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Prendendo la Fiom sul serio

Riccardo Realfonzo - 15 Ottobre 2010

In pochi dubitano che il modello delle relazioni industriali del nostro Paese sia in crisi. Il punto è come uscirne, se spingendo ancora sulle leve della decentralizzazione contrattuale e della flessibilità, come chiedono la Fiat e l’intera Confindustria, ovvero se conservando il peso del contratto nazionale e irrobustendo le tutele del mondo del lavoro, come vorrebbero la Cgil e in particolare la Fiom che, a questo proposito, ha indetto la manifestazione nazionale del 16 ottobre.

Le ragioni dei sostenitori della decentralizzazione e della flessibilità vertono sulle esigenze di competitività del sistema produttivo nazionale. La tesi di fondo è che se le istituzioni del mercato del lavoro non si metteranno al passo con le trasformazioni dell’economia globalizzata, la dinamica del costo del lavoro per unità di prodotto delle imprese italiane si appesantirà ulteriormente rispetto ai competitor stranieri. Con effetti deleteri, tanto sugli equilibri della bilancia commerciale quanto sui livelli di occupazione. Si tratta di argomentazioni note, che godono di sostegno nella letteratura internazionale, e che hanno ispirato in Italia e in genere nei paesi industrializzati le politiche del lavoro, negli ultimi due decenni almeno.

Tuttavia, sarebbe auspicabile che i responsabili della politica economica e la stessa Confindustria provassero a guardare al di là delle tensioni sviluppatesi in questi mesi, e a prendere sul serio le tesi della Fiom e degli altri sostenitori del contratto nazionale e delle tutele.

Una prima serie di argomentazioni di questi ultimi concerne il nesso tra flessibilità e produttività del lavoro. A riguardo, l’unica certezza di cui disponiamo è che la crescita della produttività del lavoro in Italia è andata molto al rilento rispetto ai nostri principali concorrenti[1]. Sulle motivazioni di ciò possono essere avanzate tesi diverse. Incluse quelle che tendono a spiegare la piatta dinamica della produttività italiana con fattori quali la bassa dimensione media delle imprese, il volume contenuto degli investimenti in nuove tecnologie, il ridotto grado di infrastrutturazione del territorio[2]. E se la bassa produttività delle nostre imprese dipendesse effettivamente da questi fattori, agire sulla contrattazione non costituirebbe certo la via maestra per risolvere il problema. Piuttosto, occorrerebbe evocare nuove e incisive politiche industriali.

A queste argomentazioni i sostenitori della decentralizzazione contrattuale e della flessibilità replicano osservando che una revisione dei meccanismi della contrattazione salariale potrebbe contribuire a legare maggiormente la dinamica dei salari alla produttività, e quindi per questa via a salvaguardare la competitività. Tuttavia, sugli effetti benefici della flessibilità sono state avanzate a più riprese numerose perplessità. E a riguardo è opportuno sviluppare alcune considerazioni di ampio respiro.

Per cominciare, occorre osservare che l’aumento della flessibilità, e in generale la deregolamentazione del mercato del lavoro, abbattono gli indici di protezione del lavoro[3]. Ed è bene chiarire che le ricerche a disposizione tendono a negare l’esistenza di una relazione significativa tra la contrazione degli indici di protezione del lavoro e l’occupazione[4]. In breve, non abbiamo prova che la sempre maggiore flessibilità del mercato del lavoro registrata negli ultimi lustri in Italia e in Europa abbia avuto successo nell’incrementare i livelli di attività dell’economia e dunque anche l’occupazione.

Viceversa, sembra emergere una correlazione tra la contrazione degli indici di protezione del lavoro e l’andamento dei salari reali. Più precisamente, stando ad alcuni studi, le politiche di flessibilità e deregolamentazione del mercato del lavoro spiegherebbero in buona misura la drastica caduta della quota dei salari sul prodotto interno lordo registrata negli ultimi decenni in Italia e in Europa (in media poco meno di dieci punti percentuali negli ultimi trenta anni)[5]. Una tesi questa che è stata recentemente confermata persino dal Fondo Monetario Internazionale (IMF) nel documento The Challenges of Growth, Employment and Social Cohesion, presentato a metà settembre ad Oslo, insieme all’Organizzazione Internazionale del Lavoro (ILO). Infatti, nel documento la caduta della quota dei salari reali viene spiegata con le “pressioni della globalizzazione”, che avrebbero “incrementato la vulnerabilità dei lavoratori attraverso aumenti dell’intensità del lavoro, la diffusione di contratti più flessibili, la diminuzione delle protezioni sociali e un declino del potere contrattuale dei lavoratori”[6].

Molto più che sulla occupazione, la caduta degli indici di protezione del lavoro avrebbe dunque influito sulla quota dei salari nel Pil. E ciò, secondo una parte della letteratura scientifica contemporanea, costituisce un fattore recessivo non trascurabile. Ad esempio, la recente “Lettera degli economisti” contro le politiche restrittive in Europa, sottoscritta da oltre 250 studiosi, ha avanzato l’ipotesi che uno dei fattori di fondo della crisi – al di là delle variabili strettamente congiunturali – potrebbe essere la tendenza di lungo periodo alla contrazione della quota dei salari sul Pil. Da questo fattore, infatti, viene fatta dipendere la scarsa dinamica della domanda complessiva di merci e servizi che, nell’insieme delle economie industrializzate, non avrebbe retto il ritmo di crescita dell’offerta potenziale delle imprese.

È ben noto che la letteratura tradizionale ha sempre sostenuto la tesi opposta, e cioè che il contenimento dei salari favorisca la crescita della produzione e dell’occupazione. Ancora una volta, la questione è molto controversa. La letteratura scientifica ha tentato di dipanare la matassa e una serie di ricerche si sono cimentate nello stimare l’impatto della riduzione della quota dei salari nel reddito nazionale su tutte le componenti della domanda aggregata, per i diversi paesi. Viene fuori che quando la quota dei salari si riduce, la domanda di beni di consumo si comprime, mentre in senso opposto tendono a muoversi soprattutto le esportazioni, a seguito degli effetti favorevoli che la “moderazione” salariale può avere sulla competitività. In generale, tuttavia, non senza risultati contrastanti, questi studi lasciano ben pochi spazi di ragione alla tesi tradizionale, e piuttosto tendono ad confermare l’idea che la riduzione della quota salariale effettivamente abbatta la domanda aggregata, con ripercussioni negative sui livelli di produzione e occupazione[7].

Il numero di coloro che pensano che la flessibilità e la deregolamentazione abbiano generato un ruolo recessivo si allarga sempre più, anche al livello internazionale. Nello studio del FMI e dell’ILO già citato, ad esempio, si legge che la crisi in atto è conseguenza dell’“ampiezza della caduta della domanda aggregata”. E questa, a sua volta, viene fatta dipendere “dalla diminuzione della quota dei salari nel reddito nazionale”, considerata una delle “cause delle crisi passate e presenti”[8]. Certo, le ricerche non mettono a disposizione risultati definitivi, e ulteriori verifiche sono in corso con riferimento all’Italia e all’UE. Ma c’è evidentemente tanta materia per guardare con scetticismo a ulteriori iniezioni di flessibilità nel mercato del lavoro e decidersi a prendere sul serio le ragioni dei critici.

  
[1] Fatta pari a 100 la produttività del lavoro di ciascun paese nel 2000, il valore dell’Italia nel 2009 si è addirittura ridotto a 98,3. Per contro, la produttività degli altri paesi cresce: l’UE a 12 paesi è a 107,7; la Francia a 107,8; la Germania a 108; gli Stati Uniti addirittura a 120,3 (dati OCSE).
[2] Alcuni di questi aspetti vengono ad esempio sostenuti nel contributo di E. Saltari e G. Travaglini,  “Il rallentamento della produttività del lavoro e la crescita dell’occupazione. Il ruolo del progresso tecnologico e della flessibilità del lavoro”, in Rivista italiana degli economisti (2008, n.1).
[3] L’indice del grado di protezione dei lavoratori, l’EPL (Employment Protection Legislation), viene calcolato dall’OCSE. L’indicatore misura la rigidità della regolamentazione sui licenziamenti e l’utilizzo di contratti di lavoro non a tempo indeterminato. L’EPL registra una caduta molto forte per l’Italia. Infatti, il valore dell’indice è passato dal 3,57 registrato nel 1990, all’1,89 del 2008. Ciò significa che la legislazione ha reso ben più flessibile il mercato del lavoro. Mentre più orientate alla rigidità sono le legislazioni di paesi come la Germania e la Francia, dove si registrano valori dell’indicatore EPL più alti: 2,12 in Germania e 3,05 in Francia.
[4] Per una critica di carattere generale agli effetti positivi della flessibilità del mercato del lavoro rinvio al libro L’economia della precarietà, a cura di Paolo Leon e mia (manifestolibri 2008). Tra gli altri, il contributo di E. Brancaccio mostra l’assenza di una significativa correlazione tra la riduzione dell’indice EPL e l’occupazione.
[5] La quota dei salari sul Pil si è ridotta drasticamente in Italia. Dopo il picco, registrato nei primi anni ’70, allorché il salari si “appropriavano” di quasi il 74% del Pil, nel 2009 il valore è sceso al 63,9%. Un valore più basso della media dei paesi dell’UE a 12 ( 64,9%), ed anche inferiore a quelli registrati in Germania(64,3%), Francia (66,4%) e Gran Bretagna (71,7%). I dati sono tratti dal database AMECO della Commissione Europea.
[6] La frase è alla pagina 7 dell’ampio documento dell’ILO e dell’IMF.
[7] Tra i lavori più significativi vi è quello di E. Stockhammer, O. Onaran e S. Ederer del 2009 (“Functional income distribution and aggregate demand in the Euro area”, Cambridge Journal of Economics). Nel saggio gli autori arrivano alla conclusione che, tenuto anche conto dei possibili effetti positivi sulle esportazioni, la caduta della wage share (la quota dei salari sul Pil) determina una forte caduta della domanda di beni di consumo e dunque una contrazione della domanda aggregata e del Pil. Per queste ragioni, essi aggiungono, la “moderazione salariale” non è “amica dell’occupazione” (p. 155) e l’area euro avrebbe le caratteristiche di un’area wage-led (e non profit-led), nella quale cioè la crescita sarebbe assicurata dall’incremento della quota dei salari sul Pil. A risultati simili, con una metodologia diversa, erano arrivati anche E. Hein e T. Schulten nel 2004 (“Unemployment, Wages and Collective Bargaining in the European Union”, WSI-Discussion Paper n. 128). Di rilievo anche i risultati di E. Hein e L. Vogel del 2008 (“Distribution and growth reconsidered: empirical results for six OECD countries”, Cambridge Journal of Economics) per i quali la natura wage-led o profit-led di un Paese viene a dipendere dal grado di apertura ai rapporti con l’estero (misurata dalla somma delle esportazioni più le importazioni in rapporto al Pil). Paesi come la Germania, la Gran Bretagna, la Francia e gli Stati Uniti avrebbero le caratteristiche di paesi wage-led; mentre solo paesi di piccole dimensioni, e per ciò particolarmente aperti agli scambi con l’estero, potrebbero beneficiare dal calo della quota dei salari sul pil (profit-led).  Solo in questi casi, infatti, l’impatto negativo sui consumi potrebbe essere più che compensato da quello espansivo sulle esportazioni.
[8] Le frasi citate sono a pagina 8 del documento congiunto ILO-IMF.

9 Commenti


  1. stefanos55 scrive:

    Eccellente. Una analisi così chiara delle tesi della Fiom non l’avevo mai letta. Precisa e puntuale.


  2. Stefano Sylos Labini scrive:

    Caro Riccardo,

    ottimo articolo ! Per sintetizzare io direi che flessibilità non fa rima con produttività: nell’ultimo decennio alla maggiore flessibilità del lavoro è stata associata una produttività del lavoro stagnante. Questo significa che maggiore flessibilità e salari più bassi permettono alle imprese di essere competitive evitando di fare investimenti in nuove tecnologie, beni capitali avanzati e formazione dei lavoratori, che rappresentano i passi fondamentali per sostenere la crescita della produttività. Inoltre, sappiamo bene che le microimprese hanno una produttività ben più bassa delle imprese di maggiore dimensione (è circa la metà), per cui sarebbe opportuno sostenere la crescita della dimensione e quindi dell’occupazione nelle piccole imprese se vogliamo ottenere significativi incrementi di produttività di sistema. E’ probabile che l’assenza dell’articolo 18 nelle imprese con meno di 15 addetti (cioè la possibilità di licenziare senza giusta causa) costituisca un incentivo verso la piccola dimensione: le imprese evitano di crescere perché con più di 15 addetti entrerebbe in vigore l’articolo 18. Anche questo può essere un tema importante se vogliamo una produttività più elevata nelle nostre imprese.


  3. G. C. scrive:

    I giovani studenti sono con voi, professor Realfonzo. Mi riferisco a quelli che si informano sulla realtà circostante, ovviamente. Continuate così.


  4. ANTONIO scrive:

    ARTICOLO STUPENDO. DEMISTIFICA IN TOTO I PARADIGMI DEGLI ECONOMISTI NEOCLASSICI CHE SONO STATI I COMPARTECIPI DI QUESTA CRISI E CHE ORA SONO SCOMPARSI NELL’ANONIMATO SENZA FARE ALCUNA AUTOCRITICA.ICHINO, GIAVAZZI E COMPAGNIA BELLA AVETE ANCORA IL CORAGGIO DI SOSTENERE CHE LA DEREGOLAMENTAZIONE DETERMINERA’ LA CRESCITA DI FRONTE AI DATI ATTUALI?


  5. Stefano D'Andrea scrive:

    L’articolo è eccellente. Ma un non economista si chiede:la competitività internazionale è un dogma? La protezione di singoli settori dell’economia è un tabù? O non è mai conveniente? E in questo caso in forza di quale teoria? Siamo proprio costretti a imporre alle piccole imprese ivestimenti e quindi, in genere, indebitamenti, per competere sui mercati internazionali? La costruzione di un unico mercato globale, mediante leggi dei singoli stati e ratifiche di trattati internazionali, è un fatto ormai eterno? Abbiamo ormai un mercato unico, immutabile e perenne, che ha quindi i caratteri che un tempo appartenevano soltanto al Dio delle religioni monoteiste? Anche le teorie critiche, sostenitrici di una diversa politica economica, muovono dal presupposto delle teorie classiche e dalle politiche economiche che lo hanno realizzato?

    E se la vera critica e la vera politica economica alternativa fosse quella che muove dalla sconfessione del presupposto delle teorie e delle politiche economiche dominanti? Scoperto che l’economia-mondo e la possibillità assoluta di valorizzare il capitale in ogni dove e attraverso scambi planetari non danno luogo, se implodono, al comunismo, che senso ha schierarsi dalla parte del capitale? Marx, come noto, e come ci hanno rammentato qualche tempo fa Cavallaro e Burgio, era favorevole al libero scambio tra le nazioni, pur sapendo che ne sarebbe derivato un impoverimento degli operai inglesi e degli artigiani; e d’altra parte nelle lettere indirizzate a Engles gioiva della crisi economica perché vi vedeva una possibilità di realizzazione e accelerazione dei processi storici in cui credeva. Ma voi che non credete più in quei processi e che vi ponete il problema di come uscire dalla crisi, perché non vi dedicate alla critica del presupposto e fondamento delle politiche economiche che contestate? Perché non volete la distruzione del mercato globale o comunque la riduzione del commercio internazionale? Possibile che una rivista autorevole e intelligente come la vostra consideri irrilevante che in Italia ormai si mangino in abbondanza pomodori cinesi? Questa assurdità era tollerabile in vista della rivoluzione? Ma venuta meno la speranza della rivoluzione?

    Almeno potreste spiegare a noi lettori perché quel presupposto dal quale anche voi muovete e che vi accomuna INTEGRALMENTE ai vostri avversari è incontestabile. Magari ci convincete e potremmo farcene una ragione. Così, invece, ammiriamo i vostri studi e ragionamenti ma ci resta il dubbio che in realtà vi collocate dalla stessa parte degli avversari e che vi dividiate su questioni certamente importanti (e non su corollari), le quali tuttavia poggiano su fondamenti comuni. E se la soluzione stesse dall’altra parte?


  6. Roberto scrive:

    Stefano, non è vero che sul libero scambio gli economisti critici la pensano come gli ortodossi. E non è vero che gli economisti critici prendono il ‘Discorso sul libero scambio’ di Marx come un dogma. Quel discorso va contestualizzato. Sulla politica economica la ‘Lettera degli economisti’ parla chiaramente di ‘apertura dei mercati condizionata al rispetto di una serie di standard del lavoro’ ed è stata firmata da 250 studiosi. Sulla questione ti consiglio di leggere pure Brancaccio: http://www.emilianobrancaccio.it/wp-content/uploads/2010/09/contro-lapertura-dei-mercati-0909101.pdf


  7. Andrea Colagiacomo scrive:

    Ottimo Articolo.
    Con L’euro(moneta di nessuno) è impossibile uscire dalla flessibilità.
    Distrutto il fantasma del debito pubblico, si può tornare a parlare di lavoro e dignità per tutti.


  8. Tommaso scrive:

    Questo articolo e terribilemnete illuminante e puntuale,anche per chi non studia economia. SE UN OPERAIO HA UN SALARIO BASSO COME PUò ACQUISTARE CIò CHE PRODUCE???Di qui la caduta della domanda.


  9. tommaso scrive:

    Contesto il termine “tradizionale”.
    Il compianto pof Carlo Maria Guerci giovane docente di Economia Politicaall’Università di Genova dava ai candidati la possibilità di scegliere tra tre testi diversi a seconda delle convinzioni politiche degli studenti.
    Vi risulta che sia ancora così?
    Evito una polemica che sarebbe comunque stimolante.

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