Europa politica o fine dell’euro

Europa politica o fine dell’euro

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Ancora un contributo al dibattito sugli effetti di una uscita dall’euro scaturito dalla pubblicazione su Economia e Politica dello studio di Realfonzo e Viscione. Dopo i commenti di Biasco, del Keynes blog e di Zezza, è ora il turno di Mauro Gallegati che riprende le tesi del “monito degli economisti”. Per Gallegati o ci sarà un grande passo avanti della politica europea o non ci sarà l’euro; basterebbe l’uscita italiana dalla moneta unica per avere una deflagrazione dell’eurozona e dell’idea stessa di Europa.

Non credo esista una demarcazione netta nelle scienze sociali. Così l’economia si interseca con la storia, e queste si sovrappongono alla politica ed alla sociologia. Di per sé questo approccio ripudia il modello unico, la pretesa naturalità dell’economia. Se, per usare le parole di Piketty, “ci sono questioni che sono troppo importanti per essere lasciate agli economisti”, il tema dell’uscita dall’euro non  fa eccezione. Le sofferenze sociali soprattutto dei Paesi più fragili dell’Europa, stanno producendo conseguenze sociali che ci fanno chiedere: quanto resiliente sarà la democrazia in Europa? L’euro ha lasciato i cittadini – soprattutto nei Paesi in crisi – senza voce in capitolo sul destino delle loro economie. Gli elettori hanno ripetutamente mandato a casa i politici al potere, scontenti della direzione dell’economia – ma alla fine il nuovo governo continua sullo stesso percorso dettato dalla Troika.

Ma per quanto tempo può durare questa situazione? E come reagiranno gli elettori? In tutta Europa, abbiamo assistito a un’allarmante crescita di partiti nazionalistici estremi, mentre in alcuni Paesi sono in ascesa forti movimenti separatisti. E per quanto tempo ancora le economie (e le stesse istituzioni democratiche) dei paesi periferici sopravvivere ad una unione monetaria incompleta e asimmetrica?

Serve un cambiamento strutturale dell’Eurozona se si vuole che l’euro possa sopravvivere: o ci sarà l’Europa politica (Stati Uniti d’Europa) o non ci sarà l’euro. Coloro che pensavano che l’euro non sarebbe potuto sopravvivere si sono ripetutamente sbagliati. Ma i critici hanno ragione su una cosa: a meno che non venga riformata la struttura dell’Eurozona e fermata l’austerity, l’Europa non si riprenderà.

Condividere una moneta unica costituisce ovviamente un problema poiché così facendo si rinuncia a due dei meccanismi di aggiustamento: i tassi d’interesse ed il cambio. Se si aderisce a una moneta unica, la rinuncia ad alcuni strumenti di politica economica può essere compensata sostituendoli però con qualcosa d’altro, come una politica fiscale comune e condivisione dei debiti, mentre ad oggi l’Europa non ha messo in campo altro che il fiscal compact.

Il lavoro di Realfonzo e Viscione è assai intrigante e meritevole di ulteriori sviluppi. Se le svalutazioni hanno effetti positivi sulla crescita e meno sul lavoro è tema, di per sé stimolante. Qui però, dopo aver prima fatto notare che questa crisi non è come tutte le altre poiché determinata dalla dinamica strutturale e poiché avviene in piena globalizzazione (come ho chiarito in uno studio con Delli Gatti, Greenwald, Russo e Stiglitz del 2012)[1], vorrei enfatizzare alcuni dei problemi legati all’uscita dell’Italia dalla moneta unica, cosa possiamo aspettarci dal tramonto dell’euro e perché cercare risposte nella storia può essere fuorviante.

Credo che l’uscita del nostro Paese si tradurrebbe, tramite i mercati, in un incontrollabile effetto domino – ma siamo  too big e too connected per abbandonare l’Unione senza provocarne la disgregazione – che porterebbe in primis al crollo dell’architettura dell’euro e di conseguenza all’abbandono dell’idea di Europa e la possibilità della trasformazione della Grande Recessione in Grande Depressione, se non altro perché l’euro è ormai una valuta di riserva mondiale.

L’euro non è insomma una porta girevole: come avviene sempre nelle cose della vita – ma non nella teoria  economica dominante – esiste una freccia del tempo e ritornare indietro può voler dire non riconoscere più il punto di partenza perché le scelte fatte nel frattempo l’hanno cambiato. Le svalutazioni precedenti sono poi accadute in regime di cambi fissi e ciò di per sé muta il contesto rispetto all’uscita dall’unione monetaria. Conseguenze politiche a parte, l’uscita sarà temporalmente lunga ed alcune misure saranno necessariamente “repressive” – chiusura dei movimenti di capitale e della Borsa –  e pesanti per chi ha debiti in euro o tassi debitori in Euribor.

Uno dei  pro, si dice spesso, è che l’uscita dall’euro ci consentirebbe di svalutare e quindi di aumentare la competitività. E’ un copione già visto – e sulla cui efficacia rimando a Realfonzo e Viscione – che funziona solo per pochi anni. Indipendentemente dall’inflazione che potrebbe conseguire (di certo aumenterebbe il costo delle materie prime) occorrerebbe ricordare che la svalutazione equivale ad un impoverimento del paese in media e l’economia mainstream non ha gli strumenti per valutare l’impatto distributivo. Nel caso più favorevole la svalutazione produce una espansione della produzione – e dei profitti – quando la crisi ha già messo in moto i processi di de-leveraging e risparmio di spesa che coinvolge l’occupazione. L’espansione della produzione avrà quindi effetti meno che proporzionali su salari ed occupati. Gli interessi sul debito, a meno di avere autarchia finanziaria, aumentano e così la redistribuzione a danno dei salari. Inoltre, difficilmente si può sostenere che la fuga dei capitali interessa i meno abbienti. Ma soprattutto le svalutazioni danno respiro temporaneo e non cambiano la  struttura produttiva di un paese: quel che davvero occorrerebbe ai Paesi periferici dell’Europa in crisi non per il troppo debito pubblico (come i casi di Irlanda e Spagna dimostrano).

Benefici dalla svalutazione credo si avranno, ma quantitativamente assai limitati. E per due ragioni.

Intanto ora le nostre esportazioni vivono di qualità. L’export italiano è composto non più dai soli prodotti tradizionali, ma dal made in Italy e dai macchinari destinati all’industria: beni di qualità e poco soggetti alla concorrenza di prezzo. Svalutare non produrrà grandi benefici.

Poi ci sono ora i BRICS sulle cui produzioni, più tradizionali, siamo in concorrenza come Paese a Sviluppo Recente, ma i costi relativi non sono paragonabili e tali rimarranno anche per svalutazioni eccezionali. Una politica industriale o meglio post-industriale è la strada.

Un altro falso mito è quello del tornare Italia, non più uno dei PIIGS, col solo ritorno alla sovranità monetaria – e il nuovo matrimonio tra Tesoro e Banca d’Italia. Eravamo identificabili come PIIGS ben prima dell’euro, seppur con una definizione più aggraziata, come quella di Fuà: Paesi a Sviluppo Tardivo dell’Europa (già nel 1980 in un lavoro per l’Ocse, Fuà individuava caratteristiche comuni – alta inflazione, dualismo territoriale, deficit della bilancia dei pagamenti e di bilancio pubblico, alta disoccupazione e notevole quota di economia sommersa – in Portogallo, Italia, Irlanda, Grecia e Spagna). La struttura economica li caratterizza mentre la rinuncia alla sovranità monetaria aggrava tale fragilità strutturale, ma non ne è la causa.

Ammesso che di sovranità monetaria si possa parlare con integrazione finanziaria e mobilità dei capitali. In fondo, con gli accordi di Bretton Woods ci vincolarono l’emissione di moneta, ma non impedirono il boom economico.

Il malessere dell’Ue è in massima parte auto-inflitto, a causa di una lunga serie di pessime decisioni di politica economica, a partire dalla creazione dell’euro. Sebbene l’intento sia stato quello di unire l’Europa, alla fine l’euro l’ha divisa: i Paesi più deboli  sono riusciti, per ora, a rimanere nell’euro a prezzo di disoccupazione e deflazione salariale, crollo della domanda interna e aumento del “sommerso”.  Ma non sarà per sempre, come abbiamo chiarito nel “monito degli economisti” del 2013.

Quali saranno i costi di una mostra uscita dall’euro resta materia di dibattito. Ciò che pare certo è che senza Europa perderemo tutti.

 

 

[1] Il riferimento è al saggio “Mobility constraints, productivity trends, and extended crises” apparso nel Journal of Economic Behavior & Organization del 2012 (pp. 375-393).

3 Commenti

  1. Fernando Vianello (La Moneta Unica Europea, 2005) sul processo di integrazione monetaria europea: “La politica monetaria (e del cambio), vista un tempo come qualcosa che si pone al servizio della società – qualcosa che asseconda la libera determinazione dei comportamenti sociali, che tiene conto delle caratteristiche della struttura produttiva e della stratificazione sociale, del grado di conflittualità delle relazioni industriali, dell’esistenza o meno di aree depresse o di un distacco d’industrializzazione da colmare – è ora concepita come qualcosa che detta legge alla società, che fornisce un quadro di riferimento astratto entro il quale il corpo vivente della società deve comprimersi, come in una camicia di forza, non importa a quali costi.” Tratto proprio dall’articolo pubblicato su questa rivista dal prof. Manfredi Di Leo. Non avrei saputo trovare parole migliori per rispondere ad un articolo che sembra non fare caso al fatto che per fare la cosiddetta “Europa politica” mancano i presupposti fondamentali che hanno dato vita agli Stati Nazionali. E mancano, primo fra tutti, un sistema di trasferimenti fiscali e regimi fiscali/previdenziali/di lavoro univoci. Il prof. Gallegati sembra dimenticare che, senza stati Nazionali, l’Europa non esiste. Senza Europa invece gli Stati nazionali esistono lo stesso. La proposta del prof. Gallegati è la stessa che da Bruxelles/Francoforte ci propinano. Non c’è alternativa. I cittadini europei non hanno voce in capitolo. Non possono opporsi alla deriva suicida che ha preso l’UEM. Devono stare zitti e subire. Fino a quando? Fino a quando non arriverà la prossima crisi che, come avverte Shiller, potrebbe essere prossima. A quel punto, forse, ci renderemo conto, sulle macerie della nostra civiltà e nostri diritti, una alternativa c’era. Ma sarà troppo tardi.

  2. Mi rivolgo brevemente agli amici–Mauro Gallegati in primis per l’ultimo contributo, ma anche Biasco, Zezza, ecc. — che stanno animando questo dibattito su un tema cruciale: con posizioni diverse, ma tutti con una riflessione sofferta e non enfatica, come talvolta accade in altre sedi. Ringrazio Realfonzo e Viscione che hanno aperto questo spazio.
    Chi scrive espresse, ab initio, la preoccupazione per possibili effetti di divergenza reale nel medio periodo, per partecipanti di una “Unione Monetaria” in un quadro di assenza di solidarietà, ma solo di vincoli imposti, per le politiche fiscali. A fronte degli accadimenti e dei dibattiti di oggi, mi sento un po’ come si poteva sentire un antifascista di sempre, a fronte dei nuovi compagni che si accorsero delle conseguenze nefaste del regime a guerra persa…. Penso anche di avere subito qualche ostracismo, ma per fortuna non sono tempi in cui si finiva a Ventotene…
    Ho sempre letto con interesse contributi e sottoscritto petizioni, divulgati da “Sbilanciamoci”, e altre sedi di circolazione di un pensiero critico a livello europeo, apprezzandone l’impegno e la volontà di proposta alternativa. Ho sempre pensato, tuttavia, che si era spesso su un terreno di testimonianza volontaristica: oggi, a quattro anni dall’inizio del dibattito intorno alla “Rotta di Europa”, e dopo speranze “elettorali” deluse, che situazione ed equilibri a livello di istituzioni comunitarie e di solidarietà fra gli stati membri, potessero modificarsi verso orientamenti meno punitivi, ci troviamo ora, credo, di fronte ad una rinnovata “epifania” delle rigidità e negatività, della costituzione e del governo dell’Unione economica e monetaria. Rigidità , che spiazzano gli spazi per “riformismi in un solo paese”, e di fatto impongono ai paesi in posizioni “deficitarie”, di vivere in una situazione permanente di sovranità limitata “. Sovranità limitata ci fu anche in altri contesti nella storia recente: quando un paese incluso nell’area di influenza di una Grande Potenza deviava troppo, arrivavano i carri armati di Mosca o il golpe militare della CIA….Oggi, l’equivalente dissuasivo del “sibilar di spade” di allora sembra delegato alla prospezione delle conseguenze catastrofiche per ipotesi di uscita dalla unione monetaria…
    Non ho frequentato “blog” anti-euro, per carenza di esibizionismo , ma anche perché non voglio incoraggiare qualsiasi leggerezza nella sottovalutazione dei rischi e costi dei processi di un aggiustamento doloroso ( equivarrebbe, credo, ad entrare in un dopoguerra dopo una guerra persa…).
    La situazione dell’Eurozona e le sue regole, mi sembrano quelle del “matrimonio indissolubile” del tempo antico: anche se ci si accorgeva dell’errore, la parte debole era costretta ad accettare il ricatto di una convivenza dove uno detta legge e l’altra subisce; oppure entrare in una prospettiva di rottura che poteva avere implicazioni drammatiche in termini economici e di perdita di status…. Molti matrimoni infelici tuttavia duravano, allora….
    Al di là delle metafore, sarei lieto che questa tribuna si arricchisse di altri contributi e opinioni; sarei lieto che ciascuno ponesse, alla base della riflessione, il confronto, magari fra le peggiori “opzioni”: la persistenza in un quadro di un’applicazione ottusa del “fiscal compact” da un lato, e la gestione del disordine che seguirebbe inevitabilmente la ipotesi di uscita dall’altro. Quale è peggio, nel medio termine, intendo per le prospettive di una generazione che si affaccia oggi al lavoro o si dedica agli studi ? Ovviamente sarebbero benvenute le prospettive intermedie, ma che possibilmente non siano “elogi dell’utopia”…
    Per chi fosse interessato ad una mia riflessione più ampia , espressa in tempi ancora meno drammatici, segnalo qui sotto, un mio WP ( “Astril” -uniroma3)….senza esibizionismi..
    Auspico la continuazione di un dibattito consapevole fra colleghi e tutti gli amici interessati, in un momento in cui vi é un dovere intelletuale di stare all’erta…
    Paolo Piacentini

    http://host.uniroma3.it/associazioni/astril/db/e2397f61-388c-49af-a9db-b0f6fae9e405.pdf

  3. Tutti sti bei paroloni,concetti filosofico economici da docente universitario, pur di non dire che l’EURO e’ una truffa colossale che nessuno osa manco immaginare ,come se le truffe si limitassero al mattone dentro al falso videoregistratore! Qualcuno in un Olimpo autoreferenziale $tampa carta, o la invera in virtuale, magari daccordo o sotto minaccia NATO-FED ed a braccetto con la CINA, e poi ce la presta al valore nominale, piu’ interessi,in cambio di Titoli d iStato,che non sono altre carte stampat ema pezzi reali di paese da sbrandellare! l’EURO verra’ ricordata (se ci sara’ anchea un minimo di liberta’) come un invasione al pari di una militare! Una truffa dalla quale si deve solo Uscire e chiedere i DANNI ,altr oche discuterne per dare tempo ai LADRI di fare altro malloppo prima di sparire per sempre!

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