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Il deficit di competitività del Mezzogiorno e del Paese. Per una nuova stagione di politiche industriali

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Pubblichiamo su Economia e Politica e sul sito fiom-cgil.it lo studio sulla competitività del Mezzogiorno e del Paese realizzato dalla Consulta economica della FIOM coordinata da Riccardo Realfonzo.

 

1.Introduzione

Questo contributo illustra la posizione della Consulta economica della FIOM-CGIL sul tema del deficit di competitività del Mezzogiorno e del Paese, e sulla conseguente necessità di una nuova stagione di politiche industriali. Le conclusioni cui perveniamo sono maturate anche attraverso i momenti di confronto nei dibattiti organizzati dalla FIOM nel corso del 2018 (in particolare l’Assemblea di Lecce del settembre) e il dialogo con la Segreteria Nazionale. Nell’analisi daremo meno rilievo agli aspetti congiunturali, di breve periodo, per concentrarci prevalentemente sul medio periodo, tenendo come riferimento lo scoppio della crisi verificatosi tra fine 2007 e inizio 2008.

 

2.Ancora lontani dal 2007

Con riferimento alla crisi che ha sconvolto le economie occidentali ormai dieci anni or sono, il quadro italiano si presenta fortemente negativo, considerato che a fine 2017 l’Italia si trova a realizzare un valore del pil in termini reali inferiore di ben 5,5 punti percentuali rispetto al 2007. All’interno di questa condizione complessiva, vi è poi una realtà meridionale ancora più grave, con la conseguenza che il divario tra Mezzogiorno e Centro-Nord si è ulteriormente approfondito. Infatti, mentre il valore della produzione di beni e servizi del Centro-Nord è inferiore del 4,2% rispetto al 2007, il Mezzogiorno si colloca ben 9,8 punti percentuali più in basso rispetto ad allora[1]. Un divario che si appesantirà ulteriormente al termine del 2018, perché i diversi uffici studi prevedono concordemente per l’anno in corso una crescita italiana molto modesta, forse appena superiore al punto percentuale, trainata principalmente dal Centro-Nord e con valori particolarmente contenuti per il Mezzogiorno[2]. La componente di maggior peso nell’alimentare l’asfittica domanda aggregata 2018 dovrebbe essere costituita dai consumi totali interni, ed è anche da sottolineare che le stime prevedono una dinamica lievemente positiva dei consumi della pubblica amministrazione solo nel Centro-Nord e negativa nel Mezzogiorno.

Ponendo pari a 100 il pil di Italia, Centro-Nord e Mezzogiorno nel 2007, la Figura 1 ci permette di avere una idea chiara delle dinamiche di approfondimento del dualismo in atto dopo la crisi.

 

Figura 1. Prodotto interno lordo di Mezzogiorno, Centro-Nord e Italia

Fonte: nostre elaborazioni su dati Eurostat, Ameco, Svimez

 

3.I processi di divergenza in Europa 

Passando al quadro europeo ci rendiamo conto che il dualismo tra aree centrali più sviluppate e aree periferiche che crescono meno non è più un fenomeno solo italiano. I dati relativi all’insieme dei PIIGS (Portogallo, Italia, Irlanda, Grecia e Spagna) mostrano che l’insieme di questi Paesi non ha ancora recuperato rispetto alla crisi, mentre c’è una parte di Europa che cresce. Guardando dalle due principali economie dell’eurozona, si osserva che tra il 2007 e i 2017 la Germania è cresciuta addirittura del 12,3% e la Francia dell’8,6%. Il complesso dei PIIGS ha visto ridursi il pil dell’1%. Questa semplice osservazione conferma la presenza di impetuosi processi di divergenza in Europa[3].

Fatto pari a 100 il valore del pil del 2007 di Germania, Francia, Mezzogiorno e dei PIIGS , la Figura 2 mostra l’esplosione dei processi di divergenza dopo la crisi.

 

Figura 2. Prodotto interno lordo di Mezzogiorno, Germania, Francia e PIIGS 

Fonte: nostre elaborazioni su dati Eurostat, Ameco, OCSE, Svimez

 

Quanto appena osservato viene confermato dalle dinamiche in atto relative all’andamento del pil per abitante (Figura 3).

 

Figura 3. PIL pro-capite di Mezzogiorno, Italia, Francia e Germania

Fonte: nostre elaborazioni su dati Eurostat e Ameco e Svimez

 

Si presenta dunque il quadro di un’Europa a due velocità, e ciò risulta vero anche sul piano occupazionale. L’Italia, infatti, in questo decennio ha registrato una riduzione dell’occupazione complessiva che ha riguardato soprattutto il Mezzogiorno. Mentre, infatti, nel Centro-Nord il numero di occupati si è ridotto nel periodo 2007-2017 dello 0,8%, la perdita occupazionale al Mezzogiorno è stata pari al 5% (dati OCSE). Nello stesso periodo, il numero degli occupati si è ridotto del 5,1% nel complesso dei PIGGS, mentre è cresciuto del 3% in Francia e addirittura del 9,7% in Germania (dati OCSE)[4].

 

4.La Mezzogiornificazione europea

La grave condizione di difficoltà italiana e di altri Paesi e regioni periferiche di Europa conferma il fallimento delle aspettative generate dal carattere specifico assunto dal processo di unificazione monetaria realizzato in Europa. In particolare, si è dimostrata del tutto erronea su scala continentale la tesi degli economisti liberisti che accompagnò ottimisticamente l’unificazione monetaria. I sostenitori più ottimisti dell’unificazione monetaria, e in primo luogo la stessa Commissione Europea, ancora oggi sostengono che l’unificazione monetaria è capace di innescare processi spontanei di convergenza (catching up) tra Mezzogiorni e centri di Europa. L’idea è che la sola introduzione della moneta unica – con la cancellazione dei costi e dei rischi di cambio e la liberalizzazione dei movimenti dei capitali e del lavoro – avrebbe reso più omogeneo lo sviluppo su scala continentale, favorendo investimenti e localizzazioni di imprese nelle aree meno sviluppate. Questo meccanismo riequilibratore dello sviluppo si fonderebbe sulla vecchia “legge” dei “vantaggi comparati”, secondo la quale le aree in ritardo di sviluppo godono di vantaggi rispetto alle aree congestionate centrali, a cominciare dai ridotti costi del lavoro, delle superfici in cui collocare le imprese e in generale dei servizi. In virtù di questi vantaggi, le aree periferiche avrebbero dovuto attrarre massicci investimenti, tali da aumentare l’integrazione produttivo-commerciale con le aree centrali e mettere in moto una crescita più veloce di quella registrata nei centri più sviluppati, attivando così i processi di convergenza.

Tuttavia, i dati dimostrano che questi processi di convergenza spontanei, guidati dal mercato, non si sono messi in moto, se non parzialmente e sporadicamente, e in questi anni si è acuita la divergenza tra aree sviluppate, caratterizzate dall’insediamento di grandi imprese tecnologicamente avanzate e che accumulano avanzi crescenti della bilancia commerciale, e aree arretrate, caratterizzate dalla presenza di piccole-medie imprese con tecnologie tradizionali e che registrano forti disavanzi della bilancia commerciale. Insomma, come previsto dall’ampia letteratura non liberista, che affonda le radici negli scritti di Gunnar Myrdal e John Maynard Keynes, e che assume la presenza di economie di specializzazione e agglomerazione in presenza di rendimenti crescenti, l’eliminazione delle barriere relative al cambio e ai movimento di lavoro e capitale hanno determinato l’opposto di ciò che aveva previsto la Commissione Europea: processi di centralizzazione dei capitali e concentrazione degli investimenti nelle aree centrali, con conseguenti dinamiche di desertificazione economica dei Mezzogiorni. Si tratta dei processi che la letteratura internazionale contemporanea ha definito di “mezzogiornificazione”, utilizzando l’espressione proposta dall’economista premio Nobel Paul Krugman.

Il quadro europeo ha naturalmente anche altri elementi di grande complessità. Basti pensare agli svantaggi che l’Italia ha soprattutto rispetto ad alcuni Paesi dell’est Europa, che praticano politiche di tassazione estremamente basse, allo scopo di attrarre investimenti. Si tratta di pratiche che mostrano tutta la carenza del quadro istituzionale dell’Unione Europea, in cui il dumping fiscale è all’ordine del giorno. Un altro elemento di complessità è dovuto alla compresenza nella Unione Europea di Paesi che hanno adottato l’euro e Paesi che hanno mantenuto la loro valuta e che praticano politiche di svalutazione della loro moneta rispetto all’euro, aumentando così artificiosamente, mediate un dumping del cambio, la loro competitività.

L’inadeguatezza del palinsesto macroeconomico europeo delineato dai Trattati è stata rimarcata dal “monito degli economisti”, pubblicato da noti economisti di vari Paesi nel 2013, sulle colonne del Financial Times. Secondo il “monito”, “occorre esser consapevoli che proseguendo con le politiche di austerità e affidando il riequilibrio alle sole riforme strutturali, il destino dell’euro sarà segnato: l’esperienza della moneta unica si esaurirà, con ripercussioni sulla tenuta del mercato unico europeo. In assenza di condizioni per una riforma del sistema finanziario e della politica monetaria e fiscale che dia vita a un piano di rilancio degli investimenti pubblici e privati, contrasti le sperequazioni tra i redditi e tra i territori e risollevi l’occupazione nelle periferie dell’Unione, ai decisori politici non resterà altro che una scelta cruciale tra modalità alternative di uscita dall’euro”.

 

5.Errori della politica economica italiana

La delusione rispetto agli effetti “salvifici” dell’unificazione monetaria va di pari passo con i pessimi risultati di politiche economiche condotte in questi anni In Italia. Il dualismo crescente tra Mezzogiorno e Centro-Nord in buona parte è l’esito del fallimento della “nuova programmazione per il Mezzogiorno”, che nel corso degli anni ’90 del secolo scorso ha sostituito l’intervento straordinario. Secondo la filosofia della “nuova programmazione” non deve essere lo Stato dal centro a coordinare le politiche, con una impostazione dirigistica “dall’alto”, bensì è il mercato che deve creare spontaneamente le soluzioni, dal basso, che la politica economica può solo assecondare e velocizzare. L’intervento pubblico deve quindi aiutare il mercato, premiando le “vocazioni locali”, mediante gli strumenti della programmazione negoziata. Ciò ha determinato l’erogazione di incentivi (soprattutto con il ricorso alla legge 488 dl 1992) rigettando qualsiasi logica unitaria di politica industriale e generalmente al di fuori di meccanismi di valutazione degli impatti. Una stagione di politiche per il Mezzogiorno che ha clamorosamente fallito. A riguardo, resta una verità storica: il divario tra Mezzogiorno e Centro Nord ha raggiunto il minimo storico quando più intenso è stato l’intervento straordinario e maggiori sono stati gli investimenti diretti pubblici diretti nel Mezzogiorno, ovvero nella metà degli anni 70. La realtà è che le politiche bottom up spesso hanno dato luogo a distorsioni clientelari ed enormi sprechi, finendo anche per incentivare imprenditori “prendi e fuggi”.

Una ulteriore constatazione negativa riguarda la quantità e la qualità della spesa per sostenere lo sviluppo del Mezzogiorno. A riguardo c’è da sottolineare che i fondi strutturali europei che avrebbero dovuto velocizzare i processi di convergenza spontanei del mercato sono risultati del tutto insufficienti. Una goccia nell’oceano. È noto che il bilancio comune dell’Unione è molto contenuto, appena l’1% del pil europeo, e solo una parte di esso (circa lo 0,6% del pil dell’Unione) è impegnato per i fondi strutturali. Non va sottaciuto anche che i fondi strutturali sono stati spesi tardi e male nel Mezzogiorno. Infatti, complici le logiche bottom up e la responsabilità frammentata nelle diverse regioni, è mancato un coordinamento di macroarea, e dunque una qualunque visione strategica d’insieme sull’utilizzo dei fondi. Ciò ha favorito un utilizzo dei fondi per microinvestimenti dal sapore clientelare, che ha avuto un impatto nullo sulla crescita. L’estrema lentezza della spesa, dovuta alla sostanziale inadeguatezza delle amministrazioni del Mezzogiorno nel programmare e spendere i fondi, ha ridotto ulteriormente l’efficacia della spesa comunitaria nel Sud. Come se non bastasse, va anche considerato – come molti osservatori hanno costantemente rilevato – che i fondi strutturali hanno finito per avere un carattere sostitutivo dell’intervento statale ordinario e non aggiuntivo[5]. Le politiche di austerità portate avanti negli scorsi anni dai governi che si sono succeduti, hanno infatti determinato una forte riduzione degli investimenti pubblici finanziati con fondi nazionali.

 

6.Gli impatti recessivi dell’austerità

Gli impatti negativi sulla crescita italiana determinati dalle politiche di austerità di questi anni erano stati ampiamente denunciati dagli economisti keynesiani sin dallo scoppio della crisi[6]. Ed è ben noto che numerosi studiosi, enti di ricerca e persino lo stesso Fondo Monetario Internazionale abbiamo ammesso che molte stime del passato sottovalutavano drammaticamente gli impatti recessivi dei “consolidamenti fiscali” (tagli della spesa pubblica e aumenti della pressione fiscale)[7].

Non vi è dubbio ormai che i continui tagli della spesa pubblica e gli avanzi primari (eccessi del prelievo fiscale sulla spesa pubblica, al netto degli interessi sul debito) per i quali l’Italia detiene il primato in Europa, con il disimpegno statale che essi hanno comportato e gli effetti negativi sulla domanda aggregata, abbiano in questi anni fermato il passo dell’economia italiana e a tutti quei Paesi europei che sono stati spinti a praticare l’austerità (il caso della Grecia è il più tristemente esemplare). Gli effetti negativi delle politiche di austerità sulla domanda aggregata hanno moltiplicato le crisi aziendali e ampliato la misura della crisi. Gli effetti di contrazione della crescita hanno anche retroagito sulle entrate fiscali, non permettendo nemmeno di acquisire i risultati di risanamento delle finanze pubbliche che costituivano gli obiettivi di quelle manovre. Abbiamo pertanto assistito a un susseguirsi di clamorosi fallimenti delle previsioni elaborate dai tecnici del governo e riportati nei documenti ufficiali. Il caso più grave è costituito dalla stima degli effetti dei drastici tagli previsti dal “Salva Italia”, varato dal governo Monti. Ebbene, stando alle previsioni elaborate da quel governo nell’aprile 2012, nell’anno successivo il pil avrebbe dovuto crescere dello 0,5% e il rapporto debito/pil ridursi al 117%. I dati reali, ci dicono invece che il “Salva Italia” fece precipitare il pil dell’1,9% e aumentò il debito/pil al 132%.

I dati relativi alla spesa per consumi finali delle Pubbliche Amministrazioni mostrano il crollo della spesa in termini reali registrato dallo scoppio della crisi ad oggi. Si tratta di una riduzione che – come si osserva – ha riguardato il Mezzogiorno ancora più del resto del Paese. Nel Sud, infatti, i consumi finali delle pubbliche amministrazioni si sono contratti del 10,8%, mentre la riduzione nel Centro-Nord è stata del 6,3% (dati Istat e Ameco). Ponendo pari a 100 la spesa per consumi finali di Italia, Centro-Nord e Mezzogiorno si osserva meglio la dinamica di contrazione complessiva (Figura 4).

 

Figura 4. Spesa per consumi finali delle amministrazioni pubbliche nel Mezzogiorno, Centro-Nord e Italia

Fonte: nostre elaborazioni su dati Istat e Ameco

 

In Italia, a ben vedere, anche il “Piano Industria 4.0”, avviato nel 2017 e inizialmente finanziato con 10 miliardi di euro in un triennio, ha ripercorso gli errori del passato. Secondo stime effettuate dalla SVIMEZ, il Piano non solo non è adeguatamente finanziato ma si rivela essenzialmente funzionale allo sviluppo delle regioni del Centro-Nord, il cui sistema produttivo dovrebbe assorbire circa il 90% delle risorse complessive[8]. In questi anni non sono mancate proposte di intervento da parte dei governi (dai tagli IRAP alle decontribuzioni, dalla Nuova Sabatini all’iperammortamento e al superammortamento legati a Industria 4.0, dal Masterplan ai Patti per il Sud alla introduzione delle Zone Economiche Speciali, sino alla fondazione del ministero per il Mezzogiorno e della Agenzia di Coesione), ma hanno prevalso certamente gli impatti negativi dell’austerità e l’assenza di una politica industriale organica.

 

7.La competitività del sistema produttivo italiano

Chiarito il quadro generale, approfondiamo il ragionamento sulla competitività italiana e del Mezzogiorno riprendendo e aggiornando alcune recenti ricerche[9]. In particolare, articoliamo la riflessione sulla base di due indicatori significativi: l’indicatore di competitività dell’apparato produttivo locale, che misura la competitività del sistema produttivo in senso stretto, e l’Indicatore di contesto territoriale, che misura la competitività del territorio in cui le imprese si trovano ad operare con riferimento alle infrastrutture, ai servizi, alla qualità della funzione pubblica, alle dinamiche di mercato.

Per la costruzione dei due indicatori viene adottata una tecnica consolidata di misurazione della competitività basata sulla media aritmetica di una serie di indici normalizzati in un range che varia da 1 a 7. Ne segue la gradazione di competitività illustrata in Figura 5.

 

Figura 5. Griglia con range di competitività da 1 a 7 per la standardizzazione dei dati

Fonte: Rapporto della Scuola di Governo del Territorio “La competitività italiana. Le imprese, i territori, le città metropolitane”.

 

L’indicatore di sviluppo delle attività produttive scaturisce dall’analisi dei seguenti indici fondamentali di competitività (Figura 6).

 

Figura 6. Indicatore di sviluppo delle attività produttive

Fonte: Rapporto della Scuola di Governo del Territorio “La competitività italiana. Le imprese, i territori, le città metropolitane”.

 

Ebbene, il risultato dell’analisi, condotta sulla base di dati ufficiali, vede le regioni italiane collocarsi nella seguente graduatoria in termini di competitività dei sistemi produttivi (Tabella 1):

 

Tabella 1. Valori dell’indicatore di competitività dell’apparato produttivo locale (anni 2012 e 2016)

Fonte: nostre elaborazioni su dati Infocamere, Eurostat, Istat, Aida, Unioncamere-Excelsior

 

Come si osserva, le differenze di competitività tra le regioni del Centro-Nord e quelle del Mezzogiorno è molto marcata. Le regioni del Mezzogiorno hanno una competitività bassissima o bassa, mentre le regioni del Nord hanno complessivamente una competitività che si attesta a livello medio-basso o medio-alto. La tabella permette anche di evidenziare anche le tendenze in atto tra il 2012 e il 2016 (unici anni per i quali sono disponibili tutti i dati).

Raggruppando le regioni del Centro-Nord e quelle del Mezzogiorno per il 2016, l’analisi conduce al seguente risultato (Figura 7).

 

Figura 7. Indicatore di sviluppo delle attività produttive, 2016

Fonte: nostre elaborazioni su dati Infocamere, Eurostat, Istat, Aida, Unioncamere-Excelsior

 

Come si osserva, le regioni del Mezzogiorno risultano meno competitive per ognuna delle dimensioni osservate rispetto al Centro-Nord, soprattutto a causa di una bassa dimensione delle imprese, una scarsa quota di imprese che fa formazione, una bassa produttività del lavoro, una bassa quota di dipendenti delle imprese laureati, e una scarsa spesa in ricerca e sviluppo.

 

8.Gli indici della scarsa competitività nel Mezzogiorno e nel Paese

Proviamo ora ad approfondire i singoli indicatori, per evidenziare le difficoltà specifiche che caratterizzano il sistema produttivo del Paese, sottolineando il deficit specifico del Mezzogiorno rispetto alle regioni del Centro-Nord. Prendiamo le mosse dalla dimensione media delle imprese. Si conferma che le regioni del Mezzogiorno hanno una dimensione media d’impresa ridottissima, di soli due addetti, la metà del dato medio registrato al Nord (pari a 3,67 addetti). Si tratta di valori particolarmente bassi, tenuto conto che il valore medio europeo è di 5,9 addetti (dati Istat). In effetti la dimensione media delle imprese italiane risulta essere maggiore solo di quelle presenti in Grecia, Slovacchia, Repubblica Ceca e Portogallo.

 

Figura 8 

Fonte: nostre elaborazioni su dati Infocamere e Istat

 

Approfondendo il confronto con l’Europa può essere utile richiamare i dati relativi alla numerosità delle imprese nelle diverse fasce dimensionali sul totale delle imprese stesse (Tabella 2). Si osserva, soprattutto nel confronto con la Germania, la particolare concentrazione delle imprese italiane nelle fasce dimensionali piccole e piccolissime.

 

Tabella 2. Imprese per classi dimensionali (%), 2016

da 1 a 9 da 10 a 19 da 20 a 49 da 50 a 249 oltre 250 SME (1-249)
Germania 81,88 10,14 5,04 2,46 0,48 99,52
Francia 95,07 2,58 1,56 0,65 0,14 99,86
Italia 94,78 3,31 1,29 0,53 0,09 99,91

Fonte: OECD Structural and Demographic Business Statistics     

                           

La letteratura economica ha discusso a più riprese la relazione tra dimensione aziendale e competitività. La più ampia e convincente tradizione di ricerca dimostra come al crescere delle dimensioni crescono anche la possibilità di sfruttare economie di scala, la capacità di introdurre innovazioni tecnologiche e il potere contrattuale nei confronti del sistema creditizio e dei fornitori. Inoltre, le piccole imprese tendono a essere relativamente meno produttive perché generalmente gestite in modo meno efficiente ed esposte a favoritismi familiari. Le piccole imprese assumono frequentemente lavoratori meno qualificati e fanno poca formazione, oltre a pagare salari più bassi e affrontare un rischio di fallimento più elevato. Per queste ragioni, un sistema produttivo caratterizzato da piccole e piccolissime imprese si rivela tendenzialmente poco competitivo.

Un ruolo importante nel determinare la competitività del tessuto produttivo è rivestito anche dal modello di governance adottato dalle imprese del territorio. L’indice relativo alla quota delle società di capitali, dato dal rapporto tra il numero di imprese con forma giuridica “società di capitale” e il numero totale delle imprese attive, fornisce una indicazione sugli assetti proprietari prevalenti. I modelli organizzativi più complessi e gerarchici tipici delle società di capitale sono ritenuti generalmente più efficienti di quelli che solitamente caratterizzano le società di persone. Solitamente, infatti, le società di capitali hanno una struttura aziendale più articolata, che permette una netta divisione dei compiti e delle responsabilità, oltre ad essere maggiormente propense a separare la proprietà dal management, facendo ricorso a manager di esperienza.

 

Figura 9

Fonte: nostre elaborazioni su dati Infocamere

 

Anche in questo caso il dato del Mezzogiorno (16%) è inferiore alla media italiana (18,31%) e distante dai dati del Centro (22%) e del Nord (19%).

Ma il tessuto produttivo italiano e merdionale è affetto anche da altri problemi. Le imprese presenti in Italia, e nel Mezzogiorno in particolare, investono poco in ricerca e sviluppo. La ricerca riveste un ruolo fondamentale nel sistema economico: grazie ad un’attività di ricerca efficiente è possibile introdurre innovazioni di prodotto e di processo che stimolano la competitività delle imprese di un territorio. Con l’indice spesa in ricerca e sviluppo si misura il rapporto tra la spesa delle imprese e il numero dei lavoratori dipendenti (Figura 10).

 

Figura 10

Fonte: nostre elaborazioni su dati AIDA

 

Si osserva che la spesa in ricerca e sviluppo delle imprese meridionali è pari a circa 233 euro per dipendente nel 2016, un terzo di quanto spende in media una impresa del Nord (678 euro).

Da un lato, le difficoltà legate alla crisi economica hanno ridotto la propensione delle imprese a investire in spese in conto capitale ma, dall’altro, è anche vero che molte imprese non riescono a cogliere le opportunità di incentivi e finanziamenti offerti dalle norme. Il Rapporto Svimez rileva infatti che sono soprattutto le piccole e medie imprese del Mezzogiorno a non saper sfruttare i finanziamenti messi disposizione. Secondo il Rapporto, le imprese del Mezzogiorno trovano maggiore difficoltà a intercettare determinate opportunità per ragioni riconducibili principalmente alle ridotte dimensioni aziendali, alla bassa specializzazione produttiva e alla scarsa diffusione di una cultura dell’innovazione[10].

La bassa spesa in ricerca e sviluppo rappresenta una delle maggiori strozzature allo sviluppo dell’economia italiana. I dati OCSE raccolgono la spesa complessiva pubblica e privata mostrando che in media in Paesi dell’Unione Europea spendono l’1,9% del pil. Il dato sale naturalmente per i Paesi più avanzati: la Germania arriva a spendere il 2,9% del pil e la Francia il 2,2. L’Italia è lontanissima, fermandosi a una spesa dell’1,3% del pil (dati OCSE 2016).

Al tempo stesso le imprese del Mezzogiorno sembrano credere ancora meno di quelle del Centro-Nord nella qualità del lavoro, considerati gli scarsi investimenti in formazione professionale e la ridotta quota di dipendenti laureati e/o specializzati presenti nelle aziende. L’indice quota delle imprese che fanno formazione rappresenta la quota percentuale di imprese che internamente o esternamente hanno effettuato corsi di formazione per il proprio personale. Come mostra la Figura 11 nel Mezzogiorno la quota percentuale di imprese che fa formazione è appena del 22%, ben dieci punti percentuali in meno rispetto alla quota pur bassa nel confronto internazionale registrata dalla imprese del Nord (31,7%).

Figura 11

Fonte: nostre elaborazioni su dati Excelsior- Unioncamere

 

Una indicazione interessante per operare confronti internazionali proviene dalla banca dati Eurostat. Questa mostra che la percentuale di persone in età compresa tra 25 e 64 anni coinvolte in attività di formazione è molto diversa tra i Paesi europei, e purtroppo significativamente bassa in Italia. Nelle quattro settimane precedenti l’indagine condotta nel 2017 nei 28 Paesi dell’Unione Europea il 10,9% dei lavoratori era stato coinvolto in attività di formazione (il dato raggiunge l’11,4% nell’Eurozona). Un dato che sale molto in alcuni Paesi, come la Francia dove raggiunge il 18,7%. Purtroppo in Italia il valore si attesta al 7,9%.

L’indice quota di dipendenti laureati rappresenta la quota percentuale delle assunzioni di persone in possesso di una laurea previste dalle imprese nell’anno di riferimento, e fornisce una indicazione della propensione delle imprese ad investire nella qualità del lavoro[11]. Come mostra la Figura 12, anche in questo caso è evidente la distanza della realtà produttiva del Mezzogiorno rispetto a quella del Centro-Nord.

 

Figura 12

Fonte: nostre elaborazioni su dati Excelsior- Unioncamere

 

Nel Sud la percentuale di assunzione di dipendenti laureati è appena del 7,4%. Un valore estremamente basso, che si eleva all’11,1% nel Nord e al 11,7% nel Centro. Si tratta di un dato che di per sé fornisce una spiegazione convincente di quell’aspetto del fenomeno migratorio dal Sul verso il Nord, ma anche dall’Italia nel suo insieme verso l’estero, definito “fuga dei cervelli”.

La bassa dimensione media delle imprese, la ridotta spesa per nuove tecnologie, lo scarso investimento nella qualità del lavoro sono certamente correlati al dato della produttività del lavoro (come rapporto tra il valore aggiunto e il numero di occupati dipendenti delle imprese). La Figura 13 mostra i dati relativi alla produttività del lavoro per addetto.

 

Figura 13

Fonte: nostre elaborazioni su dati Istat 

 

Il valore aggiunto realizzato in media da ogni occupato nel Mezzogiorno nel 2016 (ultimo anno per cui è disponibile il dato) è pari a circa 52 mila euro, molto distante dagli oltre 66 mila euro per occupato registrato nel Nord. Il dato medio italiano è certamente basso nel confronto con la media europea e in particolare con Germania e Francia. È ben noto che negli anni passati le cause della scarsa produttività del lavoro in Italia sono state spesso ricondotte a presunte inefficienze delle istituzioni del mercato del lavoro. Una tesi che si è rivelata ampiamente erronea. Le politiche di deregolamentazione nel nostro Paese sono state molto intense, più che altrove in Europa, al punto che l’indice di protezione del lavoro (EPL), calcolato dall’OCSE, si è ridotto di oltre il 40%. E nonostante ciò non abbiamo registrato alcun vantaggio in termini occupazionali o di produttività del lavoro. Disponiamo ormai di molti studi che mostrano come al crescere della fessibilità del mercato del lavoro i tassi di disoccupazione aumentino e che evidenziano addirittura una relazione di segno negativo tra produttività e flessibilità[12].

Le politiche di deregolamentazione del mercato del lavoro più che agire positivamente sull’occupazione o sulla produttività hanno impattato negativamente sul livello dei salari. Iniziamo qui con il registrare il differenziale nel costo medio del lavoro tra Mezzogiorno e Centro-Nord. Il dato scaturisce dal rapporto tra il costo del lavoro totale (comprensivo di tasse e contributi) e il numero dei dipendenti delle imprese private (Figura 14). Ricorrendo sempre a dati ufficiali, si evince che nel Mezzogiorno il costo medio per addetto è di circa 28 mila euro, contro i circa 39 mila euro del Nord.

 

Figura 14

Fonte: nostre elaborazioni su dati AIDA

 

Queste differenze nel costo del lavoro si spiegano anche con la circostanza che le imprese del Mezzogiorno tendono a utilizzare contratti di lavoro a termine ben più delle imprese del Nord (Figura 15).

Figura 15

Fonte: nostre elaborazioni su dati Istat

 

Stando ai dati Eurostat, la differenza salariale tra lavoratori con contratti a tempo indeterminato e lavoratori con contratti a termine è molto elevata. Nell’Eurozona la differenza tra i livelli salariali rasenta, secondo gli ultimi dati disponibili, il 40% a favore naturalmente dei lavoratori con contratti di lavoro a tempo indeterminato. Questi dati contribuiscono a spiegare le pesantissime differenze salariali tra Mezzogiorno e Centro-Nord registrate dall’Istat (Figura 16).

 

Figura 16

Fonte: nostre elaborazioni su dati Istat

 

Si potrebbe ritenere che il forte contenimento dei salari che abbiamo registrato in questi anni in Italia sia un fenomeno temporaneo. I dati ufficiali ancora una volta smentiscono questa circostanza, dal momento che la quota dei salari sul pil (la parte del prodotto interno lordo che va a remunerare i redditi da lavoro) si è progressivamente ridotta di ben dieci punti in un cinquantennio, dal 70,3% del 1964 al 60,6% del 2016. Il che significa che in questi decenni abbiamo assistito in Italia a una gigantesca redistribuzione dei redditi al contrario: dai salari ai profitti e alle rendite. Si tratta di un processo che non ha avuto alcun effetto positivo sulla crescita. Come infatti abbiamo recentemente confermato, applicando le tecniche proposte dalla accademia di Berlino, in Italia la crescita è normalmente trainata dai salari (wage led), cioè è tanto forte quanto più elevata è la quota dei salari sul pil[13]. D’altronde, i salari rappresentano certo un costo per le imprese, ma sono anche una indispensabile fonte di domanda. Se si riducono i salari, anche la domanda di beni di consumo si ridimensiona e con essa gli stessi ricavi delle imprese. E in Italia, la spinta delle esportazioni legata al basso costo del lavoro non riesce storicamente a compensare il deficit di domanda di beni di consumo conseguente ai bassi salari.

Da tutto ciò emerge con chiarezza che il problema di competitività del tessuto produttivo italiano non è connesso alle regole del mercato del lavoro o alla dimensione dei salari. Al contrario, la compressione dei salari che abbiamo registrato in termini di quota del pil ha rallentato il passo all’economia italiana. Resta dunque la conclusione che il deficit di competitività dell’apparato produttivo è legato alle caratteristiche del modello di specializzazione produttiva che si rivela antiquato e inadeguato. Un modello di specializzazione fondato su una competitività da bassi costi, caratterizzato da imprese troppo piccole, con modelli di governance spesso superati, che investono poco in ricerca e nuove tecnologie, che non puntano sulla qualità del lavoro.

 

 9.Il deficit infrastrutturale del contesto territoriale

Lo studio dell’indicatore di competitività del contesto territoriale conferma le difficoltà del sistema Italia ed anche il maggiore “ritardo” del Mezzogiorno rispetto al Centro-Nord. Si conferma, infatti, anche per il contesto territoriale una competitività bassa o medio-bassa delle regioni meridionali e una competitività media o medio-alta per quelle del Nord.

 

Tabella 3. Valori dell’indicatore di competitività del contesto territoriale locale (anni 2012 e 2016)

 

Fonte: nostre elaborazioni su dati Istat, datitaliaitalie, Banca d’Italia, Commissione Europea-Aida, CNA

 

L’elenco degli indici che compongono questo indicatore è contenuto nella Figura 17.

 

Figura 17. Indicatore di contesto territoriale

Fonte: Rapporto della Scuola di Governo del Territorio “La competitività italiana. Le imprese, i territori, le città metropolitane”.

 

Senza entrare nel merito dei singoli indici, l’analisi dimostra che la dotazione di infrastrutture materiali e immateriali del Mezzogiorno, e dell’intero Paese nel suo insieme, non regge adeguatamente la concorrenza internazionale. D’altronde si tratta di dati ben noti. La Banca Mondiale calcola la qualità delle infrastrutture dei trasporti di 167 paesi con il Logistics Performance Index (LPI). Stando agli ultimi dati disponibili, la Germania si colloca a primo posto, la Francia al quindicesimo e l’Italia solo al ventunesimo[14]. Sempre sul piano delle infrastrutture dei trasporti anche il recente Rapporto Istat “Noi Italia” conferma queste conclusioni. Nel Rapporto si ricorda che siamo tra i paesi dell’Unione a più bassa intensità autostradale, ben lontani dai valori di Spagna, Francia e Germania (che oscillano tra 2,9 e 6,9 Km per 10 mila vetture nel 2015). Disponiamo inoltre di una rete ferroviaria pari a 27,6 km ogni centomila abitanti. Si tratta di un dotazione molto al di sotto della media europea, seguita solo da Regno Unito, Portogallo, Grecia e Paesi Bassi[15].

Tra i dati peggiori relativamente all’indicatore di competitività territoriale, in particolare nel Mezzogiorno, si rilevano la qualità della funzione pubblica, la difficoltà di accesso al credito bancario, l’inadeguatezza del sistema infrastrutturale e logistico, la carenza di domanda sia da parte del settore pubblico che privato.

Per quanto attiene alla qualità della funzione pubblica e dei servizi pubblici locali, si evidenzia che la qualità media nel Mezzogiorno è di gran lunga inferiore a quella del Centro-Nord e, ciò è vero in misura ancora particolare per i servizi pubblici locali (trasporti locali, rifiuti, acqua, distribuzione del gas e asili nido). Questi differenziali tendono a permanere nel tempo e secondo parte della letteratura derivano da differenze non solo nei livelli di spesa ma anche nel grado di efficienza nell’utilizzo delle risorse. L’indagine europea ANTICORP sulla qualità della PA suddivide l’Unione Europea in 206 regioni e colloca le regioni del Sud d’Italia tra le peggiori 30, con la Campania che si classifica addirittura al 202° posto. Vi sono però anche ragioni per ritenere che le valutazioni riflesse in questi indici siano ingenerose con le pubbliche amministrazioni meridionali. Il Rapporto Svimez[16] prova a sfatare l’idea di una “gigantesca macchina amministrativa” che fagociterebbe risorse, producendo un eccessivo numero di posti di lavoro. In effetti, sugli oltre 3 milioni di addetti nella PA, solo 530mila si trovano nel Sud, mentre oltre 800mila sono nel Nord. In rapporto alla popolazione, poi, il personale occupato nella PA è di circa 30 addetti ogni mille abitanti nel Nord, e di 26 addetti ogni mille abitanti al Sud.

 

10.Una nuova stagione di politiche industriali?

Il quadro sopra descritto è desolante. Il sistema Paese presenta un apparato produttivo in cui certamente non mancano qualità imprenditoriali e imprese di grande successo, sostenute da una forza lavoro altamente qualificata. Tuttavia, l’analisi ci consegna un sistema di imprese molto piccole, con sistemi gestionali troppo improntati al capitalismo familiare, che spesso non competono sulla qualità del prodotto e sulle innovazioni, che non credono nella qualità del lavoro, che tendono a misurarsi generalmente sul piano della compressione dei costi e dei diritti. Inoltre, le imprese si trovano a operare in un contesto territoriale inadeguato, povero di infrastrutture materiali e immateriali all’altezza della concorrenza internazionale. E, come si osservato, nel quadro difficile dell’intero Paese, il Mezzogiorno vive una condizione di arretratezza desolante.

Siamo dunque a cospetto di un deficit di competitività molto grave che richiederebbe una nuova stagione di politiche industriali incisive. Una strategia articolata e complessiva, che punti ad ammodernare le infrastrutture del Paese e spinga il sistema delle imprese a compiere un salto tecnologico-dimensionale tale da innescare la crescita, aumentare l’occupazione, sostenere il lavoro stabile, di qualità, adeguatamente remunerato. Una condizione indispensabile, questa, anche per alimentare la domanda interna e sostenere l’occupazione e lo sviluppo economico e sociale. A questo scopo, occorrerebbe un ripensamento delle strategie tale da superare anche la parcellizzazione dei centri decisionali, di livello sovraregionale anche per ciò che concerne l’utilizzo dei fondi europei. E naturalmente servirebbero risorse per gli investimenti pubblici diretti, per gli aiuti alle imprese, per gli ammortizzatori sociali rivolti ai lavoratori che operano in imprese in crisi, che conoscono fasi di rallentamento delle attività produttive.

Ebbene, anche sul piano delle risorse per le politiche industriali i dati più recenti sono impietosi.

Gli investimenti pubblici diretti sono particolarmente rilevanti, considerato il grave gap infrastrutturale, ed è chiaro che per le ragioni anzidette essi dovrebbe essere innanzitutto indirizzati al Mezzogiorno. D’altronde diversi studi dimostrano che l’impatto sulla crescita di questo tipo di investimenti sarebbe particolarmente elevato[17]. Tra l’altro, per loro natura, si tratta di investimenti che hanno un importante effetto di incremento occupazionale. Ma la realtà è che tali investimenti complessivi sono letteralmente crollati dopo la crisi e il divario tra Italia ed Europa si è ulteriormente ampliato. Nel 2017 gli investimenti pubblici totali italiani si sono fermati al 2% del pil contro il 2,7% della media europea. Si noti che lo scorso anno in Francia gli investimenti pubblici hanno raggiunto il 3,4% del pil.

 

Figura 18. Investimenti pubblici in Italia e Unione europea (% del PIL)

Fonte: nostre elaborazioni su dati Eurostat

 

Ponendo pari a 100 gli investimenti pubblici nel 2007, si mostra (Figura 19) che anche l’Unione Europea nel suo insieme ha ridotto gli investimenti, e così anche la Francia, che addirittura nel 2007 impegnava il 3,9% del pil per gli investimenti pubblici. Ma è evidente che il calo dell’Italia è stato particolarmente vistoso, di oltre il 30%, e in termini assoluti il livello degli investimenti nel 2017 è del tutto insufficiente. Mentre, in controtendenza, la Germania aumenta gli investimenti del 15%.

 

Figura 19. Variazione % investimenti pubblici in Italia, Unione europea, Francia e Germania

Fonte: nostre elaborazioni su dati Eurostat

 

A ciò si aggiunge che la spesa pubblica italiana in un settore decisivo come la ricerca e sviluppo resta ai minimi termini: siamo solo al diciassettesimo posto in Europa con un timido 0,56% del pil, contro una media europea dello 0,71%.

Dal punto di vista degli incentivi alle imprese ci troviamo a cospetto di un dato ancora più disarmante, considerato che la spesa italiana è meno di un terzo della media europea. Infatti, lo Stato ha speso nel 2017 solo lo 0,22% del pil per aiuti e incentivi alle imprese, contro lo 0,69% della media europea. Contemporaneamente, la Germania ha speso addirittura sei volte in più rispetto all’Italia, portando gli aiuti alle imprese all’1,3% del suo pil.

Ancora una volta, ponendo pari a 100 il valore degli aiuti di Stato del 2007 per ciascun Paese (Figura 20), si evince che l’Italia ha ridotto significativamente gli aiuti alle imprese, mentre la media dei paesi europei, la Francia e soprattutto la Germania li hanno considerevolmente aumentati. È interessante anche notare la differenza di comportamento dei Paesi nel 2008, anno culmine della crisi. Germania, Francia e la media dei Paesi europei aumentavano considerevolmente gli aiuti alle imprese, limitando così l’ondata di fallimenti, mentre in Italia gli aiuti rimanevano stabili, per poi successivamente diminuire.

 

Figura 20. Aiuti di Stato (con 2007 pari a 100) 

Fonte: nostre elaborazioni su dati Commissione Europea e Eurostat

 

Dai dati sopra riportati si desume che per raggiungere la medesima quota europea degli investimenti sul pil, l’Italia avrebbe dovuto spendere 12 miliardi in più nel solo 2017, e addirittura 21 miliardi in più se avesse voluto raggiungere il livello francese. Viceversa, se avesse voluto raggiungere la medesima quota europea degli aiuti di Stato sul Pil, nel 2016 (ultimo anno per cui sono disponibili i dati ufficiali) l’Italia avrebbe dovuto spendere 7,9 miliardi in più, e addirittura 18 miliardi in più se avesse voluto raggiungere lo standard tedesco.

Si tratta di valori elevatissimi che dimostrano il drammatico sottoinvestimento pubblico in investimenti e politiche industriali, che dura ormai da molti anni e ha fortemente indebolito il tessuto produttivo del Paese.

Si comprende bene che, a cospetto di queste differenze tra spese italiane in investimenti e aiuti di Stato e le spese europee, che le risorse che state originariamente stanziate per il Piano Industria 4.0 (appena 10 miliardi disponibili tra il 2017 e il 2020) sono largamente insufficienti, oltre che da ripensare sul piano della strategia complessiva insieme ai vari strumenti messi in campo, anche perché in certa misura penalizzanti per il Mezzogiorno.

Altro capitolo decisivo per sostenere l’apparato produttivo del Paese è quello degli ammortizzatori sociali, indispensabili per non disperdere capitale umano e professionalità in presenza di crisi industriali o rallentamento dell’attività lavorativa. I dati ufficiali dimostrano che anche gli ammortizzatori sociali sono ampiamente sottofinanziati in Italia rispetto alla media europea. L’Italia spende infatti circa lo 0,9% del pil contro una media UE a 15 di circa l’1,5% (dati 2016, Eurostat e Istat). In questo caso la minore spesa rispetto alla media europea è stata di oltre 10 miliardi nel solo 2016 (anche in questo caso si tratta dell’ultimo anno per cui sono disponibili i dati ufficiali).

Il ritardo accumulato dal Paese negli scorsi anni in tema di sostegno alla crescita economica e spinta all’ammodernamento del nostro apparato produttivo e infrastrutturale è enorme. Sarebbe urgente, improcrastinabile, una nuova stagione di politiche industriali che aggrediscano il nodo della competitività, rilanciando la capacità di offerta di merci e servizi del Paese.

 

11.La competitività non è una priorità?

A cospetto delle gravi carenze di competitività del tessuto produttivo e del contesto territoriale, oltre che della scarsità di risorse messe in campo negli ultimi anni, un governo del cambiamento dovrebbe puntare grande parte della sua strategia di rilancio sulla riqualificazione dell’offerta.

La manovra che il governo attuale sta delineando si profila anche apprezzabile sul piano della inversione di tendenza che prova a imprimere sul piano della finanza pubblica, ma gravemente deficitaria proprio sul terreno decisivo del rilancio competitivo.

Un passo positivo è stato compiuto con la Nota di Aggiornamento del Documento di Economia e Finanza approvata a fine settembre, nella quale il governo ha impresso una discontinuità sul piano delle finanze pubbliche. Infatti, rispetto agli obiettivi delineati nel Documento di Economia e Finanza di aprile 2018 – che prevedeva di ridurre il deficit allo 0,8% del pil e aumentare l’avanzo primario al 2,7% del pil – il governo ha deciso di incrementare il deficit sino al 2,4% del pil e ridurre l’avanzo primario all’1,3% del pil. Si tratta di una inversione di rotta positiva, considerati gli insuccessi e i danni prodotti, anche in termini di distruzione di capitale produttivo, dalle politiche di austerità degli anni scorsi. Una discontinuità che porrebbe le condizioni per rilanciare la crescita se le risorse ricavate con il maggiore deficit (22 miliardi in più rispetto al quadro tendenziale, circa 30 miliardi in più rispetto alle politiche prefigurate nel DEF di aprile scorso) fossero incanalate nel sostegno della domanda aggregata e soprattutto nelle politiche industriali.

Certo, per quanto riguarda la domanda aggregata, asfittica dopo anni di austerità, l’introduzione del reddito di cittadinanza può presentarsi come uno strumento utile. Considerato che il reddito verrà devoluto ai cittadini meno abbienti, è presumibile che esso sarà interamente speso, e inoltre in beni e servizi prodotti a livello locale, da imprese interne (insomma zero risparmio e scarse importazioni). Il meccanismo moltiplicativo che esso genererà potrebbe essere incisivo e fornire una spinta apprezzabile alla domanda interna.

Ma sul versante degli investimenti pubblici, degli incentivi alle imprese e degli ammortizzatori sociali il quadro appare molto deludente, mettendo seriamente a rischio l’obiettivo di crescita dell’1,5% definito dal governo per il 2019. Ciò almeno si deduce dalla lettura della Nota di Aggiornamento e soprattutto del Documento Programmatico di Bilancio (inviato alla Commissione Europea ad ottobre). Nel documento è previsto infatti che gli investimenti pubblici aumentino di 0,19 punti percentuali nel 2019 (appena 3,5 miliardi di euro), anche attraverso la realizzazione di una sorta di centrale di supporto alla progettazione, operativa a livello nazionale. Tra gli elementi di politica industriale evidenziati nel Documento Programmatico di Bilancio ci sarebbero la riduzione Ires (dal 24% al 15%) per chi reinveste gli utili in beni strumentali e nuova occupazione, però con contestuale abrogazione dell’ACE (Aiuto alla Crescita Economica); l’abrogazione dell’imposta sul reddito dell’imprenditore (IRI) che nelle intenzioni del governo sarebbe sostanzialmente superata dall’introduzione della flat tax, che però si presenta come un provvedimento non già a favore delle imprese quanto dei piccoli professionisti detentori di partita iva; una proroga con importi ridotti rispetto a quanto previsto dall’analogo Documento dello scorso anno del superammortamento e dell’iperammortamento, finalizzati rispettivamente a incentivare gli investimenti in macchinari tradizionali e beni funzionali alla trasformazione tecnologica; il piccolo incremento dello 0,19% del pil degli investimenti a livello nazionale e al livello territoriali, in quest’ultimo caso con utilizzo non meglio chiarito degli avanzi di amministrazione degli esercizi precedenti.

Un quadro di interventi che appare confuso, ben lontano dal delineare una strategia organica di politica industriale e che di fatto mette in campo risorse assolutamente insufficienti. In tal modo non è certo possibile affrontare i problemi di competitività che affliggono il sistema Italia e il Mezzogiorno in modo ancora più drammatico.

 

 

[1] Qui e in seguito utilizziamo prevalentemente dati Eurostat, Istat, Ameco-Commissione Europea, OCSE, Svimez.

[2]La Nota di Aggiornamento al Documento di Economia e Finanza 2018 approvata dal governo a fine settembre prevede per il 2018 un tasso di crescita italiano dell’1,2%.

[3] Le dinamiche di divergenza in atto sono confermate dai test di divergenza e dalla semplice analisi del Coefficiente di variazione del tasso di crescita del pil pro capite. Sul dualismo crescente in Europa si rinvia a “Eurocrisi, il conto alla rovescia non si è fermato”, di Riccardo Realfonzo e Angelantonio Viscione (economiaepolitica.it, 2 dicembre 2014) e a “Brexit e fine dell’euro. Il ‘monito degli economisti’ aveva visto giusto”, di Riccardo Realfonzo (economiaepolitica.it, 24 giugno 2016).

[4] Per approfondimenti sul punto specifico si rinvia a “Le due Italie al lavoro”, di Vittorio Daniele, economiaepolitica.it, 1 marzo 2018.

[5] Nulla di paragonabile per quantità e qualità allo sforzo fatto dai tedeschi, dopo l’unificazione delle due Germanie avvenuta nel 1990. Secondo uno studio di alcuni centri di ricerca tedeschi, la riunificazione tedesca è costata circa 2 mila miliardi di euro tra il 1990 e il 2013. Ma in quel Paese, non a caso, i ritmi di crescita della ex Germania dell’Est hanno agganciato quelli della Germania dell’Ovest, determinando una rapida riduzione del divario.

[6] Si veda ad esempio la “Lettera degli economisti” contro le politiche di austerità del 14 giugno 2010.

[7] Famoso è stato il mutamento di prospettiva proposto dall’allora capoeconomista del Fondo Monetario Internazionale, Olivier Blanchard. Così il Fondo Monetario Internazionale – prima con il World Economic Outlook del 2012 e poi con il saggio “Growth Forecast Errors and Fiscal Multipliers” del 2013 – ha ammesso la presenza di frequenti rilevanti sottostime dei moltiplicatori della politica fiscale e conseguentemente degli effetti depressivi dell’austerità.

[8] Svimez, Rapporto 2018, p. 15.

[9] Il riferimento è al Rapporto sulla competitività della Scuola di Governo del Territorio dal titolo (“La competitività italiana. Le imprese, i territori, le città metropolitane”, a cura di Riccardo Realfonzo, FrancoAngeli, Milano, 2016). ll Rapporto della Scuola si avvantaggia degli sviluppi tecnico-analitici compiuti dal WEF e dalla Commissione Europea.Tuttavia, gli indici sviluppati dalla Scuola si distinguono da quelli del WEF e della Commissione europea, perché questi ultimi, ispirandosi ai modelli di crescita endogena, tendono a misurare la competitività esclusivamente in termini di trasformazioni istituzionali volte a favorire il regime di libero mercato e non attribuiscono un peso adeguato al ruolo della domanda aggregata. Per approfondimenti sul calcolo due indicatori e sugli indici sottostanti si rinvia al Rapporto della Scuola di Governo del Territorio.

[10] Rapporto Svimez 2017, “Piano nazionale Industria 4.0: una valutazione dei possibili effetti nei sistemi economici di Mezzogiorno e del Centro-Nord”.

[11] Il database Excelsior Unioncamere fornisce il dato delle le assunzioni previste per titolo di studio o qualifica posseduta. Nel nostro caso, ci riferiamo alla quota percentuale di assunzioni previste di laureati sul totale delle assunzioni che l’impresa prevede nell’anno di riferimento.

[12] Ad esempio, si vedano a riguardo “La favola dei superprotetti. Flessibilità del lavoro, dualismo e occupazione in Italia” di Riccardo Realfonzo (economiaepolitica.it, 26 settembre 2014) e “Riforme del mercato del lavoro, occupazione e produttività: un confronto tra l’Italia e l’Europa” di Pasquale Tridico, Sindacalismo, 2015.

[13] Per approfondire la questione si rinvia a “Quota salari e regime di accumulazione in Italia”, di Rosa Canelli e Riccardo Realfonzo (economiaepolitica.it, 9 febbraio 2018).

[14] World Bank, Connecting to Compete, Washington 2018.

[15] Rapporto ISTAT “Noi Italia”, edizione 2018.

[16] Il riferimento è a Svimez, Pubblica Amministrazione e Sud: i nuovi contenuti del divario (Salustri e Miotti, 2013).

[17] Tra gli altri, Irpet-Svimez hanno stimato moltiplicatori pari a 1,37 e 1,85 a seconda che si analizzi l’effetto sul pil nello stesso anno nel quale avviene l’aumento/decremento degli investimenti pubblici o l’effetto sul pil 5 anni dopo.

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