DEF, una salutare discontinuità sulla finanza pubblica

DEF, una salutare discontinuità sulla finanza pubblica

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La notizia è che il governo vuole provare a dare una scossa al Paese e all’Europa. Tra contraddizioni, inesperienze e una qualità della manovra ancora tutta da chiarire, si comprende che la Nota di aggiornamento del Documento di Economia e Finanza respinge la continuità con il passato, sostenuta dal ministro Tria, e prova a voltare pagina. Certo, l’incremento non si è spinto a infrangere il muro del 3% (fermandosi al 2,4%), come da molti anni abbiamo proposto su economiaepolitica.it, ed è altrettanto chiaro che anche la manovra che si prospetta proporrà un avanzo primario, ovvero il valore del prelievo fiscale supererà la spesa pubblica scorporata dagli interessi sul debito. Ma è chiaro che, seguendo l’esempio della Francia (che ha portato il deficit al 2,8%), anche il nostro Paese prova a rilanciare la crescita contravvenendo alle richieste della Commissione Europea e al quadro di abbattimento del deficit strutturale (il deficit al netto del ciclo) e del debito pubblico previsto dal Fiscal Compact.

Con ogni probabilità lo spread, al netto di alcune fibrillazioni, anche violente, non si discosterà molto dai valori attuali, perché i mercati scontavano una manovra più espansiva. Piuttosto molto dipende ora dalla reazione della Commissione e dal veleno che essa potrebbe decidere, o meno, di spargere.

D’altra parte questa manovra mette in campo parecchie risorse in più per il 2019 rispetto a quanto previsto dal precedente governo. Infatti nel Documento di Economia e Finanza di aprile scorso (governo Gentiloni) si prevedeva per il 2019 un deficit allo 0,8%: la differenza vale poco meno di 30 miliardi. Ed è chiaro che, se queste risorse saranno impiegate efficacemente per investimenti e sostegno alla domanda, una maggiore spinta alla crescita arriverà (a dispetto delle analisi dei tecnici del ministero dell’economia che negli scorsi anni hanno sistematicamente sottostimato gli impatti recessivi dell’austerità). Ne segue che il rapporto debito pubblico – Pil potrebbe rimanere sostanzialmente stabile, perché alla crescita del debito farà seguito – a meno di elementi esterni di carattere internazionale – una maggiore crescita del Pil.

Certo, la grande incognita ad oggi è la qualità della manovra. Sono importanti le risorse per il reddito di cittadinanza, in primo luogo sul piano della giustizia sociale ma anche sul piano economico perché sosterranno i consumi interni, con buone prospettive di sbocco per le imprese. Ma non è chiaro come funzionerà e come funzioneranno i centri per l’impiego. Buona sembra anche la riforma del meccanismo pensionistico previsto dalla Fornero (la famosa quota 100), ma anche qui non è ancora chiaro se vi sarà o meno un sacrificio sul piano del livello delle pensioni. Sul piano del fisco, certamente è positivo avere disinnescato l’aumento dell’Iva ma molto discutibile è la flat tax, che certo non sostiene le imprese ma il popolo delle piccole partite Iva, e che non avrà un impatto significativo sulla crescita. Risorse che si sarebbero potute utilizzare molto meglio in direzione diversa. Soprattutto non è affatto chiaro quale politica industriale intenda portare avanti il governo, e con quali e quante risorse, mentre invece la prima necessità del Paese è proprio questa. Come abbiamo sottolineato a più riprese,  il gap di competitività del nostro Paese è il prodotto di un sistema di infrastrutture materiali e immateriali del tutto inadeguato e di un apparato produttivo che si fonda su imprese troppo piccole, che usano tecnologie tradizionali e non investono nella qualità del lavoro. In questa direzione servono massicci investimenti diretti pubblici, a cominciare dal Mezzogiorno, e più risorse per incentivi opportunamente disegnati per le imprese, anche rivedendo Industria 4.0 (che è penalizzante per le medie-piccole imprese e per il Sud).

Dunque, in fin dei conti, al netto delle perplessità sulla qualità della manovra, per definire la quale è importante che il governo sappia aprirsi anche al dialogo con le rappresentanze delle parti sociali, per oggi registriamo il tentativo di una soluzione di discontinuità con l’austerity del passato. E mentre sul piano interno il tema diviene quello della qualità delle misure, sul piano internazionale la manovra guarda alle elezioni europee della prossima primavera. Il nuovo quadro politico che emergerà consentirà di andare verso una revisione delle assurde regole europee in tema di finanza pubblica? Speriamo che accada, altrimenti lo scenario cupo di crisi dell’unione monetaria – prospettato nel 2013 sul “Financial Times” dal Monito degli economisti – potrebbe divenire realtà.

4 Commenti

  1. Sebbene sia favorevole al superamento dei limiti idioti del fiscal compact bisognerebbe chiedersi se è questo di cui ha bisogno il paese. Una manovra equilibrata dovrebbe quindi basarsi sui due elementi fondamentali: domanda e offerta. Lato domanda ci siamo anche se molti dubbi ci sono sulla flat-tax, ma anche sulle pensioni stiamo sempre parlando di anziani e poco di giovani, va anche bene il Rdc ma alla fine lato offferta e quindi lato occupazione, innovazione, formazione e ricerca nonchè investimenti cosa è previsto?. Fino ad ora si sbagliato su austerità inutili e castronerie del tipo austerità espansiva, ma se vogliamo far crescere il paese senza un keynesismo in un paese solo ci vuole ben altro, quello che manca in questo paese è una vera cultura liberale di sinistra dove si prosegue un miglioramento della società senza eccessi domandisti ed offertisti, una società che si trasforma senza lasciare indietro nessuno, dove libertà e solidarietà non sono in contrasto.

  2. Assolutamente d’accordo con il prof. Realfonzo: questa manovra può costituire una svolta – seppure ancora insufficiente – per rilanciare l’economia. Infatti, almeno sulla carta, punta giustamente a incrementare la domanda aggregata, cioè i consumi da parte delle famiglie meno abbienti, e gli investimenti pubblici, che sono assolutamente necessari per ridare ossigeno all’economia. Naturalmente bisognerà vedere nel merito i contenuti dettagliati della manovra, ma la filosofia e l’indirizzo sembrano andare nella direzione giusta. I debiti si possono ripagare solo se cresce il PIL e non con l’austerità controproducente. Occorre rilanciare la domanda aggregata, soprattutto gli investimenti pubblici: questi infatti garantiscono il maggiore moltiplicatore e “trascinano” gli investimenti privati, ovvero l’occupazione. Inoltre la manovra giustamente aumenta anche il potere d’acquisto delle famiglie. In questo senso la flat tax, che è un regalo alle famiglie più ricche, sarebbe comunque molto negativa (e anti-costituzionale). Occorre anche considerare che le passate politiche di Renzi-Padoan sono state disastrose: il debito pubblico è aumentato per regalare, male e in ritardo, 20 miliardi alle banche, ma le spese per il welfare e gli investimenti pubblici sono stati tagliati. Il debito pubblico non è diminuito con l’austerità di Renzi-Padoan. Comunque al momento attuale sarebbe meglio impostare una manovra basata sui Titoli di Sconto Fiscale, TSF, che possono essere emessi dallo stato e arrivare direttamente alle famiglie, agli enti pubblici e alle imprese senza dovere chiedere soldi al mercato finanziario, cioè senza correre il rischio – purtroppo attualmente assai concreto – di aumento dello spread e di speculazione finanziaria. Il governo dovrà prendere in seria considerazione una manovra senza debito basata sui TSF. Questo governo potrebbe attuarla senza problemi anche domani, proprio perché non chiederebbe nulla al mercato finanziario e non genererebbe nuovo debito pubblico.

  3. assolutamente in disaccordo con Realfonzo, la cui considerazione sulla manovra sembra più condivisibile dei due commenti sopra, senza fare polemica vi chiedo, quando parlate di economia e finanza, sapete di cosa state parlando, in un sistema capitalistico totalmente liberista, occorre prendere coscienza del fatto che alcune teorie marxiste possono dare un contributo alla soluzione cercata da tempo, non lo dico io ma gli studi di un certo von hayeck, economista poco conosciuto che si rifaceva al concetto di libertà assoluta in campo economico del più famoso Keynes, e cioè, anche nel liberismo, deve esserci comunque la mano dello stato centrale che dovrebbe operare da finanziatore nelle nel settore delle opere pubbliche e nella loro progettualità, rimanere attaccati al sistema misto pubblico privato, resta quindi l’unica soluzione per impedire il tracollo di ogni economia che si basa sul libertarismo, inutile girarci intorno, l’impresa privata capitalista, non riuscirà mai a far riprendere qualsiasi economia piegata da scandali finanziari. Lo stato deve fare la sua parte.
    Grazie per l’attenzione
    Nico max weber

  4. Ma cosa c’è di nuovo? Grandi trasferimenti e 5 miliardi l’anno di investimenti aggiuntivi, tutti con soldi presi a prestito. E’ questa la crescita? Già si sta parlando di accelerare gli investimenti precedenti con fondi già stanziati senza spenderne di nuovi. A bocce ferme il deficit tendenziale è 3,2% dove si troveranno risorse aggiuntive per arrivare al 2,4%? In più se si utilizzano i fondi già stanziati il fabbisogno di cassa (quello che conta per il nostro debito, non di competenza supera il 3%). Anche col fantasioso 1,6% di crescita del pil (che implica che a fine 2019 dovremmo essere al 3%, visto che viaggiamo sullo 0,8%), il rapporto debito-pil peggiora. Qualcuno si ricorda che viaggiamo su una montagna mostruosa di debiti e che se falliamo le perdite nell’economia la mettono in ginocchio per 10 anni? Così ha ragione chi porta tutto all’estero e ci costringe a pagare interessi in più per somme altrettanto altrettanto grandi di quanto abbiamo alzato il deficit pubblico portandolo al 2,4. In più si diffondono alti tassi nell’economia che certo rendono ancora più irrealistico l’1,6%. In più il contesto esterno volge al peggio. Mi aspettavo una rottura vera ma questa è la peggiore continuità. Esigenze di elettorato, trasferimenti, niente crescita e niente giovani. Incrociamo le dita e speriamo di aver torto

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