L’orario di lavoro durante la pandemia

Scarica pdf Partecipa alla discussione Torna indietro Home

Political and social notes

1. Come ci si poteva attendere, le prime stime sugli effetti economici e sociali del coronavirus non risultano affatto consolatorie in tutti i paesi del mondo. Quella che è nata come una calamità naturale si è dapprima tradotta in una crisi sul lato dell’offerta, avendo inciso su forza lavoro e catena globale del valore; si è poi protratta sul lato della domanda in maniera “endogena” attraverso le misure del lockdown, le quali hanno azzerato i livelli dei consumi e quindi anche degli investimenti; e ha già ridotto considerevolmente il livello dell’occupazione. È inoltre apparso un articolo sull’Economist che suggerisce che la condizione dei lavoratori risulti se possibile ancora peggiore poiché secondo Atlassian «le persone stanno lavorando più a lungo durante la pandemia»[1]. Quello che è stato osservato dai ricercatori di Atlassian è che, in assenza di una configurazione normativa ben definita, il lavoro da casa si è tradotto in un allungamento ad oltranza della giornata lavorativa, come si può osservare (figura 1).

Figura 1. Elaborazione su dati Atlassian (The Economist).

D’altro canto, questa osservazione sembra essere confermata anche da uno studio del NBER basato sulla crescita del traffico in rete (email, videoconferenze, etc.)[2]. Verrebbero dunque smentite le varie ipotesi ottimistiche secondo cui lo smart working sarebbe in qualche modo “liberatorio” per i lavoratori (nonché quelle ipotesi che invece collegano il lavoro smart ad un aumento della produttività). Che la situazione pandemica avrebbe invece aggravato le condizioni del lavoro dipendente lo si poteva intuire, ma quello su cui vale la pena riflettere in questa sede sono le conseguenze che tale tendenza, qualora fosse confermata da ulteriori evidenze empiriche, può avere sul sistema socio-economico nel suo complesso e in particolare sull’occupazione.

2. Se si vuole ragionare sulle implicazioni dell’orario di lavoro[3], è essenziale configurare il funzionamento del lato dell’offerta di un’economia definendo il reddito netto come una funzione del monte ore lavorate in un anno, come segue:

  1. Y= a * L

dove Y  indica il reddito, a la produttività media oraria del lavoro e L le ore lavorate complessivamente in un anno. Quest’ultimo termine può essere definito anche in funzione del livello dell’occupazione, così che si ha:

2. L=N*h

dove con N viene indicato il numero degli occupati e con h  il numero di ore lavorate in media da ogni addetto (formalmente: h=L/N).

Passando al lato della domanda, possiamo considerare un modello di determinazione del reddito in forma ultra-semplificata ovvero facendo l’ipotesi di una economia chiusa, così che il reddito netto viene a dipendere, a prescindere dagli investimenti, essenzialmente dai consumi (C) e dalla spesa pubblica (G):

3. Y=C+G

Keynes aveva già dimostrato che, siccome i consumi non sono altro che una frazione del reddito delle famiglie, ovvero la loro propensione al consumo (c), questa componente può produrre un effetto ancora più incisivo sull’espansione del reddito. Per comprendere il ruolo peculiare dei consumi sulla crescita, indichiamo con  l’aliquota fiscale media applicata al reddito e scriviamo:

4. C=c*(1-t) * Y

che sostituiamo nell’equazione (3) e, risolvendo per reddito, otteniamo il livello di equilibrio del sistema:

dove il primo termine a destra è il noto moltiplicatore keynesiano del reddito, a significare che per un dato livello di spesa pubblica, deciso politicamente e quindi considerabile esogeno, la propensione al consumo delle famiglie produce un effetto “moltiplicativo” sulla crescita. Naturalmente, quanto appena affermato può essere vero solo nel caso in cui il valore del moltiplicatore sia maggiore di 1 perché, nel caso contrario, ovvero all’aumentare del risparmio medio delle famiglie (s=1-c * (1-t)), gli effetti di un aumento della spesa pubblica possono essere specularmente nocivi per la crescita del reddito.

A questo punto basta inserire la definizione del monte ore lavorate (2) nella funzione di produzione (1), sostituire quest’ultima equazione nella (3) e procedere con gli stessi passaggi per ottenere un moltiplicatore dell’occupazione in funzione delle ore lavorate medie:

Ora possiamo cogliere tutti meccanismi che interessano il livello dell’occupazione. Se supponiamo un livello della spesa pubblica che rimane costante nel tempo, l’occupazione non può che diminuire per un aumento della produttività del lavoro ( a ) a meno che quest’ultimo non venga opportunamente compensato da un aumento del consumo medio delle famiglie, ovvero da una diminuzione del loro risparmio medio (s). Tuttavia, adesso abbiamo un ulteriore oggetto di analisi, le ore lavorate da ciascun lavoratore ( h ), che possono diventare uno strumento di policy per il contrasto della disoccupazione qualora vengano ridotte di un ammontare corrispondente all’aumento della produttività del lavoro. Questa era stata la lezione impartita da Pasinetti[4], che ha voluto considerare tutte le variabili utili all’amministrazione economica quando, e soprattutto se, potevano sussistere le intenzioni di mantenere l’economia al suo livello di pieno impiego della forza lavoro in controtendenza ad un continuo avanzamento del progresso tecnico, dato che quest’ultimo, per sua stessa natura, tende ad escludere dal processo produttivo un numero sempre maggiore di lavoratori (disoccupazione tecnologica).

3. Ottenuti gli strumenti di analisi necessari, possiamo tornare alle condizioni dell’orario di lavoro durante la crisi pandemica. Se è vero che c’è stato un allungamento della giornata lavorativa, significa che le misure del lockdown possono essersi tradotte in un doppio impatto negativo sull’occupazione: da un lato per la crescita delle ore lavorate per addetto (h), e dall’altro per l’aumento della propensione al risparmio delle famiglie (s) passato, nel periodo del lockdown, dall’8% al 19%[5]. Riferendoci ora alle prime stime mensili fornite da Istat[6] sui dodici mesi che hanno interessato la crisi pandemica (tabella 1), verifichiamo se questi sospetti possano essere realistici.

Tabella 1. Elaborazione su dati Istat.

Come già accennato, le misure del lockdown hanno prodotto uno shock negativo nella domanda effettiva che ha provocato un aumento della disoccupazione (dal 9,4% di febbraio al 9,8% di ottobre). Utilizzando il nostro modello, questo fenomeno può essere giustificato dall’equazione (6) con la crescita della propensione al risparmio delle famiglie a cui corrisponderebbe una diminuzione dell’occupazione nell’ipotesi di una stabilità momentanea nel livello della spesa pubblica. Possiamo già verificare quanto appena detto nella colonna c), per i valori assoluti, nella colonna e), per quanto riguarda il tasso di disoccupazione complessivo, e f) per quello riferito alla sola popolazione attiva (15-64 anni). Se sommiamo le variazioni degli occupati, dei disoccupati e degli inattivi, da febbraio a ottobre 2020, si stima una perdita di circa 720 mila posti di lavoro. Gli effetti sulla disoccupazione risultano dunque già evidenti nonostante la tenuta del blocco dei licenziamenti e la crescita del tasso di inattività della popolazione in età lavorativa, nella colonna g) (dal 34,8% di febbraio al 35,5% di ottobre).

Tuttavia, la cosa si complica quando intervengono i meccanismi del lato dell’offerta che possono sollecitare una ulteriore variazione nel valore del moltiplicatore. Infatti, nella colonna a), seppure in misura lieve essendo queste delle stime mensili, si può già osservare un aumento inconsueto delle ore medie lavorate nella settimana rappresentativa. Questo valore è crollato durante il periodo del lockdown (fino a 22,9 in aprile) ma è anche andato riprendendosi nei mesi seguenti tornando quasi al suo livello dell’anno precedente, in controtendenza con l’aumento complessivo della disoccupazione. Possiamo ricollegare questo andamento alle osservazioni esposte dall’Economist e dal NBER, ovvero che i lavoratori in smart working hanno visto la loro giornata lavorativa allungarsi, ma in generale possiamo quasi sicuramente affermare che tale tendenza ha riguardato tutta quella parte di mondo del lavoro che ha resistito alla perdita dell’impiego.

4. Quali sono le conseguenze? A prima vista, le circostanze catastrofiche nelle quali ci troviamo farebbero pensare che l’uscita dalla crisi possa essere guidata dalle componenti autonome (indipendenti dal reddito) della domanda aggregata. Queste ultime sono rappresentate, nel nostro modello, essenzialmente dalla spesa pubblica. La nostra semplificazione teorica “senza investimenti”, tuttavia, potrebbe non essere del tutto astratta se si considerano questi ultimi come quella variabile che keynesianamente viene affidata agli “spiriti animali” dell’imprenditoria, i quali ad oggi non troverebbero alcuna giustificazione per una loro ripresa. Non resterebbe dunque altra soluzione che un deciso intervento della spesa dello Stato, il che si ricollega all’ammonimento dell’ex-governatore della Bce Mario Draghi, che ha prontamente confutato tutte le ipotesi di uscire da questa crisi senza che le finanze pubbliche vengano sacrificate a pro di quelle private (delle famiglie e delle imprese) che sono troppo aleatorie [7]. Tuttavia, l’aumento spontaneo delle ore lavorate medie dovuto alle misure di chiusura potrebbe rappresentare una implicazione “non considerata” della crisi pandemica.

Non resta ora che applicare il nostro modello per condurre alcuni semplici esperimenti e, così facendo, valutare l’impatto delle politiche economiche. Confrontiamo due scenari:

  1. il governo adotta una politica fiscale espansiva ( G) senza tener conto dell’aumento spontaneo delle ore lavorate medie ( h) provocato dalle misure di lockdown;
  2. il governo introduce insieme al piano di spesa anche una riduzione dell’orario di lavoro, che viene portato al di sotto del suo livello pre-crisi. Per rendere l’esperimento più realistico, consideriamo il caso in cui la riduzione della giornata lavorativa sia minore del suo allungamento spontaneo nello scenario a).

In entrambi i casi, ipotizziamo il medesimo aumento del risparmio medio delle famiglie (s) rispetto allo scenario di partenza (baseline).

Figura 2. Simulazioni dell’impatto di una crescita della spesa pubblica durante il lockdown con variazioni nella giornata lavorativa.

Come si vede (figura 2.a), l’incremento della spesa pubblica può condurre ad una crescita del reddito se sufficiente a compensare il calo dei consumi delle famiglie. Tuttavia, nel momento in cui non viene considerato l’allungamento dell’orario di lavoro, l’effetto della policy sull’occupazione si esaurisce nella sola crescita delle ore lavorate complessive (L=Y/a.) Infatti, dopo aver risentito della crisi, l’occupazione può accennare ad una ripresa nel medio termine, ma senza riuscire a recuperare tutti i posti di lavoro perduti a seguito dello shock. Al contrario (figura 2.b), osserviamo come una riduzione di poche ore settimanali può esercitare un effetto visibilmente più incisivo sulla crescita dell’occupazione dovuto alla maggiore distribuzione delle ore di lavoro, a parità di risorse erogate dallo Stato.

Qualora il lavoro a distanza dovesse rappresentare, nel medio-lungo termine, un cambiamento strutturale nell’organizzazione delle imprese, i meccanismi appena discussi ed osservati potrebbero distorcere l’impatto sull’occupazione dei piani di investimento e delle politiche di risanamento governative (Recovery plan). Anche nel caso in cui queste ultime dovessero generare un effetto espansivo sulla crescita del reddito e del monte ore lavorate, il loro impatto sulla crescita effettiva dei nuovi posti di lavoro potrebbe essere compromesso dall’allungamento della giornata lavorativa.


[1] The Economist (2020), People are working longer hours during the pandemic, November 24.

[2] DeFilippis et al. (2020), Collaborating during coronavirus: the impact of Covid-19 on the nature of work, NBER Working Paper, no. 27612.

[3] Per alcune analisi delle implicazioni dell’orario di lavoro sull’occupazione si rimanda, su questa rivista, a Perri, S. (2014), Lavorare tutti, lavorare meno (come in Germania), economiaepolitica.it, 13 febbraio. Si muovono nella medesima direzione gli studi di Messenger, J. (2018), Working time and the future of work, ILO Future of Work Research Paper, e di Baker, D. & Bernstein, J. (2013), Getting Back to Full Employment: A Better Bergain for Working People, Washington: Center for Economic and Policy Research.

[4] Pasinetti, L. L. (1993), Structural Economic Dynamics: A Theory of the Economic Consequences of Human Learning, Cambridge: Cambridge University Press.

[5] Acri & Ipsos (2020), Gli italiani e il risparmio, online.

[6] ISTAT (2020), Mercato del lavoro: III trimestre, istat.it, 11 dicembre; ISTAT (2020), Occupati e disoccupati, istat.it, 2 dicembre.

[7] Draghi, M. (2020), We face a war against coronavirus and must mobilise accordingly, Financial Times, March 25.

economiaepolitica.it utilizza cookies propri e di terze parti per migliorare la navigazione.