Ricordo di Luigi Pasinetti

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Political and social notes

Si ringraziano sentitamente Louis-Philippe Rochon e la rivista Review of Political Economy per aver consentito la traduzione in lingua italiana di questo articolo di prossima uscita su Review of Political Economy – April, 2023 – 35 (2)

Scrivere queste righe è straordinariamente difficile. Luigi Pasinetti è il mio maestro, ma soprattutto ero legata a lui da un affetto profondo. Sentirò immensamente la sua mancanza.

L’ho incontrato per la prima volta alla fine del 2006. All’epoca, stavo scrivendo la mia tesi magistrale in Economia Politica, a Pavia. Avevo detestato praticamente ogni cosa studiata in quei cinque anni; avevo fretta di laurearmi e trovare un lavoro, e ho chiesto di essere mio relatore all’unico professore il cui corso alla magistrale avevo seguito con interesse: Gianni Vaggi. Che cambiò ogni cosa.

Mi diede da leggere il libro del 1981, e mi assegnò il compito di confrontarne lo schema teorico con quello (neoclassico) dei modelli di crescita endogena. Io non sapevo nulla di questa contrapposizione – avevo seguito il corso introduttivo di Giorgio Lunghini al primo anno della triennale, ma allora non avevo gli strumenti per cogliere certi aspetti.

Ho scoperto un intero approccio alternativo molto più convincente di quello che ero stata costretta a studiare per cinque anni. C’erano però tante cose che faticavo a capire; avendo scoperto che Pasinetti era Professore Emerito alla Cattolica decisi di provare a scrivergli per porgli alcune domande.

Mi rispose quello stesso giorno. La settimana seguente eravamo a pranzo insieme alla mensa di Via Necchi. Pochi mesi dopo, appena laureata, ho iniziato ad aiutarlo con la correzione delle bozze di ‘Keynes and the Cambridge Keynesians’ (2007) e con il libro sulla teoria del valore che è stato la sua ultima fatica.

Ricorderò sempre quegli anni con grande tenerezza e riconoscenza.

Abbiamo discusso di una gran quantità di argomenti – politica, teoria economica, aneddoti da Cambridge, le sue ferrate con Angelo Reati. L’aereo preso insieme a Leontief da Roma a Londra dopo il convegno The Econometric Approach to Development Planning. Il tragitto fino a Cambridge nell’auto sportiva di Goodwin.

I contributi di Luigi Pasinetti alla teoria economica sono innumerevoli e toccano svariati argomenti; rimando, per una panoramica completa, all’eccellente rassegna di Joseph Halevi[1] che li elenca esaustivamente, suddivisi in tre periodi – corrispondenti ad altrettante fasi del suo percorso intellettuale – dagli anni 60 fino ai nostri giorni: la fase Cambridge-Sraffa; quella dell’(iper-)integrazione verticale; la reazione alle crisi economiche recenti.

Per me, l’opera fondamentale di Pasinetti resta il libro del 1981 – insieme all’articolo apparso sul Cambridge Journal of Economics nel 1988 che fornisce la generalizzazione Input-Output dell’impianto analitico. I subsistemi in crescita (growing subsystems) possono certamente essere visti come una estensione dei subsistemi di Sraffa – e da un punto di vista logico lo sono. Pasinetti tuttavia non sviluppa la teoria a partire da Sraffa – che incontrò prima degli anni ‘60, ma con cui dapprima si limitò a discutere la formulazione matematica del modello di Ricardo – ma sulla base dei modelli macrodinamici di Cambridge degli anni ‘50 e degli schemi Input-Output di Leontief.

Durante il dottorato, Pasinetti ebbe l’opportunità di trascorrere un periodo ad Harvard. Lì, ricevette da uno dei suoi supervisori il compito di preparare un articolo da presentare in un seminario all’interno dell’Harvard Economic Research Project. Il supervisore in questione era Wassily Leontief; l’articolo, pubblicato nel 1959, era ‘On Concepts and Measures of Changes in Productivity’ – una risposta al famoso articolo pubblicato da Solow due anni prima: Technical Change and the Aggregate Production Function.

Pasinetti argomenta che l’approccio di Solow all’analisi del progresso tecnico, basato sulla funzione di produzione aggregata, non tiene conto della riproducibilità del capitale, e del fatto che il progresso tecnico si manifesta nella produzione non solo dei beni di consumo, ma anche della capacità produttiva. Confrontando le variazioni di produttività (che Pasinetti definisce sempre in termini di contenuto di lavoro) nella produzione dei beni di consumo e della corrispondente capacità produttiva, sviluppa poi un indice della direzione del progresso tecnico basata sulla tassonomia di Harrod. È in questa fase, quindi, che Pasinetti inizia a sviluppare il concetto di settore verticalmente (iper-)integrato.

Pasinetti critica inoltre Solow per aver erroneamente identificato l’intensità di capitale con il rapporto capitale/lavoro, che Pasinetti chiama grado di meccanizzazione, invece che con il rapporto capitale/output – distinzione quest’ultima che diventa centrale proprio nel libro del 1981.

Sempre durante il dottorato, Pasinetti diventa il membro più giovane del Secret Seminar, e presenta la sua critica alla teoria della distribuzione di Kaldor, in cui individua un errore logico: se i lavoratori risparmiano, devono anche ottenere una remunerazione; sono quindi intitolati a ricevere, oltre al salario, una quota dei profitti proporzionale all’ammontare dei prestiti elargiti ai proprietari dei mezzi di produzione – il fattore di proporzione essendo, ovviamente, il tasso di interesse. Incorporando questa osservazione, si riusciva a pervenire agli stessi risultati che Kaldor otteneva solo introducendo l’ipotesi sw=0.

A 30 anni, Pasinetti aveva generalizzato la teoria kaldoriana della distribuzione del reddito. Aveva inoltre elaborato la teoria del saggio di profitto alla base del suo ‘sistema naturale’. In ultima analisi, lo schema multisettoriale di Pasinetti nella sua versione iper-integrata altro non è che la suddivisione del sistema economico in tanti subsistemi in crescita perfettamente autosufficienti, ognuno dei quali può essere considerato come un piccolo sistema a sé, caratterizzato da un suo saggio di profitto di equilibrio nel senso di Kaldor-Pasinetti: il saggio di profitto naturale.

Di lì a poco, nel Febbraio 1965, Pasinetti stava come al solito tenendo il suo corso a Cambridge quando Harcourt lo chiama per mostrargli un articolo sul Quarterly Journal of Economics in cui Levhari, dottorando di Samuelson, affermava di aver confutato il re-switching, oggetto dell’ultimo capitolo del libro di Sraffa. Pasinetti va immediatamente a parlarne con Sraffa, il quale però non aveva confidenza con l’algebra matriciale usata da Levhari e quindi faticava a comprendere quale fosse la critica. Di una cosa Sraffa era certo: aveva ragione lui, e quindi Levhari aveva sbagliato. Pasinetti a differenza di Sraffa conosce l’algebra lineare, e inizia a passare al setaccio l’articolo di Levhari in cerca dell’errore. Lo trova.

A quel punto, riprende un esempio dello stesso Sraffa e traduce l’argomento di Levhari in quei termini, in modo da poterlo spiegare a Sraffa, il quale comprende immediatamente. Pasinetti inizia a trasformare quell’esempio in un articolo.

Nel frattempo, Pasinetti aveva ricevuto l’incarico di organizzare una sessione su Theory of Capital and Economic Growth al primo congresso mondiale della Econometric Society, che si sarebbe svolto a settembre a Roma. Napoleoni, che aveva accettato di essere relatore, dovette rinunciare all’ultimo momento; a quel punto sarebbe stato difficile trovare un rimpiazzo: Pasinetti decise così di presentare le sue note, con il titolo Changes in the Rate of Profit and Degree of Mechanization; a Controversial Issue in Capital Theory.

Levhari, Samuelson, e tutti i dottorandi del MIT erano al congresso a presentare qualcosa in qualche sessione; la presentazione di Pasinetti fu come una bomba. Tornati a casa, tutti si misero a lavorare alacremente per trovare un modo di replicare. Pensarono di esserci riusciti, e inviarono le loro osservazioni a Pasinetti che, secondo loro, avrebbe trattato un caso particolare. Pasinetti aggiusta le sue note modificando leggermente l’esempio in modo che fosse generale, e dimostrò che anche in quel modo le sue conclusioni restavano valide. Le sue note così modificate furono pubblicate nel 1966 in un numero speciale del QJE dedicato proprio al dibattito suscitato dalla presentazione di Pasinetti. Samuelson e Levhari dovettero ammettere di avere torto.

Potete ascoltare il racconto dalla sua viva voce grazie alle video interviste pubblicate da Inet.[2]

Ma Pasinetti non si è limitato alle questioni meramente teoriche. Molti lo considerano un economista moderato, che non ha saputo incidere nel dibattito politico. Eppure, il suo lavoro è una critica radicale al modo di produzione capitalistico, a suo avviso incompatibile con il sistema naturale – la configurazione ideale dove si realizzano tutte le proprietà dell’equilibrio dinamico, a partire dalla piena occupazione della forza lavoro. 

I tassi di profitto naturali, cioè di equilibrio, ci dicono di quanto aumentare o ridurre la capacità produttiva in ogni settore per mantenere il sistema su un percorso di crescita bilanciata, dato il tasso di variazione della domanda finale. Ciò che rimane del prodotto netto viene distribuito sotto forma di salari.; tutti gli aumenti di produttività si traducono immediatamente in un aumento dei salari reali.

Si tratta ovviamente di una configurazione normativa: i sistemi reali tendono per loro natura al disequilibrio, a causa di una molteplicità di fattori intrinsecamente destabilizzatori tra cui gli aumenti di produttività, che interessano i diversi settori in maniera asimmetrica.

In ultima analisi il progresso tecnico consente sempre di risparmiare lavoro, generando quindi disoccupazione tecnologica.

Qual è quindi il compito delle istituzioni? Secondo Pasinetti, in primo luogo e con la priorità assoluta, puntare alla piena occupazione. Ciò significa anche ridurre la durata della giornata e/o della vita lavorativa in linea con l’aumento medio della produttività – sempre intesa come il reciproco del contenuto di lavoro.

Luigi Pasinetti, però, va oltre: il concetto di settore iper-integrato è basato sull’osservazione che beni di consumo e beni strumentali sono radicalmente diversi: i secondi rimangono dentro al flusso circolare; esistono solo perché servono a produrre i primi. Questa asimmetria ha una conseguenza immediata: se la scelta di disporre di un bene di consumo ha conseguenze esclusivamente individuali, ciò che si fa con un impianto produttivo ha conseguenze collettive, sociali, che possono essere anche molto gravi. Dunque, se la proprietà privata dei beni di consumo è perfettamente accettabile, il controllo dei mezzi di produzione dovrebbe essere collettivo.

Forse questo poteva suonare moderato negli anni ‘60 o ‘70 del secolo scorso; oggi è persino rivoluzionario.

Non dimentichiamo infine l’intervento di Luigi Pasinetti sulla follia dei parametri di Maastricht: non ebbe certo paura di esprimere la propria opinione. Lo fece in maniera molto semplice, seguendo il solito metodo: definì in termini quantitativi un obiettivo ‘ideale’ (in questo caso, rapporto debito/Pil non crescente) partendo dalle identità contabili fondamentali. Ricavò la condizione oggettiva di equilibrio: il tasso di interesse sul debito non può eccedere il tasso di crescita reale dell’economia. Lo fece in maniera estremamente semplice, senza bisogno di ricorrere ad astrusi modelli econometrici che nessuno eccetto gli specialisti è in grado di capire.

Ecco il suo insegnamento principale, il metodo che ci ha insegnato e che dobbiamo seguire.

Le ipotesi sui comportamenti individuali vanno rimosse, non aggiunte. Non bisogna cercare di costruire uno schema quantitativo che includa tutti gli aspetti della realtà; gli schemi quantitativi servono principalmente a evidenziare quelle relazioni quantitative così fondamentali da poter essere derivate esclusivamente in termini logico-matematici – ad esempio quelle che Pasinetti chiama pre-istituzionali, ossia valide in qualsiasi sistema industriale, dove si producono merci a mezzo di merci. Tutte le altre questioni vanno indagate con altri strumenti e con altre categorie – quelle proprie della sociologia, della filosofia politica, della storia ma anche dell’ingegneria e della scienza organizzativa.

Qualsiasi schema quantitativo – schema, non modello – deve partire dalle identità contabili: le grandezze devono essere oggettive e misurabili. Non tutto può essere formalizzato.

Ma soprattutto, l’economia è una scienza sociale. Il suo scopo è quello di fornire strumenti per realizzare attivamente un obiettivo specifico, ma non può dire quale sia questo obiettivo: tutte le grandezze che Pasinetti considera esogene sono quelle che non possono determinarsi all’interno dello schema teorico. La definizione stessa di equilibrio è una presa di posizione politica, di cui l’economista si assume la responsabilità.

Potrei andare avanti a scrivere per sempre, ma mi devo fermare qui.

Grazie, Professore, per tutto quello che ha fatto per me.

Non sarà mai dimenticato.

Pasinetti, L.L., 1959. On Concepts and Measures of Changes in Productivity. The Review of Economics and Statistics 41, 270-286.

Pasinetti, L.L. , 1966. Changes in the rate of profit and switching of techniques. Quarterly Journal of Economics 53 (4), 503-517.

Pasinetti, L.L., 1981. Structural Change and Economic Growth: A theoretical essay on the dynamics of the wealth of nations. Cambridge University Press, Cambridge.

Pasinetti, L.L., 1988. Growing subsystems, vertically hyper-integrated sectors and the labour theory of value. Cambridge Journal of Economics 12, 125-34.

Solow, R.M., 1957. Technical Change and the Aggregate Production Function. The Review of Economics and Statistics 39, 312–320.


[1]https://www.ineteconomics.org/uploads/papers/WP_40-Halevi.pdf

[2]https://www.ineteconomics.org/perspectives/blog/economics-in-a-different-key#

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