Cercare ancora. Il capitalismo, la tecnica, l’ecologia e la sinistra scomparsa. L’attualità di Claudio Napoleoni

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Political and social notes

Da dove iniziare, volendo recuperare, soprattutto ora, il pensiero e l’opera – complessa, molteplice, culturalmente alta – di Claudio Napoleoni?

Lo faremo concentrandoci su due suoi temi forti – trascurandone per necessità molti altri, come la questione della pace e della guerra, di Dio e della laicità (e il suo voler ripensare il rapporto tra politica religione) o le divergenze con Rodano e le critiche a Sraffa. Due temi che ci coinvolgono direttamente avendo dedicato ad essi, in questi anni, le nostre attività di analisi e di ricerca: il tema della tecnica, intesa come sistema/meccanismo integrato e integrante di uomini e macchine[i]; e quello, strettamente connesso/dipendente dell’alienazione[ii].

Partiamo dall’alienazione. Napoleoni scriveva così, nel 1988 – pur non accettando pienamente (e neppure noi, oggi), la definizione ingraiana di allora delle nuove alienazioni (“perché credo che non ci sia niente di nuovo a questo riguardo… è sempre la stessa, vecchia cosa che il marxismo ha già analizzato…”[iii]): l’alienazione è cioè “il piano in cui si riprende la tematica dell’inclusione dell’uomo moderno dentro meccanismi, non importa se pubblici o privati, che lo dominano, ne espropriano l’autonomia, ne fanno l’elemento di una macchina; [ma] è anche il piano in cui si parla di distruzione della natura e di questione femminile”.

Uscire da questa alienazione doveva allora diventare il compito principale della politica in senso lato e dalla sinistra in senso specifico. Compito che “non è tanto la lotta alla concentrazione del potere economico, quanto l’assumere il problema dell’unificazione nell’alienazione di quella che appare in maniera immediata e sociologica, come la frantumazione sociale[iv].

E da qui, arriviamo al secondo tema che affrontiamo con Napoleoni: la questione della tecnica.  Riprendendo quella “visione che in sede filosofica ha assunto una pregnanza e diffusione sempre maggiore [ovvero che ciò] che originariamente è stato definito come il dominio della cosa sull’uomo può essere precisato e specificato mediante il concetto della tecnica, della tecnica moderna (…), concepita come manipolabilità all’infinito della realtà senza alcun argine, senza alcun condizionamento, senza nessun riferimento a valori altri che non siano quelli del progresso tecnico e commerciale”; e richiamando la tesi per cui la tecnica non è neutrale ma persegue un solo fine, se stessa e il proprio accrescimento, producendo conseguentemente un dominio sul mondo (su uomini e natura) “il più incondizionato che si possa immaginare”, Napoleoni ammetteva sì che la questione è ancora controversa, però poneva l’accento sul problema fondamentale (allora e ancor più oggi) che concerne il rapporto sbilanciato e asimmetrico dell’uomo moderno (e della democrazia) con la tecnica. Scriveva infatti: “ogni volta che si è voluto stabilire un condizionamento non tecnico sulla tecnica, questa operazione è fallita; ogni volta (…) che si è detto: ma qui c’è un difetto di moralità e allora ripristiniamo certi valori morali e poi anche politici, in maniera da dare alla tecnica fini diversi da quelli che essa ha per proprio conto, essa si è rivelata come una operazione che si potrebbe definire assolutamente patetica”[v].

E invece è proprio qui – come sottolineava Napoleoni e come anche noi sosteniamo – che si gioca il futuro della libertà e della democrazia. Cioè “il dominio va guardato in faccia per quello che è, non per quello che noi immaginiamo che sia”. Perché “c’è una malizia fondamentale della tecnica, una malizia intrinseca” e il dominio delle cose sull’uomo acquista una forma diversa, “culminante nel modo in cui si presenta e viene esercitata la tecnica”. Per cui la questione – per la sinistra (“dove non c’è più l’abitudine a ragionare in grande, cioè per grandi problemi, per grandi prospettive, soprattutto”) – è proprio ragionare prima sulla tecnica e su macchine (allora e ancor più oggi) che non solo sostituiscono l’operazione fisica del lavoro ma anche quella mentale, ma poi su come “sistemarla [la tecnica] sul piano teorico”[vi]. Oggi, diceva Napoleoni nel 1987, “l’espropriazione della soggettività è molto più radicale di quanto Marx non pensasse. Il punto decisivo, dove lui si arresta nella deduzione rigorosa delle conseguenze che si debbono trarre dalla figura dell’alienazione, è la questione delle macchine (…) la distinzione tra macchine e uso capitalistico delle macchine. A quel punto, invece di portare la questione alle sue conseguenze estreme, si arresta. E allora la macchina usata non capitalisticamente diventa il punto di forza su cui far leva per sollevare il mondo. Solo che questo punto, secondo me, non regge[vii].

L’errore di Marx (e dei marxismi) e l’essenza della tecnica

Non reggeva allora e non regge ancor di più oggi, perché è stata maliziosamente la stessa tecnica capitalistica (e la tecnica è capitalista, il capitalismo moderno è tecnico) a proporsi come general intellect. Perché la tecnica (come il capitalismo con il profitto) non è neutra ma persegue solo il proprio accrescimento e non accetta limiti a questo accrescimento. Per questo – aggiungiamo – non può esistere una tecnica comunista (o libertaria), positiva e capace di giovare non solo ai lavoratori quanto all’umanità intera, come immaginava ingenuamente Marx nel Frammento sulle macchine dei Grundrisse, perché invece la tecnica, come sosteneva Napoleoni confrontandosi con Heidegger e con Severino, ha una sua specifica essenza (infra). Come era illusione credere che il capitalismo sarebbe crollato lasciando subentrare virtuosamente “il libero sviluppo dell’individualità”. Marx aveva per altro ben compreso come funzionano le macchine e a cosa si riduce il lavoro umano in un sistema di macchine – cioè “riesce a dare la rappresentazione di una società di pura oggettivazione, e quindi riesce a prevedere con assoluta esattezza la società tecnocratica”, scriveva Napoleoni in una lettera a Del Noce[viii] – ma poi, pur vedendo le leggi della tecnica le legava/subordinava al solo capitalismo sfruttatore. Questo è stato appunto l’errore suo e di tutti i marxismi (Lenin era più taylorista di Taylor).

Scriveva Marx, nei Grundrisse: “la macchina, che possiede abilità e forza al posto dell’operaio, è essa stessa il virtuoso, che possiede una propria anima nelle leggi meccaniche in essa operanti e, come l’operaio consuma mezzi alimentari, così essa consuma carbone, olio, ecc., per mantenersi continuamente in movimento. L’attività dell’operaio (…) è determinata e regolata dal movimento del macchinario e non viceversa. Il lavoro (…) [è] frantumato, sussunto sotto il processo complessivo delle macchine, esso stesso [l’operaio, è] solo un membro del sistema, la cui unità non esiste negli operai vivi, ma nel macchinario vivente (attivo), che di fronte all’operaio si presenta comeun possente organismo contrapposto alla sua attività singola e insignificante. (…)L’aumento della produttività del lavoro e la massima negazione del lavoro necessario,è la tendenza necessaria del capitale (…)” – ma tutto questo appunto non è solo del/nel capitale, perché questa è la logica (la razionalità calcolante-industriale) della tecnica in sé e per sé, che si impone anche nel comunismo.

E allora, occorre tornare ad Heidegger e alla sua riflessione sulla essenza della tecnica (“un punto di riferimento di grande rilevanza”[ix], scriveva Napoleoni). Essenza – il Gestell – che incornicia e integra oggetti e processi (ma anche l’uomo) vedendoli unicamente come riserva permanente di altri oggetti e processi, nella riproduzione/riproducibilità infinita di sé come tecnica/apparato integrato e sempre più integrante. Ovvero, Heidegger: “restiamo sempre più prigionieri della tecnica e incatenati ad essa, sia che la accettiamo con entusiasmo, sia che la neghiamo con veemenza. Ma siamo ancora più gravemente in suo potere quando la consideriamo qualcosa di neutrale; infatti, questa rappresentazione, che oggi si tende ad accettare con particolare favore, ci rende completamente ciechi di fronte all’essenza della tecnica”[x]. Essenza per cui la macchina “esiste solo in base all’impiego dell’impiegabile”: cioè diviene produttiva e impiegabile per uno scopo che tuttavia cessa progressivamente di essere uno scopo umano e diventa lo scopo dell’impiegabilità della macchina, dove soggetto e oggetto si confondono definitivamente, si devono confondere, convergendo (oggi diciamo: ibridarsi – infra) tra loro. Creando – scrive Dominique Saatdjian – un fondo strutturale e “disponibile a rendere sempre più efficace un funzionamento generalizzato il cui unico fine è il funzionamento stesso” e di cui le crisi sistemiche ne sono parte integrante e anch’esse funzionali “non rimettendo in questione il funzionamento in quanto tale, ma la sua efficacia, chiamando [semmai] a una continua messa a punto del sistema, in vista della sua ottimizzazione”[xi]: e la fabbrica integrata e sempre più integrata/integrante (ieri la catena di montaggio e la Osl di Taylor e oggi l’Industria 4.0 e la Fabbrica integrata-rete, evoluzione delle prime) è esattamente questo.

Per cui – Napoleoni che richiama Mario Ruggenini e il suo Marx e la tecnica – se il sistema produce per la produzione (“ossia la figura che la produzione ha secondo l’originaria interpretazione di Marx”) avendo realizzato “in una misura crescente, della quale non è dato vedere i limiti, la producibilità di tutto”, allora ha trasformato “anche il soggetto, in oggetto producibile (e prodotto)”[xii]. Perciò il soggetto evapora come soggetto, essendo anch’esso riproducibile (o, come noi diciamo, ingegnerizzabile), secondo le esigenze del sistema.

Marx tuttavia  – scrive Napoleoni concordando con Ruggenini – “che pure fornisce le categorie occorrenti alla comprensione di questo processo, non spinge la sua comprensione fino a rappresentarsi l’esito del processo stesso”, tanto è vero che egli “immagina la presenza, nel processo, di un soggetto capace di riconoscere nell’oggetto la propria negatività” e quindi di sollevarsi/ribellarsi a questa oggettivazione; e pensa poi l’uscita da tale condizione solo “in termini di rafforzamento e compimento di quel dominio dell’uomo, del soggetto, sul mondo che sta [invece proprio] all’origine della conversione del soggetto stesso in oggetto producibile[xiii]. La contraddizione è evidente, ma in realtà non lo è ma stata. Perché Marx “non può neppure avere il sospetto che la soggettività [intendendo egli l’uomo come produttore, cioè come soggetto] si possa autodistruggere proprio in forza della sua assolutizzazione”[xiv]. Divenendo egli stesso un prodotto, ma soprattutto divenendo “disponibile per essere impiegato nel processo, e dunque non domina il processo ma ne è dominato”[xv].

Quindi, l’idea di un soggetto fatto e prodotto dal capitalismo, ma capace anche di rovesciarlo non ha senso [soprattutto, aggiungiamo, se lo stesso sistema che oggettivizza il soggetto lo fa offrendogli una illusione di individualità e di piena e libera soggettività/soggettivazione, come appunto accaduto negli ultimi trent’anni, per il combinato disposto di tecnica e di neoliberalismo]. E tuttavia, per Napoleoni, “la contraddizione, ossia il passare di soggetto e oggetto ciascuno nel proprio opposto, non si è forse consumata fino in fondo”, lasciando residui consistenti; e la società moderna, con la sua “egemonia del processo economico-produttivo implica, come tale, la presenza di realtà egemonizzate, ma quindi non annullate dall’egemonia”. Se fosse vivo oggi, forse Napoleoni riconoscerebbe che l’egemonia del sistema è oggi globale, pervasiva e totalitaria e che di residui capaci di ribellarsi ne restano sempre meno.

Le domande (ricorrenti) e le risposte (ancora) mancanti.

Dunque, le questioni poste allora da Napoleoni restano ancora oggi attuali, semmai sono ancora più attuali. Questioni che riassumiamo e integriamo a modo nostro.

La sinistra (con la democrazia) si è sciolta davanti al capitalismo (o se ne è fatta zerbino o cortigiana), piegandosi al suo comando e permettendo che si completasse la costruzione della sua egemonia e del suo dominio, imponendo (sovra-ordinandola/integrandola all’uomo e alla società[xvi]) la sua coscienza non di classe della borghesia ma di sistema tecnocratico (intendendo però la tecnocrazia, con Anders, come il mondo tecnico, dominato e prodotto dal potere autoreferenziale della tecnica, davanti al quale gli uomini hanno cessato di essere soggetti della storia, divenendo oggetti dell’apparato, il nuovo soggetto della storia essendo la tecnica[xvii], in quello che per noi non è più l’Antropocene, bensì il Tecnocene).

A sua volta la classe operaia è evaporata davanti al potere seduttivo/feticistico/pulsionale delle merci e della tecnologia; e poi delle tecniche motivazionali/comportamentali indotte dall’organizzazione del lavoro, dimenticando di essere comunque alienata; e non vedendo (non dovendo vedere – la pedagogia tecno-capitalista sembra irresistibile nel suo storytelling fatto sempre più di soggettivazioni illusorie) che tutte le retoriche inventate dal sistema dagli anni ’80 a oggi per farsi credere nuovo e diverso e intellettuale/di conoscenza erano solo parti integrate di una deliberata azione di re-ingegnerizzazione dell’uomo per farlo adattare/sussumere ancor di più e meglio (flessibilmente) alle nuove/vecchie esigenze della (terza  e ora quarta) rivoluzione industriale – in realtà, è sempre una unica rivoluzione industriale, anche nella Fabbrica-Rete: la distinzione numerica maschera l’uniformità sostanziale delle forme e della normatività/normazione/normalizzazione sociale della rivoluzione industriale[xviii]. [E ricordiamo che il concetto di ingegnerizzazione del consenso e di modificazione comportamentale risale a uno dei padri del marketing e della propaganda commerciale e politica (e, non a caso, nipote di Freud): Edward L. Bernays (1891-1995)[xix], arrivando oggi all’economia comportamentale e agli architetti delle scelte.

Tuttavia, il capitalismo e la tecnica hanno vinto non solo sul proletariato/classe operaia ma anche sull’illuminismo (quello di Kant) – perché il potere oggettivante-calcolante dell’organizzazione tecnica e capitalistica (e del profitto e del controllo e dell’eteronomia) ha trionfato anche qui sull’autonomia/soggettività e sulla libertà. Perché questa società tecnologica avanzata, per definirla con Marcuse, ha applicato, per la conquista di un potere divenuto ormai globale/totale-totalitario, la teoria del generale De Cristoforis – citato da Gramsci nelle Note sul Machiavelli, sulla politica e sullo Stato moderno – per il quale con distruzione dell’esercito nemico (che è il fine strategico di una guerra), non si deve intendere la morte dei soldati, ma lo scioglimento del loro legame come massa organica – e il capitalismo ha progressivamente sciolto appunto la coscienza di classe e/o di cittadinanza così come il sapere aude! dei suoi nemici, perfettamente sussumendoli/integrandoli/identificandoli in sé e con sé, così rendendoli funzionali per sé. L’organizzazione (la razionalità industriale-calcolante) vince sempre sulla libertà.

E ancora: lo slogan di Margaret Thatcher e del neoliberismo – la società non esiste, esistono solo gli individui – è ormai qualcosa di pienamente compiuto, di antropologicamente consolidato. Anche perché la sinistra non ha visto e continua a non vedere che questo individuo non è un individuo vero e molteplice, ma è diviso e frantumato – ancora Anders: “la division of labour fa degli individui dei dividui”[xx] (e questo è un prodotto anche, aggiungiamo, dell’industria culturale, della spettacolarizzazione di sé, del capitalismo delle piattaforme e della sorveglianza[xxi], della Fabbrica integrata-rete, tutte forme di ingegnerizzazione dell’umano per il tecno-capitalismo); e deve esserlo per l’efficienza di un sistema dove si realizza oggi pienamente quella che Anders chiamava, “la massificazione mediante dispersione”[xxii]. Ovvero la sinistra non ha compreso che questa massificazione mediante individualizzazione apparente – per ottenere la sostanziale totalizzazione/connessione dopo la precedente individualizzazione/sud-divisione – era la forma necessario al tecno-capitalismo di rete/virtuale/da remoto che tuttavia replica oggi la sempre uguale legge ferrea di funzionamento e di organizzazione totalitaria della vita umana nel capitalismo e nella tecnica (suddividere per poi integrare/totalizzare nell’organizzazione). Cioè (per dirla con Adorno): “l’assurdità si perpetua e si riproduce mediante se stessa; il dominio si tramanda attraverso i dominati”[xxiii].

Di più: il neoliberalismo e la tecnica sono ormai diventate – rispetto ai tempi di Napoleoni – l’ontologia, la teologia e la teleologia del mondo. Grazie ad una forma quasi perfetta di biopolitica (Foucault) – o meglio secondo noi, di biopolitica disciplinante: cioè un contesto di senso e di valori che predetermina l’auto-disciplina e l’auto-assoggettamento di ciascuno al sistema, attivandolo al massimo della sua prestazionalità ma svuotandolo di intelligenza e di socialità/responsabilità[xxiv]. Una biopolitica disciplinante e/o una società amministrata (due tecniche di governo perfettamente sovrapponibili quanto a effetti prodotti sulla vita dell’uomo) denunciata e temuta a suo tempo dai francofortesi (quelli autentici: Horkheimer, Adorno, Marcuse) – dove tutto è automatizzato, dal governo alla regolazione del traffico e oggi la vita intera dell’uomo, pensieri compresi: “una società completamente amministrata, automatizzata, perfettamente funzionante, dove il singolo può sì vivere senza preoccupazioni materiali, ma dove non conta più nulla. (…) e tutto si ridurrà al fatto di imparare come, in certe circostanze, si usano i meccanismi automatici che assicurano il funzionamento della società”[xxv].

Le forme e la normatività del tecno-capitalismo

E se questo è vero, ciò è accaduto perché – di nuovo – la sinistra e i suoi intellettuali sono stati e sono tuttora incapaci di capire le forme e la normatività del capitalismo e della tecnica. Dove si replicano appunto anche oggin volte più potenti e pervasive ma n volte meno evidenti che ai tempi di Marx o del matrimonio novecentesco tra capitale e lavoro – l’alienazione; la sussunzione di ciascuno nel capitale e nella tecnica; il pluslavoro; l’organizzazione industriale della vita intera (lavoro di produzione, di consumo, di generazione di dati, di divertimento, in forma di folla e a mobilitazione totale, ottenendo oggi, meglio di ieri – posto che tutti possono essere organizzati/integrati/connessi/sussunti, ma esternalizzati/isolati -“l’unificazione dei lavori dei singoli operai nel lavoro di un operaio collettivo[xxvi]. Unificazione tecnica dei lavori che passava, secondo Marx, dalla manifattura alla grande industria e alle macchine, arrivando oggi – oltre Marx e oltre Napoleoni – appunto alla grandissima Fabbrica diffusa e integrata chiamata rete, dove individualismo e fascinazione infantile per la tecnica generano il più perfetto rovesciamento del rapporto lavoratore/strumento tecnico o soggetto/oggetto.  Il fine è sempre produrre per produrre, accrescendo il pluslavoro di tutti e di ciascuno, ormai accettato oggi da tutti e da ciascuno come dovere/piacere/vocazione/Beruf (“la produttività del capitale e l’alienazione del lavoro non sono che due facce di una medesima medaglia”[xxvii]).

Sempre ricordando – ma anche questo la sinistra fatica a comprenderlo – che la presunta auto-regolatività del sistema si basa non sulla sua stabilizzazione (si scontrerebbe, aggiungiamo, con la sua essenza), ma (Napoleoni) sul sovvertimento incessante di sé come sistema[xxviii]: ovvero sulla stabilizzazione del disordine anche della socio-sfera, sempre più sussunta/identificata in questo ordine disordinante o in questo disordine ordinante. Un sistema che, in quanto sistema, secondo Napoleoni “non si può che prenderlo nella sua globalità (…) e darsi il compito di uscire da esso in linea di principio”. Purtroppo, però, è proprio la divisione tecnica della vita e del lavoro (e dall’individuo), cioè l’alienazione a impedirci di vedere, e quindi di capire, il funzionamento dell’insieme in quanto apparato totalizzante/totalitario. E quindi di ribellarci.

Su tutto – parlando di tecnica – ancora, il Frammento sulle macchine di Marx, che ha accecato i più e che ancora acceca i tecnofili a prescindere, dimenticando o non vedendo che la razionalità tecnologica è invece divenuta ormai razionalità politica (Marcuse[xxix]), che assorbe e respinge tutte le alternative, pervadendo la vita intera dell’uomo e della società/polis. Cioè è una razionalità appunto totalitaria. Senza poi capire – la sinistra, soprattutto – che “la convergenza dei sistemi, che avviene già da lungo tempo, è inarrestabile. Questa convergenza causata dalla tecnica è la rivoluzione che si sviluppa in modo permanente. Ed essa non si muove nella direzione della libertà dell’uomo, bensì nella direzione del totalitarismo degli apparecchi” – ottenuta integrando/connettendo e oggi ibridando uomini e macchine, “cancellando la distinzione tra forme tecniche e forme sociali” (Anders)[xxx].

Tornare a Claudio Napoleoni per ‘cercare ancora’

Per cercare di dare una risposta oggi a queste domande/questioni non da poco, abbiamo dunque provato a rileggere un economista non solo economista come Claudio Napoleoni (1924-1988). E lo abbiamo fatto grazie alla ripubblicazione del suo Discorso sull’economia politica[xxxi] (con l’ottima Introduzione di Massimo Amato e Stefano Lucarelli), ma soprattutto – poiché siamo sociologi e non economisti – rileggendo l’ormai introvabile ma (appunto) sempre attualissimo Cercate ancora[xxxii], uscito nel 1990 con una lunga e pregevole e anche critica Introduzione di Raniero La Valle – integrati con Dalla scienza all’utopia[xxxiii] e Discorsi parlamentari[xxxiv].

Perché Claudio Napoleoni è attuale (ancora più attuale) oggi? Perché è stato un intellettuale importante (e con Rodano fondò e diresse la Rivista trimestrale, prima di allontanarsene); perché era un economista (docente di Politica economica a Torino dopo avere insegnato ad Ancona e Napoli), ma anche un filosofo dell’economia[xxxv]e un politico (deputato e poi senatore, nel gruppo della Sinistra indipendente).

E poi perché analizzava la realtà dei processi avendo sempre l’uomo, la giustizia e la pace come suo baricentro morale; perché si poneva soprattutto domande (“la nostra condizione ideale e politica presente è tale che già la formulazione di domande determinate può essere considerato un passo avanti”[xxxvi]), che implicitamente ed esplicitamente gli permettevano poi di immaginare, progettare e quindi (si rilegga la Lettera ai comunisti italiani, del 1986), di provare a costruire partendo da un “guardare in modo diverso al rapporto tra l’uomo e il mondo, diverso cioè da quello stabilito dalla prospettiva della produzione-appropriazione-dominazione”[xxxvii]: tutte cose che oggi non sappiamo più fare, soprattutto la sinistra/e.

E poi perché ha vissuto e descritto l’inizio della crisi della sinistra italiana, sempre proponendo al contempo delle possibili vie di uscita (anche cambiare nome al Pci); e soprattutto perché – come forse pochi altri a sinistra, sicuramente in Italia – ha posto appunto al centro della sua analisi la questione della tecnica e del suo potere alienante, insieme al tema, strettamente connesso, dell’ecologia e dell’ambiente, a cui tra poco arriveremo.

Se la sinistra ha messo da parte la questione dell’uscita dal capitalismo,“non riuscendo mai a definirla in termini positivi, ma solo in termini negativi”, ebbene Napoleoni credeva che “il processo storico fosse giunto [si era a fine anni ‘80] a un punto in cui una definizione in positivo di questa uscita potesse essere data”. E il tema si ripropone per noi trent’anni dopo, dopo le devastazioni del neoliberismo, del capitalismo finanziario, dell’impresa irresponsabile e dell’oligopolio della Silicon Valley a cui stiamo progressivamente vendendo la nostra vita intera (lavoro, consumo, dati, relazioni, conoscenza, decisione, memoria) – mentre perdiamo la vita naturale.

E citava tre temi su cui agire in positivo, che “vanno al di là di quanto l’assetto capitalistico della società possa dare”, configurando quindi “una fuoriuscita dal capitalismo”[xxxviii].

Le tre questioni su cui ricostruire la sinistra

Prima questione, il nostro rapporto con la tecnica/tecnologia. Che ovviamente non può essere luddista e di rifiuto. La tecnica – l’industrialismo va accolto, “ma per quello che esso deve essere, cioè uno strumento e non soltanto il fine a cui la società è ordinata”. Deve cioè essere “finalizzato alla liberazione dal lavoro”[xxxix]. Dal lavoro, appunto (e non solo del lavoro), così che esso “non sia più l’asse centrale della vita dell’uomo e della società”. E si domandava: “Possiamo noi, può il partito comunista lasciarsi sfuggire questo punto”, ponendolo sul terreno programmatico, quindi “finalizzando il progresso tecnico (…) ad altro che non sia il progresso tecnico e industriale, ponendo fine a quel modello in cui la produzione è finalizzata solo a se stessa e finalizza a se stessa il consumo e il costume di tutti quanti? Io non credo”[xl]. E invece – purtroppo – è successo[xli].

Seconda questione, quella femminile. Che non è solo la liberazione della donna, quanto degli uomini come società. Ottenibile mediante una ridefinizione totale del rapporto quantitativo tra tempo di produzione e di riproduzione e della loro distribuzione su entrambi i sessi. Per questo servirebbe una ridefinizione degli orari di lavoro ma soprattutto – anche qui – una finalizzazione diversa della tecnica, generando “la fine dello sviluppo industriale come termine di paragone unico per ogni e qualsiasi sviluppo”[xlii], ottenibile anche riducendo gli orari di lavoro (e invece proprio la tecnica ci ha imposto di estendere la giornata lavorativa alle 24 ore – qualcosa che già Marx aveva ben analizzato come tendenza però del solo capitalismo).  

Infine, terza questione, la natura. Che non è solo la questione dell’ambiente – e questo è un altro punto per noi essenziale, soprattutto oggi che la crisi ambientale ha raggiunto il suo apice – ma del rapporto dell’uomo con la natura: da mutare, l’uomo finalmente “cessando di considerarsi come destinato al dominio del mondo”[xliii] e stabilendo invece “un rapporto non conflittuale con la natura, un atteggiamento non di sfida ma maieutico verso di essa, arrestandone la distruzione e la dilapidazione”. Essenziale – scriveva Napoleoni – è  quindi imporre dei limiti alla violabilità della natura, “rinunciare a un approccio di aggressività faustiana verso di essa” e “vivere con la natura all’interno di un orizzonte di razionalità e di discrezione (che forse era il senso più profondo in cui Berlinguer intendeva l’austerità da lui proposta), tenendo conto dei ritmi lenti della sua evoluzione, della esauribilità delle sue risorse, della rottura che nella ciclicità dei suoi processi introduce [invece] una produzione lineare che da un lato preleva risorse e dall’altra rilascia scorie, rifiuti, inquinamento”. Per questo – anche per questo – occorre assumere il controllo democratico della tecnica, “sottoponendola al discernimento della sapienza umana e politica, commisurandola alla qualità della società in cui si vuole vivere e che si vuole costruire. Non ogni tecnologia [infatti], per il solo fatto che sia possibile, rappresenta un progresso, non è tale la tecnologia delle nuove armi (…), non è tale la tecnologia (…) che comporti un incondizionato controllo della popolazione”[xliv] – soprattutto, aggiungiamo, se questo controllo è fatto da imprese private come oggi[xlv].

Qui ci fermiamo. La nostra rilettura del suo pensiero – ripetiamo: necessariamente parziale – potrebbe tuttavia (è il nostro auspicio) essere una buona occasione per provare a negare non solo la centralità dell’economico, ma anche e soprattutto del tecnico, distanziandocene quanto più è possibile – ma soprattutto cercando finalmente di uscirne in positivo. Immaginando un’economia e una tecnica diverse: che cioè de-coincidano dalla loro razionalità calcolante/strumentale-industriale, dis-umanizzante, de-soggettivante/de-socializzante e intrinsecamente antidemocratica[xlvi]. Possibile?

Come ha scritto Raniero La Valle nella sua Introduzione a Cercate ancora, Claudio Napoleoni aveva raggiunto “una consapevolezza ben più avanzata dei suoi contemporanei, della natura ultimativa della crisi cui, con la modernità, l’intero corso storico era pervenuto”, rinvenendola “nell’alienazione prodotta dall’assoggettamento di tutta la realtà al momento produttivo e appropriativo e alla sua legge, ciò che nel sistema capitalistico aveva raggiunto la sua massima estensione ma a cui il sistema socialista, per difetto teorico e non solo politico, non si era sottratto, non raggiungendo perciò la dignità di alternativa”[xlvii]. Dobbiamo allora fare tesoro di questa sua consapevolezza e delle sue proposte programmatiche portandole oltre e approfondendole. Ribadendo tuttavia – con Napoleoni e come abbiamo fatto altrove confrontandoci con la Teoria critica francofortese – che il tecno-capitalismo non è solo un sistema tecnico ed economico, ma una macchina/razionalità tendenzialmente autoreferenziale e autopoietica, un sistema totalitario e religioso[xlviii]. Che vuole produrre un mondo e un uomo a sua immagine e somiglianza.

Il che rende tutto più difficile – e quasi impossibile immaginare (ma rende anche più necessario e sempre più urgente farlo), un altro modello economico e soprattutto tecnico.

Perché il nome dell’alienazione è tecnica[xlix]; e non solo capitalismo.


[i] L. Demichelis (2008), Bio-Tecnica. La società nella sua ‘forma’ tecnica, Liguori, Napoli; Id. (2011), Società o comunità, Carocci, Roma; Id., La religione tecno-capitalista. Dalla teologia politica alla teologia tecnica, Mimesis, Milano-Udine

[ii] L. Demichelis (2018), La grande alienazione. Narciso, Pigmalione, Prometeo e il tecno-capitalismo, Jaca Book, Milano

[iii] C. Napoleoni (1990), Cercate ancora, Editori Riuniti, Roma, pag. 91 e 92

[iv] Ivi, pag. 94 (corsivi nostri – come in ogni altra citazione di Napoleoni, ove presenti)

[v] C. Napoleoni (1990), Cercate ancora, cit., pag. 48 e 49 (corsivi nostri)

[vi] Ivi, pag. 50

[vii] Ivi, pag. 62

[viii] C. Napoleoni (1988), Lettera ad Augusto Del Noce, in C. Napoleoni (1992), Dalla scienza all’utopia, Bollati Boringhieri, Torino, pag. 224

[ix] C. Napoleoni (2019), Discorso sull’economia politica, cit. pag. 159

[x] M. Heidegger (1976-1985), Saggi e discorsi, Mursia, Milano, pagg. 5, 9, 14 e 17

[xi] D. Saatdjian, Postfazione a C. Napoleoni (2019), Discorso sull’economia politica, cit., pag.188

[xii] C. Napoleoni (2019), Discorso sull’economia politica, cit., pag. 160

[xiii] Ibid

[xiv] Ivi, pag. 161

[xv] Ibid

[xvi] L. Demichelis (2019), Ordo-liberalismo e ordo-macchinismo:l’eclissi della democrazia e della giustizia sociale, Economiaepolitica.it

[xvii] G. Anders (2003), L’uomo è antiquato, vol. II, Bollati Boringhieri, Torino, pag. 3

[xviii] L. Demichelis (2018), La grande alienazione. Narciso, Pigmalione, Prometeo e il tecno-capitalismo, cit., pag.31-40

[xix] E. L. Bernays (2008), Propaganda. Della manipolazione dell’opinione pubblica in democrazia, Lupetti, Bologna

[xx] G. Anders (2003), L’uomo è antiquato, II vol., cit., pag. 162

[xxi] S. Zuboff (2019), Il capitalismo della sorveglianza, Luiss, Roma

[xxii] G. Anders (2003), L’uomo è antiquato, II vol., cit., pag. 168

[xxiii] T. W. Adorno (2008), Minima moralia, Einaudi, Torino, pag. 217

[xxiv] L. Demichelis (2018), La grande alienazione, cit., pagg, 20-40

[xxv] M. Horkheimer (1979), La società di transizione, Einaudi, Torino, pag. 176

[xxvi] C. Napoleoni (2019), Discorso sull’economia politica, cit., pag. 103

[xxvii] Ivi, pag. 123

[xxviii] C. Napoleoni (1990), Cercate ancora, cit., pag. 75

[xxix] H. Marcuse (2004), L’uomo a una dimensione, Einaudi, Torino, pag. 10

[xxx] G. Anders (2003), L’uomo è antiquato, II° vol., cit., pag. 98 e 99

[xxxi] C. Napoleoni (2019), Discorso sull’economia politica, Orthotes, Napoli-Salerno

[xxxii] C. Napoleoni (1990), Cercate ancora. Lettera sulla laicità e ultimi scritti, Editori Riuniti, Roma

[xxxiii] C. Napoleoni (1992), Dalla scienza all’utopia, Bollati Boringhieri, Torino

[xxxiv] C. Napoleoni (2015), Discorsi parlamentari, Senato della Repubblica-il Mulino, Roma-Bologna

[xxxv] P. Grasso, Presentazione a C. Napoleoni (2015), Discorsi parlamentari, cit., pag. 9

[xxxvi] C. Napoleoni (1992), Dalla scienza all’utopia, cit., pag. 170

[xxxvii] C. Napoleoni (2019), Discorso sull’economia politica, cit. pag. 181

[xxxviii] C. Napoleoni (1990), Cercate ancora, cit., pag. 97

[xxxix] Ivi, pag. 95

[xl] Ivi, pag. 96

[xli] Cfr., F. Re David (2019), Tempi (retro)moderni. Il lavoro nella fabbrica-rete, Jaca Book, Milano

[xlii] C. Napoleoni (1990), Cercate ancora, cit. pag. 97,

[xliii] Ibid

[xliv] C. Napoleoni et al. (1986), Lettera ai comunisti italiani, in C. Napoleoni (1990), Cercate ancora, cit., pag.163

[xlv] S. Zuboff (2019), Il capitalismo della sorveglianza, cit.

[xlvi] L. Demichelis (2018), La grande alienazione, cit., pag. 255 e segg. (dove anche noi abbiamo provato a cercare ancora…)

[xlvii] R. La Valle, Introduzione a: C. Napoleoni (1990), Cercate ancora, cit., pag. XVII

[xlviii] L. Demichelis (2015), La religione tecno-capitalista, cit.; Id, La grande alienazione, cit.

[xlix] D. Saatdjian, Postfazione a C. Napoleoni (2019), Discorso sull’economia politica, cit., pag.196