Un fisco progressivo e redistributivo contro la crisi

Un fisco progressivo e redistributivo contro la crisi

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Il ciclo economico ha imboccato il sentiero decrescente da oltre un anno ma è solo a seguito del fallimento di Lehman Brothers, nel settembre scorso, che la recessione ha iniziato davvero a far paura. Abbiamo assistito al collasso di grandi multinazionali finanziarie, crolli di borsa, torsioni violente dei mercati monetari, cadute vertiginose nei prezzi delle materie prime, e per i prossimi mesi si annunciano crisi industriali di portata storica. Nei soli Stati Uniti, in un anno, si sono persi quasi due milioni di posti di lavoro. Contemporaneamente, tanti dogmi liberisti che parevano inviolabili, per anni presentati come leggi ferree dell’economia, hanno mostrato tutta la loro evanescenza. Adesso, tra pudori e imbarazzi, in tanti hanno cominciato a prenderne le distanze. La Commissione Europea si è vista costretta a mettere nel congelatore il Patto di Stabilità, dopo aver più volte dichiarato che quell’accordo avrebbe potuto reggere a qualsiasi situazione. In paesi di solida tradizione liberista vengono praticati interventi e nazionalizzazioni che si sarebbero ritenuti impensabili appena pochi mesi fa. Dappertutto si approntano piani di intervento pubblico di vaga ascendenza keynesiana.
Queste tendenze non indicano necessariamente che a livello internazionale la politica stia agendo bene. Per quanto apparentemente poderosi, gli interventi delle autorità di governo dei vari paesi sono finora apparsi limitati rispetto alla dimensione della crisi, attenti a salvaguardare i vecchi interessi costituiti e soprattutto ancora fortemente scoordinati. Tuttavia è in Italia che l’azione di governo appare drammaticamente inadeguata alle dinamiche in atto. L’esecutivo ha infatti approntato un piano anti-crisi deludente e pericoloso. Il decreto con il quale si vorrebbe fronteggiare la situazione impegna per il 2009 risorse per appena poco più di sei miliardi di euro, nemmeno mezzo punto di Pil. Inoltre, una parte significativa di queste risorse viene semplicemente sottratta a spese già programmate del FAS (il Fondo Aree Sottoutilizzate). Nel complesso la manovra appare risibile sia per la quantità sia per la qualità dei provvedimenti di spesa. In sua difesa, il ministro Tremonti ha ripescato dalla scatola degli attrezzi retorici la questione della tenuta dei conti pubblici, gravati a suo avviso dal fardello del debito. Secondo il ministro, tutti gli interventi anti-crisi dovrebbero essere resi compatibili con la consueta linea di abbattimento del debito pubblico rispetto al Pil. Anche la crescita del differenziale tra i rendimenti dei titoli italiani e quelli tedeschi viene interpretata come una evidenza della fragilità delle nostre finanze e dunque della necessità di proseguire sulla via del cosiddetto “risanamento” dei conti statali. Contro le attese e in spregio alla logica, dunque, Tremonti sceglie per adesso di mettersi sotto una campana di vetro, confermando la politica di bilancio restrittiva che in condizioni molto meno drammatiche già aveva contribuito ad affossare il governo Prodi.
Abbiamo in più occasioni evidenziato che, per quanto diffuso, questo modo di interpretare il problema dei conti pubblici nazionali è superficiale e rischia di essere del tutto fuorviante. La verità è che i differenziali tra i tassi d’interesse stanno aumentando in molti paesi, siano essi caratterizzati da debiti pubblici alti oppure bassi in rapporto al Pil. Nell’area dell’euro, non solo i tassi sui titoli italiani ma anche quelli sui titoli greci, portoghesi e spagnoli sono cresciuti rispetto ai rendimenti tedeschi. Eppure questi paesi presentano debiti statali diversi tra loro e in alcuni casi anche molto contenuti. Non trova dunque sostegno logico l’affermazione secondo cui la crescita relativa dei nostri tassi d’interesse dipenderebbe dall’elevato debito pubblico nazionale. Ciò che piuttosto accomuna questi paesi all’Italia sono i bassi livelli di produttività, quindi gli alti costi di produzione e di conseguenza una scarsa competitività internazionale. Per queste ragioni tutti questi paesi sono esposti alla prospettiva di una crisi ancora più accentuata che altrove e a un forte aumento dei disavanzi nei conti con l’estero man mano che la recessione andrà avanti. Naturalmente, l’asprezza della recessione e il peggioramento dei conti esteri potrebbero effettivamente suscitare dubbi sul valore futuro dei titoli italiani e potrebbero anche favorire una crisi dei conti pubblici. Ma la relazione logica è chiaramente invertita rispetto a quella di Tremonti, e prima di lui di Padoa Schioppa. In questa diversa ottica, per evitare il rischio di un tracollo finanziario dovremmo smetterla di concentrarci sul livello del debito pubblico. Piuttosto, dovremmo interrogarci sul fallimento delle politiche filo-confindustriali di questi anni, che hanno visto pressoché tutti i governi tentare di rimediare alla bassa competitività nazionale a colpi di controlli salariali e di indiscriminate regalie fiscali alle imprese.
Se l’Italia non abbandonerà una linea rigorista controproducente e fuori tempo massimo, e se non investirà massicciamente nell’ammodernamento delle infrastrutture produttive e in un piano organico di politica industriale, allora è possibile che la nostra economia attraverserà una fase di dissesto dei conti, e comunque si troverà dopo la crisi definitivamente relegata tra le estreme periferie d’Europa. Ma non è tutto. Non vi è infatti solo la necessità di reperire risorse per le politiche industriali: è anche indispensabile spostare il costo della crisi dal mondo del lavoro alle classi agiate del Paese. Questa è, si badi bene, un’esigenza che non risponde esclusivamente ad istanze di ordine etico. La crisi ha infatti una delle sue cause profonde nella massiccia sperequazione dei redditi avvenuta nell’ultimo quarto di secolo. Sia in termini di scarto tra i redditi personali, sia soprattutto in termini di divario tra profitti e salari, siamo di fronte ad una forbice che palesemente deprime la domanda. È principalmente questa redistribuzione che ha determinato la tendenziale stagnazione a cui si è assistito in Europa e alla quale si è fatto fronte negli USA, dopo il 2001, con una gigantesca espansione del credito al consumo.
Un processo redistributivo che incrementasse la quota dei salari nel prodotto complessivo sarebbe dunque urgente. Certo, si tratta di una politica lunga e complessa, la cui attivazione dipenderà in gran parte da una nuova tutela del lavoro, sul piano normativo e contrattuale, che interrompa ed inverta un processo che negli ultimi anni ha eroso e distrutto il potere rivendicativo delle lavoratrici e dei lavoratori. Ma sarebbe da subito opportuno mettere allo studio una riforma fiscale in senso fortemente redistributivo: un pacchetto di massiccio recupero dell’evasione, di nuove aliquote sui redditi più alti e sui redditi da capitale e un’imposta sui grandi patrimoni accumulati in questi anni. Si tratterebbe di una riforma per la quale ci sono tutte le condizioni di praticabilità ed efficacia, e che è già stata avviata in altri paesi. In questa ottica, un fisco nuovamente progressivo e realmente redistributivo non verrebbe concepito come l’ennesima versione della politica restrittiva, della quale abbiamo sempre evidenziato l’inconsistenza logica e l’insipienza politica. Piuttosto, una riforma fiscale progressiva e redistributiva potrebbe logicamente situarsi in coda a un abbattimento della tassazione sul lavoro, a poderose azioni di riavvio della domanda e contribuirebbe al rilancio del nostro sistema economico e sociale.
“Che i ricchi paghino la loro crisi” non è dunque necessariamente un’affermazione demagogica, ma contiene in sé un elemento di profonda razionalità economica. Noi pertanto proponiamo una riforma fiscale progressiva e redistributiva, che si affianchi a dei provvedimenti di arresto della deflazione salariale, di blocco dei licenziamenti e di estensione universale dei sussidi, dei quali a breve probabilmente non potremo fare a meno. È questo il vero ordine di grandezza delle soluzioni di cui abbiamo bisogno per affrontare una crisi già adesso gravissima. Il governo e le opposizioni sono in grado di rendersene conto?