzato anche il pensiero con l’obiettivo di avere le risposte prima ancora di avere fatto le domande con il perfezionamento e la perversione delle tecniche organizzative basate sul problem solving) – è in forma di apparato tecnico autoreferenziale, automatico se non autopoietico/autotelico. E allora, se si vuole restare umani – ma lo vogliamo veramente? O stiamo fuggendo nuovamente dalla libertà[xliv] posto che il desiderio umano (una psicopatologia esistenziale) di sottomettersi a un potere soverchiante[xlv] – e meglio ancora è sottomettersi se il potere è automatico, amministrativo, invisibile, ma anche affascinante, soft e coinvolgente come quello della tecnica – se allora si vuole restare umani ed evitare che la società amministrata/automatizzata produca la morte della responsabilità e quindi della consapevolezza umane e quindi della democrazia e della libertà, occorre uscire dal non-pensiero neoliberale ma soprattutto dall’ideologia/teleologia/teologia tecnica e dalla gabbia intellettuale del calcolo matematico e dalla diffusione di una scienza (meglio: di una tecnica) che si ispira a un criterio di mera effettività e di efficienza meccanica[xlvi]. A sua volta massima espressione/evoluzione della razionalità strumentale/calcolante, a sua volta effetto della rivoluzione industriale capitalistica.

Non è infatti ammissibile che in democrazia via sia un potere – come oggi quello della tecnica – non controllato/bilanciato da un altro potere. Non è quindi neppure ammissibile che in democrazia vi sia un potere/sapere (ancora la tecnica) sovrapposto/integrato/sovra-ordinante rispetto al demos e a prescindere dal demos (l’ordo-macchinismo visto nella parte prima – speculare/funzionale all’ordo-liberalismo): demos che anzi deve solo adattarsi a questo potere sovra-ordinante (teocratico-tecnocratico) senza poterlo riconoscere/controllare[xlvii].

E se è allora giusto e doveroso pensare di attivare una «contrattazione della progettazione degli stessi modelli organizzativi e delle stesse tecnologie da adottare nell’impresa»[xlviii], ripristinando cioè una forma di democrazia economica (ma anche politica) nell’impresa/piattaforma/filiera (una contrattazione ex ante e non solo ex post[xlix]) ebbene la regolamentazione e il governo/indirizzo della tecnica come apparato devono diventare la nuova forma di pensiero e di azione della democrazia e della sovranità del demos, sempre ex ante e non solo ex post in termini di adattamento alle esigenze imposte dalle imprese e dalla rivoluzione industriale come invece vorrebbero il determinismo e la teologia/teleologia del tecno-capitalismo. Se nell’impresa si cerca giustamente una contrattazione dell’innovazione e dei modelli organizzativi, nella società democratica questo non basta e deve essere creata una forma/legge costituzionalizzata, una grammatica comune, una procedura democratica per un governo ex ante dell’innovazione tecnica e delle sue applicazioni, per finalizzarla a scopi di utilità sociale e di responsabilità verso il futuro. Per farlo, occorre che l’uomo e il collettivo si riprendendano il potere e il sapere di immaginare e di prevedere responsabilmente, imponendo un preliminare principio di precauzione a ogni innovazione tecnica. Che è il mezzo per esercitare poi un principio di responsabilità[l]. Perché, scriveva Hans Jonas, «il Prometeo irresistibilmente scatenato, al quale la scienza conferisce forze senza precedenti e l’economia imprime un impulso incessante, esige un’etica che mediante auto-restrizioni impedisca alla sua potenza di diventare una sventura per l’uomo»[li]. Perché, aggiunge oggi il neurobiologo Stefano Mancuso, «i problemi della nostra sopravvivenza non riguardano i singoli individui, ma la comunità dei viventi. Se non cambiamo immediatamente rotta, nel dissennato consumo delle risorse ambientali, sarà difficile arrivare al prossimo secolo»[lii].

Da Günther Anders ad Hans Jonas

Tra i molti riferimenti possibili per ragionare di tecnica come sistema, andiamo a rileggere ancora Günther Anders. Nei due volumi della sua opera più famosa (L’uomo è antiquato[liii]), Anders sviluppa una magistrale e sempre più attuale filosofia della tecnica. Una tecnica ben diversa da quella antica, perché anche un martello o un aratro erano tecnica, ma erano apparati singoli: non producevano, come invece da due secoli a questa parte, un sistema integrato e integrante di macchine e uomini (l’integrazione e il controllo sono il fine totalitario della tecnica e del capitalismo). Scriveva Anders: la convergenza è inarrestabile. Questa convergenza causata dalla tecnica è la rivoluzione che si sviluppa in modo permanente. Essa non si muove nella direzione della libertà dell’uomo, bensì nella direzione del totalitarismo degli apparecchi. E come pezzi di questo mondo di apparecchi, noi uomini siamo, nel migliore dei casi, proletari. O probabilmente, qualcosa di molto peggio.

A spegnere l’uomo e la sua immaginazione – un uomo che diventa sempre più un funzionario della tecnica, addetto a farla funzionare al meglio e a questo applicando anche tutta la sua fantasia/creatività/auto-imprenditorialità – provvede la stessa tecnica con immagini fantasmagoriche»[liv] e tecno-feticistiche di sé come apparato singolo ma integrato (oggi lo smartphone, i social, ieri la televisione) e di sé come apparato di apparati (oggi, la rete, i social, le community, ma anche il populismo digitale), «che mantiene l’alienazione e la reificazione degli uomini, ridotti a cose o a pezzi funzionali dell’apparato tecnico. L’uomo diventa anch’egli materia prima – o mera forza lavoro secondo Marx – messa al lavoro a ritmi e a intensità crescenti, cancellando l’imperativo di Kant per cui l’uomo deve essere invece sempre il fine, mai il mezzo di qualcosa»[lv]. «Così, lo stato ideale è quello in cui esiste un unico apparato, quell’apparato che raccoglie in sé e integra in sé ogni altro apparato minore».

Perché, continuava Anders, tutto ciò che si può tecnicamente fare – aumentare lo sfruttamento, ridurre i tempi morti, accelerare i tempi di vita e di decisione, amministrare/automatizzare la società e gli uomini – si deve fare (riportandoci appunto a quel concetto di autopoiesi che rende ogni possibilità/capacità di democrazia tecnica quasi irraggiungibile, ma proprio per questo ancora più necessaria); a ogni macchina è poi innata (se si può usare metaforicamente l’espressione di Nietzsche) la volontà di potenza[lvi]; e le macchine diventano appunto una unica macchina.

Democratizzare la tecnica, dunque. Costruire una democrazia tecnica dopo quella politica ed economica. La democratizzazione del capitalismo è stata una breve parentesi nella storia più che bisecolare della rivoluzione industriale. Mai si è invece realizzata né pensata una democratizzazione della tecnica.

La libertà della tecnica e la non-libertà dell’uomo

Conosciamo le obiezioni. La maggiore e sempre ripetuta è quella per cui la tecnica e l’innovazione, come la scienza devono essere libere, altrimenti si negherebbe la libera ricerca scientifica e la libera innovazione tecnica. È tuttavia facilissimo rispondere e ribattere che se la scienza e la tecnica minacciano/negano la libertà dell’uomo (capitalismo della sorveglianza/Panopticon 2.0/Big Data, algoritmi predittivi, Cambridge Analytica, fake news, adattarsi all’innovazione come unica possibilità di vita, autocrazia d’impresa e della tecnica come apparato, forme/norme tecniche che diventano forme/norme sociali a prescindere dal demos, crescente ibridazione/sussunzione/assoggettamento dell’individuo nell’apparato tecnico – e scriveva Adorno, che la libertà si è ormai trasformata in un mero pretesto per poter meglio amministrare gli uomini) – allora la tecnica deve essere fermata e regolamentata dal demos e dagli uomini, perché la libertà dell’uomo deve sempre e comunque venire prima della libertà dello scienziato/tecnologo o dell’imprenditore.

 

Di di nuovo un doveroso richiamo a Jonas, per il quale la moralità «deve penetrare nella sfera produttiva (…) e deve farlo sotto forma di politica pubblica (…), perché il mutamento dell’agire umano modifica la natura stessa della politica. (…). Per cui, agisci in modo che le conseguenze della tua azione non distruggano la possibilità futura della vita». Garantendo il futuro dell’umanità (e quindi della democrazia e della libertà) e riconoscendo all’ambiente una dignità propria come soggetto portatore di diritti inalienabili e indisponibili. Mentre la tecnica (con il capitalismo), non conoscendo/ammettendo il concetto di limite (contraddirebbe la sua volontà di potenza) è invece e conseguentemente totalmente irresponsabile «nella sua euforia da sogno faustiano». E dunque occorre porre al tecno-capitalismo anche un limite etico e morale.

 

Ricordava Luciano Gallino che esistono due approcci diversi e opposti alla partecipazione democratica alla valutazione della tecnologia: «L’approccio comunicativo si fonda sul presupposto che gli unici depositari del sapere utilizzabile per valutare una tecnologia siano gli esperti (…) o i politici (…) da essi informati. Dato che il pubblico è considerato per definizione ignorante (…) – e motivato da tale ignoranza potrebbe opporre resistenza alla diffusione di una tecnologia [non adattandosi alle esigenze della rivoluzione industriale e della divisione del lavoro], gli esperti e i politici devono sobbarcarsi l’onere di comunicare ad esso i termini reali [ma reali solo secondo la razionalità tecnica del sistema] della questione. Per contro l’approccio partecipativo si fonda sul presupposto che il pubblico, qualora gli sia dato modo di discutere e di esprimersi in forme e luoghi appropriati, sia atto a orientare gli esperti verso ciò che non sanno – l’area della tecno-ignoranza specifica – o non sanno nemmeno di non sapere – la tecno-ignoranza a-specifica»[lvii].

Ed è evidente che la scelta deve cadere sul secondo approccio, fondato sul dibattito, produttore di democrazia.

Che fare e come farlo?

Se il che fare è la democratizzazione della tecnica (e del capitalismo) – sognando un giorno di poterne uscire definitivamente – il come farlo è tutto da costruire e qui abbiamo solo provato ad approfondire la questione, ricordando i principi base della democrazia e della responsabilità. Prima occorre però de-costruire l’egemonia del tecno-capitalismo e del suo determinismo senza alternative. Partendo ad esempio da un rovesciamento radicale di tutti i processi educativi avviati dagli ultimi trent’anni (Ocse, Unione europea e non solo) e basati sul modello d’impresa e sulla educazione all’imprenditorialità, sulla valorizzazione del capitale umano, sulla semplificazione, sulle competenze (e non sulla conoscenza) e sulla loro misurazione quantitativa, sul successo individuale in competizione con gli altri, su un dover imparare a imparare solo finalizzato all’adattamento al mercato e non alla costruzione della soggettività dell’uomo[lviii]. Senza questo rovesciamento sarà impossibile costruire un’etica per la società tecnologica e per la biosfera.

Ricordando magari – come bussola – una riflessione di Georg Simmel di un secolo fa: «La macchina, che dovrebbe liberare l’uomo dal lavoro servile, lo ha abbassato al livello di schiavo della macchina». E commentava: «ora al posto delle vecchie lampade ad olio abbiamo la luce elettrica, ma l’euforia per i progressi dell’illuminazione fa dimenticare che l’essenziale non è l’illuminazione, ma ciò che questa ci permette di vedere meglio»[lix]. Ricordarlo ci riporterebbe forse a ragionare di giustizia come equità ma soprattutto come sostenibilità e responsabilità, nonché di democrazia come partecipazione libera e consapevole alla decisione.

*Lelio Demichelis insegna Sociologia economica all’Università degli Studi dell’Insubria. Il suo ultimo saggio è ‘La grande alienazione. Narciso, Pigmalione, Prometeo e il tecno-capitalismo’, Jaca Book, Milano, 2018. 

[i] A. d’Orsi, I ‘Quaderni dal carcere’ di Antonio Gramsci, in La Biblioteca di MicroMega, nr.2/2019, Roma, pag. 30

[ii] L. Demichelis – https://www.economiaepolitica.it/2019-anno-11-n-17-sem-1/tecnocapitalismo-lelio-demichelis/; https://www.agendadigitale.eu/cultura-digitale/democratizzare-la-tecnica-per-salvare-la-democrazia-dal-tecno-capitalismo/

[iii] H. Rosa (2015), Accelerazione e alienazione, Einaudi, Torino

[iv] G. Anders (2003), L’uomo è antiquato, 2 voll., Bollati Boringhieri, Torino

[v] F. Remotti (2019), Somiglianze. Una via per la convivenza, Laterza, Roma-Bari

[vi] A. Sen (2010), L’idea di giustizia, Mondadori, Milano, pag. 5

[vii] N. Urbinati (2011), Liberi e uguali, Laterza, Roma-Bari

[viii] J. Rawls (2017), Una teoria della giustizia, Feltrinelli, Milano; A. Sen (2010), L’idea di giustizia, cit.

[ix] H. Jonas (1990), Il principio responsabilità, Einaudi, Torino

[x] S. Rodotà (2014), Solidarietà. Un’utopia necessaria, Laterza, Roma-Bari

[xi] W. Ropke (1974), Scritti liberali, Sansoni, Firenze, pag. 160

[xii] E anche queste sono tecniche/dispositivi comportamentali indotti. Cfr. da ultimo W. Davies (2019), Stati nervosi, Einaudi, Torino; Id., (2016), L’industria della felicità, Einaudi, Torino. Ma si pensi anche a tutta la gamification che attraversa la nostra vita.

[xiii] P. Bartolini – S. Consigliere (2019), Strumenti di cattura. Per una critica dell’immaginario tecno-capitalista, Jaca Book, Milano

[xiv] Cfr., H. Arendt (2004), Le origini del totalitarismo, Einaudi, Torino

[xv] L. Demichelis (2015), La religione tecno-capitalista. Dalla teologia politica alla teologia tecnica, Mimesis, Milano, pag. 216

[xvi] M. Gaddi (2019), Industria 4.0: più liberi o più sfruttati?, Edizioni Punto Rosso, Milano

[xvii] L. Demichelis – https://www.economiaepolitica.it/il-pensiero-economico/ordoliberalismo-ordoliberalismo-2-0-e-ordopopulismo-2/

[xviii] L. Demichelis (2018), La grande alienazione. Narciso, Pigmalione, Prometeo e il tecno-capitalismo, Jaca Book, Milano

[xix] H. Marcuse (1991), L’uomo a una dimensione, cit., pag. 10

[xx] Cfr. W. Streeck (2013), Tempo guadagnato. La crisi rinviata del capitalismo democratico, Feltrinelli, Milano

[xxi] Da ultimo: P. Ercolani (2019), Figli di un io minore, Marsilio, Venezia

[xxii] L. Demichelis (2018), La grande alienazione, cit.

[xxiii] G. Anders (2003), L’uomo è antiquato, cit.

[xxiv] L. Demichelis (2018), La grande alienazione, cit., pag. 20 e segg.

[xxv] L. Gallino (2007), Tecnologia e democrazia, Einaudi, Torino, pag. 124

[xxvi] Può essere utile rileggere: M. Berg (1983), La questione del macchinismo e la nascita dell’economia politica, il Mulino, Bologna

[xxvii] Cit. in L. Demichelis (2011), Società o comunità, Carocci, Roma

[xxviii] G. Cesarale (2019), A Sinistra, Laterza, Roma-Bari.

[xxix] Cfr. N. Bobbio – N. Matteucci – G. Pasquino (2004 e segg.), Il Dizionario di Politica, Utet, Torino; N. Urbinati (2011), Liberi e uguali, cit.; Id (2013), Democrazia in diretta, Feltrinelli, Milano; G. Sartori (2007), Democrazia, Rizzoli, Milano; C. Crouch (2003), Postdemocrazia, Laterza, Roma-Bari

[xxx] R. A. Dahl (1989), La democrazia economica, il Mulino, Bologna, pag. 75

[xxxi] Ivi, pag. 118

[xxxii] Ivi, pag. 123

 

[xxxiii] Stendhal (1988), Di un nuovo complotto contro gli industriali, Sellerio, Palermo

[xxxiv] Ivi, pag. 23

[xxxv] Ivi, pag. 89

[xxxvi] M. Diani, Introduzione a Stendhal (1988), Di un nuovo complotto contro gli industriali, cit., pag. 14 e segg.

[xxxvii] P. Zellini (2018), La dittatura del calcolo, Adelphi, Milano

[xxxviii] A. De Tocqueville (2007), La democrazia in America, Utet, Torino, pag. 649

[xxxix] Cit. in P. Zellini (2018), La dittatura dell’algoritmo, cit. pag.131

[xl] W. Davies (2016), L’industria della felicità, Einaudi, Torino; Id. (2019), Stati nervosi, Einaudi, Torino

[xli] R. Turi, Prefazione a M. Gaddi (2019), Industria 4.0. Più liberi o più sfruttati?, Edizioni Punto Rosso, Milano, pag. 8

[xlii] M. Gaddi (2019), Industria 4.0. Più liberi o più sfruttati?, cit. pag. 237

[xliii] Ivi, pag. 231

[xliv] E. Fromm (1994), Fuga dalla libertà, Mondadori, Milano

[xlv] Pensiamo agli italiani che votano per l’ultraliberista Salvini, confermando amaramente la riflessione di Gobetti sul fascismo come autobiografia della nazione

[xlvi] P. Zellini (2018), La dittatura del calcolo, cit.

[xlvii] Cfr. L. Demichelis (2015), La religione tecno-capitalista. Dalla teologia politica alla teologia tecnica, Mimesis, Milano

[xlviii] M. Gaddi (2019), Industria 4.0. Più liberi o più sfruttati?, cit. pag. 240

[xlix] Ibid

[l] H. Jonas (1990), Il principio responsabilità, Einaudi, Torino

[li] Ivi, pag. XXVII

[lii] W. Veltroni (intervista), Stefano Mancuso e la vita segreta delle piante, in corriere.it, 30 giugno 2019

[liii] G. Anders (2003), L’uomo è antiquato, 2 voll., Bollati Boringhieri, Torino

[liv] in L. Demichelis (2017), Sociologia della tecnica e del capitalismo, FrancoAngeli, Milano, pag. 128

[lv] Ibid

[lvi] L. Demichelis (2018), La grande alienazione. Narciso, Pigmalione, Prometeo e il tecno-capitalismo, Jaca Book, Milano

[lvii] L. Gallino (2007), Tecnologia e democrazia, Einaudi, Torino, pag. 27

[lviii] Si legga, da ultimo il bellissimo: M. Boarelli (2019), Contro l’ideologia del merito, Laterza, Roma-Bari

[lix] G. Simmel (2003), Ventura e sventura della modernità, Bollati Boringhieri, Torino, pag. 195