Le variazioni del PIL e la specificità della nostra crisi

Le variazioni del PIL e la specificità della nostra crisi

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Le attese per conoscere le variazioni trimestrali del Pil nazionale avevano certamente dei buoni motivi, vista la condizione molto critica della nostra economia; una condizione per la verità non esclusiva per il nostro paese, dal momento che si poteva parlare di una crisi strutturale internazionale. Il dibattito acceso intorno agli “zero virgola” della nostra crescita era tuttavia il segno di un nervosismo acuto, anche perché non erano comunque questi i dati che avrebbero potuto o meno giustificare la possibilità di una nostra uscita dalla crisi.

Intanto sarebbe stato corretto ricordare che avevamo due crisi da cui uscire, la prima che nasceva negli anni Ottanta e la seconda che era conseguenza della crisi internazionale che dal 2007/2008 aveva colpito tutti i paesi sviluppati.

In queste condizioni parlare di un’uscita dalla crisi in conseguenza del fatto che dopo vari trimestri di variazioni in negativo del Pil si era arrivati ad una variazione che si discetta essere stata dello 0,7 piuttosto che dello 0,8 dà subito l’idea della qualità di quel dibattito, con evidenza priva di qualunque significato, anche logico. Che la questione si sia fermata a quel livello conferma quel giudizio molto preoccupante sulla nostra situazione politico-culturale che, sovente e in circostanze molto diverse, continua a ripresentarsi.

Non deve meravigliare, quindi, se oltre a questo livello del dibattito non si sia sviluppata un’analisi per verificare se quell’inversione di tendenza dell’andamento del Pil sia il frutto degli effetti del superamento della crisi internazionale – che quindi si dovrebbe ritrovare anche nell’andamento del Pil dei Paesi partner – o se sia l’effetto di un superamento anche della nostra crisi “storica” come effetto congiunto, quindi, delle politiche internazionali e di quelle attuate sul piano interno.

E’ evidente che una risposta, magari anche solo indiziaria a questo interrogativo, può venire solo dal confronto tra gli andamenti del nostro Pil e quello dei paesi con i quali ci misuriamo di solito.

In altre parole, se dai tempi d’inizio del superamento della crisi internazionale le variazioni del nostro Pil hanno un andamento parallelo a quello di paesi di riferimento, vuol dire che anche la nostra economia gode degli stessi effetti positivi indotti dagli interventi ben noti e dei quali tutti hanno fruito – la riduzione del prezzo del petrolio, l’ampia disponibilità di risorse finanziarie e la crescente competitività dell’euro. In linea generale l’andamento del nostro Pil, messo  a confronto con  quello degli altri Paesi dell’Unione, può risultare ulteriormente divergente, convergente sino a rimanere parallelo oppure convergente sino ad eliminare ogni differenza. A questi diversi andamenti possono corrispondere le diverse interpretazioni sul superamento o meno vuoi della crisi internazionale, vuoi anche del nostro specifico declino. Nel primo caso – cioè in caso di ulteriore divergenza – sarebbe motivabile l’ipotesi del non superamento da parte del nostro paese sia della propria crisi sia di quella internazionale. Nel caso di una convergenza verso una situazione di parallelismo, si potrebbe ragionevolmente ritenere che il nostro paese ha superato la crisi internazionale ma non quella specifica preesistente. Solo nel caso di un’eliminazione di ogni differenza nel ritmo di variazione del Pil si potrebbe ritenere che il nostro paese sia uscito o stia per uscire dalla propria crisi storica. Naturalmente i confronti con singoli paesi possono sempre indurre delle perplessità dal momento che ogni economia può fruire dei vantaggi economici accennati ma in maniera differente. Poiché tuttavia sono disponibili dati relativi all’andamento del Pil, oltre che specificatamente per il nostro paese, anche per una sintesi dei 15 paesi dell’Unione Europea, è sufficiente riferirsi a queste statistiche per ridurre le possibili deformazioni nei relativi confronti.

Per poi identificare i diversi periodi storici entri i quali si sono realizzati i differenti andamenti del Pil, si è separato il periodo totale in esame – dai primi anni ’70  al 2015 – in quattro sottoperiodi: dai primi anni ’70 ai primi anni ’80, durante il quale l’Italia ha conservato un buon andamento relativo della propria crescita con andamenti positivi di oltre 3 punti percentuali all’anno; dai primi anni ‘80 al 2007, durante il quale si è sviluppata tutta la difficoltà della nostra economia sino ad arrivare al cosiddetto declino; dal 2008 al 2010, durante il quale si è sviluppata la crisi economico-finanziaria internazionale ed, infine, dal 2011 al 2015, durante il quale si sono manifestate le tendenze – seppur ancora deboli – al superamento della crisi internazionale

Nella Tabella 1 e nei grafici 1 e 2 sono riportati gli andamenti del Pil come medie annuali nei diversi periodi presi in considerazione e come differenze tra i valori del Pil del nostro Paese e quello medio dei paesi dell’UE 15.

 

TAB. 1 – Variazione media annua del Pil nei periodi predefiniti e differenze tra l’Italia e l’UE 15

1971-1982 1983-2007 2008-2010 2011-2015
Italia +3,3 +1,94 -1,63 -0,68
UE 15 +2,7 +2,45 -0,73 +0,76
Differenza +0,60 -0,51 -0,90 -1,44

 

Come si può notare, è nel primo periodo – dal 1971 al 1982 – che il nostro Pil cresce di oltre mezzo punto percentuale all’anno in più di quello medio dei 15 paesi dell’Unione. Una crescita che porta il valore totale del nostro Pil, misurato in termini di Pil pro capite, a livello di quello dei paesi del’Unione più sviluppati. E’ dunque dai primi anni ’80 che s’inverte questo andamento positivo, con un andamento del nostro Pil inferiore a quello dei 15 paesi dell’Unione, di circa mezzo punto percentuale all’anno dal 1983 al 2007. Questa differenza sale a quasi un punto percentuale all’anno con lo scoppio della crisi internazionale dal 2008 al 2010, quando la crescita annuale del Pil scende a livelli medi di -1,63% all’anno contro un valore di –0,73 per i paesi dell’Unione, “segnale” dell’esistenza della crisi economica internazionale.  Nel periodo dal 2011 al 2015 si manifestano i primi pur deboli segnali di un superamento della crisi internazionale, con una ricaduta, tuttavia, nel 2013 e con incertezze negli anni successivi ed, inoltre, un aumento ulteriore delle differenze delle variazioni del Pil, sino a quasi un punto e mezzo a scapito dei valori espressi dalla nostra economia.

Affinchè l’andamento del Pil possa indicare un superamento congiunto da parte nostra della crisi internazionale e della nostra crisi specifica, dovremmo riscontrare una convergenza con gli andamenti del Pil dell’UE 18. Un andamento tendenzialmente parallelo indicherebbe un superamento, analogo a quello dei Paesi dell’UE 15, della crisi internazionale, ma non della specifica crisi nazionale, mentre un andamento divergente rappresenta l’indicazione di una crisi complessiva comprendente sia una componente internazionale sia un aggravamento della componente nazionale.

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Dal Grafico 1 emerge chiaramente la possibilità di una convergenza verso il superamento da parte del nostro paese della crisi internazionale, ma rimane tuttavia presente una crisi specifica di origine nazionale.

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Grafico 3

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A livello di analisi trimestrali, tuttavia, l’aumento della divergenza nell’andamento delle variazioni del Pil tende a presentare un peggioramento del nostro andamento economico e rendere del tutto incerto un recupero nell’entità della crescita. Nel Grafico 2, ad esempio, il confronto è effettuato  ponendo pari ad 1 il dato del quarto trimestre del 2010, in modo da catturare meglio la differenza tra le successive variazioni trimestrali del Pil italiano e di quelle medie dell’UE. Le curve mostrano chiaramente una tendenza ad allontanarsi. Il Grafico 3 mostra invece la semplice variazione percentuale del Pil trimestrale dall’inizio del 2013 fino alla fine del 2015. Come mostra la figura, i tassi di crescita italiani tendono a seguire quelli dell’UE, ma si tengono costantemente più bassi, confermando che non ci sono segnali di superamento della crisi specifica nazionale neanche negli ultimi trimestri.

Occorre segnalare che la progressiva perdita di spinta per lo sviluppo, misurato in termini di Pil pro capite, ha già comportato una perdita di quasi 4000 euro pro capite in dieci anni con una media intorno ai 350 all’anno – V. Grafico 4 – questi dati, insieme alla mancanza di segnali circa il superamento della nostra crisi, pongono una questione apparentemente molto semplice ma, di fatto, molto complessa. La parte apparentemente semplice sta nella necessita di mettere in discussione rapidamente le politiche economiche e industriali sin qui adottate e che hanno portato a questi esiti. La semplicità risiede nella evidenza di una tale decisione; se, come è ovvio, questa evidenza fosse sufficiente molto probabilmente questa decisione “semplice” sarebbe gia stata adottata da alcuni lustri se non decenni. Il fatto che non sia stato così è una questione che va ben oltre le responsabilità di questo governo o di qualche governo precedente. Questa situazione è una delle poche conferme della battuta secondo la quale tra destra e sinistra non ci sono più differenze. Ma poiché per uscire da questa nostra crisi occorre cambiare quelle scelte economiche attuate sino ad ora, ne consegue che occorre modificare quelle politiche “comuni”, o, meglio, quella cultura che ha inventato l’identità tra destra e sinistra. Ed è a questo punto che si evidenzia la complessità della nostra situazione. Che forse potrà continuare sino a che gli andamenti del Grafico 4 lo consentiranno.

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Le revisioni delle previsioni sull’andamento del PIL 2016 contenute nel recente DEF del Governo, pur in attesa di verificarne il significato a confronto con i dati relativi agli altri paesi del’UE,   rappresentano per ora un’ulteriore conferma del giudizio critico sulle politiche economiche e sociali di questo Governo.

*Ex-vice direttore dell’Enea