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Le agenzie di rating e la politica europea

Pubblicato il 11 Luglio 2011 da admin

La domanda se siano giustificate le valutazioni delle agenzie di rating sul debito pubblico portoghese o sulle banche italiane che si affaccia in questi giorni sulla stampa è una domanda in realtà malposta.

Se le valutazioni delle agenzie siano davvero corrette alla fine non è assolutamente rilevante. Di fatto, la funzione di quelle agenzie è quella di coordinare e indirizzare l’attività speculativa verso obiettivi profittevoli. La domanda che ci si deve allora porre è un’altra: un attacco speculativo coordinato e ripetuto nel tempo è in grado di portare Portogallo e poi Spagna e Italia nella stessa situazione di insostenibilità del debito pubblico in cui versa oggi la Grecia?  La risposta, su cui concordano tutti gli osservatori autorevoli, che si tratti dei commentatori del Financial Times Martin Wolf e del Wall Street Journal Simon Nixon (ma si veda anche sul Sole 24 Ore del 9/7 l’intervista a Alessandro Guzzini), del ‘guru’ della finanza George Soros, o di noti economisti di diverso orientamento (ad esempio A. Sen e Brad De Long) è: CERTAMENTE SI, a meno che, e questa è l’unica possibilità di salvezza, la BCE non compia una svolta radicale nella propria politica e intervenga in modo tale da garantire bassi tassi di interesse sui titoli del debito sovrano di tutti i paesi europei, non diversamente di quanto ha sinora fatto la Federal Reserve nei confronti del debito pubblico americano. Gli strumenti tecnici e le proposte in tal senso non mancano, non ultima quella circa la creazione di eurobonds recentemente sottoscritta da firme molto autorevoli, tra cui quella di Giuliano Amato.

Quella che finora è mancata è la volontà politica – tanto che la BCE sta facendo una irresponsabile politica di aumento dei tassi di interesse, che aggrava le posizioni debitorie di famiglie, imprese e governi. Ma allora l’Europa dovrebbe prendersela con se stessa prima ancora che con le agenzie di rating[1].

Si dirà: ma certo se la speculazione attacca questi paesi e non altri debbono esservi delle ragioni. Certamente è vero che i paesi della periferia europea hanno delle debolezze strutturali, in primis la difficoltà a mantenere in pareggio i propri conti con l’estero (cioè a esportare quanto importano) legate, tra l’altro, all’impossibilità di governare il tasso di cambio in modo appropriato per le proprie economie. Ma dopo la crisi del 2008 sono molte le economie e i sistemi bancari nazionali ad avere delle fragilità strutturali, e altri paesi come il Giappone e la Gran Bretagna ad esempio, hanno debiti pubblici più elevati in rapporto al PIL di quello di paesi europei oggi in difficoltà. La ragione ultima dell’attacco verso la ‘periferia’ dell’Europa (e di nuovo, su questo consentono gli osservatori internazionali), sta nel fatto che a differenza di altri paesi, quelli europei hanno abdicato alla propria sovranità monetaria e non hanno dunque una banca centrale nazionale che possa operare in modo da difendere il paese dalla speculazione, oppure in modo da rilanciarne le esportazioni e la crescita attraverso una (pur costosa per molti versi) scelta di svalutare il cambio. D’altra parte la BCE non sta agendo (e non ha attualmente il mandato politico per farlo) in modo da difendere le economie di questi paesi nell’unico modo che sarebbe efficace, e cioè, come si è detto, intervenendo in modo da ridurre i tassi di interesse sui titoli del debito pubblico.

Sul Sole 24 Ore del 9 luglio Perotti e Zingales sostengono che la situazione è drammatica, ma c’è una via d’uscita per l’Italia che consiste nel varare rapidamente misure di austerità più severe e più rapide di quelle sinora previste, pari al 4% del PIL tra aumento delle entrate e riduzione della spesa, in modo da raggiungere rapidamente il pareggio nel bilancio pubblico complessivo, cioè comprensivo degli interessi pagati ai possessori dei titoli del debito pubblico. Essi ammettono che si tratterebbe di misure durissime, perché una manovra di queste dimensioni dovrebbe necessariamente richiedere, oltre ad aumenti delle imposte, tagli severi a pensioni e stato sociale (quindi scuola, sanità ecc.) e inoltre la privatizzazione e vendita di tutte le società pubbliche o a partecipazione pubblica (Eni, Enel, Poste, Finmeccanica, Rai sono gli esempi citati). A questo già severo quadro tracciato da Perotti e Zingales bisognerebbe poi aggiungere gli effetti complessivi sull’economia di una tale manovra, che comporterebbe non solo i tagli sopra descritti ma anche di conseguenza una caduta della domanda e del PIL, e dunque della produzione industriale, degli investimenti e dell’occupazione di dimensioni paragonabili a quanto accaduto sulla scia della crisi finanziaria del 2008, e che a quelli si andrebbero ad aggiungere, dato che l’economia Italiana non si è ancora ripresa e ha oggi livelli di produzione e occupazione significativamente al di sotto di quelli pre-crisi.

Il prezzo dunque è estremamente alto. E tuttavia, vista la drammaticità della situazione, dobbiamo chiederci se ciò potrebbe davvero mettere l’Italia al riparo. La risposta è un secco NO. Basti qui una riflessione: i conti su quanto si debba tagliare per portare il bilancio in pareggio sono fatti per volumi di pagamenti degli interessi sul debito che riflettono i tassi di interesse correnti. Ma se la speculazione finanziaria rimane libera di determinare i tassi di interesse sul debito pubblico, questi possono, come per la Grecia e poi per il Portogallo, schizzare a valori tali da rendere impossibile, non importa con quali sacrifici, raggiungere il pareggio di bilancio, e ciò a causa dell’aumento vertiginoso della spesa per il pagamento degli interessi. Poiché tale attività speculativa è possibile e lucrosa, perché mai non dovrebbe essere intrapresa? In che modo i sacrifici descritti potrebbero porvi termine?

Al contrario, proprio la loro inutilità nell’aggiustare i conti dà ulteriore benzina alla speculazione.[2]

Sin qui sta accadendo esattamente quanto era stato previsto e descritto nella lettera sottoscritta nel giugno del 2010 da oltre duecentocinquanta economisti, e come già lì si avvertiva, senza un cambiamento radicale delle sue politiche il prossimo futuro dell’Europa è assai fosco.

 

 

 

[1] Va anche ricordato che è proprio l’Europa che ha dato alle agenzie di rating uno status semi-ufficiale, in quanto la BCE accetta titoli di stato come collaterale ai prestiti alle banche sulla base dei loro giudizi.
[2] Come sostenuto tra gli altri da Cesaratto e Turci su Il Riformista del 10/7 l’aggiustamento fiscale imposto all’Italia e agli altri paesi periferici impone costi economici e sociali tali da minare la stabilità, non solo sociale ma anche economica, di questi paesi - i mercati lo sanno e adeguano (al rialzo) i già elevati tassi.

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Sovranità monetaria e democrazia

Pubblicato il 05 Giugno 2011 da admin

Un grande primo ministro canadese, William Mackenzie King,[1] ebbe a dichiarare prima delle elezioni del 1935: “Una volta che a una nazione rinuncia al controllo della propria valuta e del credito, non importa chi fa le leggi della nazione. … Fino a quando il controllo dell’emissione della moneta e del credito non sia restituito al governo e riconosciuto come la responsabilità più rilevante e sacra, ogni discorso circa la sovranità del Parlamento e della democrazia sarebbe ozioso e futile”.

La rinunzia alla sovranità monetaria è precisamente quello che il nostro paese ha fatto con l’adesione alla  moneta unica. In verità, a ben guardare, l’aveva fatto già prima con il famoso “divorzio” fra il Tesoro e la Banca d’Italia nel 1981. Con quell’atto, compiuto attraverso un fait accompli – uno scambio di lettere fra Andreatta e Ciampi – in barba a qualsiasi decisione parlamentare, i governi della Repubblica rinunciavano alla prerogativa di determinare la politica monetaria, dunque moderare i tassi di interesse, con successive conseguenze disastrose per conti pubblici e distribuzione del reddito.[2] Con la moneta unica il nostro paese ha persino rinunciato alla possibilità di tornare indietro in quella decisione. Le ulteriori conseguenze sulla nostra economia dovute all’abbandono della flessibilità del cambio estero sono davanti agli occhi di tutti con un crescente disavanzo delle partite correnti,  dal pareggio del 1999 sino al -3,5% del 2010, con conseguente crescente indebitamento netto con l’estero.

Lo sconforto sarebbe attenuato se la sovranità monetaria fosse passata a una Europa politica che avrebbe potuto usarla al meglio. Non è stato invece così, avendo l’Europa inscritto persino nel proprio trattato costituzionale, com’è noto, che la banca centrale è indipendente dal potere politico avendo come solo obiettivo quello di stabilizzare il livello dei prezzi. Le conseguenze ultime di questa indipendenza si vendono nella indegna sceneggiata che si sta in questi giorni svolgendo fra le cancellerie europee e la BCE. A fronte del palese fallimento delle politiche di rientro dal debito imposte alla Grecia e della difficoltà a far digerire ulteriori aiuti ai propri contribuenti, alcuni paesi europei, la Germania in primis, si sono dichiarati favorevoli a qualche forma di ristrutturazione del debito di quel disgraziato paese. Di riflesso, gli esponenti della BCE hanno cominciato a rilasciare a destra e a manca dichiarazioni minacciose che se tale ristrutturazione avvenisse la banca centrale non avrebbe più stampato un quattrino a sostegno del debito e delle banche greche (una “opzione nucleare” è stata definita), mentre il governatore Trichet si è permesso di alzare la voce in summit di rappresentanti di governi democraticamente eletti e addirittura di abbandonarli sbattendo le porte.[3] Draghi, per coloro che coltivassero illusioni, ha ribadito nelle ultime Considerazioni finali che “né la presenza di rischi sovrani, né la dipendenza patologica di alcune banche dal finanziamento della BCE” possono farla “deflettere” dall’obiettivo della stabilità dei prezzi. Quello che appare intollerabile non è tanto il comportamento degli apprendisti stregoni di Francoforte, che in fondo rifiutano di fare quello che  i trattati europei vietano loro di fare e difendono la reputazione di “guardiani della moneta”, ma che le democrazie  europee si siano auto-inflitte queste umiliazioni. Si badi, da sempre la democrazia popolare ha avuto necessità di contro-altari istituzionali in un sistema di checks and balances. Ma a parte di una banda di fanatici economisti ultra-liberisti, mai a nessuno era venuto alla mente di elevare una banca centrale al rango di un quarto potere che espropria le istituzioni democratiche delle decisioni di politica economica!

La BCE ha dovuto durante questa crisi, nolente o volente, assumere ruoli – quello di prestatore di ultima istanza ai governi (che non era in effetti nei suoi statuti) e alle banche, pena l’implosione del sistema finanziario europeo e globale. A parte l’implausibile ipotesi che la Grecia riesca a stabilizzare se il proprio debito pubblico a colpi di deflazione e di svendita del patrimonio pubblico, ipotesi a cui sembra incredibilmente dar credito solo la BCE attraverso l’ultra-falco Bini Smaghi, qualunque sia la strada alternativa prescelta dall’Europa – una ristrutturazione del debito o quella più razionale e meno dolorosa di europeizzazione del debito (per esempio qui)  - la BCE sarebbe costretta a una politica monetaria accomodante. L’indipendenza della banca centrale è in generale, e in particolare nei frangenti attuali, sbagliata, e lo statuto della BCE va assimilato a quello della FED americana i cui esponenti mai e poi mai potrebbero permettersi di non collaborare alle decisioni dell’amministrazione.

Per quanto riguarda il nostro paese, esso sta pagando a quest’Europa dei prezzi elevatissimi in termini di disoccupazione crescente e di deindustrializzazione, e il futuro si presenta fosco. La consapevolezza di questo è ancora scarsa, spesso anche a sinistra dove, per cinismo o ignoranza, ci si appassiona ad altri temi che non siano quelli dell’occupazione e dei bisogni elementari della gente. Le proposte che l’Italia dovrebbe avanzare a Bruxelles le abbiamo esposte (quiqui qui), ma l’Europa prosegue in una cacofonia di voci e inadeguatezza di proposte che fa poco ben sperare.

La dichiarazione di Mackenzie del 1935, continua così: “Il Partito Liberale si dichiara in favore dell’immediata istituzione  di una banca nazionale debitamente costituita al fine del controllo dell’emissione di moneta rapportata ai bisogni pubblici. Il flusso di moneta deve essere in relazione ai bisogni nazionali, sociali e industriali del popolo canadese”. Le urne diedero al partito liberale una maggioranza senza precedenti. Dopo le belle vittorie di Milano e Napoli, i prossimi mesi potrebbero vedere la partecipazione della sinistra italiana al governo. Naturalmente il problema che si presentava a Mackenzie era quello, più semplice, di nazionalizzare l’emissione di moneta. Più complicato sarebbe se il Canada avesse stabilito una unione monetaria con gli Stati Uniti, come abbiamo fatto noi con la Germania. La consapevolezza di quanto dura è la battaglia a cui dovrebbe attrezzarsi una sinistra che volesse davvero sollevare le sorti del paese ci sembra, comunque, un primo, essenziale passo.

[1] William Lyon Mackenzie King (1874-1950), leader del partito liberale, un partito di centro ma con sensibilità ai problemi sociali, fu per tre volte primo ministro del Canada.
[2] Come ricordato da Aldo Barba in un interessante intervento al convegno per il 150mo su Sviluppo capitalistico e unità nazionale nei giorni scorsi.
[3] Bini Smaghi è arrivato a minacciare che la BCE possa imporre che i paesi membri dell’UME rimborsino la banca decine di miliardi di titoli greci che essa detiene. Contro i timori della BCE vedi Roubini.

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L’ottusa austerità della BCE

Pubblicato il 22 Aprile 2011 da admin

La BCE ha aumentato il tasso di interesse – è probabilmente il primo di una serie di aumenti previsti nei prossimi mesi – al fine di contrastare l’inflazione salita a marzo al 2.6% rispetto al 2.4 di febbraio. Trattandosi di inflazione di origine esterna, provocata dagli aumenti dei prezzi internazionali delle materie prime energetiche ed alimentari, la ratio antinflazionistica dell’avvio nelle presenti condizioni di una politica di moneta più cara non è immediatamente evidente.

Innanzi tutto, secondo le versioni oggi dominanti del punto di vista ortodosso in materia di politica monetaria, un aumento del tasso di interesse da parte della banca centrale sarebbe giustificato solo se dietro la maggiore inflazione vi fossero anche aumenti dei salari monetari e dei prezzi attribuibili a squilibri nelle condizioni interne di domanda e offerta aggregate. Ma certamente neppure Trichet può pensare che oggi, all’interno dell’eurosistema, la domanda aggregata stia premendo sui limiti posti dal prodotto potenziale.

Se si prescinde poi dalla visione teorica dominante, resta il fatto che ogni aumento del costo del denaro è di per sé direttamente inflazionistico, sicché combattere l’inflazione aumentando i tassi di interesse è un po’ come spegnere un incendio gettando sulle fiamme delle secchiate di benzina. I tassi di interesse non sono altro infatti che una componente dei costi totali di produzione e le imprese normalmente reagiscono ad aumenti dei costi aumentando i prezzi. A fronte di aumenti dei tassi di interesse il rapporto prezzi/salari monetari tende pertanto ad aumentare e i salari reali a diminuire. Ciò a sua volta stimolerà delle rivendicazioni salariali – genererà delle pressioni all’aumento dei salari monetari – a meno che l’accresciuto costo del denaro non riesca ad avere un impatto negativo sulla crescita economica e l’occupazione, attraverso contrazioni della domanda interna e delle esportazioni nette, e dunque non determini un indebolimento della forza contrattuale dei salariati.

Resta naturalmente l’effetto antinflazionistico dell’apprezzamento dell’euro rispetto al dollaro e alle altre principali valute che l’aumento del tasso di interesse da parte della BCE è suscettibile di determinare, ma al costo, appunto, di una minore competitività delle merci prodotte all’interno dell’eurozona, e quindi di una contrazione delle sue esportazioni nette.

Dunque, in definitiva, tassi di interesse più alti potrebbero oggi riuscire a contrastare l’inflazione in Europa solo se il più alto rapporto prezzi/salari monetari che essi tendono a determinare fosse più che compensato da: a) un abbassamento via il tasso di cambio dei prezzi in euro degli inputs importati; b) una riduzione o minore aumento dei salari monetari via il probabile effetto negativo sull’occupazione causato tanto dalla riduzione dei salari reali che dall’apprezzamento del cambio – ossia dagli effetti negativi sui consumi e le esportazioni nette provocati da più alti tassi di interesse. Nell’attuale contesto, poi, non va trascurato l’impatto del rincaro del denaro sulla spesa pubblica per interessi, e quindi i tagli compensativi delle spese pubbliche primarie (leggi spese sociali) cui i governi europei immancabilmente ricorreranno per impedire l’aumento dei disavanzi complessivi.

La banca centrale più indipendente del mondo non ha di fatto resistito all’impulso di contribuire per prima all’ottusa “austerità” imperante.

*Ordinario di economia politica nell’Università di Roma “La Sapienza”.

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Per una nuova politica economica in Europa

Pubblicato il 24 Marzo 2011 da admin

Da questo documento è stata estratta una dichiarazione favorevole a una nuova politica economica in Europa, sottoscritta dalle seguenti realtà rappresentative del mondo progressista e della sinistra: AltraMente scuola per tutti, Associazione per il rinnovamento della sinistra, Associazione culturale in Movimento, Centro studi Cercare ancora, Fondazione Buozzi, Fondazione Nenni, Lavoro e Libertà, Le nuove ragioni del socialismo, Marx XXI, Network per il socialismo europeo, Socialismo 2000.

Il 24 e il 25 marzo si tiene a Bruxelles una riunione del Consiglio Europeo sulle misure con cui affrontare la crisi dell’Unione Monetaria Europea (UME). Purtroppo, le scelte che sembrano profilarsi continuano ad essere ispirate ad un approccio conservatore e “rigorista”. È necessaria una campagna che susciti consapevolezza, ed una mobilitazione attorno alla necessità di una svolta nella politica economica europea, che consenta la ripresa della domanda aggregata e quindi rimetta in moto lo sviluppo e la crescita occupazionale.

Le politiche sinora attuate in Europa a sostegno dei paesi “periferici” - spesso caratterizzati da un incremento significativo del rapporto tra debito pubblico e Pil - e quelle che verranno avanzate nel prossimo summit, comportano infatti elevati costi sociali senza risolvere la crisi, anzi aggravandola. Ma a differenza di quanto  implicito in quelle politiche, tutti i paesi europei sono egualmente responsabili della crisi, sia quelli forti che quelli periferici, sia quelli debitori che quelli creditori. E come poi diremo meglio, per evitare un aggravamento della crisi alcune proposte ci sembrano essenziali:

- stabilizzazione (non riduzione) dei debiti pubblici dei paesi “periferici” e contestuale impegno della BCE nel sostenere il contenimento del costo del debito; europeizzazione parziale dell’emissioni di titoli pubblici; rilancio delle politiche espansive nei paesi che registrano avanzi della bilancia commerciale (sono questi gli elementi principali di una soluzione che coniughi sostenibilità finanziaria e ripresa della crescita);

- pari passu, riforma delle istituzioni economiche europee, in primis della BCE, con l’obiettivo di politiche fiscali e monetarie coordinate e subordinate al controllo democratico dei cittadini;

- sostegno allo stato sociale privilegiando la produzione di beni pubblici, sociali e culturali a basso impatto ambientale; ridefinizione delle politiche del lavoro al fine di ridurre il grado di precarietà nei rapporti di lavoro e tendenzialmente portare ad una crescita della quota dei salari nel reddito nazionale;

- ripresa della competitività a lungo termine, non attraverso le politiche della concorrenza ma consentendo ai paesi di riappropriarsi di strumenti attivi di politica industriale.

I modelli di sviluppo neo-mercantilisti nei paesi centrali dell’Unione confliggono con queste proposte. Ma la forza degli eventi ha già portato l’Unione ad adottare misure precedentemente impensabili, e i rischi di deflagrazione dell’area euro che le politiche attuali comportano possono aprire spazi alle proposte che qui avanziamo.

La crisi dell’euro, costi sociali e insufficienza delle misure proposte

La crisi economica mondiale, la cui principale ragione di fondo va rinvenuta nella caduta nell’ultimo trentennio della capacità di consumo dei lavoratori dei paesi industrializzati, ha avuto un impatto disomogeneo nell’Unione Monetaria Europea, esaltando la divaricazione tra due aree d’Europa, una “centrale” e forte, e l’altra “periferica” e debole. A ben vedere, infatti, la crescita registrata negli scorsi anni in alcuni paesi della periferia si è rivelata effimera, dal momento che si è tradotta in un boom dell’edilizia residenziale più che in un vero rafforzamento industriale. Al tempo stesso, l’incremento del debito pubblico in Spagna e Irlanda ha avuto origine nella necessità di coprire l’indebitamento del settore bancario verso le banche dei paesi forti, e non dunque in irresponsabili politiche di spesa pubblica. Il più forte aumento dei salari nominali (sebbene non di quelli reali) nella periferia, che è seguito alla pur fittizia crescita, ha accentuato la perdita di competitività di quei paesi. In questa vicenda non ci sono paesi buoni e cattivi, né è corretto definire il debito pubblico di alcuni paesi come un “male” o tanto meno come una responsabilità esclusiva di quei paesi; piuttosto, siamo in presenza di scelte di fondo sbagliate riconducibili alla filosofia neo-liberista. Questa ha ispirato sia il neo-mercatilismo dei paesi centrali (che attraverso la moderazione salariale ha condotto a bassi consumi interni ed esportazioni competitive), sia il maldestro tentativo dei paesi periferici di importare attraverso la moneta unica (che per definizione impedisce accomodamenti del conflitto sociale attraverso gli aggiustamenti del cambio) ulteriori dosi di disciplina, flessibilità e precarietà nel mercato del lavoro. In questo contesto, gli aiuti europei a favore dei paesi che sono stati oggetto di attacchi speculativi sono stati resi disponibili a tassi di interesse elevati che, sommandosi all’imposizione di misure di bilancio restrittive, non potranno che aggravarne la crisi, rendendo vani gli enormi prezzi sociali e occupazionali causati da quelle stesse misure. L’intervento della Banca Centrale Europea (BCE) a sostegno dei titoli pubblici di quei paesi, che costituisce una interessante e positiva novità, è stato però del tutto insufficiente.

Purtroppo, le misure in corso di approvazione in questo summit non modificano tale impostazione. Esse si limitano infatti a un marginale rafforzamento del fondo salva-stati già esistente e a definire l’entità di quello che lo sostituirà nel 2013, con un piccolo ritocco all’ingiù dei tassi usurai praticati alla Grecia. Soprattutto, si deliberano piani di riduzione del rapporto debito pubblico/PIL dei paesi ad alto debito, anche attraverso nuove privatizzazioni, ed un meccanismo di sanzioni per i paesi che non vi si attengono. Queste misure confermano il perdurante orientamento conservatore delle politiche europee, indifferente all’aumento della disoccupazione, ai tagli allo stato sociale e all’istruzione, alle prospettive di milioni di cittadini europei, in particolare a quelle delle giovani generazioni.

Contemporaneamente, la BCE sembra volersi sottrarre al proprio dovere di sostegno dei titoli pubblici dei paesi in difficoltà, mentre al contempo si avvia verso un improvvido aumento dei tassi di interesse che nulla può contro l’aumento dei costi dell’energia, dei beni alimentari e delle materie prime. La filosofia che prevale è quella del rigore. Alla deflazione di salari e prezzi interni, la cosiddetta “svalutazione interna”, è assegnato il compito di far riguadagnare a tali paesi la competitività perduta. Si tratta di una logica distruttiva, che nega prospettive al modello sociale europeo e che rischia di mettere in pericolo la tenuta stessa dell’Unione Monetaria, come chiarito nella “Lettera” sottoscritta da oltre 250 economisti italiani e stranieri nello scorso giugno.

Per una nuova politica economica europea

Cosa proponiamo in alternativa? Per evitare la deflagrazione dell’UME non è possibile fare semplicemente affidamento su un sistema di garanzie all’emissione dei titoli dei paesi fortemente indebitati - i cosiddetti Eurobonds, o l’Agenzia Europea per il debito. Queste proposte, di per sé pure interessanti, sono da sole insufficienti, e diventano null’altro che fumo negli occhi, se accompagnate dall’accettazione di nefaste politiche di bilancio restrittive e da una politica monetaria del tutto indifferente allo sviluppo e all’occupazione e preoccupata solo di contenere l’inflazione. Le forze progressiste e il mondo del lavoro, in Europa e in Italia, devono essere consapevoli che occorre una svolta di politica economica per uscire dalla crisi della zona euro e porre le condizioni per uno sviluppo armonico e duraturo.

Sono quattro le misure da mettere in campo immediatamente per intraprendere un percorso che metta fine al rischio di deflagrazione dell’area euro e permetta una ripresa dello sviluppo e della crescita occupazionale nei paesi periferici:

1. occorrerebbe abbandonare le politiche di abbattimento del debito pubblico, chiedendo ai paesi che hanno maggiori livelli del rapporto debito/Pil di stabilizzare nel medio periodo i livelli attuali dei rispettivi rapporti, come proposto per l’Italia dall’Appello degli economisti del 2006. Contemporaneamente, i Paesi con surplus commerciale dovrebbero abbandonare le politiche di moderazione salariale ed effettuare politiche fiscali espansive, tali da riportare in equilibrio la loro bilancia commerciale e contribuendo in questo modo al rilancio delle esportazioni dei paesi indebitati e alla stabilizzazione del debito in quei paesi. Ciò, congiuntamente a un maggior finanziamento del bilancio europeo dovrebbe contribuire a rilanciare immediatamente la domanda aggregata in Europa;

2. la politica monetaria dovrebbe essere orientata a promuovere lo sviluppo, assicurando tassi di interesse sui debiti pubblici sostenibili (sostanzialmente tenere molto bassi i tassi di interesse a lungo termine), tali cioè da stabilizzare il debito senza mortificare spesa sociale, occupazione e crescita;

3. la dinamica della domanda interna e la politica salariale dovrebbero essere orientate al perseguimento, in particolare nei paesi con avanzi con l’estero, di un tasso di inflazione non inferiore a quello di riferimento europeo – da accrescere al 3%.  Al tempo stesso, i salari reali dovrebbero aumentare in ciascun paese non meno della produttività del lavoro. Anche per favorire ciò  dovranno essere introdotte forme di tutela quali il salario minimo garantito (come scritto in una recente risoluzione del parlamento europeo) e riforme del mercato del lavoro che riducano la precarietà. I paesi che continuassero a praticare politiche deflazionistiche e restrittive, al fine di realizzare obiettivi d’inflazione inferiori a quello europeo, cercando di guadagnare così competitività a spese dei partner, dovrebbero essere soggetti a misure di pressione volte a determinare un mutamento di quelle politiche;

4. occorrerebbe contrastare la speculazione internazionale e i fenomeni di dumping sociale in particolare da parte dei paesi esterni all’Unione Monetaria, con forme di regolamentazione e imposizione fiscale sulle transazioni finanziarie speculative e sul commercio sleale, e di armonizzazione fiscale.

Le proposte ora delineate non possono non richiedere un mutamento profondo delle istituzioni economiche europee, e in particolare:

a) va ufficializzato il ruolo dell’Eurogruppo (il consiglio dei ministri economici) come sede di coordinamento della politica fiscale e monetaria con l’obiettivo prioritario della piena occupazione;

b) lo statuto della BCE va modificato, contemperando l’obiettivo della stabilità dei prezzi a quello della piena occupazione (similmente a quanto avviene per la FED statunitense). Che scelte vitali per milioni di cittadini, quali quelle della politica monetaria, siano nelle mani di una istituzione tecnocratica non vincolata alle scelte popolari espresse dai Parlamenti nazionali ed europeo, dovrebbe risultare intollerabile. Quindi va valorizzato il ruolo di indirizzo delle politiche economiche.

Le vicende che hanno accompagnato la crisi mostrano che dietro la pressione degli eventi sono possibili rapidi passi in avanti, precedentemente quasi impensabili. La  mobilitazione della sinistra europea dovrebbe spingere tale processo più in là, anche accrescendo la coscienza di massa su questi temi. In questo quadro sarebbe possibile rilanciare il modello sociale e cooperativo europeo su pilastri quali:

- politiche del lavoro e distributive volte ad assicurare una  più equa distribuzione del reddito che, in un quadro non inflazionistico da realizzarsi col consenso dei lavoratori e delle loro organizzazioni, sostenga attraverso una crescita della parte del prodotto sociale che va ai lavoratori la domanda interna nei vari paesi;

- più armonico equilibrio territoriale ed implementazione di un meccanismo di riaggiustamento rispetto agli squilibri territoriali garantito da un consistente finanziamento del bilancio dell’Unione, che possa assecondare l’ulteriore espansione della domanda;

- sostegno ai sistemi di welfare state come strumento di coesione sociale;

- sostenibilità ambientale con lo sviluppo di consumi sociali ed investimenti in conoscenza e tecnologie sostenibili.

Il rilancio delle competitività nazionali, in particolare nella periferia, non potrà mai avvenire in un quadro di caduta dell’occupazione, delle spese sociali, dei livelli di istruzione  e delle innovazioni.

Al riguardo, ciascun paese deve riacquistare la sovranità completa nella politica industriale che includa un intervento attivo del settore pubblico, di programmazione e partecipazione diretta, nei settori industriale, energetico e bancario. I sistemi bancari nazionali vanno in particolare riformati nella direzione di farne uno strumento di supporto ad uno sviluppo reale e sostenibile, non drogato da bolle speculative.

L’Europa a un bivio

Le proposte liberiste e rigoriste in discussione nel summit europeo aggraveranno il carattere dualistico dell’economia europea: un “centro” poderoso che persegue politiche neo-mercantiliste di vendere molto agli altri e comprare poco, e una “periferia” destinata al declino economico, sociale, ambientale e all’instabilità politica. Esse sono infatti profondamente sbagliate e non potranno che accentuare la minaccia della deflagrazione monetaria, sociale  e politica dell’Europa. È indispensabile una diversa politica economica volta alla crescita concertata ed equilibrata dell’occupazione e dei consumi sociali, nel rispetto dell’ambiente. Su questi temi il mondo progressista italiano ed europeo deve farsi promotore di una campagna che accresca la consapevolezza e la mobilitazione popolare.

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Utopia e realismo nella politica economica europea

Pubblicato il 15 Febbraio 2011 da admin

Pubblichiamo contestualmente un commento di Guido Montani all’articolo “E noi faremo come Schroeder” di Sergio Cesaratto ed una replica di quest’ultimo.

 

Nel suo contributo Montani sostiene che l’Europa soffra di un “grave squilibrio istituzionale”, denunziato dai “federalisti europei”, dove “solo il pilastro monetario è stato creato”. Prefigura in luogo un’Europa più simile alla Germania, ma non troppo, dove scompaia la “la distinzione tra paesi forti e deboli”. Allo scopo, propone che un (rafforzato) Parlamento europeo e la Commissione contino “su un bilancio almeno pari al 3,5-4,5% del PIL”. Per venire incontro alle “buone ragioni” tedesche volte a “sostenere … alcuni vincoli di austerità …per evitare che la finanza internazionale metta in pericolo l’Unione monetaria”, e per sostenere col dovuto “orgoglio” il progetto alternativo, i partiti “progressisti” dovrebbero farsi portatori di “misure serie … per la riduzione del debito pubblico”. Sebbene, infine, “non esistono criteri teorici condivisi per stabilire quando un debito pubblico diventa sostenibile … questi criteri esistono nella prassi e sono stati resi espliciti dagli attacchi della speculazione finanziaria a paesi come la Spagna e l’Irlanda che pure rispettavano i parametri di Maastricht”. L’articolo di Montani esprime un sentire europeista e rigorista diffusi nella sinistra italiana. Pur apprezzando alcuni spunti dell’argomentazione – in particolare l’idea di un più ampio budget europeo - non nascondiamo un dissenso di fondo nell’impostazione e nei contenuti.

a) Per cominciare, la struttura istituzionale Europea non è un frutto casuale, ma dell’idea che mercati dei beni e del lavoro liberalizzati, accompagnati da una politica monetaria ereditata dalla Bundesbank e dalla rinuncia alla politica fiscale, avrebbero assicurato una crescita non inflazionistica. Come tale modello abbia ben servito il modello economico tedesco e accentuato gli squilibri europei abbiamo già molte volte spiegato su questa rivista.

b) Questa struttura sarebbe idealmente modificabile, sebbene in una maniera più complessa di quanto delineato da Montani, ciò comportando in particolare la rinuncia da parte della Germania di alcuni tratti fondamentali della propria costituzione economica. Il realismo politico nei riguardi della costituzione economica tedesca ci induce a essere pessimisti al riguardo.[1]

c) Montani pare invece paradossalmente ottimista sulla Germanizzazione dell’Europa (“Di fatto, il governo tedesco sta diventando il governo dell’UE. Se in futuro si procederà in questa direzione si costruirà un’Europa tedesca”), che però rifiuta in quanto non una “buona soluzione per i cittadini europei”. In verità se le cose fossero così semplici, tutti i cittadini europei accetterebbero qualche sacrificio per poter assomigliare a quel paese! Sfortunatamente, invece, la realizzazione di comportamenti tedeschi attraverso dosi massicce di deflazione è mission impossibile: società più efficienti si possono solo realizzare in un contesto di crescita e non di progressivo immiserimento sociale. Inoltre, come acutamente sottolineato, l’ossessione sul recupero delle competitività nazionali come soluzione dei problemi dell’eurozona, condiviso dalla Merkel come dalla Commissione, dimostra che essi “tentano di guidare l’eurozona come se fosse una piccola isola off-shore”).

d) Montani appare sottoscrivere la tesi che un progetto alternativo comunque comporti il rientro del debito pubblico nei paesi periferici (non ci pare meritevole di discussione l’idea ciò venga fatto per orgoglio nazionale). Il concetto di sostenibilità è arbitrario, come Montani ammette e come sostenuto nell’appello degli economisti sulla stabilizzazione del debito pubblico.[2] La sostenibilità dei debiti pubblici dipende naturalmente dalla politica monetaria adottata. Se questa è accomodante nel senso di minimizzare l’onere del debito, la sostenibilità è assicurata. La BCE ha ampie possibilità di farlo, se i governi Europei volessero (purtroppo sembra ammettersi per le banche quello che è considerato anatema per il settore pubblico).[3] Perché dunque imporre sui paesi più indebitati politiche fiscali deflazionistiche che solo aggraverebbero la situazione nazionale, europea e globale, come sostenuto nella lettera degli economisti?[4] Misure, destinate peraltro all’insuccesso come Montani ammette per il caso Greco.

Che fare, dunque? Intanto si devono prendere le distanze dalle utopie federaliste - che trovano peraltro i loro fondamenti economici nelle medesime ideologie del laissez-faire portate a sostegno dell’Europa com’è - a favore di una visione realistica delle relazioni fra paesi e della complessa relazione fra conflitto distributivo e accordi economici internazionali. Su questa base, la proposta di progetti economici alternativi al disegno esistente è strumento di lotta politica purché non si ritenga che la soluzione risieda in quello che definisco idealismo keynesiano (sebbene Montani sembri talvolta lontano persino da questo), basti ricordare che il rifiuto del keynesismo è l’articolo 1 della costituzione economica tedesca. A fronte di conflitti economici che hanno radici storiche profonde non esistono facili soluzioni, e l’unica indicazione è quella di fronteggiare tale realtà consapevoli degli interessi nazionali. Spinelli no, per favore.

 

 

 

 

[1] Al riguardo si veda la critica alle posizioni di Carlo Panico, per alcuni versi simili a quelle di Montani, in Cesaratto.
[2] Che il debito di alcuni paesi periferici sia sotto attacco pur essendo nei parametri di Maastricht non dimostra nulla: in quei paesi è il sistema privato a essere fortemente indebitato, con la possibilità che esso vada a gravare sulle finanze pubbliche.
[3] Purtroppo Montani nel suo più ampio contributo a cui rimanda sottoscrive in pieno lo statuto corrente della BCE definito un “solido pilastro”, ritenendo che l’austerità fiscale sia “necessaria per evitare una nuova crisi”, una posizione ben in linea con le “contrazioni fiscali espansive” di Alesina.
[4] La lettera datata 15 giugno 2010 era indirizzata al Presidente Napolitano. E’ sfuggito ai più che pochi giorni dopo il Presidente ha affermato: “Il tema che si sta tuttavia imponendo al centro delle preoccupazioni comuni a larga parte della comunità internazionale è - insieme con quello del concreto raggiungimento di adeguati obbiettivi di consolidamento dei bilanci pubblici - il tema del contestuale rilancio della crescita economica. I due punti appaiono abbinati in tutte le formulazioni dei più recenti documenti, innanzitutto dell’Unione Europea ; il secondo non può essere posto trascurando il primo, ma la combinazione risulta controversa e difficile. Essa dipende anche dall’apporto che ad una ripresa europea ancora flebile verrà dato da qualcuna tra le maggiori economie dell’Unione, se non ci si preoccuperà troppo del rafforzamento delle finanze e della competitività del proprio paese ; e dipenderà, una positiva combinazione tra risanamento finanziario e crescita economica, dagli specifici contenuti della manovra di stabilizzazione in paesi come il nostro”.

 

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Irlanda ed Eurolandia, a saltare è il mercato

Pubblicato il 08 Gennaio 2011 da admin

La difficile situazione dell’euro, con l’estensione della crisi del debito sovrano all’Irlanda e potenzialmente a Portogallo e Spagna, è il prodotto di varie contraddizioni, che si approfondiscono, intrecciandosi tra loro. In primo luogo, il debito sovrano è figlio del modo in cui si è tentato dei risolvere la crisi del 2001, con il sostegno artificiale alla domanda. Il costo del denaro è stato ridotto quasi a zero, inondando di liquidità i mercati finanziari[1] e spingendo le banche a concedere mutui immobiliari con grande disinvoltura. I prezzi delle case sono lievitati, creando una bolla e permettendo alle famiglie, grazie ai rifinanziamenti dei mutui, di acquistare a credito e sostenere la crescita dell’economia in primo luogo degli Usa e poi di Regno Unito, Spagna, Portogallo e Irlanda, e indirettamente dei grandi paesi esportatori[2]. Quando la bolla immobiliare è scoppiata e i prezzi delle case sono crollati al di sotto dei mutui, le famiglie sono diventate insolventi e le banche hanno accumulato perdite enormi. Per scongiurare una catena di fallimenti bancari sono intervenuti gli Stati, i cui debiti sono cresciuti repentinamente. In Irlanda, il debito pubblico netto, che nel 2007 era il 12% del Pil, è schizzato in alto quando lo Stato è intervenuto a garantire obbligazioni bancarie pari al 30% del Pil[3]. Dunque, a saltare in Irlanda, come altrove, non è stato il pubblico, ma il privato, cioè il tanto decantato mercato.

Tuttavia, il debito pubblico di Irlanda (65,5% del Pil), e Spagna (53,2%) non appare altissimo se confrontato con il 200% del debito giapponese e con il quasi 100% di quello Usa[3]. Perché allora l’effetto dell’aumento del debito sovrano è così devastante in Eurolandia? Perché Giappone e Usa hanno una banca centrale che può acquistare titoli direttamente dallo Stato, stampando dollari o yen, nel caso in cui i mercati rifiutino di farlo. La Bce può intervenire solo sui mercati secondari. L’euro è in sé una anomalia, essendo una moneta senza Stato, ovvero una unione monetaria senza unione politica. Il debito diventa insostenibile perché non esistono né una vera banca centrale, né politiche fiscali e di bilancio comuni. In aggiunta, a differenza di quanto accade in Giappone, in Irlanda il 75% del debito sovrano e il 50% del debito delle banche sono controllati dall’estero. In una situazione simile sono anche Grecia e Portogallo. Di conseguenza, è più facile che gli investitori disinvestano e che gli anelli deboli della catena dell’euro siano presi di mira da fondi esteri. Del resto, il debito sovrano è assicurato tramite credit default swap, un massa enorme di denaro che, a livello mondiale, è per il 72% in mano delle prime cinque banche Usa[4].

Il sistema finanziario mondiale è ancora oggi dominato dagli Usa, che però scontano i debiti sovrano e commerciale più grandi del mondo. La possibilità di rifinanziarli è legata alla attrazione di liquidità dall’estero grazie al dollaro, che svolge il ruolo di valuta di scambio e di riserva mondiale. Ma un dollaro troppo debole e un debito federale troppo alto mettono in difficoltà tale meccanismo[5]. Infatti, a partire dallo scoppio della crisi la Cina, il maggiore acquirente di titoli di stato Usa, ha cominciato a diversificare le sue riserve valutarie, e negli ultimi mesi ha garantito liquidità proprio a Grecia, Portogallo e Spagna. Dunque, un euro troppo forte, considerato che l’Europa è l’unica area con un sistema finanziario che si avvicina agli Usa, è un pericolo per gli statunitensi.  Con l’Irlanda a novembre si è ripetuto quanto accaduto circa un anno fa, allorché, con il cambio dell’euro a 1,50 contro il dollaro, ci fu l’attacco speculativo alla Grecia e la moneta unica crollò a 1,19.

Ma  le difficoltà dell’euro hanno una radice anche nel rapporto tra la Germania e gli altri paesi dell’eurozona. Se la Bce ha un ruolo limitato e i singoli paesi europei non possono ricorrere alla politica monetaria ciò è dovuto alla Germania, che ha posto queste condizioni per mettere in comune moneta e banca centrale. Inoltre, l’aumento della liquidità nei Paesi periferici dell’eurozona è stato una manna per la bilancia commerciale tedesca, che presenta il maggiore saldo positivo a livello mondiale[6]. Infatti, l’aumento della liquidità in un paese, in assenza di adeguati aumenti della produzione industriale, va a vantaggio dell’industria dei paesi da cui importa. Negli ultimi dieci anni la produttività della Germania, che già partiva su un piano di vantaggio rispetto agli altri paesi, è aumentata ancora mentre i salari tedeschi diminuivano dell’1% annuo. Normalmente, in un caso del genere, l’industria degli altri paesi avrebbe potuto difendersi dall’accresciuta competitività tedesca svalutando. Con l’introduzione dell’euro questo non è stato più possibile. In questo modo, mentre le famiglie dei Paesi deboli dell’eurozona si indebitavano, la bilancia commerciale dei loro paesi - soprattutto nei confronti della Germania - peggiorava. Nel frattempo, il forte surplus commerciale e la relativa scarsezza dei consumi interni, dovuta alla moderazione salariale, hanno accresciuto il risparmio tedesco che non è stato investito in Germania – dove evidentemente c’è una sovraccumulazione di capitali sotto forma di eccesso di mezzi di produzione - ma si è diretto all’estero[7]. In questo modo, la Germania e le sue banche sono diventate i maggiori creditori di Grecia, Irlanda, Portogallo e Spagna e, quindi, le maggiori interessate ai loro “salvataggi”[8].

Quando è nato l’euro, ci si è affidati ai privati e alla autoregolazione dei mercati, smantellando il ruolo pubblico nell’economia, liberalizzando e privatizzando in tutti i settori. Al contempo, non ci si è posti la necessità di una forma di vera unità politica da affiancare all’unità monetaria. Infine, la deregolamentazione e precarizzazione del mercato del lavoro hanno portato alla riduzione del salario reale a fronte di aumenti di produttività in molti casi fortissimi. Di conseguenza, si è accentuata la divaricazione crescente tra aumento della produzione di merci e riduzione della capacità di assorbimento delle merci stesse da parte del mercato, che è tipica del capitalismo. Una contraddizione che illusoriamente si è pensato di risolvere con l’economia a credito e scaricando all’estero la sovrapproduzione di merci e di capitali.

Il mercato autoregolato non regge e al suo posto va recuperato l’intervento della mano pubblica e dello Stato, come è stato giustamente evidenziato nella Lettera degli economisti. Il ritorno dello Stato non deve consistere nella socializzazione delle perdite e nel sostegno finanziario subalterno al privato, come sta avvenendo negli USA e come è previsto nel modello Marchionne-Fiat. È di un altro tipo di intervento statale che c’è bisogno. Un intervento che si concretizzi in una politica fiscale progressiva, nella ripubblicizzazione dei settori privatizzati, e soprattutto che, in antitesi all’anarchia del mercato, rilanci una vera programmazione democratica dell’economica.

 

* Economista, consultente Filmcams-CGIL

[1] La Fed Usa ha immesso nel mercato del credito solo tra il 2001 e il 2006 2 trilioni di dollari e tra il 2008 e i primi mesi del 2009 un altro trilione e mezzo per salvare le banche. Vedi Luciano Gallino, Con i soldi degli altri, Einaudi, Torino 2009, p.90.
[2] Cfr. Niall Ferguson, Ascesa e declino del denaro, Mondadori, Milano, 2010, cap. V.
[3] Guido Tabellini, “Senza politica fiscale addio Ue”, Il Sole 24 ore, 28 novembre 2010.
[4] Con il debito dei singoli stati Usa in bancarotta (California, Alabama, ecc.) il debito complessivo supera il 100%. Considerando la nazionalizzazione degli istituti assicurativi Freddie Mac e Freddie Mae arriva al 140%. Inoltre il deficit statale Usa è il 9% del Pil, mentre quello greco è l’8,5%. Vedi The Economist, November 27th 2010.
[5] Vedi Morya Longo, “Il debito di Mr O’Sullivan in poche mani straniere”, Il Sole 24 ore, 25 novembre 2010.
[6] Chi sostiene che il dollaro debole aiuta le esportazioni Usa e quindi il riequilibrio della bilancia commerciale non considera il fatto che gli Usa non sono più da tempo una potenza industriale.
[7] Il saldo positivo della bilancia commerciale tedesca degli ultimi 12 mesi è di 210 miliardi di dollari, quello cinese è di 186 miliardi. Vedi The Economist, November 27th 2010.
[8] Un caso da manuale. Vedi in K. Marx, Il capitale, libro III, capitolo XIV “Cause antagonistiche”.
[9] I salvataggi della Ue consistono in prestiti cui si applicano tassi di interesse superiori al 5%. Carlo Bastasin, Berlino-Ue matrimonio d’interesse, Il Sole 24 ore, 25 novembre 2010.

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Gli scenari del teatrino europeo

Pubblicato il 15 Dicembre 2010 da admin

Il 16-17 dicembre si riunisce in Belgio il Consiglio dei leader europei. Quali sono gli scenari che l’Europa ha di fronte?

Alla irrisolta crisi di solvibilità della Grecia si è in questo autunno aggiunta quella dell’Irlanda e a ruota il contagio, che si manifesta con un aumento dei tassi di interesse sui titoli pubblici, è arrivato anche all’Italia via Portogallo e Spagna e ora persino alla Germania. Quali sono le prospettive? Abbiamo di fronte tre scenari: 1) tamponare con un po’ di liquidità la situazione dei paesi periferici chiedendo loro di “aggiustare i propri conti” con “sacrifici” interni;. 2) anticipare la rottura e gestirla evitandone gli aspetti più dolorosi, per quello che si può; 3) attaccare i problemi alla radice nella direzione di costruire una unione politica ed economica funzionante.

La crisi europea assomiglia alle molte delle crisi debitorie nei i paesi in via di sviluppo il cui ultimo clamoroso caso è stato il default dell’Argentina nel 2002. In pillole, la costituzione dell’Unione monetaria europea (UME) nel 1999 ha favorito flussi di capitale a buon mercato dai paesi centrali dell’Europa (Germania e Francia in primis) a quelli periferici, i famosi PIGS. La politica monetaria della BCE è stata al contempo improntata a bassi tassi nominali di interesse essendo ritagliata sulla Germania, per compensare le sue politiche di moderazione fiscale e salariale che poco sostenevano domanda e produzione. I flussi di capitale hanno determinato un boom edilizio e l’indebitamento delle famiglie in Spagna e Irlanda, e del settore pubblico in Grecia. L’edilizia è un volano dell’economia è questi paesi sono infatti cresciuti assai, e così i loro salari nominali e prezzi. Questo ha implicato che i tassi di interesse reali[1] diventassero, in quei paesi, assai bassi, stimolando ancor di più la domanda. La produttività i questi paesi è cresciuta più che in Germania, ma qui i salari nominali crescevano meno della produttività, nella periferia essi aumentavano più della produttività, sicché essa perdeva competitività. La Germania e il suo entourage (Austria, Paesi Bassi ecc) guadagnava così in termini di esportazioni nette verso la periferia sia perché la domanda in quei paesi cresceva molto, che per la loro perdita di competitività. Nei fatti le esportazioni di capitali dai paesi centrali finivano per finanziare l’acquisto di prodotti dai medesimi paesi. Ma se questo accade per una serie di anni, i paesi periferici finiscono per cumulare un forte debito estero. Inizialmente questo era, in Spagna e Irlanda, solo privato, ma ad esso si è aggiunto, una volta scoppiata la crisi, quello del settore pubblico che si è indebitato a sua volta per soccorrere le banche nazionali indebitate con quelle dell’Europa centrale. Se i paesi creditori a un certo punto ritengono che i debitori non possano restituire il debito, possono smettere di rifinanziarglielo, e i debitori dichiarano la bancarotta (default).

Una soluzione a questa situazione implica: a) nel breve periodo assicurare a questi paesi liquidità sufficiente e a buon mercato per non fallire; e b) nel medio periodo risolvere il loro problema di solvibilità stimolando il loro output ed esportazioni. Esaminiamo dunque i tre scenari.

1. Nel primo scenario, già in opera, gli “aiuti” europei e una timidissima BCE tamponano la crisi di liquidità sostenendo i titoli dei paesi debitori qualora i mercati non vogliano più farlo o lo farebbero solo a tassi esorbitanti, ma lo fanno in misura insufficiente senza davvero incidere sui tassi usurai che tali paesi si trovano a pagare (i quali aggravano il debito). Al contempo la deflazione fiscale e salariale loro richiesta determina una caduta del loro PIL, con conseguente caduta delle entrate fiscali, sicché il riaggiustamento dei conti è una fatica di Sisifo (per non parlare dei sacrifici sociali che ciò comporta). Tradizionalmente aggiustamenti dei conti interni sono stati accompagnati da una svalutazione della moneta, che rilanciando le esportazione ne ha compensato i danni sul PIL. Ma ora le monete nazionali non ci sono più! Per giunta la stessa Germania si fa campione della deflazione, e ciò aggrava la crisi della domanda aggregata a livello europeo e globale.  I mercati tutto questo lo sanno, e per questo il fallimento dei paesi periferici e della moneta unica è all’ordine del giorno. Se fanno fallimento i paesi debitori, faranno anche fallimento i paesi creditori (USA inclusi) e questa sarebbe la madre di tutte le crisi.

2. Una rottura ordinata dell’UME, con la fuoriuscita dei paesi periferici, è affare complicatissimo (Blejer and Levy-Yeyati 2010; Eichengreen 2010). Il fatto centrale di cui tener conto è che il debito esterno di tali paesi continuerebbe a esser denominato in euro. Misurato nelle nuove valute locali, che cadrebbero di valore, e di molto, rispetto all’euro, il valore di quel debito aumenterebbe, per cui esso dovrebbe certamente subire quello che si chiama un “haircut” (un taglio dei capelli), cioè essere rinegoziato (ci si accorda che una parte non viene restituita, e il resto restituito in tempi più lunghi). Ma se i mercati subdorano questa eventualità, la speculazione si scatenerebbe determinando un immediato “disordinato”  default. Allora la decisione di una rottura dovrebbe essere segretamente presa prima che i mercati sospettino qualcosa – dunque un po’ prima che il sistema crolli di suo -, in un consesso che non può escludere, tuttavia, USA, Cina e Giappone, almeno, oltre ai principali paesi europei. Nei tempi di Wikileaks tenere il segreto non è facile! Il vantaggio di riacquisire la propria moneta sarebbe nel rilancio delle esportazioni, ma misure per impedire che si scateni una forte inflazione interna sarebbero necessarie. Non sarebbe invece necessario stampare preventivamente nuove banconote, le attuali già sono contraddistinte per paese (una S dopo il numero di serie individua per esempio quelle “italiane”). Misure drastiche di controllo dei capitali sarebbero ovviamente necessarie. Se fosse la Germania (e forse una recalcitrante Francia) a lasciare, ciò costituirebbe di per sé un taglio ai debiti esteri denominati in una moneta, l’euro, che svaluterebbe rispetto al nuovo Deutsche Mark. Se poi ciò che rimane dell’UME si sfasciasse, tutti si tornerebbe alle monete nazionali e il debito estero sarebbe denominato in quelle, il che sancirebbe un haircut di fatto.

3. L’inefficacia del primo scenario, e la drammaticità del secondo, potrebbero col tempo far addivenire a soluzioni più ragionevoli. Con riguardo ai problemi di sostenibilità a breve, una più incisiva azione della BCE nel sostenere i titoli di stato e la europeizzazione di parte dei debiti (come proposto, fra gli altri, da Tremonti) assicurerebbe i mercati consentendo un loro rifinanziamento a costi contenuti. I problemi strutturali dovrebbero essere poi affrontati invertendo la moderazione fiscale e salariale tedesca di modo che tale economia perda un po’ di competitività e al contempo rilanci la domanda interna[2]. D’altronde solo operando con misure opposte a quelle che hanno caratterizzato sinora l’UME se ne possono invertire le tendenze. Questo appare al momento inaccettabile alla Germania che fonda il proprio modello di crescita su disciplina interna ed esportazioni con in mente l’espansione nei paesi extra-europei.

Se dio veramente acceca chi vuole perdere, nel meeting del 16-7 dicembre i paesi europei decideranno piani draconiani di rientro dal debito pubblico a cui nostro paese arriverà senza un governo che possa autorevolmente opporsi a tale follia.

 

 

[1] Il tasso di interesse reale è la differenza fra il tasso di interesse nominale e il tasso di inflazione. Se prendiamo 100€ in prestito al tasso nominale del 5%, e il tasso di inflazione è del 4% (per cui ciò che restituiremo fra un anno vale il 4% di meno in termini di potere d’acquisto), il tasso reale che effettivamente paghiamo è 1%.
[2] Un obiettivo accettabilissimo per i tedeschi sarebbe di accettare che i salari nominali crescessero in quel paese al tassi di crescita della produttività più il 2% che è il tasso di inflazione obiettivo della BCE.

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Chi ha ucciso l’euro?

Pubblicato il 10 Dicembre 2010 da admin

Prima della Grande Recessione era diffusa l’opinione che il ruolo di riserva internazionale del dollaro fosse a rischio, e che una crisi avrebbe potuto generare una fuga dal dollaro. Invece, inaspettatamente, la vittima della crisi è stato l’euro. Se per caso era rimasto qualche dubbio circa la morte dell’euro dopo la crisi greca, questo è stato eliminato dalla successiva crisi irlandese.

Chi l’ha ucciso? Non c’è bisogno della polizia scientifica per cercare le prove, il colpevole ha lasciato tracce ovunque… no, non è stato il maggiordomo, ma la Banca Centrale Europea.

Negli Stati Uniti la crisi ha fatto sì che la Federal Reserve si impegnasse a mantenere bassi i tassi di interesse sui titoli del debito pubblico a lungo termine, utilizzando la controversa politica di espansione della quantità di moneta. Continuando a comprare grandi quantità di titoli pubblici, la Fed non solo mantiene bassi i tassi di interesse, ma fornisce la garanzia che questi titoli sono assolutamente sicuri. Questo a sua volta consente al Tesoro americano di mantenere elevati disavanzi pubblici senza problemi di sostenibilità.

Questo è l’esatto opposto di quanto sta facendo la BCE con i paesi della ‘periferia’ europea. I paesi che fanno parte di un’unione monetaria perdono  il controllo della politica monetaria e non possono svalutare il tasso di cambio. Ma la moneta unica significa anche la perdita della possibilità per un singolo paese di decidere circa i propri disavanzi pubblici, perché le fonti di finanziamento o vengono meno o sono sottoposte ad un controllo sovranazionale. Certo,  se la BCE decidesse di comprare titoli di stato greci o irlandesi (e anche portoghesi e spagnoli), in modo da mantenere i loro tassi di interesse allo stesso livello di quelli tedeschi, potrebbe farlo. Purtroppo tuttavia la BCE ha deciso di dimostrare che i titoli pubblici denominati in euro sono tutti uguali, ma alcuni sono più uguali di altri. E se la BCE dichiara che alcuni dei titoli denominati in euro non valgono nulla – chi altro può metterlo in dubbio?

Come nel caso della Grecia, l’Irlanda sta accettando un salvataggio condotto dalla Unione Europea, Fondo monetario e BCE, che richiede politiche di aggiustamento fiscale estremamente severe, che accrescono la disoccupazione, e che sono alla fine destinate a fallire. Dovrebbe semplicemente abbandonare l’euro, anche se in realtà è molto probabile che continui invece a rimanere nell’unione monetaria per diversi anni (come fece l’Argentina col il cambio fisso).

E dunque, la BCE è il colpevole, anche se c’è stato un complice: gli economisti, che hanno per tutto il tempo dato una mano ad uccidere l’euro. La crisi europea è un ulteriore esempio di come gli economisti mainstream cercano di far finta che nessuno potesse prevedere la crisi, perché il fenomeno era troppo complesso per essere previsto.

Per esempio recentemente Brad De Long ha espresso preoccupazione sulle politiche economiche della BCE ed ammesso di essersi sbagliato nel ritenere che nessun governo avrebbe consentito alla disoccupazione di rimanere al 10% per un periodo lungo. Eppure nel 1998, lo stesso Brad de Long affermava in un libro pubblicato da NBER che: “gli economisti…ritengono che la spesa pubblica in disavanzo non ha effetti espansivi”. Se fosse così non avrebbe ragione di preoccuparsi per le politiche attuali! Questo mostra quanto poco questi economisti credessero veramente alla loro stessa tesi che fosse la riduzione della spesa pubblica ad avere effetti espansivi sull’economia!

I problemi delle analisi mainstream sono ancora più profondi e sono strettamente legati a quella che Paul Krugman chiama la “sintesi di Samuelson”, cioè l’idea che il keynesismo fosse basato sui fallimenti del mercato (cioè su rigidità dei salari o del tasso di interesse). Ma non è così. Nel capitolo 19 della Teoria Generale Keynes mostra che la flessibilità dei salari ha effetti negativi e quindi, sì, la soluzione è la politica fiscale espansiva.

In realtà, come ha notato solo Dean Baker (che ha avuto sempre ragione e che spesso, forse proprio per questo, viene dimenticato) l’Irlanda, sino a prima della crisi, aveva fortissimi avanzi (sì, proprio così!) nei propri conti pubblici – di fatto l’Irlanda era additata come l’esempio di una politica fiscale restrittiva che genera espansione.

Sarebbe stato meglio per gli irlandesi se avessero prestato ascolto al grande economista irlandese Wynne Godley che nel 1992 avvertiva: “la incredibile lacuna nel programma europeo è che non c’è nessun progetto di qualcosa di analogo, in termini comunitari, di un governo centrale… Se un paese o regione non ha alcun potere di svalutare, e se non può beneficiare di un sistema di trasferimenti fiscali che tendano ad eguagliare le condizioni, allora non c’è nulla che possa impedirgli di soffrire di un processo di declino cumulativo e definitivo che alla fine farà sì che l’emigrazione sia l’unica alternativa alla povertà e all’inedia.” Nel 2001 Arestis e Sawyer  hanno posto la questione se l’euro avrebbe causato una crisi in Europa, e hanno risposto di sì. Ma in economia avere ragione non conta – ciò che paga è dire ciò che i mercati vogliono sentire.

 

*University of Utah, USA. Traduzione a cura della redazione di economicaepolitica.it.

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