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Gramsci, Sraffa e la “famigerata lettera” di Ruggero Grieco

Giancarlo de Vivo* - 24 Settembre 2009

C’è un oscuro episodio della vita di Gramsci cui è stata a più riprese dedicata notevole attenzione: nel febbraio 1928 Ruggero Grieco invia a Gramsci in carcere una lunga lettera contenente informazioni sullo scontro politico Stalin-Trockij, e sulla situazione politica internazionale. La lettera (che curiosamente fu recapitata in copia fotografica, e il cui originale non è stato mai trovato) sconcerta Gramsci, che in una lettera alla moglie Giulia Schucht la definisce «strana», aggiungendo che l’aveva fatto «inalberare». Col tempo egli arriva a considerarla una vera e propria provocazione: secondo Gramsci essa avrebbe potuto fornire al Tribunale Speciale (davanti al quale egli avrebbe dovuto di lì a poco comparire) prova che egli fosse il capo del partito, e quindi aggravare la pena da comminargli. Gramsci si chiede: «Si trattò di un atto scellerato, o di una leggerezza irresponsabile? È difficile dirlo». Incoraggiano Gramsci a pensare alla «scelleratezza» sia il giudice istruttore fascista (che gli consegna la lettera dicendogli: «onorevole Gramsci, lei ha degli amici che certamente desiderano che lei rimanga un pezzo in galera»), sia la cognata, la quale gli riferisce che anche una persona «agli antipodi» del fascista, da lei interpellata, aveva definito «criminale» la lettera (ella arrivò poi ad accusare apertamente della scelleratezza Togliatti stesso). Di questa vicenda – che Gramsci finì col vedere addirittura  come uno spartiacque nella sua vita –  non è stata fornita spiegazione soddisfacente.

In un recente libro (La storia falsa, Rizzoli, Milano 2008) Luciano Canfora ha sostenuto che la lettera sarebbe un falso, perpetrato dalla polizia fascista inserendo nel testo originale della lettera di Grieco la parte sullo scontro politico in URSS e la situazione internazionale, che sarebbe stata gravemente compromettente.

La tesi del falso ha molti punti deboli, in primo luogo quello di trascurare che il processo a Gramsci era un processo farsa, in cui la necessità di fabbricare prove era tutt’altro che stringente. Lo stesso Gramsci ben prima di ricevere la lettera di Grieco aveva scritto alla madre che la condanna sarebbe stata molto dura (venti anni) – come infatti essa fu. E non risulta che della lettera sia stato fatto alcun uso nel processo.

Canfora si occupa anche di Piero Sraffa – che insieme a Tatiana Schucht fu la persona più vicina a Gramsci durante la prigionia. Interpellato da Tatiana dopo la morte di Gramsci circa la possibilità di sollevare a Mosca presso il Comintern la questione della «famigerata lettera» di Grieco, Sraffa le risponde che secondo lui si era trattato di una leggerezza dello scrivente, un malinteso la cui portata era stata ingigantita da Gramsci nell’esasperazione dell’isolamento carcerario. Tatiana reagisce violentemente a questa posizione di Sraffa, e gli risponde: «la vostra ultima, indipendentemente dalla vostra intenzione, ha lasciato in me un’impressione penosissima». E va avanti nella sua intenzione di far indire un’inchiesta dal Comintern.

Canfora sostiene che Sraffa avrebbe mentito per «logica di partito», allo scopo di fermare Tatiana, e che il suo vero giudizio sulla lettera sarebbe stato tutt’altro: secondo lui sarebbe Sraffa la persona che nel 1928 aveva detto a Tatiana Schucht che la lettera di Grieco era «criminale». Basterebbe forse notare che, se fosse stato così, sarebbe inspiegabile che Tatiana, nella sua forte reazione all’affermazione di Sraffa che la lettera di Grieco fosse semplicemente dovuta a leggerezza, non lo avesse accusato di voltafaccia, ricordandogli che egli stesso la aveva in precedenza definita “criminale”. D’altronde Sraffa disse a Spriano che non era lui la persona che nel 1928 aveva dato quella definizione della lettera (in effetti nella primavera del 1928, quando sorge la questione, Sraffa e Tatiana Schucht non si conoscevano neanche).

L’unico elemento citato da Canfora a sostegno della sua tesi è una lettera di Sraffa a Spriano del 1969, dove Sraffa parla (senza ulteriori chiarimenti) di due «disastri» nei tentativi di liberazione di Gramsci: secondo Canfora uno di questi due disastri «non può che essere la famigerata lettera». Ma è sfuggito (non solo a Canfora) che il padre di Piero Sraffa, Angelo, che si era a più riprese interessato alle vicende legali di Gramsci, scrisse due lettere al figlio nel 1933, una prima volta nel maggio, parlando della pubblicazione su L’Humanité di una allarmata relazione medica sullo stato di salute del carcerato, che (nelle parole di Angelo Sraffa) aveva causato un «patatrac» nei tentativi di liberazione di Gramsci, ed una seconda volta nel dicembre dello stesso anno, quando scrive che, superato quel primo «guaio», ne è sorto «uno nuovo» (la scoperta di una circolare della centrale comunista di Basilea che dava direttive sulla richiesta di libertà condizionale) che «rendeva impossibile al Tribunale una decisione favorevole» a Gramsci. Che siano questi i due «disastri» cui Sraffa alludeva nella lettera a Spriano del 1969 è chiarito al di là di ogni ragionevole dubbio da un’annotazione nella sua agenda alla data 25 marzo 1972, dove Sraffa scrive di aver consegnato a Giorgio Napolitano «serie completa fotocopie di lettere di Tatiana (e 2 di papà [quelle del maggio e del dicembre 1933] su disastri liberaz. Gramsci)».

Sia il buon senso sia i documenti vanno contro la tesi di uno Sraffa che antepone una «logica di partito» alla lealtà nei confronti dell’amico ucciso dai fascisti. Gramsci certamente fino alla fine ebbe la più totale fiducia in Sraffa – e non esiste la minima prova che tale fiducia fosse mal riposta.

 

*L’autore è professore ordinario di economia politica nell’Università di Napoli “Federico II”.

Basato su un articolo dallo stesso titolo, pubblicato nel n.77 (2009) della rivista Passato e Presente.

4 Commenti


  1. tiziano cavalieri scrive:

    Sraffa sostiene che quella lettera sia stato soltanto una leggerezza e che i sospetti di Gramsci siano stati solo indotti, solo che per esserlo dovevano essere credibili. I sospetti di Gramsci vanno quindi visti nel contesto dei suoi rapporti con Togliatti ed il partito bolscevico. Nel 1926 Gramsci a nome dell’ufficio politico del partito comunista scrive un documento che invia a Togliatti che si trova a Mosca perchè lo rappresenti al comitato centrale del partito bolscevico. Togliatti risponde a Gramsci che non lo trasmetterà perchè oggettivamente è squilibrato in favore dell’opposizione. Insomma Gramsci è in odore di Trotschismo. La risposta di Gramsci è di rottura e tagliente: “questo tuo modo di ragionare mi ha fatto una impressione penosissima”….”tutto il tuo ragionamento è viziato di burocratismo”. Questo scambio di lettere verrà reso pubblico solo nel 1970, cioè, aggiungo, quando diventano chiare le ragioni di Gramsci. Ciò che mi sorprende è che nessuno contestualizza i sospetti di Gramsci.


  2. Addolorata Doriana Amore scrive:

    Nella storia personale di ognuno di noi, accade, ad un certo punto, che le relazioni sociali si alterino, anzichè semplicemente evolvere, e si alterino a tal punto da non consentirne piu’ il controllo. Pertanto, è difficile capire esattamente in base ad un unico documento una vicenda storica, ma piuttosto, è necessario valutarne l’attendibilità in termini di coerenza con il resto delle altre fonti.
    Basta leggere l’opera di Gramsci - “Gli intellettuali” - per intuire come egli fosse perfettamente consapevole della parte che giocava all’interno della struttura sociale elitaria italiana, nei primi del 900. L’ideologia gramsciana mantiene una visione marxista della società il cui cardine essenziale è la classe imprenditoriale, però egli va oltre, ritenendo questa non solo principale creatrice della cosiddetta struttura, ma soprattutto della “sovrastruttura”.
    Questo, cari amici, è il punto di partenza per comprendere come l’Italia di oggi non sia altro che la creatura nata da una sovrastruttura globalizzata e soltanto in parte controllata dalla classe imprenditoriale nazionale. Tuttavia, ricercare il “bandolo della matassa” vuole dire credere ancora che “la storia ci insegna”, però qualcuno spero vorrà dissentire. Io stessa, a suo tempo nella mia tesi di laurea, volli dimostrare che il percorso intrapreso dalla forze economiche e sociali non è mai reversibile.


  3. admin scrive:

    Tiziano Cavalieri ha perfettamente ragione a dire che la spiegazione dell’episodio della “strana” - poi “famigerata” - lettera di Grieco a Gramsci del febbraio 1928 va trovata collocando l’episodio nel contesto del rapporto di Gramsci con il partito comunista (bolscevico e italiano: erano all’epoca due “sezioni” dell’Internazionale): la mia smentita alla tesi di Canfora che invece la lettera fosse un falso della polizia, e quindi in certo senso estranea alle questioni del partito, si muove nello stesso senso. Se Cavalieri va al mio articolo su Passato e Presente vedrà che vi si dice esplicitamente che i sospetti di Gramsci potevano derivare dallo scontro con Togliatti sulla lettera del 1926 cui Cavalieri si riferisce, e dall’ombra di sospetto trotskismo che quell’episodio poteva aver lasciato su Gramsci. Ma il punto fondamentale è che, come dicevo anche nel mio articolo, il groviglio creatosi intorno alla “famigerata lettera” attende ancora di essere dipanato.

    Giancarlo de Vivo


  4. Adriano Zanon scrive:

    E’ vero che il ‘groviglio attende ancora di essere dipanato’, ma finora chi ha voluto farlo? Nel libro di Canfora si è arrivati alla situazione paradossale di leggere un’aggressione alla memoria di Sraffa, reo dell’affermazione sulla ‘leggerezza’ che anche nei termini più semplici non può essere isolata dal contesto. Ricordo che eravamo nel 1937, non nel 1928, e che – appena morto Gramsci - su iniziativa della famiglia Schucht a Mosca fu imbastita un’indagine su Togliatti. Il clima era un po’ particolare, allora. _____ Non credo che il comportamento di Sraffa verrà mai definitivamente chiarito sulla base di prove documentali certe, quindi ognuno è libero di fare il tifo per il suo beniamino. Io sono dalla parte di Gramsci, quindi di Sraffa, l’unica persona di cui Gramsci si fidasse veramente. E tuttavia penso che Sraffa fosse anche dalla parte di Togliatti. La posizione più scomoda era di quest’ultimo e bisogna ammetterlo che se l’è cavata. Ma a che prezzo? Togliatti ha pur dimostrato qualcosa nel dopoguerra, ma rimane un personaggio tutto intriso di stalinismo. _____ Finora chi si è occupato di Togliatti in relazione a Gramsci - da Vacca a Natoli, da Rossanda a Canfora – è un togliattiano stretto e purtroppo incapace di vedere che la più grossa contraddizione di quel tempo è stata proprio quella del Migliore. Così questi continuano a randellare pur di difendere il loro beniamino. L’ultimo in ordine a prenderle è Piero Sraffa e Canfora è solo l’ultimo dei randellatori, cominciò infatti vent’anni fa Aldo Natoli. _____ Infine, ma in aggiunta, è chiaro che la politica di Togliatti ha attinto alcuni strumenti da Gramsci, ma la strategia di quest’ultimo, quella emersa dai ‘Quaderni’, era tutt’altra. La ‘riforma intellettuale e morale’ non aveva niente a che vedere con l’art.7 sul Concordato ed il giacobinismo gramsciano avrebbe avuto qualche difficoltà a promuovere l’amnistia togliattiana.

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