I modesti effetti degli 80 euro in busta paga

I modesti effetti degli 80 euro in busta paga

CONDIVIDI

80euroIl bonus fiscale di 80 euro mensili, che ha rappresentato uno slogan comunicativo di grande impatto mediatico, corrisponde a un importo massimo di 640 euro per il 2014 ed è riservato ai lavoratori dipendenti e assimilati che hanno un reddito da lavoro dipendente fino  a 26.000 euro[1]. Il decreto legge 66/2014 che lo ha istituito ha suscitato alcune perplessità che andrebbero approfondite[2].

In Italia, il sistema di tassazione è di tipo individuale e non dipende dal reddito percepito dai diversi componenti del nucleo familiare. Ciò significa che a parità di composizione e di reddito complessivo familiare, con il bonus calcolato sul reddito individuale si creano condizioni di disparità tra famiglie monoreddito con figli a carico che non ricevono alcun beneficio dalla manovra governativa e famiglie, magari con più redditi e senza figli, che percepiranno più bonus.

Il credito inoltre esclude dal rimborso gli incapienti e i percettori di reddito che non appartengono alla categoria dei lavoratori dipendenti, e occorre sottolineare che le disposizioni del decreto si applicano solo per il periodo d’imposta 2014. In definitiva, solo con la dichiarazione dei redditi, che avverrà a maggio 2015, ciascun lavoratore potrà sapere esattamente a quanto ammonta il bonus ricevuto e non saranno infrequenti i casi di restituzione al fisco di somme impropriamente ricevute nel corso del 2014.

Per avere un’idea della platea dei possibili beneficiari si può considerare che i lavoratori dipendenti che hanno presentato la dichiarazione dei redditi nel 2012 sono stati 20 milioni e 790 mila, di cui circa 11 milioni hanno un reddito compreso nella fascia interessata al bonus (Mef, Dipartimento delle Finanze). Ulteriori beneficiari di un bonus parziale sono anche tutti quei lavoratori dipendenti che hanno un reddito annuale basso, avendo lavorato soltanto alcuni mesi.

Per approfondire ulteriormente la questione presentiamo di seguito i risultati di una ricerca condotta a partire dai dati dell’indagine campionaria della Banca d’Italia sui redditi delle famiglie riferita all’anno 2012[3].

Da questa analisi emerge che a ottenere il bonus sarà il 57,4% dei lavoratori dipendenti  e assimilati, che riceveranno un importo medio di 558 euro (tavola 1). L’analisi per decili di famiglie consente di capire meglio a chi andranno i benefici della manovra fiscale e le conclusioni si sposano con gli altri studi scientifici già pubblicati[4]. Su 100 famiglie italiane solo 39 ricevono il bonus (tavola 2). Ma l’aspetto più deludente è che soltanto il 22% della porzione più povera di popolazione percepisce il bonus, ricavandone mediamente soltanto 96 euro l’anno in più (+1,3%), mentre il 10% delle famiglie con un reddito già più elevato riceve maggiori entrate per 243 euro l’anno (+0,3%). Più in generale, si nota che, in conseguenza della manovra, sono soprattutto le famiglie con un reddito medio-alto quelle che beneficiano maggiormente del bonus.

Se si tiene conto della numerosità dei nuclei familiari (tavola 3)[5], si evidenzia una distribuzione dei redditi equivalenti che favorisce le classi centrali.

L’effetto redistributivo del bonus è solo di lieve entità, come mostra l’indice di concentrazione di Gini che si riduce di soli due decimi di punti[6]. La propensione al  consumo, che, come noto, diminuisce all’aumentare del reddito, è uguale sia nel gruppo dei beneficiari sia in quello dei non beneficiari, come risulta dalle elaborazioni condotte sui dati dell’indagine della Banca d’Italia.

Una valutazione obiettiva sull’efficacia del provvedimento  varato dal governo Renzi  dipende naturalmente dagli obiettivi che essa si prefigge e dalle coperture finanziarie utilizzate per sostenere il bonus fiscale[7].

Se lo scopo fosse stato quello di rilanciare la crescita, si deve constatare con rammarico che l’impatto sarà estremamente modesto. L’importo redistribuito nel 2014 (circa 6,6 miliardi di euro secondo la stima effettuata dai tecnici del Senato),  sarà  solo dello 0,4% del Pil e assumendo una propensione al consumo di 0,8% l’incremento atteso della domanda scende allo 0,32%[8]. Se poi si considera  il minor consumo privato (se il bonus è finanziato con un aumento della tassazione) o pubblico (nella misura in cui il bonus è finanziato attraverso un taglio della spesa della PA) se ne deduce che la manovra avrà un effetto trascurabile sul Pil e, quindi, sulla crescita.

Tanto più che entro il 15 gennaio 2015, sarà adottato un decreto per aumentare le aliquote di imposta e ridurre le agevolazioni e le detrazioni fiscali per conseguire un maggior gettito di 3 miliardi nel 2015, 7 miliardi nel 2016 e 10 miliardi dal 2017 (DEF2014)[9].

Ma, eliminando l’ipotesi di un beneficio sulla crescita, si potrebbe ritenere che l’obiettivo del Governo fosse operare una redistribuzione dei redditi, in considerazione della forte disuguaglianza esistente in Italia. Ma anche a questo scopo il provvedimento, come si è visto, risulta inefficace, perché la concentrazione dei redditi si riduce solo marginalmente.

D’altra parte se la finalità era la maggiore equità sociale, sarebbe stato opportuno utilizzare strumenti diversi per l’individuazione dei beneficiari, primo fra tutti quello dell’indicatore Isee[10].

A riguardo è opportuno aggiungere che ben più efficace poteva essere l’introduzione di una forma di reddito minimo per coloro che versano in uno stato di deprivazione materiale [11]. Una manovra di questo tipo infatti, avrebbe avuto il vantaggio di determinare un maggiore impatto sui consumi e una più accentuata riduzione delle disuguaglianze sociali. Un effetto aggiuntivo sulla crescita poteva essere, poi, ottenuto se ai destinatari del reddito minimo, ma anche agli attuali percettori di ammortizzatori sociali, venisse chiesto in cambio un impegno lavorativo in settori pubblici strategici che offrono un servizio a pagamento (svolgere la funzione di custodi in musei, siti archeologici, parchi pubblici, ecc. per consentire, ad esempio, un orario prolungato del servizio di apertura).
In alternativa ai trasferimenti monetari, una maggiore inclusione sociale potrebbe essere raggiunta anche con trasferimenti pubblici in natura diretti ai ceti meno abbienti (con strumenti come i buoni alimentari e l’edilizia popolare), ma ad esempio anche attraverso il sostegno del tempo pieno nell’istruzione pubblica per favorire in misura maggiore il lavoro femminile, oppure rafforzando l’assistenza sanitaria pubblica e sociale. In questo caso, la riduzione delle disuguaglianze si avrebbe in termini di capabilities, cioè di opportunità materiali da cogliere all’interno della società.

C’è tuttavia da considerare che la platea dei beneficiari del reddito minimo o dei trasferimenti in natura sarebbe risultata minore di quella del decreto proposto, i tempi di realizzazione sarebbero stati più lunghi e nell’immediato l’impatto in termini di consenso politico ed elettorale sarebbe stato inferiore.

In conclusione, al di là del beneficio economico che solo alcune famiglie percepiranno, il bonus come previsto nell’attuale decreto non appare una misura idonea a dare nuovo slancio all’economia italiana né capace di incidere significativamente sulle condizioni di vita delle famiglie più disagiate; né si tratta di una misura strutturale, dal momento che le coperture del decreto sono una tantum.

 

 

 

*Ricercatori ISTAT

 

Appendice statistica

 

MM tav.1

 

 

MM fig.1

MM tav.2

 

MM tav.3

 

 

 

[1] L’importo effettivamente corrisposto dipende dalla differenza tra l’imposta da pagare e la detrazione per  lavoro dipendente (capienza) di ciascun individuo ed è rapportato al periodo di lavoro effettivamente svolto nell’anno.  Per coloro che hanno lavorato tutto l’anno, se il reddito da lavoro dipendente è fino a  8.147 euro non percepiscono alcun bonus;  se è compreso tra 8.148 e 24.000 euro ricevono l’intero bonus di 640 euro;  se è compreso tra 24.001 e 26.000 euro l’importo del bonus  scala in proporzione al reddito (da 640 a 0 euro);  se è superiore a 26.000 euro l’individuo non ha diritto al bonus.
 [2] Non mancano situazioni definite paradossali sotto il profilo distributivo dalla stessa Corte dei Conti: il soggetto con un reddito di 8.147 euro, essendo troppo “povero”, non paga nulla di Irpef e, dunque, non ha diritto a vedersi riconosciuto il bonus 2014; il soggetto appena meno “povero” (reddito di 8.148 euro) paga 1 euro di Irpef e, solo per questo, ha diritto a percepire i 640 euro introdotti dal DL 66/2014.
 [3] Si ipotizza che la distribuzione dei redditi sia rimasta immutata tra il 2012 e il 2014. Il reddito disponibile di ciascun individuo è stato dapprima “lordizzato” e successivamente è stato calcolato il bonus fiscale secondo le regole previste dal dl 66/2014. Il bonus spettante a ciascuna famiglia del campione, pari alla somma del bonus spettante a ciascun componente, è stato aggiunto al reddito netto familiare e al reddito netto familiare equivalente. Nel campione i lavoratori dipendenti e i disoccupati che ricevono un ammortizzatore sociale (cassa integrazione, indennità di disoccupazione, indennità di mobilità) appartenenti alle fasce di reddito interessate al bonus sono il 19,1% del totale, un numero leggermente superiore a quanto risulta dalle dichiarazioni dei redditi dell’Agenzia delle Entrate (18,3%). L’impatto della manovra, sulla base dei dati campionari, risulta di circa 7 miliardi di euro.
 [4] M. Baldini et al., Un sostegno alle famiglie della classe media, Lavoce.info, 24 aprile 2014. Nello studio si fa riferimento all’indagine campionaria dell’Istat  sul reddito e condizioni di vita.
 [5] Per ciascuna famiglia è stato calcolato il numero di “adulti equivalenti” sommando i coefficienti relativi a ciascun componente (capofamiglia=1;  componenti con 14 anni e più=0,5; componenti con meno di 14 anni=0,3). Il reddito familiare viene poi diviso per tale coefficiente e attribuito a ciascun componente della famiglia, bambini inclusi.
 [6] Un risultato analogo è stato ricavato anche dall’Istat e presentato in una recente audizione parlamentare.
 [7] Le coperture effettive saranno note solo al momento della definitiva conversione in legge del decreto.
 [8] Se si fossero privilegiate  le classi meno abbienti (in particolare le monoreddito con figli a carico) che hanno una maggiore propensione al consumo si sarebbe potuto conseguire un effetto maggiore.
 [9] La probabilità che si riescano a ottenere maggiori risparmi di spesa pubblica tali da evitare il previsto inasprimento fiscale sono davvero basse.
 [10] Le modalità di determinazione dell’Isee sono state riviste con il Dpcm 5 dicembre 2013, n. 159. L’indicatore della situazione economica equivalente è dato dal rapporto tra l’indicatore della situazione economica (Ise), che è la somma della situazione reddituale e del 20% della situazione patrimoniale, e il numero di componenti equivalenti del nucleo familiare.
 [11] Già da alcuni anni la provincia autonoma di Trento corrisponde un reddito di garanzia, di natura temporanea e riservato ai residenti, ad integrazione della condizione economica familiare, fino al raggiungimento di una soglia locale di povertà assoluta (l’indicatore Icef che tiene conto dei dati reddituali, patrimoniali e del numero dei componenti il nucleo).  Un’altra proposta di contrasto alla povertà assoluta e all’esclusione sociale  è il Sostegno per l’inclusione attiva (SIA), studiato dal governo Letta, ma rimasto inapplicato. Il Sia avrebbe interessato circa 1,5 milioni di famiglie con un costo presunto di 7 miliardi di euro.  La questione è entrata nel dibattito politico con una proposta di legge sul reddito di cittadinanza, che prevede un assegno fino a 600 euro netti per un single, con un costo complessivo di circa 19 miliardi di euro (al riguardo si vedano i contributi di Antonella Stirati e Andrea Fumagalli).

 

 

 

 

 

4 Commenti

  1. Se il fisco perde la ragione della sua missione
    Roberto Romano
    Per analizzare il Decreto legge recante “Misure urgenti per la competitività e la giustizia
    sociale: per una Italia Coraggiosa e Semplice (c.d. DL Spending Review)” è necessario partire da un inquadramento storico-economico dell’imposta interessata dal provvedimento: l’irpef.
    Riprendendo un prezioso contributo di V. Visco (Paolo Bosi e M. Cecilia Guerra, 2012, I tributi nell’economia italiana, ed. Il Mulino) è possibile delineare l’inadeguatezza del provvedimento se consideriamo che: “erosione ed evasione … rendono l’irpef una imposta assolutamente non assimilabile al modello teorico di riferimento … non siamo in realtà di fronte ad una imposta sul reddito, ma ad una imposta solo su alcuni redditi. La situazione sarebbe molto discutibile già per una imposta proporzionale, ma trattandosi di una imposta progressiva, essa appare chiaramente insostenibile e inaccettabile”.
    Molti redditi sono colpiti diversamente: i redditi dell’agricoltura sono solo in parte colpiti; l’industria è più gravata dei servizi; il lavoro dipendente più del lavoro autonomo; la grande impresa più della piccola; i redditi da attività finanziarie, cresciuti esponenzialmente con la crescita dei debiti (pubblici e privati), sfuggono alla progressività. L’adeguamento dell’imposta sulle rendite finanziarie dal 20 al 26% non muta la differenza di trattamento. Si poteva inserire questi redditi nella dichiarazione irpef, affidandogli il ruolo storico che i padri costitutivi (Cosciani) gli avevano assegnato. Infatti, Cosciani prevedeva non solo una semplificazione del sistema impositivo, ma indicava nell’irpef, irpeg e IVA la pietre angolari del nuovo sistema. A queste imposte si doveva aggiungere una forma di imposizione patrimoniale destinata ai comuni per realizzare la discriminazione qualitativa e una imposta monofase, anche questa comunale, a completamento dell’IVA che doveva arrestarsi alla fase precedente al dettaglio. Inoltre, i così detti redditi finanziari dovevano concorrere all’imponibile dell’imposta personale. L’impostazione del sistema tributario italiano (Cosciani e Visentini) da conto dei limiti della proposta di Renzi. Alla fine il bonus di 80 euro non è una misura che interessa la corretta distribuzione del carico tributario in senso stretto, piuttosto di una misura che distribuisce il carico fiscale all’interno di una sola categoria di reddito. Forse c’è del buono nella riduzione del carico tributario verso il lavoro dipendente, ma fino a quando una parte consistente dei redditi non entrano nella base imponibile irpef, parlare di giustizia fiscale è forse troppo.
    La misura indicata da Renzi è così importante da garantire il posto d’onore, l’articolo 1, con un titolo a dir poco pomposo: “Rilancio dell’economia attraverso la riduzione del cuneo fiscale”. Il titolo tradisce lo stile dell’attuale governo. Se osserviamo il DEF (Documento Economico e Finanziario), tutto questo slancio per il sistema economico è difficile da trovare. Per il 2014 la misura permetterebbe una crescita dello 0,1% del PIL, che diventa 0,3% nel 2015. Per quanto possa sembrare assurdo, la spesa tagliata dal governo per sostenere la riduzione del carico tributario sarebbe molto più efficace in termini di crescita economica. In qualche modo il Governo prende atto del minore moltiplicatore potenziale dei consumi rispetto alla spesa pubblica. Un principio noto a tutti gli studenti di economia. Si passa da una spesa certa, quella pubblica, ad una incerta, il consumo. Come sanno gli studenti, il reddito disponibile non viene interamente speso; una parte sarà sempre risparmiata, riducendo la crescita del PIL. Se giudichiamo la misura dal lato della giustizia fiscale, al netto delle osservazioni fatte all’inizio, il governo ha il coraggio di scegliere una categoria: la classe media, ancorché in modo transitorio. Sono i lavoratori dipendenti e gli assimilati (come i co.co.pro), ma tra questi sono esclusi i contribuenti con l’imposta lorda Irpef minore o uguale alla sola detrazione da lavoro, quelli che hanno redditi inferiori a 8.145 euro se percepiti per l’intero anno, circa 3 milioni di soggetti, e restano fuori anche i pensionati (A. Zanardi, S. Pellegrino).
    Dalle tavole di accompagnamento al decreto legge registro minori entrate irpef solo per il 2014, pari a 6.650 mln di euro, mentre per il 2015 non troviamo nessuna cifra. Ciò da conto della transitorietà della misura, diversamente dall’IRAP che registra minori entrate per il 2014, 2015 e 2016, rispettivamente di 700, 3.100 e 2.059 mln. In altre parole c’è certezza per le imprese e insicurezza per il lavoro. Lo stesso provvedimento dichiara che si tratta di una soluzione temporanea, lasciando la riforma (vera) alla Legge di Stabilità per il 2015. Il vincolo delle coperture, gli effetti economici, il problema degli incapienti, comporta problemi di iniquità fiscale e di indebolimento degli effetti macroeconomici di rilancio della domanda interna, nella misura in cui sono i lavoratori più poveri quelli ad avere la maggiore propensione al consumo. Non si tratta dell’improprio uso del “credito d’imposta” (A. Zanardi, S. Pellegrino), perché sarà un importo detratto dalle ritenute future operate dai sostituti d’imposta o, se insufficienti, dai contributi previdenziali dovuti, non modificando l’imposta personale perché il suo ammontare è legato al reddito complessivo a fini Irpef, piuttosto del caos fiscale che si alimenta. Ripeto: l’irpef è diventata, sostanzialmente, una imposta su un solo reddito.
    Il credito d’imposta, applicato indistintamente, a parità di reddito, a tutti i contribuenti interessati sarà riconosciuto sia a un dipendente single sia, se con eguale reddito, a un lavoratore con moglie e figli a carico. Si tratta insomma di una serie di distorsioni che rendono difficile immaginare il “bonus” in questa forma. Al netto dell’assenza di coperture per il 2015, il provvedimento dovrà essere rivisto, anche in profondità.
    Riprendendo un prezioso lavoro di M. Baldini, E. Giarda e A. Olivieri, dividendo il reddito monetario equivalente per decili, il 10 per cento (il primo decile più povero) intercetterà il 29% delle famiglie, che sale 36% per il secondo decile. In altri termini, al 50% meno ricco delle famiglie italiane andrà il 44% del bonus totale. Il bonus, insomma, avvantaggia soprattutto la classe media (M. Baldini, E. Giarda e A. Olivieri).
    Se dal punto di vista della giustizia fiscale è possibile sostenere che la misura è un passo in avanti, sempre al netto della funzione vera dell’irpef e della provvisorietà del provvedimento, la politica economica sottesa è quella di una combinazione tra maggiori entrate e minori spese, almeno per il 2014. Infatti, dei 7.355 mln di minori entrate, le coperture sono date da maggiori entrate per 3.111 mln, di cui 3.051 mln una tantum, il resto da tagli strutturali pari a 2.732 mln, che cadranno in particolare sugli enti locali e le regioni, che diventano 3.132 mln se consideriamo il taglio una tantum di 400 mln per la difesa.
    Il provvedimento dovrà essere ancora analizzato in tutte le sue poste. Siamo sicuri che sarà riscritto con la Legge di stabilità in ragione delle manifeste incongruenze legate alla struttura dell’irpef e alla difficoltà di trovare le adeguate coperture. Se il governo intenderà agire dal lato di un mix tra maggiori entrate e governo della formazione della spesa pubblica, tenendo conto dei diversi moltiplicatori, potremmo dare un giudizio di “appena insufficiente”, se invece la misura è di tipo elettoralistica, ci sono tutti i segnali, la misura assomiglierà alle misure adottate da Berlusconi agli inizi del 2002-3. L’esito lo conosciamo molto bene.

  2. un Paese che si dice essere tra i piu ricchi del mondo il 50% della popolazione dichiara meno di 16 mila euro LORDI l anno (il che vuol dire da 16mila in giu).
    qualcosa non torna. o è un paese alla fame (i dati prima della crisi non erano molto differenti) o un paese in cui evadere è sport nazionale..
    certo ci sono i disoccupati, gli invalidi, le persone che per problemi vari non possono lavorare che dovrebbero essere aiutati sul serio, ma ho seri dubbi nel credere che siano il 50% della popolazione…
    e poi parliamo di equita sociale e diamo loro pure un bonus?

LASCIA UN COMMENTO