Oltre il sogno, l’Europa possibile

Oltre il sogno, l’Europa possibile

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In Principi di Scienza Nuova, Giambattista Vico scriveva che «Gli uomini prima sentono senz’avvertire; dappoi avvertiscono con animo perturbato e commosso; finalmente riflettono con mente pura». Se si escludono gli aspetti di metodo e di merito relativi al nuovo “piano di salvataggio” triennale accordato alla Grecia, l’intera vicenda che ha visto per alcuni mesi contrapposti il governo guidato da Alexis Tsipras ed i cosiddetti “creditori” ha avuto senz’altro un merito: non tanto quello di aver “disvelato” il vero volto dell’Europa, che già era abbastanza noto in tutti i suoi aspetti “fisionomici”, quanto quello di aver dato il “la” all’apertura di un dibattito finalmente non convenzionale sulla natura dell’Europa, sulla qualità del processo di integrazione, perfino sulla sostenibilità dell’euro.

Nondimeno, tra la gran mole di materiali analitici che abbiamo a disposizione, ancora oggi, a me sembra che manchi qualcosa perché il dibattito faccia un significativo passo in avanti. Soprattutto con riguardo alla prospettiva. Beninteso: avanzare una proposta di riforma dell’attuale governance euro-monetaria non è un’impresa semplice, per chiunque. Fermarsi però all’analisi di ciò che non funziona e sottolineare soltanto ciò che sarebbe opportuno evitare, per quanto più agevole, equivarrebbe ad una accettazione dell’ineluttabilità del corso delle cose, contro ogni pretesa di rianimazione del rapporto agonico tra politica e “stato di cose presente”.

Europa: cos’è?

Partiamo allora da quest’ultimo: che cos’è oggi l’Europa, al di là della sua dimensione geografica (anch’essa da stabilire)? Per quanti atti e trattati siano stati sottoscritti dal 1950 ad oggi, l’Europa si presenta ancora, sostanzialmente, come un’area di libero scambio, un “mercato unico” (detto anche “mercato interno”), all’interno del quale, secondo le stesse finalità del progetto, persone, merci, servizi e denaro possono circolare «con la stessa facilità con cui si muovono all’interno di un singolo paese».

A tale realtà è stata fatta corrispondere un’area monetaria con un’unica moneta, l’euro, che attualmente coinvolge diciannove paesi su ventotto. Mercato “unico” e moneta “unica”: binomio evidentemente “imperfetto” in assenza di unità politica e fiscale. Se è vero, infatti, che gli stati, almeno quelli occidentali e maggiormente sviluppati, fatte le dovute differenze, hanno perso il monopolio assoluto sulla moneta, altrettanto vero è che non esiste moneta al mondo, all’infuori dell’euro, che non sia legata, anche simbolicamente, ad una entità statuale, come lascito della “modernità politica”.

Nel caso dell’euro, ovviamente, il problema non è di ordine simbolico, non riguarda il nostro immaginario identificante, ma attiene strettamente alla sfera dell’oeconomicus, come avremo modo di vedere più avanti.

Squilibri commerciali e debitocrazia

Come in tutti i mercati, c’è chi compra e chi vende, chi fa profitti e chi si indebita per comprare. Relativamente agli stati, c’è uno strumento che consente di registrare i flussi monetari derivanti dalle transazioni fra i residenti in un paese e i residenti all’estero: la bilancia dei pagamenti. Essa, ad ogni buon conto, non è soltanto un freddo registro degli scambi che avvengono tra un paese e il resto del mondo, ma anche il termometro dello stato di salute di quel paese e della sua economia. Se un paese importa beni e servizi in quantità maggiore di quanti ne esporta, alla lunga tenderà ad accumulare debiti con l’estero. Viceversa, un paese che esporta più di quanto importa tenderà ad investire i suoi surplus all’estero (anche in attività speculative) e ad accumulare crediti. Bene, cosa è accaduto in questi anni nel “mercato unico” europeo? Non certo ciò che enfaticamente veniva indicato come obiettivo nei trattati, ovvero lo «sviluppo armonioso, equilibrato e sostenibile delle attività economiche»[1] in ambito comunitario. Al contrario, lo scenario che abbiamo davanti è quello di un “mercato unico” profondamente squilibrato, diviso tra potenze “creditrici” e periferie indebitate (debitocrazia). La stessa crisi finanziaria scoppiata a cavallo tra il 2007 ed il 2008 porta le stigmate di questi profondi squilibri, per via dell’intreccio tra surplus commerciali da un lato e attività speculative e creditizie dall’altro. L’introduzione della moneta “unica”, da questo punto di vista, ha avuto un peso non secondario. Ci vuole poco a capire, infatti, che per un paese come la Germania, l’euro sia stato un’alternativa vantaggiosa al Marco, mentre per molti altri paesi europei esso si sia rivelato per lo più un pessimo affare. Per alcuni paesi, insomma, l’euro ha rappresentato una moneta relativamente più debole rispetto alla precedente divisa nazionale, per altri (la maggior parte) esattamente il contrario. E gli effetti sugli scambi commerciali si sono visti tutti.

Dal 2002 ad oggi i surplus commerciali tedeschi hanno sfondato la soglia dei 1000 miliardi di euro[2], di cui una gran parte è finita in attività speculative e nell’apertura di linee di credito nei paesi periferici, diventati, a loro volta, mercato di sbocco delle merci ad alto valore aggiunto made in deutschland. I paesi della periferia, dunque, hanno “consumato” in questi anni ricevendo in prestito i loro stessi soldi. Di converso, la Germania, ed altri paesi nordici, hanno praticato al proprio interno una rigida politica deflazionistica e di riduzione salariale, volta a frenare le importazioni dai paesi periferici, secondo uno schema definito “neo-mercantilista”. Due dati su tutti. Il primo. Il saldo delle partite correnti della Germania è stato negativo per oltre un decennio, dal 1991 al 2002, anno dell’immissione in circolazione dell’euro. Poi è iniziata la risalita, fino ai picchi di questi ultimi anni. Il secondo. Dal 1995 al 2013 i salari tedeschi sono cresciuti, in termini nominali, di 21 punti percentuali in meno rispetto alla media della zona euro[3]. Ciò non significa, ovviamente, che nella periferia, in termini reali, si sia avuto nello stesso periodo un aumento apprezzabile dei redditi da lavoro, piuttosto un’erosione del loro potere d’acquisto per via dell’inflazione. Se guardiamo al caso italiano, infatti, ci accorgiamo che, in termini reali, la quota dei redditi da lavoro sul Pil è scesa dal 67% degli anni settanta all’attuale 53%.[4] In compenso, però, è aumentato il livello di indebitamento delle famiglie: il credito facile va a colmare il gap tra offerta di beni (e servizi) e redditi da lavoro. Tutto torna: surplus commerciali e credito da un lato, debiti e bassi salari dall’altro.

Per stare alla teoria dei “mercati efficienti”, peraltro cara all’establishment europeo, un eccesso di domanda di un bene farebbe crescere il prezzo del bene stesso e, nel caso di paesi in surplus con propria moneta, un apprezzamento di quest’ultima rispetto alle monete concorrenti, con riequilibro del mercato a vantaggio dei paesi in deficit. Purtroppo questo assioma, valido in teoria, non può trovare conferma nell’eurozona, dove c’è un’unica moneta e, dunque, si opera in regime di cambi fissi. Qui, l’unico modo per stare sul mercato è agire dal lato della domanda interna e dei salari, uniche leve a disposizione delle economie nazionali per vincere la sfida della “competitività”. Non solo. Nel funzionamento dell’Europa neo-mercantilista c’è anche la chiave interpretativa delle politiche di rigore, la loro ragion d’essere. O quasi.

Gli Stati Uniti d’Europa: ipotesi realistica?

Negli ultimi tempi, sono stati in molti a gridare allo scandalo a proposito dei surplus tedeschi, ricordando che la regola vigente vieterebbe saldi annui superiori al 6% del Pil. Non sono mancate “raccomandazioni” da parte di importanti organismi ed istituzioni internazionali, tutti preoccupati per gli effetti che tale situazione potrebbe avere sulla tenuta dell’Unione. Allo stato attuale, però, quali strumenti ha l’Europa per imporre alla Germania politiche reflattive, atte a favorire l’importazione di beni e servizi dai paesi della periferia? Più precisamente, come si potrebbe obbligare (o persuadere) la Germania ad investire di più in infrastrutture pubbliche, ad aumentare i salari dei lavoratori e la stessa spesa pubblica, per aiutare i paesi in deficit? Forse con la minaccia di una “procedura di infrazione”, che, tutt’al più, e solo alla fine di un lungo iter, si concluderebbe con una sanzione pecuniaria o una “penalità di mora”? Suvvia. Piuttosto ci muoviamo nel campo della pura discrezionalità, dei desiderata. Senza considerare che nell’Europa-mercato, il comportamento tedesco è non solo “razionale” ma perfino virtuoso. Vincere significa essere più bravi degli altri, o no? Di fronte a questi squilibri conclamati, “universalmente” riconosciuti, c’è chi pensa che la soluzione sia un ulteriore passo in avanti nel processo di integrazione, verso l’”Europa politica”.

Ma cosa si intende per unità politica dell’Europa? Evidentemente, l’allusione è ad uno stato federale europeo, più o meno sul modello degli Stati Uniti d’America. Ipotesi suggestiva, non c’è dubbio. Ragionandoci sopra, però, l’idea presenta non pochi limiti. Intanto, quali sarebbero i confini di questo stato? In teoria, un futuro stato federale europeo non potrebbe che ricomprendere l’intero spazio politico e geografico dell’Unione a 28. Dentro questo spazio, tuttavia, ci sono paesi che adottano l’euro e paesi che mantengono la loro moneta, perché in attesa di fare il loro ingresso nell’eurozona o per scelta strategica (Regno Unito, Svezia, Danimarca). Accanto ad essi ci sono i paesi “candidati” (Albania, ex Repubblica Jugoslava di Macedonia, Montenegro, Serbia e Turchia) e quelli “candidati potenziali” (Kosovo, Bosnia Erzegovina). Immaginare ciò che potrebbe essere della geografia politica europea tra qualche secolo è impresa impossibile. Pensare che oggi tutte queste realtà possano “fondersi” in un unico stato, ancorché federale, è un’idea folle. Nè si può pensare ad una costruzione “per tappe” di un nuovo stato sovrano, basandosi sui paesi che oggi adottano l’euro ed escludendo quelli che, pur facendo parte dell’Unione europea, non ce l’hanno nemmeno nei loro obiettivi di lungo termine.

Non solo. Uno dei motivi che rendono improbabile una convergenza degli stati europei verso una soluzione “statale” è insito nella stessa specificità europea, ovvero nella profondità del processo di differenziazione delle nostre società attraverso i secoli, relativamente agli aspetti culturali, economici e giuridici. D’altro canto, se fino a qualche anno fa una simile suggestione poteva anche appassionare una parte dell’opinione pubblica europea, oggi si scontrerebbe con resistenze fortissime un po’ ovunque. Il tema oggi non è, infatti, quello di un ulteriore passo verso l’unità politica e fiscale dell’Europa, ma quello di salvare l’Europa da una possibile, definitiva, disintegrazione; da un’inesorabile regressione verso forme imprevedibili di conflittualità tra gli stati. Tra le due ipotesi, l’unica strada percorribile è quella che porta ad una radicale riforma della sua governance, che comprenda anche il superamento della moneta “unica”.

Il nodo dell’euro e una plausibile alternativa

A partire dal caso greco, tale questione è stata per lo più affrontata nei termini di una “scelta discrezionale” da parte dei singoli stati o come “un’offerta” della Germania ai paesi più colpiti dalla crisi. A dire il vero proprio l’ipotesi del grexit ha fuorviato il discorso sull’argomento, impegnando politici, intellettuali, opinionisti, giornalisti, in una discussione sterile  – dal mio punto di vista – sugli effetti che una fuoriuscita (unilaterale) dall’euro avrebbe potuto avere sulla Grecia o su altri paesi che avessero inteso seguire la stessa strada. Non c’è dubbio che, nelle condizioni date, il prezzo che la Grecia avrebbe pagato per una fuoriuscita unilaterale dall’euro, un po’ rocambolesca peraltro, sarebbe stato di gran lunga più salato di quello che, probabilmente, sarà chiamata a pagare per l’accordo sottoscritto con i “creditori”. Ma il discorso vale anche per l’Italia, altro vaso di coccio di questa Europa sbilenca, che, dai fondamentali dell’economia all’enorme debito pubblico accumulato, certamente non avrebbe molto da guadagnare da una fuga di notte, solitaria, dalla moneta unica.

Diverso è il discorso sulla riforma complessiva del sistema monetario europeo. Per la quale le forze della sinistra, democratiche e anti-liberiste, dovrebbero battersi con convinzione. Quale riforma, nondimeno? Se il punto di partenza del ragionamento è il come superare gli attuali squilibri commerciali e consentire agli stati di coniugare politiche monetarie a politiche fiscali in chiave redistributiva ed anticiclica sul piano interno da un lato e salvare il progetto di integrazione europea dall’altro, l’unica soluzione, peraltro già proposta recentemente da più parti[5], è quella di passare da un regime di “moneta unica” a tasso di cambio fisso ad una “moneta comune” (da utilizzare per gli scambi di beni e servizi nell’ambito del sistema), intesa come unità di conto che funga da collante delle divise nazionali in regime di cambio flessibile, sebbene limitato in una banda di oscillazione predefinita. L’alternativa al cambio flessibile potrebbe essere un tasso di cambio fisso tra le monete nazionali aderenti al sistema, che, tuttavia, verrebbe periodicamente sottoposto a revisione sulla base dei cambiamenti economici intervenuti (inflazione, produttività) nei singoli paesi. A tale sistema, sul modello proposto da John Maynard Keynes a Bretton Woods nel 1944, dovrebbe corrispondere una “stanza di compensazione” per prevenire e correggere gli eventuali squilibri delle partite correnti dei paesi aderenti alla nuova area valutaria, proprio in ossequio al principio dello «sviluppo equilibrato delle attività economiche in ambito comunitario» di cui si parla nei trattati. Niente di nuovo, per carità. Piuttosto si tratterebbe di un sistema che valorizzerebbe il meglio delle esperienze, sia teoriche che pratiche, del passato e del presente, in tema di convergenza economica e stabilità monetaria su vasta scala, consentendo agli stati membri di recuperare pienamente le proprie prerogative costituzionali in materia economica e fiscale. Non si dimentichi, a tal proposito, che il Fiscal compact è stato concepito espressamente come strumento per «salvaguardare la stabilità dell’eurozona», cioè dell’euro, e che le disposizioni in esso contenute «si applicano alle Parti contraenti la cui moneta è l’euro».[6] E’ un rapporto “funzionale”, insomma, quello tra nuovo patto di stabilità e moneta “unica”, costruito, senza  il coinvolgimento democratico dei cittadini, a detrimento della “legalità” costituzionale nei paesi che l’hanno sottoscritto. In Italia, tutto ciò ha dato vita ad un corto circuito tra vincoli di bilancio esterni e impostazione “programmatica” della nostra Carta, vieppiù aggravato dalla costituzionalizzazione del principio del pareggio di bilancio.

Un’anomalia chiamata BCE

In questo quadro, va da sé, rientra anche la questione relativa al ruolo ed alla missione della BCE. Anomalia tra le anomalie del sistema-Europa, l’istituto di Francoforte è l’unica banca centrale al mondo “totalmente” indipendente dal potere politico. In verità, stando all’attuale livello di integrazione europea, con la creazione di una moneta unica in assenza di uno stato di riferimento, non poteva che essere così. A quale potere politico dovrebbe fare riferimento, d’altro canto, tale istituzione? A quello dei singoli stati? Assolutamente impossibile, com’è facile convenire. Come ha insegnato la vicenda greca, tuttavia, la BCE è “capace” di fare politica, minacciando perfino la tenuta di governi democraticamente eletti. Non solo. Come si legge nello statuto, l’obiettivo «principale» della BCE e del SEBC[7] è «il mantenimento della stabilità dei prezzi» e del valore dell’euro. Secondariamente, e solo secondariamente, possono rientrare nelle sue attività interventi volti a «sostenere le politiche economiche generali della Comunità»[8].

Da ciò si evince che la sua missione non è, né potrebbe essere, quella di finanziare direttamente gli stati, garantendo la sostenibilità dei loro “debiti sovrani”, né quella di coordinarsi con il potere politico per l’attivazione di politiche monetarie dirette a favorire lo sviluppo dell’economia e la crescita dell’occupazione[9].

Tralasciando ogni altra considerazione sull’attività svolta in questi anni da Eurotower nella “gestione” della crisi bancaria scoppiata a cavallo tra il 2007 e il 2008, valgano due esempi per comprendere quanto irrazionale sia il sistema nel quale opera la BCE e la sua stessa funzione. Il primo. La crisi dei debiti pubblici, seguita a quella del settore bancario, ha dimostrato che gli stati dell’eurozona sono del tutto in balia della speculazione finanziaria, che fissa il prezzo del loro finanziamento sul mercato e può, in teoria, determinarne il fallimento.  E questo perché Eurotower non è la banca centrale dei singoli paesi, che, come la Fed o Bank of England (BoE), può, seppure indirettamente, agire da prestatore di ultima istanza e gli stati non hanno più la facoltà di monetizzare i propri disavanzi stampando nuova moneta. Due strumenti che, per fare un esempio, consentono al Giappone di tenere il proprio debito al 230% del Pil senza che nessuno si sogni minimamente di adombrare il rischio di un default. Poi, nell’Europa squilibrata di oggi (o nella Fattoria di Orwell, se si preferisce), c’è anche chi può permettersi di finanziarsi con tassi prossimi allo zero o, addirittura, negativi, come nel caso della Germania[10]. Ma ciò, evidentemente, è parte integrante del problema, non il caso che smentisce la regola. Anche perché i paesi periferici, come l’Italia, per rendere più appetibili i loro titoli di Stato, sono costretti a competere giocando sul fattore “interessi” (rendimenti più elevati a fronte di un maggiore rischio), sottraendo altre risorse al welfare ed alle politiche per l’occupazione. Il secondo. Il sostanziale fallimento del programma di Quantitative easing (Qe), lanciato da Draghi lo scorso mese di marzo, ha dimostrato che anche qualora la BCE decidesse di andare oltre i suoi compiti «principali», solo un’attività dal lato dell’offerta di moneta sarebbe comunque un’arma spuntata (altro che bazooka!)  a fini reflattivi ed anti-ciclici in assenza di politiche fiscali espansive, come, efficacemente, ha dimostrato il caso americano. Ma un coordinamento tra politiche monetarie e politiche fiscali richiede un rapporto “strumentale” tra governi e banche centrali, quello che non c’è e non può esserci oggi in Europa[11]. Intanto, nella sola eurozona il numero dei disoccupati ha superato la soglia dei18 milioni (25 milioni nell’intera Unione europea), mentre negli Usa ritorna ai livelli pre-crisi.

Una buona integrazione è possibile

Si dirà: ma anche per questi problemi la soluzione è l’unità politica dell’Europa! In fondo, si tratta di un assioma semplice, perfino banale: se il limite di questa Europa risiede nell’aver fatto la moneta unica prima dell’unità politica, realizzando quest’ultima si rimedierebbe ex post all’errore commesso. Una prima risposta, a tal proposito, ho tentato di darla qualche riga più indietro. Mi limito ad aggiungere che nelle condizioni date (profonde differenze economiche e sociali, enormi debiti pregressi, instabilità politica, crescenti spinte centrifughe, discredito delle istituzioni europee, ecc.), un’opera di riorganizzazione dell’Europa in senso federalista richiederebbe una forza politica paragonabile a quella di una rivoluzione. Con risultati, in ogni caso, tutti da verificare, come la storia ci insegna.

Nel frattempo facciamo i conti con lo svuotamento della democrazia e l’esautoramento delle costituzioni a livello nazionale, con le restrizioni imposte dalle vigenti regole di finanza pubblica e il sacrificio dei nostri diritti sull’altare della competitività al ribasso. Perciò, pur ragionando in termini meramente futuribili, a giocare contro i nostri interessi sarebbe comunque il tempo («Nel lungo periodo saremo tutti morti», ammoniva sagacemente Keynes un po’ di anni fa). Mentre una risposta alla crisi dell’attuale modello di costruzione europea, agli squilibri da esso indotti, non potrebbe che essere concepita come “soluzione a breve termine”, pena il condannarci a decenni di politiche di austerità e di disoccupazione di massa.

Riconoscere il carattere velleitario di una soluzione “statale” alla crisi dell’Europa e l’insostenibilità della moneta “unica”, non significa, tuttavia, disconoscere il valore di una “buona integrazione” tra popoli e tra stati europei, di un nuovo “patto per l’Europa” basato sulla condivisione di regole, principi e strumenti atti a favorire maggiore benessere ed equità sociale, equilibrio negli scambi commerciali, un nuovo mutualismo in luogo dell’attuale debitocrazia. Ipotesi che non escluderebbe, in teoria, una soluzione “europea” al problema del debito, attraverso una conferenza ad hoc, straordinaria, per ridurne il peso (haircut) e l’incidenza sulla capacità di ripresa delle nostre economie, quindi sulla materialità delle nostre vite. Certamente, si tratterebbe di una soluzione maggiormente plausibile, più “razionale”, rispetto a quella di una “condivisione”, seppure parziale, del debito da parte dei paesi membri, finora decisamente ostacolata dalla Germania e dai suoi alleati. In teoria, però. La solitudine, l’impotenza, di Atene di fronte ai suoi “creditori”, ha confermato, se mai ce ne fosse stato bisogno, che un cambiamento di questa Europa potrà esserci soltanto se cambierà l’attuale quadro politico, a partire dagli importanti turni elettorali in Spagna, Portogallo e Irlanda, e se forte, continuativa, sarà la mobilitazione dal basso dei cittadini nei prossimi mesi.

 

[1] Trattato dell’unione europea (Tue), Titolo 1, art.B
[2] Nello stesso periodo Grecia, Spagna e Portogallo, insieme, hanno fatto registrare più o meno la stessa cifra, ma per i loro deficit (Statistiche Eurostat).
[3]Riccardo Realfonso, Crisi, la questione tedesca e quel simpatico di Barroso, Blog il Fatto Quotidiano, 14 novembre 2013
[4] Fonte CGIL, Fondamenti macroeconomici della (futura) contrattazione, marzo 2015
[5]Sull’argomento si veda anche: Alessandro Bramucci , Gli squilibri europei e la lezione di Keynes, Sbilanciamoci.info, ottobre 2012; Keynes, il Bancor e lEuro: una risposta/proposta a Sergio Cesaratto, Keynesblog, settembre 2013; Luigi Pandolfi, Per un superamento controllato dell’euro, Economia e Politica, settembre 2013; J. Sapir, Dalleuro alla moneta comune? Euna buona idea, Keynesblog, settembre 2013; Alfonso Gianni, Tra perseverare nelleuro e uscirne, c’è una terza strada da percorrere, Micromegaonlinesettembre 2013, e Alternative per il socialismo N. 28; Andra Papetti-Franco Bruni, Bringing Money Back to the Real Economy: Room for a TARGET31, Ispi, luglio 2013; Enrico Grazzini, Euro, come recuperare la sovranità monetaria, Sbilanciamoci.info, marzo 2014.
[6] Trattato sulla stabilità, coordinamento e governance nell’unione economica e monetaria, art.1.
[7] Sistema Europeo delle Banche Centrali
[8] Protocollo sullo statuto del Sistema europeo di banche centrali e della Banca centrale europea, art. 2.
[9] Sull’argomento si veda anche: Riccardo Petrella, Abolire lindipendenza politica della BCE, banningpoverty.org, marzo 2015
[10] A fronte dello stato di salute dei paesi periferici, i bund tedeschi sono considerati “beni rifugio”.
[11] Articolo 130 Tfue: «nell’esercizio dei poteri e nell’assolvimento dei compiti e dei doveri loro attribuiti dai trattati e dallo statuto del SEBC e della BCE, né la Banca centrale europea né una banca centrale nazionale né un membro dei rispettivi organi decisionali possono sollecitare o accettare istruzioni dalle istituzioni, dagli organi o dagli organismi dell’Unione, dai governi degli Stati membri né da qualsiasi altro organismo»

2 Commenti

  1. Man mano che passa il tempo, cresce dentro di me il pessimismo di una situazione a livello italiano, europeo e mondiale, che invece di trovare un minimo di capacità di fermare tutti i dati negativi che ci troviamo di fronte, registrano un continuo degrado sociale, politico, economico e di rapporti tra gli stati. Non so se ha ragione il papa a sparare troppo alto. Non so se ha ragione il nostro presidente della Repubblica a parlare di terza guerra mondiale. Ma, mentre noi continuiamo a discutere della situazione del nostro paese e della nostra europa, senza fare un’analisi approfondita di quelle che sono state le cause di ciò che sta accadendo oggi, e che vediamo purtroppo con forte ritardo in una situazione internazionale senza uscita (o se c’è io non la vedo). Quello che oggi vediamo è l’effetto. Ma qual’è la causa. Troppi economisti hanno parlato come se fossero dei profeti. Guarda per esempio il grande economista Blanchard il quale ha puntato il dito sull’Europa e ha sentenziato che bisognava fare una politica di austerità per uscire dalla crisi. Poi, una volta che ha visto le conseguenze di quella politica ha chiesto umilmente scusa, ammettendo di aver sbagliato i suoi calcoli. Personalmente ne ero già convinto perché egli mi ha insegnato attraverso i suoi libri di macroeconomia che cosa è il moltiplicatore e come sia stato possibile che tale moltiplicatore fosse uguale per tutti, ovvero per chi ha bassi redditi e per chi invece li ha alti, non riesco proprio a capire. A meno che tale grande economista non sia al servizio delle grandi multinazionali che hanno nelle loro mani pezzi importanti se non decisivi delle banche centrali ( quelle che stampano moneta, che prima facevano gli stati). Una cosa è certa. Ma se Blanchard ha consigliato all’Europa di portare avanti una certa politica economica e poi si è accorto di aver sbagliato, come tutte le persone serie, avrebbe dovuto prima di tutto dimettersi e andarsene via, e poi attraverso la banca mondiale avrebbe dovuto effettuare un risarcimento visto i costi che, in modo particolare i lavoratori, i pensionati, le imprese artigiane, le piccole imprese, il settore commerciale e tutte le attività che girano intorno a queste, hanno subito realmente, non con il solo pensiero filosofico, perché stiamo parlando di uomini e donne in carne ed ossa. Ma non è solo Blanchard che ha sbagliato. Troppi economisti parlano sui giornali e nelle radio e televisioni di che cosa è sbagliato nelle politiche che si portano avanti e ripetono sempre le stesse. Ma non dobbiamo mai dimenticare che le ricette che loro continuano a spiegare sono le stesse che hanno portato a questa crisi. Che il mondo stia attraversando una fortissima trasformazione, che per ovvie ragioni porterà a spostare poteri mondiali, cambiare le influenze regionali e quindi la geopolitica, lo si doveva capire da moltissimi anni. Non c’è bisogno di essere un economista per capire che una società non potrà mai mantenersi viva se non attraverso i cambiamenti necessari. Ed il mondo non è un territorio illimitato, con riserve minerarie e energetiche infinite. Non solo ma il mondo per la stragrande maggioranza di popolazione non solo non è costituita dagli occidentali (quelli che ieri venivano chiamati mondo occidentale e democratico) ma da quello che veniva chiamato paesi del terzo mondo, e nel prossimo futuro, mentre noi che pensiamo di essere al centro del mondo, continueremo a ridurre le nascite e ridurremo ancora la popolazione dell’Occidente, nel “terzo mondo” la popolazione continuerà a crescere, e ciò determinerà un aumento del rapporto tra le stesse popolazioni. Saremo cioè sempre di meno e loro saranno sempre di più. Ma il mondo sarà ancora lo stesso con le stesse risorse, anzi con sempre minori risorse. E allora credo che sarebbe opportuno che noi, che guardiamo al futuro e non vogliamo che i rapporti tra i paesi si deteriorino al punto che le guerre, che già esistono, diventino come nel passato storico, lo strumento essenziale per vincere (vince sempre il più forte), dobbiamo rilanciare con forza la necessità di riprendere non solo la discussione sulla politica e sull’economia e su come uscire da questa crisi, ma soprattutto una politica internazionale che metta come punto centrale il rapporto tra i popoli, fatto di scambi commerciali, di politiche sociali, i salvaguardia delle specificità, delle identità, degli usi e costumi, e soprattutto della salvaguardia del nostro pianeta e quindi la cultura che ne consegue di rapporti tra i popoli. Poi vengono le cose importanti, determinanti, che riguardano come riprendere il cammino dei diritti delle persone, prima di tutto il diritto al lavoro, che deve essere riportato a quello che è: una risorsa fondamentale per produrre i beni ed i servizi che servono a soddisfare i bisogni delle persone in carne ed ossa, e non deve più essere vista come un costo. La nostra società sta diventando sempre meno comunità. La parola “IO” ha preso il sopravvento sulla parola “NOI” e questo significa che siamo arrivati ad un punto limite inferiore nella capacità di ascoltarci e di rivendicare tutti insieme la strada per uscire dalla crisi, che non è soltanto economica e sociale, ma anche una crisi di valori. Questo ci serve perché l’uomo è un essere sociale e non può vivere da solo, altrimenti torniamo all’epoca delle caverne dove valeva la legge del più forte.

  2. E’ interessante notare come oggi le banche non seguano correttamente i principi contabili IAS-IFRS (al di là di quanto falsamente asserito dalle società di revisione dei bilanci) nella specifica parte che riguarda il sistema di contabilizzazione della creazione di moneta. Autori quotati indicano che – a seguito della ormai innegabile e scoperta funzione prevalente di fabbricazione monetaria rispetto alla marginale funzione di intermediazione delle banche – i modelli macroeconomici vanno rivisti e che i testi universitari degli ultimi quarant’anni vadano aggiornati. Senza questa correzione dei bilanci, si ha il paradosso controfattuale che chi crea denaro dal nulla poco prima degli impieghi (prestiti, ma anche acquisti di titoli, grattacieli etc.) possa mai essere “in difficoltà”: ovvero di non possedere moneta sufficiente. Ma è evidente che se tutte le passività iscritte in bilancio e collegate alla creazione di moneta sono da considerare false, come asserisce Buiter (CITI) ma anche Schemmann (IICPA) oltreché Galloni (INPS) ed il sottoscritto (IASSEM), non abbiamo dai bilanci un quadro realistico della vera situazione del sistema bancario come sarebbe prevedibile ex art. 2423 del codice civile. Inoltre, questa sparizione di giganteschi profitti (e della loro relattiva tassazione, dell’ordine delle centinaia di miliardi di euro all’anno persi dallo Stato) on fa altro che ingigantire e spigere a perdurare una crisi che sta solo nella cattiva coscienza dei contabili bancari. Non è ora di dir basta ?

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