Gli eccessivi ottimismi sull’uscita dall’euro

Gli eccessivi ottimismi sull’uscita dall’euro

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Dopo l’intervento di Salvatore Biasco, pubblichiamo anche il commento del Keynes blog allo studio di Realfonzo e Viscione sugli effetti di una uscita dall’euro. Anche gli autori del Keynes blog, come Biasco, sebbene sulla scorta di argomentazioni diverse, ritengono che Realfonzo e Viscione – per quanto correttamente sollevino la questione dei possibili impatti negativi sui salari e sulla occupazione – sottovalutino gli esiti negativi di una uscita dall’euro, che avrebbe a loro avviso effetti drammatici.

 

Riccardo Realfonzo e Angelantonio Viscione analizzano, in un articolo del 22 gennaio 2015 su Economia e Politica, le conseguenze di una possibile uscita dell’Italia dall’euro. Vi sono molte utili conclusioni nello studio, a partire da quella sulla scarsa crescita dell’occupazione. Se guardiamo al 1992, anzi, a crescere fu la disoccupazione. Così come è utile ricordare che l’effetto della svalutazione, se i salari tornassero a crescere (come socialmente auspicabile), sarebbe di breve durata. Del resto Roger Bootle, vincitore del premio Wolfson 2012 per il suo piano di uscita dall’euro, mette chiaramente in evidenza che devono essere i lavoratori a pagare le conseguenze dell’eurexit. L’alternativa “o si svaluta la moneta o si svaluta il lavoro” è fuorviante: in realtà spesso le grandi svalutazioni della moneta sono funzionali alla svalutazione del lavoro (si veda ad esempio l’andamento dei salari reali in Gran Bretagna negli ultimi anni e gli esempi portati dai Realfonzo e Vicarelli e da Brancaccio e Garbellini) al fine di aggirare la rigidità verso il basso dei salari nominali. Vi sono però due aspetti che ci paiono trascurati nell’analisi di Realfonzo e Viscione e che, se tenuti adeguatamente in conto, cambiano radicalmente il quadro.

 

“Una Lehman al quadrato”

Realfonzo e Viscione, nella loro analisi, assumono implicitamente che, dopo l’uscita dell’Italia dalla moneta unica, l’euro, l’Europa e il resto del mondo continuino a funzionare come se nulla fosse. L’uscita dall’euro viene cioè trattata dai due autori come una semplice svalutazione o al limite come l’uscita da un sistema di cambi fissi, come fu nel caso dell’uscita dallo SME nel 1992. Anche se così fosse, basta vedere cosa è accaduto in alcuni paesi dell’Est Europa dopo la rivalutazione da parte della Banca Nazionale Svizzera per comprendere che con la finanza globalizzata anche una semplice svalutazione può produrre effetti imprevedibili. Ma nel caso dell’uscita dell’Italia dall’euro, occorre prepararsi ad effetti molto più grandi e su scala più vasta.

Come ammettono anche autori pur favorevoli alla fine della moneta unica, l’uscita unilaterale di un paese dall’eurozona, come l’Italia o la Spagna, determinerebbe un effetto contagio sull’intero sistema bancario europeo, che porterebbe all’uscita disordinata e in sequenza di altri paesi deboli. Esso poi colpirebbe in modo significativo la Francia e anch’essa sarebbe probabilmente costretta ad uscire. Infine il contraccolpo di questa “fine al rallentatore”, accompagnata dal panico dei mercati, si abbatterebbe sulle banche tedesche e sul resto del globo.

L’intreccio finanziario nell’eurozona implica cioè quello che Yanis Varoufakis ha descritto come un “castello di carte”. Se si toglie una carta, tutto il castello crolla. Una conferma viene anche dalla lettura dei risultati dello stress test del Center for Risk Management di Losanna, che tiene conto dell’effetto contagio di un eventuale crisi finanziaria e mostra quanto sia fragile, e interconnesso, il sistema bancario europeo.

Il contagio finanziario potrebbe forse essere contenuto da un massiccio intervento della BCE e dell’ESM, che andrebbero in soccorso delle banche e degli Stati che necessitassero di assistenza. Molti giudicano gli strumenti finora messi in campo dall’UE (ESM, Unione Bancaria, OMT) insufficienti allo scopo, ma, anche se ciò non fosse vero, il contagio implicherebbe comunque un nuovo credit crunch e una nuova pesante recessione, accompagnata da un rafforzamento delle spinte deflattive, che rappresenterebbero altra benzina sul fuoco dei fallimenti bancari a catena.

Ma persino sulla capacità della BCE di frenare la dissoluzione incontrollata dell’eurozona e assicurare la tenuta del suo sistema finanziario si possono nutrire molti dubbi. Si immagini come i mercati potrebbero reagire all’uscita di un paese dall’eurozona (e all’eventuale default sui saldi Target 2) dopo che la Banca Centrale Europea esplicitamente ha impegnato se stessa sull’irreversibilità della moneta unica “per tutti i suoi membri”, attraverso l’OMT e poi il Quantitative Easing. La credibilità della BCE, l’unico collante che ha tenuto l’euro in piedi sinora, e quindi della stessa moneta che essa emette, ne verrebbe danneggiata e l’istituto di Francoforte difficilmente potrebbe svolgere efficacemente il ruolo attuale di garanzia di tenuta dell’Unione Monetaria Europea.

Il rischio è quello di una “Lehman Brothers al quadrato”, per dirla con Barry Eichengreen. La crisi del 2008 sin fondo si diffuse nel mondo grazie al fallimento di una sola banca, per quanto grande. E il nuovo shock avverrebbe non dopo anni di espansione, come nel caso di Lehman, ma a valle di una dura recessione. L’enfasi di Eichengreen pare quindi appropriata, anche considerando l’eccezionalità dell’eventuale esplosione dell’area euro, come confermano i fatti che riportiamo qui di seguito.

Un evento senza paragoni storici

Di crisi bancarie è piena la storia, così come di svalutazioni e disfacimenti di sistemi monetari, ma non vi è alcun precedente storico paragonabile alla disintegrazione incontrollata dell’euro. Per avere un’idea del perché, basta ricordare alcuni dati, richiamati da Jens Nordvig e Nick Firoozye di Nomura, che pure sono favorevoli ad uno smantellamento controllato dell’eurozona (non a caso il titolo dello studio di Nordvig e Firoozye non è “Come uscire dall’euro” ma “Ripensare l’unione monetaria europea”):

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1) l’eurozona produce circa il 20% del PIL mondiale, a fronte dei pochi punti percentuali rappresentati dalle economie implicate in precedenti rotture monetarie;

2) Le banche dell’eurozona possiedono il 35% degli asset mondiali e il 34% dei prestiti internazionali;

3) l’euro è la seconda moneta di riserva internazionale: il 25% delle riserve delle banche centrali del mondo è denominato in euro e quasi il 40% degli scambi sui mercati valutari internazionali coinvolge l’euro;

4) il 30% dei debiti privati nell’eurozona è sotto legge estera e quindi non verrebbe ridenominato, con pesanti effetti sullo stato patrimoniale di grandi imprese e banche, che in alcuni paesi produrrebbe una nuova recessione da “balance sheet effect”;

5) se guardiamo ai derivati europei, ben il 95% è sotto legge estera (di solito britannica o statunitense). Cosa succederebbe a questi titoli? Il 2008 ci dice quanto i derivati possano diffondere il contagio finanziario a livello globale;

6) cosa ne sarebbe dei saldi Target2? Se i paesi debitori facessero default su di essi, ciò comporterebbe la perdita improvvisa di 500 miliardi di euro di crediti da parte della Germania, che ne risentirebbe pesantemente, mentre se si decidesse di onorarli sarebbero i paesi debitori a trovarsi con un debito in valuta estera dopo una pesante svalutazione.

Nordvig e Firoozye (ricordiamolo ancora: due autori “noeuro”) ammettono quindi che una rottura disordinata dell’eurozona eccederebbe “per un ampio margine” quanto accaduto in passato nei mercati emergenti, a causa dell’ “enorme dimensione delle attività e delle obbligazioni denominate in euro”. Aggiungono che l’ “ondata di fallimenti avverrebbe a livello globale”. E concludono che “la più probabile implicazione tale processo di ridenominazione disordinata sarebbe un completo congelamento del sistema finanziario, non solo nella zona euro, ma anche a livello mondiale” con inevitabili ripercussioni sull’economia reale per un periodo prolungato. Qualcosa di molto diverso rispetto ad una semplice svalutazione.

Nella sua risposta a Realfonzo e Viscione, il prof. Biasco contempla anche il problema di un eventuale default sul debito pubblico italiano, ma poiché esso è in larghissima parte sotto legge nazionale, costituisce forse un problema minore, sebbene non vada escluso l’effetto avverso dell’incertezza sull’esito di lunghi e complicati contenziosi legali, sia a livello nazionale che internazionale, dato che l’uscita unilaterale dall’euro non è prevista nei Trattati. Anche escludendo questo problema, tuttavia quanto abbiamo già richiamato sembra abbastanza.

Certo, forse si potrebbe trovare un modo per mettere in piedi una dissoluzione controllata, ma dobbiamo sapere che essa potrebbe essere costosa per i paesi debitori, richiedendo di mantenere per quanto possibile i debiti esteri, pubblici e privati, in una moneta comune (l’ECU di antica memoria) come suggeriscono ad esempio i già citati Nordvig e Firoozye, ma anche molti altri autori, seguita da un default controllato di alcuni paesi. Tale soluzione richiederebbe comunque un livello di solidarietà ecoordinamento oggi impensabili, di gran lunga superiori alla “riparazione in corsa” dell’eurozona attraverso soluzioni tecnicamente più semplici e meno costose come quelle avanzate da Amato e Fantacci o da Varoufakis-Holland-Galbraith.

La svalutazione che non funziona

Un altro punto che l’analisi di Realfonzo e Viscione sembra trascurare è collegato agli effetti della svalutazione. In primo luogo, va rilevato che non è possibile stabilire l’ammontare della svalutazione che subirebbe la nuova moneta italiana perché, come abbiamo detto, l’evento “crollo dell’euro” non ha alcun paragone. Realfonzo e Viscione non lo fanno, ma molte analisi ipotizzano per l’Italia una svalutazione tra il 20% e il 30% nei confronti dell’euro residuo o del nuovo marco tedesco. Altri, come UBS, sostengono invece che l’eccezionalità dell’evento potrebbe portare a svalutazioni molto maggiori, potenzialmente dannose, invece che corroboranti per le economie deboli. Certo, si può ipotizzare di mettere dei controlli sui movimenti di capitali, di istituire apposite aste invece di abbandonare la nuova valuta alle decisioni dei normali mercati valutari, ma uscire dal mercato dei capitali significa dover poi chiedere aiuto al Fondo Monetario Internazionale (o agli Stati Uniti o alla Cina), se non altro per sostenere le imprese produttive e finanziarie indebitate in valuta estera, accettandone le condizioni. Inoltre, per quanto detto, la Comunità internazionale si troverebbe a soccorrere più paesi, tra i quali almeno due grandi economie (Italia e Spagna), che nel complesso rappresentano il 6-7% del PIL mondiale. La situazione sarebbe ancora più grave nel caso in cui anche la Francia si aggiungesse ai PIIGS.

Ipotizziamo tuttavia che la svalutazione sia contenuta e lasciamo stare per ora gli effetti finanziari. Se guardiamo al recente passato, molti paesi che hanno svalutato, in particolare dal 2011, non hanno avuto alcun beneficio. Alcuni, come Argentina, Gran Bretagna, Giappone, paesi pure molto diversi tra loro, hanno visto addirittura un peggioramento dei conti con l’estero, che poco sembra avere a che fare con la “curva J” e molto invece con la carenza di domanda estera. In seguito alla crisi, il commercio mondiale è cresciuto a ritmi a dir poco asfittici, dopo 20 anni di crescita a doppia cifra. E questo proprio per colpa dell’austerità europea. Ma l’esplosione dell’eurozona non porterebbe certo ad una reflazione: per quanto detto dovremmo semmai immaginare un nuovo periodo di crisi, ulteriore contrazione della domanda estera e una maggiore austerità, a partire dalla Germania. Serve a poco svalutare se i tuoi vicini sono in crisi e alla ricerca di risorse per puntellare il loro sistema bancario indebitato o colpito da pesanti perdite in conto capitale. E vale a poco quindi il paragone con il 1992, quando ci trovammo invece nella situazione esattamente opposta, con la Germania in deficit di bilancio. Quello di cui ha bisogno l’Europa (e il mondo) non è un aggiustamento basato sui prezzi, ma sulle quantità.

 

Conclusioni

Come qualsiasi azione, anche l’uscita dall’euro va giudicata in base ad un calcolo di costi e benefici. Purtroppo le analisi di molti economisti “noeuro” tendono a sottovalutare i primi e sovrastimare i secondi. Realfonzo e Viscione sono molto più prudenti, e tuttavia sembrano anche essi muoversi nell’ottica dell’assenza di effetti di contagio finanziario e spill-over sul resto dell’eurozona (e oltre) e trascurano la contrazione della domanda estera che annullerebbe gli effetti positivi, ancorché transitori, della svalutazione.

Yanis Varoufakis ha giustamente sottolineato che l’eurozona è una nave costruita male, ma farla affondare e gettarsi nell’Oceano non è un’alternativa. In mancanza di quella cooperazione che non riusciamo a raggiungere su misure meno impegnative come salvare la piccola Grecia, ciò che ci attende è probabilmente l’acqua gelida e le incognite di un evento senza precedenti, non il tepore della ritrovata sovranità monetaria.

Pubblicato da Keynes blog il 

4 Commenti

  1. Grottesco. Non mi viene altro aggettivo per commentare questo grottesco intervento. Presi dalla disperazione, i due “economisti” di Keynesblog non si arrampicano sugli specchi, cercano di camminare a testa in giù!
    Tutto ruota intorno ai mercati finanziari, il moloch che essi, così come Biasco, adorano dando ad essi i poteri che i nostri antenati davano alle divinità derivanti dai fenomeni naturali.
    Eh no: i mercati finanziari sono fatti umani, e come tali inizano, finiscono, possono essere gestiti, come dimostrano le manovre sullo spread per cacciare Berlusconi.
    Essi ignorano, ma non potrebbero fare diversamente perchè non avrebbero altrimenti alcun argomento serio, che Brancaccio e Bagnai hanno più volte ribadito che l’uscita dall’eurozona deve accompagnarsi con strumenti quali:
    – il “matrimonio” tra Banca Centrale e Tesoro;
    – l’indicizzazione dei salari;
    – controlli sui movimenti di capitale;
    – controlli sulle importazioni;
    – politiche di import substitution.
    Ma ovviamente queste misure ai nostri “economisti” di Keynesblog fanno orrore: pur travestiti da agnelli solidali sono in realtà feroci lupi liberisti.
    Che i mercati finanziari degli altri paesi esplodano non può importarmente di meno: se i crucchi dovranno fare la fila per ricevere alimenti, come oggi i greci, non potrò che godere come un riccio!
    E quanto infantile l’idea che non potremo più esportare perchè i nostri amici crucchi dovranno far fronte ad una crisi finanziaria: esiste un mondo, quel mondo che vi piace citare solo per spaventare (la Ciiiina! la Ruuuussia!), che, se solo modificassimo i nostri riferimenti geopolitici, ci spalancherebbero le porte.
    Quanto al quantum della svalutazione, non girateci attorno: sapete benissimo che essa, nei confronti del marco, sarà esattamente quella valutata da Bagnai. Ci avete spaccato gli zebedei sul fatto che la svalutazione avrebbe fatto impennare l’inflazione via aumento del costo delle materie prime: oggi l’euro svaluta (ma guarda un po’!) ed il costo del petrolio non è mai stato così basso! E le esportazioni tirano: lo riconosce persino il Partito di Repubblica!
    Ora capisco perchè la maggioranza degli italiani, nonostante il terrorismo mediatico, sia ormai favorevole all’uscita dall’eurozona: se il livello dei fautori del progetto fascista dell’euro sono come Biasco e Iodice/Palma, l’italiano di media o bassa cultura non poteva che capire la fregatura!

  2. L’argomento essenziale portato avanti è molto forte. Credo che siano presenti notevoli elementi di incertezza e di rischio in una transizione di questa portata obiettivamente senza precedenti storici (almeno recenti, dunque minimamente confrontabili).
    L’euro è, infatti, parte di un intero ecosistema con profonde ramificazioni sociali, economiche, politiche e financo culturali. Il blocco unico è costituito (semplificando drasticamente, me ne scuso): dal “liberoscambismo”, con il suo conseguente Mercato Unico e la libera circolazione dei capitali; la dottrina “mercatista”, che predilige la funzione allocativa dei mercati su quella regolativa dello stato; “l’internazionalismo” nella versione sopra detta, che predilige gli organismi ed accordi sovranazionali alla determinazione nazionale delle politiche e della sovranità. Motore di questo ecosistema sono le grandi imprese sovranazionali che sono insieme causa ed effetto della mondializzazione in corso.
    In questa cornice cadono le molte e fondate obiezioni dell’articolo, ma in questa vengono delimitate. Intendo dire che, a fronte delle gravissime conseguenze sociali ed economiche della “crisi” in corso (esito determinato e per certi versi naturale, per altri voluto dell’affermazione di questo ambiente competitivo) se si reputa non sostenibile in termini prospettici la situazione non ci si può fermare al fatto dell’Euro.
    E’ evidente che tenere fermo l’intero quadro, sottraendo il “tassello” del cambio fisso, determinerebbe un insieme molto disfunzionale (non è detto, francamente che sia più disfunzionale dell’esistente, ma certamente sarebbe nel breve termine e forse anche nel medio difficile da gestire). Quel che bisogna fare è programmare l’entrata in un nuovo “ecosistema”. A partire dalla regolazione “forte” della mondializzazione.
    La retorica europea disgiunta dalla pratica (cfr. http://tempofertile.blogspot.com/2015/02/salotti-e-cucine-del-sogno-europeo.html) chiaramente non aiuta ad impostare così la discussione, tuttavia credo che possiamo scegliere ormai solo tra “alternative tragiche”. Dunque i termini della discussione dovrebbero essere: la circolazione dei capitali, il mercato unico, l’articolazione della sovranità e della democrazia, il patto sociale. Molte delle circostanze temute (come l’effetto-contagio sulla domanda mondiale, gli effetti sui debiti privati, il potere di acquisto in termini di merci estere dei salari, la fuga di capitali), che sono tutte reali, diventano in questo più largo recinto di discussione altrettanti nodi tecnici per i quali sarebbero disponibili soluzioni.
    Noi non rischiamo una nuova crisi del 2008 ed una Lehman al quadrato, la stiamo già preparando portando avanti le insanabili contraddizioni del modello economico e sociale in corso. Il nostro destino è di ripetere (mutatis mutandis) gli anni trenta. Se a qualcuno l’idea piace …

  3. Argomentazioni condivisibili ma avrei preferito un titolo più tranchant tipo ” Chi auspica l’uscita dell’Italia dall’€ è fuori di testa” ed un tono più aggressivo.

  4. Dirò ancora una volta che tutti gli interventi di questo sito sono importanti e permettono, cosa che in questo paese non è più permesso da troppo tempo, opinioni diverse. Per questo ritengo che i commenti dovrebbero sempre essere sempre improntati sugli argomenti che sono posti. Moltissimi anni fa qualche filosofo, storico, fisico, chimico, poeta, e tante altre cose (perché fino a pochi decenni fa era così) parla della moneta, di come a suo parere doveva circolare e doveva soprattutto permettere un miglioramento del rapporto tra colui che vendeva e colui che comperava. Chi ha studiato economia lo sa perché lo studio dell’economia non può essere effettuato se non si studia anche la storia del pensiero economico e, forse, uno che dovrebbe essere ripreso è Marx. Non solo dovrebbe servire la rilettura del Capitale, ma anche qualche altro scritto come per esempio “per la critica dell’economia politica” o “salario, prezzo e plus valore” e tanti altri che ancora oggi potrebbero dare un prezioso contributo a quello che sta accadendo nel mondo. Basterebbe riprendere gli studi di molti economisti di “sinistra” come per esempio Augusto Graziani per capire lo sforzo che è stato fatto, riprendendo Marx, sulla cosiddetta teoria della circolazione monetaria. Ma, da alcuni anni, almeno io, personalmente, ho pensato che l’economia non possa essere utilizzata come se fosse una legge divina. Anche guardando agli ultimi quarantanni, avremmo dovuto imparare moltissimo dalla nostra esperienza che, storicamente parlando, è di breve periodo. Per esempio un economista come Maurice Allais, premio nobel in scienze economiche nel 1988, aveva realizzato uno studio dal 1950 fino al 2005 (Allais è morto nel 2010, anche se nessuno in patria se lo ricorda) che ha determinato la conoscenza che dal 1974 la disoccupazione nel suo paese (la Francia) è sempre aumentata. Tale trend lo ha verificato anche analizzando i dati per l’Europa. Al di là di quello che penso io, basta semplicemente ricordarci che lo stesso fenomeno da altri è stato verificato a livello mondiale. C’è chi dice che negli ultimi 15 anni, la disoccupazione nel mondo è aumentata di ben 400 milioni di persone. Non solo ma che per rioccupare questa enorme quantità di risorse umane (perché la maggiore risorsa che l’uomo può utilizzare in economia è il “LAVORO”) servirebbero almeno venti anni. Cioé, nei prossimi venti anni dovremo continuare ad avere una disoccupazione incredibilmente alta, ed in Europa tale disoccupazione è altrettanto alta, partendo dai cosiddetti paesi virtuosi come la Germania. Tutti noi abbiamo a disposizione i dati macroeconomici dei paesi europei (non dobbiamo fare “politica” per studiarli correttamente) e sono finalmete felice che una semplice trasmissione come “PRESA DIRETTA” a RAI3 abbia finalmente fatto vedere la realtà di quel paese, che negli ultimi 10 anni ha fatto la macelleria dello stato sociale e la sua politica economica ha creato 6,5 milioni di nuovi disoccupati. Perché l’economia invece di essere al servizio dell’uomo chiede a l’uomo di servirla. Ma chi se ne frega del pil (che tra l’altro non aumenta) se poi i lavoratori non riescono a trovare lavoro, e quando lo trovano vivono di un salario sempre più basso. Ma chi se ne frega di guardare alle situazioni economiche come se queste fossero nelle mani soltanto delle multinazionali che controllano le società di rating e conseguentemente, attraverso il sistema bancario mondiale riesce ad accresce all’infinito il loro capitale a discapito degli esseri umani di tutti i paesi del mondo. Altro che uscita e non uscita dall’euro. Per rilanciare l’economia è indispensabile creare lavoro. e come diceva mio padre per mangiare patate dobbiamo coltivare patate. e più patate si coltivano più denaro (anzi moneta) circola perché la produzione che va sul mercato per essere venduta ha bisogno di uno scambio e per farlo ci voglio monete (che possono semplicemente essere solo virtuali, non esistono nella realtà). Più produzione si fa più monete devono circolare e, conseguentemente più debiti e crediti si fanno in tutti i paesi del mondo. Poi non si possono nemmeno trascurare le questioni cosiddette geopolitiche. Siamo in una situazione incredibilmente complicata. I rapporti tra i paesi occidentali ed il resto del mondo sono al limite della sopportazione. Da una parte gli Stati Uniti d’America che hanno le loro risorse, anche quelle energetiche, non hanno rispettato gli accordi di riduzione delle armi nucleari, contro l’accorso fatto con l’allora Unione Sovietica, anzi hanno aumentato la loro presenza sempre più vicino alla Russia. Sarebbe molto lungo discutere di questo problema, ma una cosa è certa. Anche gli altri paesi quali la Cina, l’India, i paesi medio orientali ed asiatici hanno le loro risorse energetiche ed altro, ma L’EUROPA NON NE HA. E allora l’Europa, invece di pensare ad un politica di destra basata sull’austerità e sull’attacco allo stato sociale e ai lavoratori e quindi ai consumatori (i consumatori sono coloro che producono quello che consumano) dovrebbe cambiare radicalmente la politica industriale, economica, sociale, ecc. e la sua politica internazionale, senza la quale non si va lontano, anzi tra non molto avremo una crisi che potrebbe non essere senza conseguenze globali. L’informazione è zero. Quello che i potenti danno in pasto ai comuni mortali si dovrebbe chiamare comunicazione, spot pubblicitario e tutti noi dovremmo sforzarci molto di più per parlare un linguaggio più semplice, ma soprattutto più vero, aderente alla realtà e non alle chiacchiere.

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