I paradossi dell’austerità. La Finlandia nella crisi dell’euro

I paradossi dell’austerità. La Finlandia nella crisi dell’euro

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Questo articolo vuole esaminare se le perdite della Finlandia in competitività da costi e i “problemi strutturali” spieghino la scarsa crescita del Paese, e se le politiche di moderazione salariale e austerità fiscale offrano una strada per uscire dalla crisi.

Nel 2009 la Finlandia ha fronteggiato una delle sue più grandi contrazioni annuali dell’attività economica, considerato che il PIL finlandese è crollato dell’8.5% in termini reali. La Figura 1 qui sotto mostra che la Finlandia ha sperimentato recentemente una recessione a “W” e il livello del PIL resta più basso rispetto al periodo precedente l’inizio della crisi dell’euro.

Tutto ciò ha naturalmente spinto i finlandesi a interrogarsi sulle ragioni di questo sviluppo fiacco e a cercare una via d’uscita. Ovviamente, la crisi dell’euro ha qualcosa a che fare con questa situazione, ma sono emerse anche altre spiegazioni. Nel dibattito pubblico la debole competitività sul lato dei costi e i “problemi strutturali” sono emersi come le spiegazioni più accreditate per la crescita debole e persino negativa. Moderazione salariale e austerità fiscale sono viste come le più affidabili vie d’uscita dalla crisi.

La Figura 2 mostra che dal 2007 i costi unitari del lavoro sono effettivamente cresciuti più rapidamente in Finlandia che, in media, nel resto dell’eurozona. Crescita più rapida dei costi unitari del lavoro significa, naturalmente, perdita di competitività sul lato dei costi rispetto agli altri paesi dell’area euro. La figura mostra anche che fino al 2007 i costi unitari del lavoro erano cresciuti più lentamente in Finlandia che nell’area euro. Il che significa che la Finlandia aveva guadagnato in competitività sul lato dei costi in quel periodo.

La figura 3 presenta i tassi di crescita dei costi unitari del lavoro e il compenso per dipendente (che può essere grosso modo interpretato come il livello salariale, se ignoriamo i contributi previdenziali) in Finlandia.

I salari finlandesi sono cresciuti più lentamente dal 2009 rispetto a prima della crisi dell’euro.

È interessante notare che i salari sono cresciuti in maniera molto modesta nel 2009 (il secondo tasso più basso dal 2004), mentre allo stesso tempo i costi unitari del lavoro sono cresciuti molto rapidamente. Perciò gli aumenti salariali non possono essere considerati responsabili dell’alta crescita dei costi unitari del lavoro, almeno nel 2009. In effetti i costi unitari del lavoro non sembrano dipendere dai salari.

Se non si tratta dei salari, dunque che cosa ha fatto sì che i costi unitari del lavoro crescessero così rapidamente nel 2009? La rapida crescita dei costi unitari del lavoro è probabilmente spiegata meglio dal crollo della domanda aggregata. Il PIL finlandese è caduto dell’8.5% nel 2009 – più di quanto fosse accaduto in qualsiasi singolo anno della famosa crisi bancaria finlandese dei primi anni Novanta, che viene generalmente considerata la peggiore crisi economica finlandese.

I costi unitari del lavoro sono calcolati dividendo i costi totali del lavoro per il valore reale della produzione. Perciò i costi unitari del lavoro possono crescere se i salari o l’occupazione crescono, oppure se il valore reale della produzione crolla. Come mostra la figura 3, il salariali finlandesi erano aumentati più lentamente nel 2009 che in qualunque altro anno prima dell’inizio della crisi dell’euro. Curiosamente, quando i salari stavano salendo più rapidamente nel periodo pre-crisi, la figura 2 mostra che i costi unitari del lavoro crescevano in maniera più modesta che, in media, nell’eurozona. Ciò implica chiaramente che il rapido aumento nei costi unitari del lavoro (e il crollo nella produttività) in Finlandia, dopo la crisi, è principalmente dovuto al ridursi della produzione. Non è una coincidenza che il PIL scese maggiormente e i costi unitari del lavoro aumentarono maggiormente precisamente nel 2009. Siccome anche l’occupazione diminuì, essa non contribuì all’aumento dei costi unitari del lavoro. Al contrario, l’aumento della disoccupazione compensò alcuni dei costi unitari del lavoro in aumento.

È tuttavia vero che vi è un cambiamento strutturale in corso nel settore manifatturiero finlandese. Secondo la figura 4, c’è stata una consistente perdita di posti di lavoro nei settori dell’elettrotecnico, dell’elettronica e dell’industria forestale. Tuttavia, sarebbe piuttosto difficile sostenere che gli alti salari sono all’origine del cambiamento strutturale. La perdita di posti di lavoro nei settori elettrotecnico e elettronico è spiegata principalmente dal crollo di Nokia in quanto primo produttore mondiale di telefoni mobili. Il crollo di Nokia, tuttavia, è stato causato dall’avere indugiato troppo a lungo sui telefoni mobili di vecchia generazione anziché sviluppare gli smartphones – e non dagli alti salari.

Lo stesso vale per l’industria forestale, dove il prezzo della materia prima (incluso il trasporto) è più alto in Finlandia che, ad esempio, in Brasile dove gli alberi crescono molto più velocemente che nel nostro clima artico.

Di nuovo, gli alti salari non erano la principale ragione per la quale la manifattura si è spostata verso la produzione di materie prime.

Con questo sfondo, è bizzarro che il dibattito finlandese si sia stato spostato dall’insufficienza della domanda aggregata ai problemi di competitività da costi e ai cosiddetti “problemi strutturali”. Moderazione salariale e austerità fiscale non risolveranno alcunché in presenza di una generale scarsità di domanda aggregata nell’area euro.

In realtà austerità fiscale e moderazione salariale rendono questa situazione anche peggiore poiché contraggono ulteriormente la domanda aggregata interna.

Tuttavia, le tristi regole dell’area euro continuano a chiedere ai paesi membri di tagliare spesa pubblica e salari proprio nel momento in cui l’economia dovrebbe essere stimolata. L’adozione dell’euro richiede a ogni paese membro di rinunciare alla propria sovranità monetaria. Tutti i paesi membri dell’area euro sono semplici utilizzatori della propria valuta corrente anziché emittenti. Il disegno istituzionale dell’eurozona pone quindi un limite alla capacità della Finlandia di stimolare la propria economia?

Di base vi sono due vincoli correlati tra loro nell’assetto dell’eurozona. Il primo luogo, in presenza di deficit delle partite correnti un paese membro assiste a un deflusso monetario verso l’estero e, per affrontare questa situazione deve incontrare una disponibilità di credito. Se i prestatori rifiutano di continuare a finanziare il deficit di partite correnti di uno stato membro, vi saranno problemi immediati. Perciò i conti correnti dovrebbero essere in pareggio, o positivi, in modo da evitare di esporre il paese alle oscillazioni della disponibilità a prestare.

In secondo luogo, il governo di un paese membro deve avere un rating creditizio soddisfacente in modo da essere in grado di stimolare l’economia senza far impennare le spese per gli interessi.

Ma dopo tutto, la Finlandia è davvero vincolata dal rating del suo governo o dal suo deficit di partite correnti? La Finlandia è stata capace di mantenere il suo rating a tripla–A e, pertanto, non è certamente limitata da questa condizione. La Figura 5 mostra che le partite correnti della Finlandia sono state significativamente positive dal 1994 al 2010. Nel 2011 e 2012 hanno virato leggermente sul negativo, ma ci si aspetta che recuperino presto. La posizione patrimoniale netta sull’estero della Finlandia è chiaramente positiva. Conseguentemente, la Finlandia non è vincolata nemmeno da questa seconda condizione.

Malgrado ciò, la politica finlandese consiste nel tenere bassi i salari e tagliare la spesa pubblica in modo da acquisire competitività di costo e il consolidamento fiscale. Tutto ciò è particolarmente bizzarro alla luce del fatto che la Finlandia è riuscita a mantenere la sua tripla–A e il suo conto corrente complessivo (la posizione patrimoniale netta sull’estero) è positivo. Insomma, la Finlandia potrebbe facilmente permettersi di stimolare la domanda aggregata interna attraverso la spesa pubblica e l’innalzamento dei salari.

Anzi, in condizioni di surplus della bilancia commerciale, sarebbe dovere della Finlandia sostenere la domanda aggregata europea. La Finlandia invece ha scelto il percorso opposto, e persegue politiche “egoistiche” (beggar–thy–neighbor). Analogamente alla Germania, la Finlandia mira ad avere saldi commerciali attivi anche nel futuro. E poiché la somma di tutti i conti correnti attraverso i vari paesi è inevitabilmente zero, la politica della Finlandia non aiuta i paesi PIIGS (Portogallo, Italia, Irlanda, Grecia, Portogallo, Spagna) o Cipro, che sono tendenzialmente in deficit.

La politica finlandese potrebbe essere in qualche modo comprensibile se perseguisse pubblicamente il cambiamento istituzionale dell’eurosistema. Ma non è questo il caso.

Il futuro della Finlandia non appare luminoso. Come abbiamo visto, essa è riluttante a stimolare la sua domanda aggregata interna. Pertanto la domanda potrebbe crescere solo a seguito di un incremento delle sue esportazioni; ma ciò appare improbabile, dal momento che due settori chiave del manifatturiero sono in declino e il settore privato finlandese è riluttante a investire e innovare, poiché incontra una domanda interna in calo per i suoi prodotti. Inoltre, il resto del mondo e soprattutto l’eurozona stanno ancora patendo i colpi della crisi e molti paesi non sono in grado di accrescere le importazioni. Conseguentemente, è molto probabile che anche la Finlandia sia destinata a continuare a strisciare nella crisi per gli anni a venire.

* University of Helsinki

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